La Carta degli Operatori Sanitari. Una sintesi di etica ippocratica e
morale cristiana
Ho l'onore piuttosto che l'onere di presentare La Carta degli
Operatori Sanitari. Pensando al modo migliore di farlo mi è sembrato
opportuno, perché più utile, di percorrerla in volo d'uccello. In
questa maniera risulta con maggiore chiarezza la preoccupazione che pervade
tutto il testo e cioè di aiutare ogni operatore sanitario a compiere il
suo servizio alla vita umana dall'inizio fino alla fine naturale. Un servizio
pienamente umano e specificamente cristiano. Questa presentazione intende così,
ed è molto importante, di cogliere subito come la Carta è,
praticamente, una sintesi di etica ippocratica e morale cristiana. Per riuscire
nell'intento alquanto ambizioso, inizierò con la sottolineatura
dell'origine divina di ogni vita umana e della sua finalizzazione allo stesso
Dio. Dopo di che descriverò la figura dell'operatore sanitario quale
servitore di questa vita e, quindi anche e soprattutto, dell'Autore della
medesima. Infine seguirò la traccia dell'esistenza umana: il generare, il
vivere, il morire quale riferimento di riflessioni etico-pastorali.
1. Dio: alpha e omega della vita umana
Quando non c'era alcun uomo che lavorasse il suolo e che facesse
salire dalla terra l'acqua dei canali e irrigasse tutta la superficie del suolo,
"Jahve Dio plasmò l'uomo con la polvere del suolo e soffiò
nelle sue narici un alito di vita; così l'uomo divenne un essere vivente"
[1]. Da questo gesto creatore di Dio, la Chiesa deduce il suo insegnamento che
ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio ed è immortale,
vale a dire, essa non perisce al momento della sua separazione dal corpo nella
morte; non solo, ma la Chiesa insegna anche che questa anima si unirà di
nuovo al corpo al momento della risurrezione finale. La vita dell'essere umano,
di ogni essere umano, non è prodotta dai genitori o da un laboratorio
dell'uomo. La vita umana ha, indiscutibilmente, una origine divina [2]. In
questo senso una frase del libro di Giobbe è molto significativa: "Se
Egli (il Signore) richiamasse a sé il suo spirito e a sé
ritirasse il suo soffio, ogni carne morirebbe all'istante e l'uomo
tornerebbe in polvere"[3]. Non meno significativa è la frase di
Ezechiele sulla risurrezione: "Farò entrare in voi il mio
spirito e rivivrete"[4]. Davvero senza il "soffio vivificatore"
di Dio l'uomo cadrebbe semplicemente nel nulla. Ma allora, se Dio anima il corpo
cioè le dà la vita, è più che giusto che Lui e solo
Lui si attribuisca il diritto inalienabile e inviolabile di disporre della vita
di ogni essere umano sin dal suo concepimento fino alla sua morte naturale. Giovanni
Paolo II non esita un istante a proclamare, con una certa solennità,
questo diritto divino: "La vita umana è sacra perché, fin dal
suo inizio, comporta «l'azione creatrice di Dio» e rimane per sempre
in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il
Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna
circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere
direttamente un essere umano innocente"[5]. Ecco il contenuto centrale
della morale cristiana sulla sacralità e la inviolabilità della
vita umana, di ogni vita umana, della vita umana di ognuno. Ecco perché
Jahvè, quando rivela i suoi dieci comandamenti dell'Alleanza, pone, e ciò
merita una particolare attenzione, il comandamento «non uccidere» al
cuore della medesima. Dio stesso si fa, non solo, Giudice di ogni violazione del
comandamento a difesa della vita, ma anche e soprattutto, Difensore del
comandamento posto alle basi dell'intera convivenza sociale [6]. A ragione,
dunque, la morale cristiana proclama e difende, da sempre, e continua ancora
oggi a proclamare e a difendere il valore incomparabile della vita di ogni
persona umana. Ma anche l'etica ippocratica, espressa nel suo sempre attuale
"giuramento", proclama e difende da più di duemilacinquecento
anni questo stesso valore di ogni vita umana. Non a caso, individua il Signor
cardinale Fiorenzo Angelini, in questa etica permanentemente valida, ben quattro
presupposti: "un profondo rispetto della natura in generale; una concezione
unitaria ed integrale della vita umana, o meglio, dell'essere umano; un rigoroso
rapporto tra etica personale ed etica professionale; una visione massimamente
partecipata dell'esercizio dell'arte medica"[7]. Insomma come per l'etica
ippocratica così per la morale cristiana, la vita di ogni essere umano è
un valore che non si discute, ma si difende e si cura: in una parola si serve.
Se questo imperativo vale per tutti, esso vale anzitutto, per gli operatori
sanitari. Ecco quanto intende far capire la Carta che, ripeto, ho
l'onore di presentare a questa grande e onorevole assemblea.
2. La figura degli operatori sanitari
L'attività degli operatori sanitari è l'espressione di
un servizio profondamente umano e cristiano, appunto perché non è
sola tecnica, ma anche e soprattutto dedizione e amore ad un con- simile, al
prossimo. In effetti, nella loro cura della vita altrui, gli operatori sanitari
espletano un'opera veramente umana e cristiana di profilassi, di terapia e di
riabilitazione della salute umana a tutela della vita. Perciò la primaria
ed emblematica modalità di questo prendersi cura consiste nella loro
vigile e premurosa presenza accanto agli ammalati[8]. Ecco perché
il servizio medico- sanitario denota una relazione interpersonale molto
particolare: esso è un incontro tra una fiducia e una coscienza. Si
tratta della relazione di fiducia da parte di una persona bisognevole di
cura perché segnata dalla malattia e, quindi, dalla sofferenza, e di
coscienza da parte di una persona capace di farsi carico di questo
bisogno, mediante un incontro di assistenza, di cura e di guarigione. Per
l'operatore sanitario, l'ammalato non è mai o almeno non dovrebbe
esserlo, un semplice caro clinico da esaminare "scientificamente", ma è
sempre una persona particolarmente bisognosa, appunto perché ammalata, di
simpatia e, magari, di empatia, nel senso etimologico delle parole. "Non
basta la perizia scientifica e professionale, occorre la personale
partecipazione alle situazioni concrete del singolo paziente", vale a dire,
ci vuole: "disponibilità, attenzione, comprensione, condivisione,
benevolenza, pazienza, dialogo"[9]. Per una migliore e più precisa
comprensione della Carta è molto importante notare che questa
dedizione totale dell'operatore sanitario a servizio di ogni uomo ammalato trova
il suo più vero "oggettivo" fondamento e il suo più
esigente "soggettivo", cioè coinvolgente fondamento nella
visione integrale del malato stesso. Scrutati fino in fondo, la malattia e
la sofferenza sono, in effetti, fenomeni della vita umana che pongono quesiti
che trascendono la scienza e la tecnologia medica, appunto perché
riguardano l'essenza assiologica della condizione esistenziale dell'uomo sulla
terra. Da questo punto di vista l'operatore sanitario, se è
cristiano cioè seguace del Buon Samaritano, ma anche se non è
cristiano, vale a dire, seguace dell'umanissimo "laico" Ippocrate,
capirà facilmente che la sua professione è una missione, una
vocazione. La sua attività medico-sanitaria è, allora, una
risposta a un appello trascendente che prende forma nel volto sofferente e
invocante del paziente affidato alle proprie cure. La sua amorevole cura ad un
malato, caratterizzata da simpatia ed empatia, diventa un servizio simile a
quello, raccontato nella parabola del Buon Samaritano e a quello,
richiesto dal giuramento del medico ippocratico. Ecco perché,
professione, vocazione e missione si incontrano nella figura di ogni operatore
sanitario ed alla luce della visione cristiana della vita e della salute,
questo "è ministro di quel Dio, che nella Sacra Scrittura è
presentato come «amante della vita»"[10]. Servire la vita
nell'uomo ammalato diventa, addirittura, servire Dio e collaborare con Dio;
anzi, nel gesto di accoglienza amorosa della vita debole e malata, per dargli la
salute, diventa dare lode e gloria a Dio[11]. Non fa quindi meraviglia che
la Chiesa "ha sempre guardato alla medicina come ad un sostegno importante
della propria missione redentrice nei confronti dell'uomo. Infatti, il servizio
allo spirito dell'uomo non può attuarsi pienamente, se non ponendosi come
servizio alla sua unità psicofisica. La Chiesa sa bene che il male fisico
imprigiona lo spirito, così come il male dello spirito asservisce il
corpo"[12]. La figura dell'operatore sanitario è, e pertanto
dovrebbe sempre più diventare, una immagine viva del Cristo-Buon
Samaritano. "Medici, infermieri, altri cooperatori della salute, volontari,
precisa Giovanni Paolo II, sono chiamati ad essere l'immagine viva di Cristo e
della sua Chiesa nel-l'amore verso i malati e i sofferenti: testimoni del «vangelo
della vita»[13].
3. La fedeltà etico-morale di fronte alla sacralità e
inviolabilità della vita
Una professione, missione e vocazione come quella dell'operatore
sanitario esige, naturalmente, una solida preparazione e una continua formazione
etico-religiosa in materia morale in genere e in materia di bioetica in
particolare. In presenza di casi clinici sempre più complessi, resi tali
dalle possibilità biotecnologiche, tutti gli operatori sanitari, ma
anzitutto e soprattutto i medici, non possono e non devono essere lasciati soli
e gravati di responsabilità insostenibili. Tanto più se pensiamo
che molte di queste possibilità si trovano ancora in fase sperimentale ed
hanno una grande rilevanza socio-sanitaria nell'ambito della salute e della
sanità [14]. È certamente in causa la vera umanizzazione
della scienza e della tecnologia medica, vale a dire, anche nel campo della
medicina va costruita "quella civiltà dell'amore e della vita senza
la quale l'esistenza delle persone e della società smarrisce il suo
significato più autenticamente umano" [15]. Ecco il principale
intento della presente Carta: garantire la fedeltà etica
dell'operatore sanitario perché costruisca, nelle sue scelte e nei suoi
comportamenti a servizio della vita, quella civiltà dell'amore e della
vita, auspicata dall'Autore della
Evangelium vitae. Ed è per questo che la Carta segue
quale riferimento di riflessioni etico-religiose e pastorali la traccia
dell'esistenza umana: il generare, il vivere, il morire [16].
3.1. La responsabilità di fronte alla dignità della
procreazione umana
La generazione di un nuovo essere umano è, allo stesso tempo,
un evento profondamente umano ed altamente religioso, in quanto coinvolge
l'amore unitivo dei coniugi quale gesto di collaborazione con Dio Creatore. Da
qui risulta già evidente che gli operatori sanitari sono chiamati ad
aiutare i coniugi-genitori "a procreare con responsabilità,
favorendone le condizioni, rimuovendone le difficoltà e tutelandoli da un
tecnicismo invasivo e non degno del procreare umano" [17]. In questo
servizio, la morale distingue giustamente tra manipolazione terapeutica e
manipolazione
alterativa del patrimonio genetico umano. "Nessuna utilità
sociale o scientifica e nessuna motivazione ideologica potranno mai motivare un
intervento sul genoma umano che non sia terapeutico, cioè in se stesso
finalizzato al naturale sviluppo dell'essere umano" [18]. La ragione di
questo "no assoluto" va colta nella dignità stessa della
procreazione umana in quanto il nuovo essere umano che nasce dall'unione
coniugale "porta con sé una particolare immagine e somiglianza di
Dio stesso: nella biologia della generazione è inscritta la
genealogia della persona" [19]. Il concepimento e la generazione di un
nuovo essere umano non sono un prodotto di leggi della biologia, ma un evento di
cooperazione coniugale alla continuazione della creazione divina. A questo
punto la Carta precisa che la collaborazione procreatrice da parte dei
coniugi non è soltanto il criterio della differenza antropologica e
morale tra metodi naturali e mezzi artificiali, ma anche il criterio valutativo
in materia di procreazione artificiale. "La dignità della persona
umana esige che essa venga all'esistenza come dono di Dio e frutto dell'atto
coniugale, proprio e specifico dell'amore unitivo e procreativo tra gli sposi,
atto che per la sua stessa natura risulta insostituibile" [20]. Ecco perché
è più giusto l'appello alla responsabilità degli operatori
sanitari di favorire questa concezione umana e cristiana della sessualità,
rendendo accessibili ai coniugi, e prima ancora ai giovani, le conoscenze
necessarie per un comportamento responsabile e rispettoso della peculiare dignità
della sessualità umana, in genere, e dell'atto coniugale in particolare
[21]. Gli operatori sanitari dovrebbero, soprattutto, aiutare i coniugi a
cogliere la differenza antropologica e morale tra assistenza naturale e
sostituzione artificiale in materia di procreazione. Quanto a quest'ultima essi
dovrebbero chiarire la illeceità della fertilizzazione in vitro con embryo
trasfer non solo eterologa ma anche omologa. Ovviamente questo giudizio
morale concerne soltanto le modalità della fecondazione e, per nulla,
l'essere umano in questione, che va sempre accolto come dono di Dio ed educato
con grande amore [22]. Il servizio alla vita degli operatori sanitari inizia,
dunque, con favorire questo massimo rispetto per l'originalità del
generare umano.
3.2. La responsabilità della salute e del vivere umano
Fin dalla fecondazione ha inizio, sotto la sapiente e amorosa
protezione di Dio, quel meraviglioso processo di una nuova vita umana. Agli
operatori sanitari e, in particolare, a ginecologi e ostetriche "spetta di
vegliare con sollecitudine sul mirabile e misterioso processo della generazione
che si compie nel seno materno, allo scopo di seguirne il regolare svolgimento e
di favorirne il felice esito con la venuta alla luce della nuova creatura"
[23]. Essi devono ricordarsi, anzitutto, la singolare dignità di ogni
vita umana: la dignità di persona, creata a immagine e somiglianza di
Dio. Gli operatori sanitari devono, soprattutto, tener presente che ogni persona
è una unità di corpo ed anima, per cui attraverso il corpo viene
raggiunta la persona stessa nella sua realtà concreta. "Ogni
intervento sul corpo umano non raggiunge soltanto i tessuti, gli organi e le
loro funzioni, ma coinvolge anche a livelli diversi la stessa persona"
[24]. Da ciò segue che il corpo, essendo una realtà tipicamente
personale perché rivela la persona nella sua relazione con Dio, con gli
altri e con il mondo, è fondamento e fonte di esigibilità morale.
Non si può disporre del corpo come di un oggetto di appartenenza, come
una cosa o uno strumento di cui si è padroni e arbitri. Ecco perché
non tutto ciò che è tecnicamente possibile può ritenersi
moralmente ammissibile [25]. La finalità intrinseca della professione
degli operatori sanitari è l'affermazione del diritto dell'uomo alla sua
vita e alla sua dignità. Il loro corrispettivo dovere è, pertanto,
quello della tutela profilattica e terapeutica della salute e del miglioramento
della vita delle persone. "La malattia e la sofferenza infatti non sono
esperienze che riguardano soltanto il sostrato fisico dell'uomo, ma l'uomo nella
sua interezza e nella sua unità somatico-spirituale" [26]. Diagnosi,
terapia e riabilitazione hanno, perciò, di mira non solo il bene e la
salute del corpo, ma il benessere integrale della persona. A questo punto si
pone la questione della impossibilità di guarire il malato. Allora,
l'operatore sanitario è sempre tenuto a praticare tutte le cure
proporzionate, ma può lecitamente interrompere le cure sproporzionate
[27]. Qui è molto importante la questione della umanizzazione del dolore
mediante la analgesia e la anestesia. Anche se, per il cristiano il dolore ha un
alto significato penitenziale e salvifico, la stessa carità cristiana
esige dagli operatori sanitari l'alleviamento della sofferenza fisica [28]. È
qui che, in maniera più urgente, entra in questione il diritto
fondamentale del malato alla cura pastorale e al sacramento dell'Unzione
degli infermi. Ogni operatore sanitario è tenuto a creare le
condizioni affinché, a chi la chiede, sia espressamente sia
implicitamente, venga assicurata l'assistenza religiosa. "L'esperienza,
infatti, insegna che l'uomo, bisognoso di assistenza sia preventiva sia
terapeutica, svela esigenze che vanno oltre la patologia organica in atto. Dal
medico egli non si attende soltanto una cura adeguata cura che, del resto, prima
e dopo finirà fatalmente per rivelarsi insufficiente - ma il sostegno
umano di un fratello, che sappia renderlo partecipe di una visione della vita,
nella quale trovi senso anche il mistero della sofferenza e della morte. E dove
potrebbe essere attinta, se non alla fede, tale pacificante risposta agli
interrogativi supremi dell'esistenza?" [29].
3.3. Assistenza fino al compimento naturale
Quando le condizioni di salute si deteriorano in modo irreversibile
e letale, ossia quando l'uomo entra nello stadio terminale del suo esistere
terreno, gli operatori sanitari sono chiamati a dare una speciale assistenza al
morente. "Mai come in prossimità della morte e nella morte stessa
occorre celebrare ed esaltare la vita... L'atteggiamento davanti al malato
terminale è spesso il banco di prova del senso di giustizia e di carità,
della nobiltà d'animo, della responsabilità e della capacità
professionale degli operatori sanitari, a cominciare dai medici" [30]. E il
momento di sottrarre il morire al fenomeno della medicalizzazione, preoccupata
prevalentemente del-l'aspetto biofisico della malattia. In questa fase, la prima
cura è una presenza amorevole piena di attenzioni e di premure, che
infondono fiducia e speranza perché al rifiuto della morte subentri la
sua accettazione. Impotenti davanti al mistero della morte, la fede cristiana è
l'unica sorgente di serenità e di pace. Perciò, la testimonianza
di fede e di speranza in Cristo dello stesso operatore sanitario ha un ruolo
determinante. Realizzare una presenza di fede e di speranza è per i
medici e infermieri la più alta forma di umanizzazione e di
cristianizzazione del morire. Nel malato terminale, il diritto alla vita diventa
un diritto a morire in tutta serenità e con la massima dignità
umana e cristiana. Questo diritto esclude ogni forma di accanimento terapeutico
e, ancora di più, ogni ricorso a porre fine alla vita [31]. "L'eutanasia
sconvolge il rapporto medico-paziente. Da parte del paziente, perché
questi si rapporta al medico come a colui che può assicurargli la morte.
Da parte del medico, perché egli non è più assoluto garante
della vita: da lui l'ammalato deve temere la morte. Il rapporto medico-paziente
è una relazione fiduciale di vita e tale deve restare. L'eutanasia è
«un crimine» cui gli operatori sanitari, garanti sempre e solo della
vita, non possono cooperare in alcun modo" [32]. Lo stesso vale per
l'aborto, anche se il caso della salute della madre, dell'aggravio di un figlio
in più, di una grave malformazione fetale, di una gravidanza originata da
violenza sessuale implicano beni molto importanti. Infatti, la vita è un
bene talmente primario e così fondamentale perché possa essere
posta a confronto, di parità o addirittura di inferiorità, con
certi inconvenienti anche gravissimi [33]. A questo punto la sintesi dell'etica
ippocratica e morale cristiana è incontestabile: tanto l'etica
ippocratica quanto la morale cristiana delegittimano ogni forma di aborto
diretto e di eutanasia diretta sia essa attiva o passiva, perché si
tratta di un'atto soppressivo della vita prenatale e di un'atto omicida che
nessun fine può legittimare [34]. Da qui risulta la diversità
del diritto a morire con dignità umana e cristiana. "Questo è
un diritto reale e legittimo, che il personale sanitario è chiamato a
salvaguardare. curando il morente e accettando il naturale compimento della
vita. C'è radicale differenza tra «dare la morte» e «consentire
il morire»: il primo è atto soppressivo della vita, il secondo è
accettarla fino alla morte" [35]. Proprio in questa accettazione della
fine della vita terrena, ogni fedele servitore della vita vigila su questo
compiersi della volontà di Dio. Egli non si ritiene, per nessuna ragione,
arbitro della morte, come e perché non si ritiene, per nessun fine,
arbitro della vita di alcuno [36]. Anzi, è allora più che mai
consolante per il morente che l'operatore sanitario testimonia che la piena
partecipazione alla vita divina è il fine a cui l'uomo che vive in questo
mondo è orientato e chiamato. E allora più che mai confortante far
sperimentare al malato terminale la presenza sacramentale di Cristo, "Verbo
della vita" mediante l'Unzione degli Infermi. "Tutto l'uomo ne
riceve aiuto per la sua salvezza, si sente rinfrancato dalla fiducia in Dio e
ottiene forze nuove contro le tentazioni del maligno e l'ansietà della
morte" [37]. Lo stesso, e ancora di più, vale per l'incontro
eucaristico come Viatico del corpo e del sangue di Cristo; secondo le parole
stesse di Cristo esso munisce del pegno della risurrezione: "Chi mangia la
mia carte e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò
nell'ultimo giorno".
Conclusione
Spero di aver dimostrato quanto scrive, nella prefazione, il nostro
presidente, il Signor Cardinale Fiorenzo Angelini, che nessuno dei complessi
problemi, posti dal-l'indissociabile rapporto esistente tra medicina e morale,
può attualmente considerarsi terreno neutro nei confronti dell'etica
ippocratica e della morale cristiana. Per questo la
Carta degli Operatori Sanitari ha rigorosamente rispettato l'esigenza di
offrire una sintesi organica ed esauriente della Chiesa, a partire da Pio XII,
su tutto quanto attiene all'affermazione, in campo sanitario, del valore
primario e fondamentale della vita di ciascun essere umano dal suo concepimento
fino alla sua morte naturale [38]. Concludo, di proposito, con una
particolare attenzione al progresso e alla diffusione della medicina e chirurgia
dei trapianti che consentono la cura e la guarigione di molti malati fino a poco
tempo soltanto terminali. Si tratta di una sfida ad amare, in maniera del tutto
nuova, il prossimo per mezzo della donazione di organi perché questo
possa continuare a vivere. Il prelievo degli organi nei trapianti omoplastici può
avvenire, naturalmente entro i limiti posti dalla stessa natura umana, da
donatore vivo o cadavere [39]. Nel primo caso il prelievo è legittimo a
condizione che si tratti di organi il cui espianto non implica una grave e
irreparabile menomazione per il donatore. Nel secondo caso è sempre da
rispettare il cadavere come cadavere umano, anche se non ha più la dignità
di soggetto e il valore di fine di una persona vivente. L'atto medico del
trapianto rende, dunque, possibile l'atto di oblazione del donatore quale dono
sincero di sé che esprime così la sua essenziale chiamata umana e
cristiana all'amore e alla comunione [40]. Qui è paradigmatica
l'intenzione di tutta la Carta degli Operatori Sanitari sul servizio
alla vita, vale a dire, rispondere all'appello di Cristo: "Vade et
fac similiter".
P. Bonifacio Honings, O.C.D. Consultore della
Congregazione per la Dottrina della Fede e del Pontificio Consiglio della
Pastorale per gli Operatori Sanitari
NOTE 1 Genesis 2, 7; cfr. ibidem, 2, 5-6 2 Catechismo
della Chiesa Cattolica, 366. 3 Giobbe, 34, 14-15. 4
Ezechiele, 37, 14. 5 GIOVANNI PAOLO II, Evangelium vitae,
53; in seguito citerò, EV. 6 Cfr. Ibidem. 7 FIORENZO
ANGELINI, Quel soffio sulla creta, Roma 1990, p. 377- 378. 8
Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari,
Carta degli Operatori Sanitari, Città del Vaticano 1995, Quarta
edizione, n. 1; in seguito citerò, Carta. 9
Carta, 2. 10 Sap. 11, 26. 11 Cfr. Carta,
4. 12 Carta, 5. 13 Citato in Carta, 5. 14 Cfr.
Carta, 8. 15 EV, 27, citato in Carta, 9. 16 Cfr.
Carta, 10. 17 Carta, 11. 18 GIOVANNI PAOLO II,
All'Unione Giuristi Cattolici Italiani, 5 dic. 1987, in
Insegnamenti X/3 (1987) 1295, citato in Carta, 13. 19
Carta, 15. 20 Carta, 22. 21 Cfr. Carta, 20- 23. 22
Cfr. Carta, 24-30. 23 Carta, 36. 24
Carta, 40. 25 Cfr. Carta, 44. 26 Carta,
53. 27 Cfr. Carta, 64-65. 28 Cfr. Carta, 68- 71. 29
GIOVANNI PAOLO II, Al Congresso Mondiale Cattolici, 3 ottobre 1982, in
Insegnamenti V/3, 1982, p. 675, n. 6, citato nella
Carta, nota 212. 30 Carta, 115. 31 Cfr. Carta,
119; 147-148. 32 Carta, 150. 33 Cfr. Carta,
141. 34 Cfr. Carta, 139; 147. 35 Carta, 148. 36
Cfr. Carta, 114. 37 Carta, 111. 38 Cfr. Carta,
p. 5. 39 Cfr. Carta, 83. 40 Cfr. Carta, 86-91.
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