 |
L’uomo, signore della creazione
"È così che l’insieme degli esseri raggiunge la sua perfezione. Il cielo e la
terra e ogni sostanza situata fra loro furono compiuti; ciascuna cosa accolse la
bellezza che le è propria: il cielo, lo splendore degli astri; il mare e
l’aria, gli animali che vi nuotano e vi volano; la terra, la diversità delle
piante e degli animali, di tutti quegli esseri, insomma, che ricevono insieme la
loro vitalità dalla volontà divina e che la terra mise al mondo nel medesimo
istante. La terra, che aveva fatto germogliare nello stesso tempo fiori e frutti,
si riempiva di splendore. I prati si ricoprivano di tutto quanto vi cresce. Le
rocce e le cime delle montagne, i versanti delle colline e le pianure, tutte le
valli si ornavano di erba fresca e della magnifica varietà degli alberi:
quest’ultimi spuntavano appena dal suolo, che già avevano raggiunto la loro
perfetta bellezza.
Naturalmente, tutte le cose erano nella gioia. Gli animali dei campi, condotti
alla vita grazie al comando di Dio, saltavano nei boschi a frotte, divisi a
seconda delle diverse razze. Ovunque le ombre boscose riecheggiavano del canto
armonioso degli uccelli. Si può anche immaginare lo spettacolo che si offriva
agli sguardi di fronte a un mare ancora calmo e tranquillo in tutte le sue onde.
I porti e i rifugi che si erano spontaneamente scavati lungo le coste secondo il
volere divino, univano il mare al continente. I placidi movimenti delle onde
rispondevano a quelle vicine, facendo lievemente increspare la superficie dei
flutti sotto l’effetto di dolci e benefiche aurette. Tutta la ricchezza della
creazione, sulla terra e sul mare, era pronta; ma colui al quale essa è donata,
non ancora era là.
Quel grande e prezioso essere che è l’uomo non aveva ancora trovato posto
nella creazione. Non era infatti giusto che il capo facesse la sua apparizione
prima dei suoi sudditi; soltanto dopo la preparazione del suo regno, allorché
il Creatore dell’universo aveva, per così dire, allestito il trono di colui
che doveva regnare, doveva logicamente essere rivelato il re.
Ecco qui la terra, le isole, il mare e, al di sopra di questi, a guisa di un
tetto, la volta del cielo. Ricchezze d’ogni specie erano state riposte in
questi palazzi: per «ricchezze» intendo riferirmi a tutta la creazione, a
tutto ciò che la terra produce e fa germogliare, a tutto il mondo sensibile,
vivente e animato, così come anche (se si deve contare fra queste ricchezze
quelle sostanze che la bellezza rende preziose agli occhi degli uomini, come
l’oro, l’argento e queste pietre tanto ambite) a tutti quei beni che Dio
pone in abbondanza nel seno della terra come in cantine reali.
Unicamente allora Iddio fa apparire l’uomo in questo mondo, affinché egli sia,
delle meraviglie dell’universo, il contemplatore e la guida. Il Signore vuole
che il loro godimento, infatti, doni all’uomo l’intelligenza di colui che
gliele ha fornite, in maniera che la grandiosa bellezza di ciò che egli vede lo
ponga sulle tracce della potenza ineffabile e inesprimibile del Creatore.
Ecco perché l’uomo è condotto per ultimo nella creazione. Non che costui
venga relegato con disprezzo all’ultimo posto, ma perché, fin dalla sua
nascita, comprendesse di essere il sovrano di quel suo regno. Un buon padrone di
casa, d’altronde, non introduce il suo invitato che dopo i preparativi del
pranzo, allorché egli abbia messo tutto a posto come si deve e adeguatamente
decorato la casa, il divano e la tavola. Soltanto allora, pronta la cena, fa
sedere il suo convitato. Allo stesso modo, colui il quale, nella sua immensa
ricchezza, è l’anfitrione della nostra natura adorna dapprima la dimora di
bellezze d’ogni genere, allestendo questo grande e vario festino. A questo
punto egli introduce l’uomo per rivelargli non il possesso di beni che questi
non ancora detiene, bensì il godimento di quanto a lui si offre. Ecco perché,
nel creare la nostra natura, Iddio getta un duplice fondamento all’unione del
divino con il terrestre, affinché, attraverso l’uno e l’altro carattere,
l’uomo godesse doppiamente sia di Dio, grazie alla sua natura divina, sia dei
valori terreni, in virtù di quella sua sensibilità che appartiene alla loro
stessa dimensione."
Gregorio di Nissa, La formazione dell’uomo, 1-2
|