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La provvidenza divina
"La provvidenza consiste nella cura esercitata da Dio nei confronti di ciò che
esiste. Essa rappresenta, inoltre, quella volontà divina grazie alla quale ogni
cosa è retta da un giusto ordinamento. Se dunque la volontà di Dio è
provvidenza, tutto quanto avviene per suo dettato si realizza necessariamente in
maniera bellissima e sempre diversa, nel migliore dei modi possibile. È logico
ritenere, infatti, che Dio stesso sia tanto il creatore delle cose quanto colui
che le cura e le preserva: non è conveniente né ragionevole immaginare che uno
sia il creatore e un altro protegga l’opera del primo. Se così fosse,
infatti, essi sarebbero entrambi assolutamente impotenti: l’uno di fare,
l’altro di provvedere. Dio, perciò, è colui che ha creato e colui che
provvede; la sua capacità di creare e di conservare e di provvedere altro non
è se non la sua stessa benigna volontà: infatti tutto ciò che il Signore
volle lo fece nel cielo e sulla terra (Sal 134,6) e nessuno può
resistere alla sua volontà (Rm 9,19). Tutto quanto egli volle che
esistesse, è stato creato. Egli vuole che il mondo esista ed esiste: tutto ciò
che vuole, lo crea.
Giustamente, dunque, si può affermare, senza alcun’ombra di dubbio, che Dio
provvede, e provvede opportunamente. Solo Dio è buono e sapiente per natura: in
quanto è buono, è provvidente (colui che non provvedesse, infatti, non sarebbe
neppure buono: anche gli uomini e gli stessi animali provvedono con l’istinto
naturale ai loro figli, ed è riprovevole chi non lo fa) e, in quanto è
sapiente, cura nel modo migliore tutto ciò che esiste.
Nel considerare attentamente quanto siamo andati osservando, è dunque
necessario che noi ammiriamo tutte le opere della provvidenza, le lodiamo tutte,
tutte incondizionatamente le accettiamo, sebbene a molti talune cose appaiano
ingiuste. La provvidenza di Dio, infatti, non può essere né conosciuta né
compresa; e i nostri pensieri e le nostre azioni, come il nostro futuro, sono
noti ad essa soltanto. Infatti le cose soggette alla nostra discrezionalità,
non vanno ascritte alla provvidenza, ma al libero arbitrio dell’uomo.
In realtà, delle cose che dipendono dalla provvidenza, alcune avvengono grazie
alla sua volontà attiva, altre invece attraverso la sua volontà permissiva. In
virtù della prima accadono tutte quelle cose che risultano come
incontrovertibilmente buone; molte sono, invece, le forme nelle quali si
manifesta la volontà permissiva di Dio. Per esempio, quando egli permette che
l’uomo giusto s’imbatta nelle calamità, affinché la virtù nascosta in lui
si renda visibile anche per gli altri, come accadde nel caso di Giobbe (Gb
1,12). Talvolta, Dio consente che avvenga qualcosa d’ingiusto affinché,
attraverso circostanze apparentemente inique, si compia qualcosa di grande e di
mirabile: attraverso la croce, ad esempio, egli ha dato la salvezza agli uomini.
Inoltre il Signore permette che l’uomo pio sia afflitto da gravi sventure:
perché non si allontani, cioè, dalla retta coscienza ovvero, a causa
dell’autorità e della grazia concessegli, non precipiti nella superbia, come
avvenne in Paolo (2Cor 12,7).
Perché altri ne traggano insegnamento, qualcuno viene dunque talvolta
abbandonato da Dio; gli altri così considerando le sue disgrazie, ne ricavano
ammaestramento: si osservi, a tal proposito, il caso di Lazzaro e del ricco (Lc
16,19). Spontaneamente, infatti, nel vedere chi soffre, ci si stringe il
cuore. Talvolta, poi, Dio consente che qualcuno soffra, non per punire colpe sue
o dei suoi antenati, ma perché si manifesti la gloria di qualcun altro: nel
caso del cieco nato (cf. Gv 7,3), ad esempio, si doveva rivelare,
attraverso la sua guarigione, la gloria del Figlio dell’uomo.
La sofferenza viene inoltre tollerata da Dio onde suscitare negli animi il
desiderio di emulazione degli altri: affinché cioè, incoraggiati dalla gloria
toccata a chi ha sofferto, gli altri sopportino piamente le avversità, grazie
alla speranza della gloria futura e sollecitati dal desiderio dei beni eterni,
come accadde ai martiri.
Infine, il Signore permette persino che qualcuno cada in una azione turpe perché
abbia modo di liberarsi di qualche vizio più grave. Ad esempio, se qualcuno
s’insuperbisce delle sue virtù e delle sue buone azioni Dio lascia che costui
cada nella fornicazione affinché divenendo in tal modo consapevole della
propria debolezza, diventi umile e cominci a confidare maggiormente nel Signore.
Si deve poi sapere che la scelta delle azioni da compiere dipende da noi; quando
queste sono buone, invece, il loro risultato è da attribuire all’aiuto di Dio
che giustamente soccorre, nella sua prescienza, coloro che intraprendono il bene
con retta coscienza. L’esito delle azioni cattive, al contrario, si deve al
disimpegno di Dio che, grazie sempre alla sua virtù di conoscere in anticipo
ogni cosa, opportunamente abbandona l’uomo malvagio.
In particolare esistono, da parte di Dio, due diversi tipi di abbandono: quello
pratico, cioè educativo; e l’abbandono assoluto, fonte della disperazione. Il
primo comporta, per chi lo subisce, raddrizzamento, salvezza, gloria sia per
suscitare negli altri emulazione e imitazione, sia per la gloria di Dio.
L’abbandono assoluto, per contro, avviene quando, sebbene Dio abbia compiuto
ogni cosa per la salvezza di una persona, costei continua nondimeno a rimanere
insensibile e incurante del proprio destino, anzi inguaribile; e viene perciò
abbandonata, come Giuda (Mt 26,27), all’estrema rovina. Ci sia dunque
propizio il Signore, preservandoci da tale abbandono.
Numerosissimi sono poi i metodi della divina provvidenza: non possono esser
spiegati a parole né compresi con la mente. Non si deve ignorare che tutte le
calamità recano la salvezza di coloro che le sopportano con rendimento di
grazie, risultando in tal modo per essi di grande beneficio. Iddio, infatti,
secondo la sua volontà antecedente, vuole che tutti si salvino e divengano
membri del suo regno (1Tm 2,4): egli non ci ha creato per punirci, ma,
essendo buono, perché fossimo partecipi della sua bontà. D’altronde, essendo
anche giusto, il Signore vuole però punire i peccatori.
La prima volontà di Dio, dunque, è detta volontà antecedente o benevolenza,
poiché deriva direttamente da lui; la seconda, invece, è la volontà
conseguente o permissione, avendo origine per causa nostra. Quest’ultima, a
sua volta, è duplice: l’una rientra nel piano di Dio ed è educativa ai fini
della salvezza; l’altra, cioè quella concernente la disperazione, porta
invece, come abbiamo già ricordato, alla più assoluta dannazione. Tali volontà
non riguardano quanto dipende da noi.
Delle cose che dipendono da noi, Dio fin da principio vuole e approva quelle
buone. Quelle cattive e veramente malvagie, egli non le desidera né
direttamente né indirettamente: le permette in ragione del nostro libero
arbitrio. Ciò che avvenisse per forza, infatti, non converrebbe alla ragione né
potrebbe considerarsi come virtù.
Dio provvede, dunque, a tutto il creato. Attraverso di esso beneficia e
istruisce sovente anche servendosi dei demoni, come nel caso di Giobbe o dei
porci (Mt 8,30ss)."
Giovanni Damasceno, Esposizione della fede ortodossa, 2,29
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