COMMENTO DI WILLIAM HENN,
O.F.M. cap.
Il dono dell'autorità cerca di approfondire e di
estendere l'accordo su uno dei temi più difficili che il movimento
ecumenico si trova ad affrontare. Il documento stesso riconosce
esplicitamente questo, e tuttavia non rinuncia ad assumere una posizione
coraggiosamente positiva: «C'è un vasto dibattito sulla natura
e l'esercizio dell'autorità sia all'interno delle chiese sia nella
società più ampia. Gli anglicani e i cattolici vogliono
testimoniare, sia alle chiese sia al mondo, che l'autorità
rettamente esercitata è un dono di Dio per portare riconciliazione
e pace all'umanità».1
Se questo testo non dovesse dare altro frutto che, di tanto in tanto,
far venire in mente ai suoi lettori e a coloro ai quali capita di gettare
uno sguardo al suo titolo che i concetti di «autorità» e «dono»
si armonizzano, allora esso avrebbe già svolto un prezioso servizio
per l'unità dei cristiani. Non ci potrà mai essere
riconciliazione tra le comunità cristiane divise riguardo al tema
dell'autorità se queste comunità non vedranno l'autorità
come qualcosa di positivo.
Ma a prescindere dal beneficio pratico di favorire una maggiore unità,
un approccio positivo all'autorità che la consideri come un dono di
Dio è necessario soprattutto perché tale approccio è
giusto. Infatti, Dio vuole che la chiesa sia guidata dalla sua amorevole
autorità, che è attiva nelle missioni salvifiche del Figlio
e dello Spirito Santo. Il vangelo di Matteo si chiude con queste parole
ispiratrici e confortanti di Gesù: «Mi è stato dato
ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le
nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che io vi ho
comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»
(Mt 28,18-20).
Questa autorità è condivisa in modo specifico con coloro
che, nella successione apostolica, sono ordinati al ministero episcopale e
ai quali è affidato il compito di servire l'unità della
chiesa nella fede e nella carità. Nell'adempimento di questo
ministero, secondo le necessità del momento e delle circostanze,
essi hanno il dovere di prendere decisioni su questioni relative alla
dottrina e alla vita della chiesa. Queste sono convinzioni che, al tempo
della divisione tra la Chiesa d'Inghilterra e la Chiesa cattolica romana,
non furono oggetto di discussione tra le due comunità. L'ARCIC II
vuole affermarle ancora una volta, e farlo nel contesto di una riflessione
ecclesiologica sulla natura e l'esercizio dell'autorità nella
chiesa in generale. Questo contesto rende poi possibile un tentativo
sereno e prudente di conseguire una comprensione comune di ciò che
è stato un motivo di controversia al tempo della rottura
tra le due comunità: il ministero primaziale del vescovo di Roma al
servizio dell'unità universale.2
Un'altra caratteristica del presente testo è la sua «cattolicità»,
nel senso pieno e ricco del termine, secondo cui sia gli anglicani sia i
cattolici hanno entrambi considerato se stessi «cattolici».
Questa qualità è particolarmente evidente nel rifiuto
assoluto del documento di lasciarsi impigliare in false espressioni
disgiuntive, o di contrapporre aspetti della vita cristiana che in realtà
devono essere tenuti insieme in complementarità. Il dono
dell'autorità, quindi, rifiuta di contrapporre libertà e
obbedienza. Gesù che rivela la verità che fa liberi (Gv
8,31) è lo stesso la cui assunzione piena della volontà del
Padre potrà essere giustamente definita «obbedienza
vivificante» (cf. n. 10). O, ancora, non ci può essere il
problema di scegliere tra la fede del singolo individuo e la fede della
chiesa (cf. nn. 11-13). Esse si armonizzano. Analogamente, allo scopo di
discernere la volontà di Dio, la chiesa non si trova di fronte
all'opzione di consultare o la Scrittura o la Tradizione, ma ambedue. Il
presente testo dimostra precisamente che varie simili dicotomie sono false
dicotomie. Nessuna adeguata ecclesiologia può essere soddisfatta da
un elenco di o/o come questo: o la parola di Dio o l'autorità della
chiesa, o il ministero ordinato o i laici, o la chiesa locale o la chiesa
universale, o la sinodalità o il primato. Il disaccordo
sull'autorità spesso deriva dall'errore di contrapporre due realtà
o due valori o due soggetti che semplicemente non dovrebbero essere
contrapposti. La peculiarità de Il dono dell'autorità
intende continuamente evidenziare questa idea.
Il risultato di questa cattolicità teologica è un testo
che è molto ricco da un punto di vista ecclesiologico. Non avrò
la pretesa di valutare la sua efficacia nel riflettere il patrimonio
dottrinale anglicano, ma i cattolici in questo documento troveranno molte
risonanze dei temi con cui hanno acquisito familiarità a partire
dal concilio Vaticano II e dagli scritti dei papi Paolo VI e Giovanni
Paolo II. In realtà, in quelli che sono forse alcuni dei paragrafi
più notevoli che siano apparsi nel dialogo ecumenico fino a oggi,
c'è uno sforzo di riaffermare alcune delle dottrine essenziali
della Pastor aeternus del Vaticano I sul primato e l'infallibilità
del papa (nn. 45-48).
I. Edificare sugli accordi precedenti
Il testo si compone di quattro parti, la prima delle quali è
retrospettiva. Essa guarda al passato e tenta di sintetizzare le
convergenze che sono già state raggiunte nei testi precedenti
dell'ARCIC sull'autorità (la «Dichiarazione di Venezia»
del 1976 e il «Chiarimento» e la «Dichiarazione di Windsor»
del 1981). Utilissime alla Commissione di dialogo nel delineare i temi
precisi che sarebbero stati esaminati in questo terzo documento
sull'autorità sono state le risposte ufficiali ai testi precedenti
offerte dalla Comunione anglicana nel 1988 e dalla Chiesa cattolica romana
nel 1991. Queste risposte ufficiali hanno aiutato la Commissione a esporre
il suo obiettivo preciso, e cioè cercare un accordo ulteriore sulle
seguenti questioni: «Il rapporto tra la Scrittura, la Tradizione e
l'esercizio dell'autorità di magistero; collegialità,
conciliarità e ruolo dei laici nel processo decisionale; il
ministero petrino del primato universale in relazione alla Scrittura e
alla Tradizione» (n. 3).
Il fatto che Il dono dell'autorità tenti di fare
progressi proprio riguardo alle questioni che sono state considerate dalle
risposte ufficiali come bisognose di un lavoro ulteriore è
importante per collocare il suo ruolo nell'accertare il grado di accordo
tra anglicani e cattolici riguardo all'autorità. Questo accordo sarà
più ampio e profondo di quanto si limita a esprimere il presente
testo, proprio perché quest'ultimo, fino a un certo punto, è
circoscritto ai problemi non sufficientemente risolti dagli accordi
precedenti. Temi come il ministero dell'episkope, del primato
regionale, della giurisdizione, dello ius divinum e dei testi
petrini del Nuovo Testamento ricevono notevole attenzione nei documenti
precedenti, e questo non bisognerebbe dimenticarlo. Si deve, quindi,
prendere seriamente il sottotitolo Autorità nella Chiesa III.
II. Autorità nella Chiesa
Questa e la III parte rappresentano quello che è precisamente il
nuovo livello di accordo raggiunto da Il dono dell'autorità.
La II parte considera l'autorità in riferimento alla chiesa locale
e alla chiesa universale (nn. 13-14; 27-28; 30), alla Scrittura e alla
Tradizione (nn. 14-23) e all'apostolicità e cattolicità (nn.
16-17; 26-27). L'intero popolo di Dio è il destinatario della
parola di Dio, trasmessa nella Scrittura e nella Tradizione (n. 28).
All'interno dell'intero popolo, un'attenzione speciale è riservata
al rapporto tra il singolo credente e la chiesa locale (nn. 11-13) e al
rapporto tra coloro ai quali è affidato il ministero dell'episkope,
da un lato, e l'intero popolo dotato del dono del sensus fidei,
dall'altro (nn. 24-30). I paragrafi seguenti cercheranno di elaborare
alcuni dei rilevanti temi della II parte.
Prima di tutto, la considerazione dell'autorità, che ha come la
funzione di Leitmotiv del testo, è molto evidente dalla
felice scelta di fare del termine ebraico «Amen» una sorta di
ritornello, che connota l'atto e l'atteggiamento di fede biblici. «In
Gesù Cristo, Figlio di Dio e nato da donna, il "sì"
di Dio all'umanità e l"Amen" dell'umanità a
Dio sono diventati una realtà umana concreta. Questo tema del "sì"
di Dio e dell"Amen" dell'umanità in Gesù
Cristo è la chiave della trattazione dell'autorità in questa
dichiarazione» (n. 8).
Di volta in volta i vari temi trattati, come l'atto di fede del singolo
credente, la fede della chiesa locale, la recezione della Tradizione e
della Scrittura o la cattolicità che unisce le chiese locali nel
tempo e nello spazio, sono tutti presentati nel contesto positivo dell'«Amen»
detto a Dio in risposta al «sì» di Dio agli esseri umani.
Questo filo d'oro si prolunga nelle restanti parti del documento, in modo
tale che l'ultima frase del testo riunisce in maniera illuminante tutte le
affermazioni che sono state fatte in precedenza, collocandole precisamente
entro il quadro della ricerca di una comunione piena: «In tal modo,
l'"Amen" che gli anglicani e i cattolici dicono all'unico
Signore si avvicina a essere un "Amen" detto insieme dall'unico
popolo santo che rende testimonianza della salvezza e dell'amore
riconciliante di Dio in un mondo lacerato» (n. 63). In questo modo,
la Commissione ha saggiamente deciso di ricordare che lo stesso abituale e
indiscusso atto del dire «Amen» è pertinente alla
questione dell'autorità nella chiesa. L'esercizio dell'autorità
nella chiesa e l'accettazione di questo esercizio devono essere intesi
come parte dell'«Amen» della chiesa a Dio.
Questo approccio positivo è rafforzato dal fatto che la II parte
si apre con diversi paragrafi che sono fortemente biblici e trinitari. Il
materiale biblico fa appello alla fede cristiana nella normatività
della parola di Dio. La Scrittura sanziona un atteggiamento positivo verso
l'autorità. Gesù stesso è il modello
dell'accettazione dell'autorità del Padre e dell'obbedienza a essa
nella potenza dello Spirito Santo. Il tema trinitario illustra ciò
che è stato proposto come un valido principio metodologico da
utilizzare nel dialogo ecumenico dal decreto sull'ecumenismo del Vaticano
II, Unitatis redintegratio, n. 11, che richiamava l'attenzione
sull'ordine o «gerarchia» che esiste tra le verità di
fede. Quando la questione dell'autorità ecclesiale è posta
nel contesto delle verità centrali della fede, dell'economia del
Dio uno e trino di determinare la salvezza del genere umano, esso appare
in una luce molto più positiva. Per questo motivo, Il dono
dell'autorità si rivelerà più convincente e più
credibile non solo per gli anglicani e per i cattolici, ma anche per i
membri delle altre comunità.
Il rapporto fra Tradizione e Scrittura, interpretazione magisteriale e
recezione domina la II parte de Il dono dell'autorità. Il
testo assume la Tradizione come suo punto di partenza, facendo
esplicitamente riferimento alla famosa dichiarazione della Commissione
Fede e costituzione di Montreal del 1963 (nn. 14-18). In questa sezione il
lettore ha la possibilità di osservare la qualità
eccezionalmente sintetica del testo. Lo Spirito Santo guida il processo
della tradizione (pneumatologia) attraverso il ministero della Parola
e del sacramento e nella vita comune del popolo di Dio (le
tre dimensioni della comunione che corrispondono alla funzione di Cristo
profeta, sacerdote e pastore: n. 14; cf. Lumen gentium,
nn. 13-14 e Unitatis redintegratio, n. 2). La Tradizione è
un «canale dell'amore di Dio», «necessaria all'economia di
grazia», un «atto di comunione» che «unisce le chiese
locali» l'una con l'altra e «con quelle che le precedettero
nell'unica fede apostolica». Quindi il processo della tradizione è
un processo di «recezione costante e incessante» in circostanze
e tempi diversi. Esso suscita l'«Amen» che unisce la chiesa
intera nel rispondere al «sì» di Dio all'umanità
(nn. 15-16). Yves Congar ha più volte sottolineato la qualità
profondamente sintetica che caratterizzava gli scritti di tanti padri
della chiesa. Appare chiaro che anche questo testo gode di una tale forza
sintetica. I suoi autori hanno giustamente scelto di impiegare il modo di
pensare patristico.
La Scrittura è collocata nel contesto della Tradizione. Essa
occupa un «posto normativo» perché è «ispirata
in maniera specialissima»; è perciò «autoritativa
in maniera unica e speciale». La trattazione della Scrittura colpisce
per la grande attenzione che pone ai problemi ermeneutici. Il modo in cui
è avvenuta la composizione dei libri del Nuovo Testamento nel
contesto dei problemi concreti che si trovarono a dover affrontare le
comunità locali esistenti nell'epoca apostolica risulta molto
congeniale all'approccio storico-critico adottato dalla maggior parte dei
biblisti (cf. nn. 20-21). Tuttavia, anche qui si trova equilibrio.
L'interpretazione non è semplicemente riservata agli studiosi, ma è
piuttosto un'attività ecclesiale. «Il significato del Vangelo
di Dio rivelato è compreso pienamente solo all'interno della chiesa»
(n. 23). Questo paragrafo del testo non solo afferma la necessità
della fede come un prerequisito ermeneutico senza il quale è
impossibile un'adeguata interpretazione della Bibbia, ma osserva anche che
«la fede della comunità precede la fede del singolo individuo»
(n. 23). È del tutto convincente vedere in questa trattazione
dell'autorità della Scrittura che l'interpretazione del singolo
individuo è presentata come guidata da quella della comunità
e contribuisce a essa. Quando il n. 23 afferma che «la chiesa non può
essere descritta in termini propri come un insieme di singoli individui
credenti, e neppure la sua fede può essere considerata la somma
delle fedi possedute da singoli individui», è difficile che un
cattolico non si ricordi che frasi simili sono state usate da papa
Giovanni Paolo II quando ha parlato del rapporto dei vescovi con il
collegio episcopale,3 o dalla Congregazione per la dottrina della fede in
riferimento all'unità delle chiese locali all'interno della chiesa
universale.4 Inoltre, il contenuto ermeneutico de Il dono dell'autorità
è in consonanza con il lavoro compiuto di recente dalla Commissione
Fede e costituzione sull'ermeneutica ecumenica. Sarebbe molto interessante
vedere in che misura i risultati di queste due commissioni possono essere
reciprocamente illuminanti.
A volte, le divisioni tra cristiani sono state fondate su una presunta
opposizione tra la Scrittura, che deve essere seguita dal momento che è
la parola di Dio, e la Tradizione, che è stata accusata di
contraddire la Scrittura con l'introduzione di novità. O ancora,
qualcuno ha visto un'opposizione tra l'obbedienza alla Scrittura e
l'obbedienza a coloro che esercitano l'autorità nella chiesa. Il
presente testo contiene diverse «perle», una delle quali
risponde in maniera puntuale a queste supposte opposizioni mostrando, in
modo molto convincente, l'armonia tra Scrittura, Tradizione, autorità
e obbedienza. «La formazione del canone delle Scritture fu parte
integrante del processo della tradizione. Il riconoscimento da parte della
chiesa di queste Scritture come canoniche, dopo un lungo periodo di
discernimento critico, fu nello stesso tempo un atto di obbedienza e di
autorità. Fu un atto di obbedienza in quanto la chiesa
riconobbe e ricevette il sì vivificante di Dio
attraverso le Scritture, accogliendole come la norma della fede. Fu un
atto di autorità in quanto la chiesa, sotto la guida dello
Spirito Santo, ricevette e trasmise questi testi, proclamando che erano
ispirati e che non si sarebbero potuti includere altri testi nel canone»
(n. 22).
I due paragrafi compresi sotto lo specifico sottotitolo «Recezione
e ri-recezione» contengono proposte che saranno molto gradite ai
cattolici, anche se io immagino che si potrebbe dire la stessa cosa anche
per gli anglicani. Prima di tutto, Il dono dell'autorità
afferma chiaramente che è l'intera Tradizione apostolica a essere
ricevuta dalla chiesa. La risposta ufficiale della Chiesa cattolica romana
alla disamina dell'ARCIC I sull'autorità aveva esplicitamente
evidenziato come un punto debole l'indicazione che solo le dottrine
centrali potrebbero essere oggetto d'insegnamento solennemente proclamato
da parte di coloro che esercitano l'autorità nella chiesa.5 Questo
sembrò indicare che la chiesa potesse in qualche modo considerarsi
al di sopra della rivelazione, proclamando quali sono le dottrine centrali
e normative e lasciando alla libertà del singolo credente quelle
che non sono ritenute centrali. Questo tema è stato ampiamente
discusso negli ultimi trent'anni, specialmente da parte di coloro che
hanno tentato di spiegare la compatibilità tra l'insegnamento del
Vaticano II riguardo alla «gerarchia delle verità» e
l'idea tradizionale che l'autorità di Dio sta al fondamento
dell'intera rivelazione, un'idea espressa, solo per fare un esempio, nella
Mortalium animos di Pio XI del 1928. Il nostro presente testo
rende una testimonianza inequivocabile del fatto che gli anglicani e i
cattolici sono convinti che l'«Amen» della chiesa è
pronunciato a tutta intera la rivelazione di Dio, e non solo a ciò
che può essere identificato come i suoi articoli più
fondamentali. Nello stesso tempo, esso illustra felicemente la gerarchia
delle verità, come notato sopra, quando collega organicamente le
sue diverse affermazioni l'una con l'altra e con le verità
fondamentali sulla Trinità come il fondamento ultimo della vita
della chiesa e dell'esercizio dell'autorità ecclesiale.
Inoltre, la recezione è presentata come un'attività in cui
la memoria della chiesa viene rinnovata e persino risanata. Secondo la mia
opinione, questo è uno dei temi più profondi e promettenti
connessi con il concetto teologico della recezione. Esso si accorda
felicemente con l'appello di Gesù alla conversione, la metanoia
e la trasformazione della mente e del cuore. In questo senso, il concetto
di «ri-recezione» può persino trovare un fondamento
veterotestamentario nel richiamo da parte dei profeti a ricordare
l'alleanza dimenticata e a riformare in tal senso la propria vita. Questo
è decisamente congeniale all'approccio cattolico all'ecumenismo,
che ha costantemente evidenziato la conversione come una parte
assolutamente necessaria del cammino verso la piena comunione. Papa
Giovanni Paolo II ha potuto coniare un'espressione nuova a questo
riguardo, parlando del «dialogo della conversione». «La
Chiesa cattolica deve entrare in quello che si potrebbe chiamare "dialogo
della conversione", nel quale è posto il fondamento interiore
del dialogo ecumenico. In tale dialogo, che si compie davanti a Dio,
ciascuno deve ricercare i propri torti, confessare le sue colpe, e
rimettere se stesso nelle mani di Colui che è l'intercessore presso
il Padre, Gesù Cristo. (
) Il "dialogo della conversione"
di ogni comunità con il Padre, senza indulgenze per se stessa, è
il fondamento di relazioni fraterne che siano una cosa diversa da una
cordiale intesa o da una convivialità tutta esteriore. I legami
della koinonia fraterna vanno intrecciati davanti a Dio e in
Cristo Gesù (Ut unum sint, n. 82; EV
14/2843).
La seconda parte si conclude con sei paragrafi che collegano l'autorità
con la cattolicità della chiesa. Vengono evidenziati vari punti
importanti. Prima di tutto, la chiesa è intesa come una totalità,
che si estende al di là del tempo e dello spazio (cf. n. 26). In
questo si potrebbe vedere una chiara opposizione a un'ecclesiologia che
considererebbe la chiesa locale come una comunità bastante a se
stessa. Lo stesso principio viene affermato, in modo ancor più
esplicito, nella trattazione della sinodalità che si trova nella
III parte: «La reciproca interdipendenza di tutte le chiese è
parte integrante della realtà della chiesa come Dio vuole che sia.
Nessuna chiesa locale che partecipa della Tradizione viva può
considerarsi autosufficiente» (n. 37).
Anche l'eucaristia, il vertice della vita della chiesa locale, rivela il
dinamismo inestirpabile che pone la comunità locale in comunione
con l'unità cattolica della chiesa intera. «Questa chiesa
locale è una comunità eucaristica. Al centro della sua vita
c'è la celebrazione della santa eucaristia in cui tutti i credenti
ascoltano e ricevono il sì che Dio rivolge loro in
Cristo. Nel grande rendimento di grazie, quando viene celebrato il
memoriale del dono di Dio nell'opera salvifica di Cristo crocifisso e
risorto, la comunità è unanime con tutti i cristiani di
tutte le chiese che, sin dall'inizio e fino alla fine, pronunciano lAmen
dell'umanità a Dio _ lAmen che secondo
l'Apocalisse si trova al cuore della grande liturgia celeste (cf. Ap 5,14;
7,12)» (n. 13).6
In secondo luogo, la chiesa «come totalità» è
presentata come l'unico soggetto atto a ricevere e a trasmettere la
Tradizione vivente. Laici, teologi e ministri ordinati hanno tutti la
responsabilità di ricevere e trasmettere la parola di Dio, ciascuno
secondo le sue specifiche capacità (n. 28). I cattolici
riconosceranno immediatamente l'affinità di questo paragrafo con il
n. 12 della Lumen gentium del Vaticano II, che afferma che «il
popolo santo di Dio partecipa pure alla funzione profetica di Cristo»
e che «la totalità dei fedeli» ha ricevuto «l'unzione
dello Spirito Santo (cf. 1Gv 2,20 e 27)». In questo contesto, Il
dono dell'autorità descrive il sensus fidei come «una
capacità attiva di discernimento spirituale, un intuito che è
formato dal culto e dalla vita di comunione come membro fedele della
chiesa» (n. 29). La discussione del sensus fidei, e della
nozione correlativa del sensus fidelium, sembra essere uno dei
modi principali in cui l'ARCIC II assolve il compito richiesto dalla
risposta ufficiale anglicana all'ARCIC I, che domandava che il dialogo
analizzasse ulteriormente «il ruolo dei laici nei processi
decisionali all'interno della chiesa».7 Il rapporto tra coloro che
esercitano l'episkope, il «ministero della memoria», da
un lato, e, dall'altro, l'intero popolo la cui recezione della parola di
Dio nella fede può essere riassunta nell'espressione sensus
fidelium, è descritto mediante l'analogia di una sinfonia.
Poiché lo Spirito Santo è operante nella chiesa, c'è
armonia tra episkope e sensus fidelium. Il «ministero
esercitato dal vescovo e dalle persone ordinate sotto la cura del vescovo»
è vigile e «attento al sensus fidelium, del quale
partecipano. (
) In tal modo il sensus fidelium del popolo di
Dio e il ministero della memoria coesistono insieme in rapporto reciproco»
(n. 30). Queste affermazioni sono vere. Nello stesso tempo, ci si chiede
se il testo non avrebbe fatto bene a considerare anche la concretissima
possibilità di tensioni all'interno della comunità, riguardo
a materie di fede e di ordinamento. Ritornerò su questo problema in
una sezione sui possibili miglioramenti che potrebbero rendere ancora più
solido l'accordo documentato nel presente testo.
III. L'esercizio dell'autorità nella chiesa
Qui va notato l'uso della parola «esercizio». Il dono
dell'autorità presenta un commento sullo stile con cui
l'autorità deve essere esercitata nella chiesa, facendo
specialmente riferimento all'«intenzione e all'esempio» di Gesù
e al suo «modo diverso», caratterizzato dal servizio di
donazione di sé (cf. nn. 5,9,35,48,49). Il testo non nasconde il
fatto che dell'autorità si può abusare, che essa può
essere deformata dalla peccaminosità o dalla limitatezza di coloro
che la esercitano (nn. 5,25,48). Ciò detto, la III parte non
riguarda semplicemente le virtù necessarie per esercitare l'autorità
nella chiesa, ma anche lo scopo, i soggetti e le caratteristiche di questo
esercizio. In tale sezione si può dire che vi sono cinque temi
specifici, ciascuno dei quali necessita di un breve commento: unità
per la missione, sinodalità, verità, primato e disciplina.
Unità per la missione
Dal semplice punto di vista del numero di paragrafi, la sezione dedicata
alla missione e all'unità sta al centro. Si potrebbe affermare che
essa è anche il cuore dottrinale dell'accordo. I paragrafi 32 e 33
cercano di fornire la raison d'être dell'autorità
nella chiesa. Qual è il suo scopo? Utilmente, la Commissione
colloca il suo scopo nel contesto dello scopo della chiesa come tale. La
chiesa esiste come uno strumento per continuare la missione di Cristo di
portare a compimento il regno di Dio. La natura stessa del Regno è
una natura di comunione.8 La missione della chiesa è quella di
essere uno strumento di comunione (cf. 1Gv 1,1-3). La mancanza di unità
danneggia questa missione; Gesù prega perché i suoi
discepoli siano una cosa sola, «perché il mondo creda»
(Gv 17,21). Il presente testo esprime felicemente questi punti: «Quando
i cristiani non sono d'accordo sul Vangelo stesso, la predicazione di esso
è compromessa nella sua potenza. Quando non sono una cosa sola
nella fede, non possono essere una cosa sola nella vita, e quindi non
possono dimostrare in pienezza di essere fedeli alla volontà di
Dio, che è la riconciliazione di tutte le cose al Padre per mezzo
di Cristo (cf. Col 1,20). (...) La sfida e la responsabilità che
incombono a coloro che hanno autorità nella chiesa è di
esercitare il loro ministero così da promuovere l'unità
della chiesa intera nella fede e nella vita in un modo che arricchisca _
piuttosto che diminuire _ la legittima diversità delle chiese
locali» (n. 33).
Da una prospettiva cattolica, questo è molto utile all'inizio di
una sezione che tratterà i temi dell'episcopato, della sinodalità
e del primato. La Lumen gentium, al n. 23, associa intimamente il
ministero dei vescovi e del papa con il ruolo di servire l'unità
della chiesa, e questo precisamente nel contesto della missione della
chiesa di annunciare il Vangelo al mondo intero.9 Si potrebbe dire che i
temi predominanti dell'ecclesiologia cattolica nel periodo successivo al
Vaticano II si coagulano tutti intorno ai temi della comunione (unità)
e della missione. Anche i sinodi generali più recenti, riguardanti
i laici, i ministri ordinati e coloro che si sono votati alla vita
consacrata, hanno tutti sviluppato la comprensione di queste vocazioni nei
termini dell'ecclesiologia duale della comunione e della missione. Papa
Giovanni Paolo II è stato guidato da queste analisi nella stesura
delle sue tre esortazioni apostoliche che sono state il frutto di questi
sinodi: Christifideles laici, Pastores dabo vobis e Vita
consecrata. Ora, ne Il dono dell'autorità, i membri
dell'ARCIC II ci hanno offerto due preziosi paragrafi sull'autorità
nella chiesa, ed esattamente sulla sua natura come comunione e come
missione.
Sinodalità
I paragrafi riguardanti la sinodalità (nn. 34-40) cominciano con
una splendida descrizione dell'intera chiesa, costituita dalla comunione
di tutte le chiese locali, come una comunità che cammina insieme
(giocando sulla parola greca synodos) sotto la guida dello Spirito
Santo nella fedeltà alla vivente parola di Dio. Seguono poi i
paragrafi più forti del documento sui vescovi. Essi hanno bisogno
di una certa autorità pastorale per esercitare efficacemente l'episkope
in una chiesa locale. Questo significa che essi devono essere capaci di
prendere e attuare decisioni per il bene della comunione. I fedeli «hanno
il dovere di ricevere e di accettare» queste decisioni. «La
giurisdizione dei vescovi è unicamente conseguenza della chiamata
che essi hanno ricevuto a guidare le loro chiese (
); non è
potere arbitrario dato a una persona sulla libertà degli altri».
C'è una complementarità tra il vescovo e la comunità
che è simboleggiata ed espressa dal dialogo religioso che avviene
tra il presidente e il popolo durante la celebrazione dell'eucaristia.
Queste affermazioni, tutte tratte dal n. 36, riescono ad armonizzare una
chiara e ferma autorità episcopale con un delicato rispetto per la
fede dei singoli credenti che formano la comunità. Questo è
il tipo di autorità che certamente si richiama a Gesù
stesso, pastore e vescovo delle anime (cf. 1Pt 2,25). La sezione prosegue
richiamando alcune delle strutture che rendono possibile l'espressione
della sinodalità, evidenziando che «il mantenimento della
comunione pretende che a ogni livello vi sia la capacità di
prendere quelle decisioni che sono appropriate a quel livello. Quando
queste decisioni suscitano problemi gravi per la più ampia
comunione delle chiese, la sinodalità deve trovare un'espressione
più ampia» (n. 37). Per attuare questa sinodalità i
vescovi hanno bisogno di riunirsi insieme. Anche la consultazione dei
fedeli sarà un aspetto necessario della loro supervisione
episcopale (n. 38). I paragrafi 39-40 offrono uninteressante
relazione dei modi diversi in cui gli anglicani e i cattolici esprimono la
sinodalità, di particolare interesse per le diverse accentuazioni
presenti nelle descrizioni. Il n. 39 esprime la fiducia diffusa nella
prassi della sinodalità e della consultazione dei laici nella
Comunione anglicana; ma sembra quasi dover «insistere troppo»
che i vescovi hanno una responsabilità «distinta e centrale»,
una «specifica responsabilità» di supervisione. Il n. 40,
sulla Chiesa cattolica romana, d'altra parte, prevede un forte esercizio
dell'autorità episcopale e primaziale ma sembra quasi dover «insistere
troppo» che «la tradizione della sinodalità non è
finita» e che i tre concili celebrati dalla Chiesa cattolica romana
dopo la Riforma e, specialmente, i molti cambiamenti strutturali attuati
dopo il Vaticano II hanno promosso un grado maggiore di sinodalità.
Il testo aggiunge: «Completando questa sinodalità collegiale,
una crescita nella sinodalità a livello locale sta promuovendo la
partecipazione attiva dei laici alla vita e alla missione della chiesa
locale» (n. 40). Questo dà l'impressione che la partecipazione
dei laici cattolici avvenga solo al livello della chiesa locale e quindi
può indebitamente ridurre al minimo la loro partecipazione al
livello nazionale, regionale o addirittura universale (ai sinodi generali,
per esempio). Queste due diverse accentuazioni compariranno di nuovo in
seguito, nella IV parte, quando la Commissione elenca alcuni problemi che
stanno di fronte rispettivamente agli anglicani e ai cattolici (nn.
56-57).
Verità
La sezione sulla perseveranza nella verità (nn. 41-44) tenta di
riunire insieme varie affermazioni che potrebbero sembrare in tensione
l'una con l'altra. Essa asserisce con chiarezza che gli anglicani e i
cattolici possono entrambi affermare l'indefettibilità e
l'infallibilità della chiesa. Proprio come il Vaticano I aveva
insegnato che il papa, sotto certe condizioni, è in grado di
esercitare «l'infallibilità di cui il divino Redentore ha
voluto fosse dotata la sua chiesa» (Denz 3074), così anche
l'ARCIC II osserva che la fiducia, fondata nella Bibbia, che i cristiani
giustamente hanno riguardo alla proclamazione della verità del
Vangelo si fonda sulla fiducia nella promessa di Gesù che lo
Spirito Santo non abbandonerà la chiesa nella sua universalità
e la guiderà nella verità tutta intera. Questa fiducia è
ciò che si intende con la nostra comune convinzione riguardo alla «indefettibilità»
della chiesa. Il testo cerca di armonizzare tale fiducia con l'esperienza
che lo sviluppo dottrinale, che alla fine può portare a
formulazioni nuove della fede, consiste in un prudente e attento processo
nel quale vengono verificate tali formulazioni. La «verifica» di
cui si parla qui dovrebbe essere intesa in linea con l'Essay on the
Development of Doctrine di Newman, che riporta come la chiesa sia
giunta a formulazioni nuove, come l'uso del termine homoousious
per descrivere il rapporto del Figlio con il Padre. Nel contesto della
indefettibilità, Il dono dell'autorità afferma
esplicitamente che è esattamente il ruolo del collegio episcopale «discernere
e impartire quell'insegnamento che può essere accolto con fiducia
perché esprime con sicurezza la verità di Dio». In
alcune circostanze i vescovi possono avere «un bisogno urgente di
verificare nuove formulazioni di fede» e possono persino, «assistiti
dallo Spirito Santo», «giungere insieme a un giudizio che,
essendo fedele alla Scrittura e coerente con la Tradizione apostolica, è
preservato dall'errore» (n. 42).
Una delle questioni cruciali nel presente testo appare precisamente a
questo punto, dove l'ARCIC II tenta di armonizzare l'autorità di
insegnamento infallibile del collegio dei vescovi con la recezione del suo
insegnamento da parte dell'universalità dei credenti. Al n. 43,
Il dono dell'autorità affronta una preoccupazione presente
in entrambe le risposte ufficiali ai testi dell'ARCIC I sull'autorità.
Come già rilevato, la risposta anglicana auspicava un
approfondimento ulteriore del ruolo dei laici nel processo decisionale
all'interno della chiesa. Il presente testo sembra portare a termine
questo compito, specialmente nelle sue riflessioni sul sensus fidelium
e sulla recezione, che sono entrambe discusse al n. 43. La risposta
cattolica romana ufficiale, d'altra parte, cita diversi passaggi
dall'ARCIC I, come: «(
) gli anglicani non accettano il possesso
garantito di un tale dono di assistenza divina nel giudizio,
necessariamente legato all'ufficio del vescovo di Roma, in forza del quale
le sue decisioni formali possono essere ritenute come pienamente sicure
prima dell'accettazione da parte dei fedeli».10
Questo testo riguarda linsegnamento del vescovo di Roma, ma la
questione centrale concerne la «recezione», che è
precisamente la questione trattata al n. 43, che ora ci interessa. La
risposta cattolica riassume come segue la sua preoccupazione riguardo a
tale questione: «Inoltre, in Autorità nella chiesa I,
Chiarimento, n. 3, viene nettamente affermato che la recezione di
una verità definita da parte del popolo di Dio "non crea la
verità né legittima la decisione". Tuttavia, come è
stato appena notato per quanto riguarda il primato, sembrerebbe che
altrove il Rapporto finale consideri "l'accettazione da parte
dei fedeli" necessaria affinché una decisione dottrinale del
papa o di un concilio ecumenico venga riconosciuta immune da errore (Autorità
nella chiesa II, nn. 27 e 31). Per la Chiesa cattolica, la conoscenza
certa di una verità definita non è garantita dalla recezione
da parte dei fedeli come conforme alla Scrittura e alla Tradizione, ma
dalla definizione autorevole stessa da parte degli autentici maestri».11
Come vengono affrontate tali questioni nel presente testo? In primo
luogo il testo afferma che l'universalità dei credenti partecipa
nei propri peculiari modi all'esercizio dell'autorità di insegnare
nella chiesa. Non dice che l'intero corpo dei credenti è il
detentore di quest'autorità di insegnare legata al collegio
episcopale, che il precedente n. 42 aveva indicato come un'autorità
che, in circostanze specifiche, può giungere a un giudizio che è
immune da errore. Qual è la natura di questa partecipazione? In
essa «è all'opera il sensus fidelium»,
presumibilmente come una di quelle fonti consultate dai vescovi prima di
prendere qualsiasi decisione. I vescovi non solo consultano la parola di
Dio come è espressa nella Scrittura e mandata nella Tradizione, ma
sono anche attenti al modo in cui questa Parola è stata ricevuta
dal popolo, che è guidato dal dono del sensus fidei e la
cui comprensione comune della Parola può essere chiamata sensus
fidelium. Il dono dell'autorità vuole dire che tale
partecipazione da parte dell'intero corpo non è solo antecedente
agli insegnamenti ufficiali, ma è anche conseguente. Il testo
prosegue: «Dal momento che è in gioco la fedeltà
dell'intero popolo di Dio, la recezione dell'insegnamento è parte
integrante del processo. Le definizioni dottrinali sono recepite come
autoritative in virtù della verità divina che esse
proclamano, e anche a motivo dell'ufficio specifico della persona o delle
persone che le proclamano all'interno del sensus fidei dell'intero
popolo di Dio» (n. 43).
Sembrerebbe qui che non è la recezione a costituire la condizione
che «garantisce» una definizione autoritativa. Piuttosto, se si
dovesse parlare di una «garanzia», l'ARCIC II direbbe che tali
definizioni sono «autoritative» «in virtù della
verità divina che esse proclamano, e anche a motivo dell'ufficio
specifico della persona o delle persone che le proclamano».
L'espressione «all'interno del sensus fidei dell'intero
popolo di Dio» non sembra fare della recezione la condizione per la
possibilità di una definizione dottrinale, ma piuttosto sembra
confermare le tesi espresse nei nn. 41 e 42, e anche prima nella Pastor
aeternus del Vaticano I, cioè che qualsiasi esercizio
dell'autorità di insegnare infallibile può alla fine essere
istituito solo come un esercizio di «quell'infallibilità di
cui Cristo ha voluto dotare la sua chiesa». Nondimeno, la recezione è
«parte integrante» di tali definizioni, perché il preciso
scopo di una definizione è esprimere la fede normativa della
chiesa, e di conseguenza la fede condivisa da tutti. Se l'insegnamento non
fosse recepito, non riuscirebbe a raggiungere questo scopo.
Perché l'universalità dei fedeli accetta una definizione
dottrinale? «(...) perché (...) riconosce che questo
insegnamento esprime la fede apostolica e agisce nell'autorità e
nella verità di Cristo, il capo della chiesa. La verità e
l'autorità del suo capo è la fonte dell'insegnamento
infallibile nel corpo di Cristo. Il sì di Dio rivelato
in Cristo è il criterio con il quale tale insegnamento autoritativo
viene giudicato. Tale insegnamento va accolto con gioia dal popolo di Dio
come un dono dello Spirito Santo per custodire la chiesa nella verità
di Cristo, il nostro Amen a Dio» (n. 43).
Da questo testo, sembra chiaro che non è l'accettazione da parte
dei singoli individui a servire come fonte di un insegnamento infallibile.
Piuttosto, questa fonte è Gesù Cristo, che è il capo
della chiesa e che agisce mediante la chiesa. Il dono dell'autorità
qui usa i due verbi «giudicare» e «accogliere» in
riferimento all'insegnamento infallibile. Può un insegnamento
essere a un tempo giudicato e accolto? Questo significa che un singolo
credente o che un gruppo di credenti, o che il corpo dei credenti nella
loro totalità, per così dire, si ergono a giudici al di
sopra delle definizioni solenni promulgate da un concilio ecumenico o da
un vescovo di Roma che intende insegnare nel modo descritto dal Vaticano
I?
Appare chiaro che non è questa l'intenzione del testo. Non è
che il credente goda di un'autorità maggiore di quella di Cristo, o
di quella che Cristo stesso esercita attraverso il collegio episcopale.
Suppongo che la combinazione di questi due verbi, invece, intenda
evidenziare, in questo contesto della recezione di un insegnamento
ufficiale, la stessa dottrina che papa Giovanni Paolo II ha indicato nel
contesto del rapporto tra filosofia e teologia, cioè che non ci può
essere conflitto definitivo tra fede e ragione.12 La fede dei credenti
coinvolge l'intera persona umana, la cui adesione intellettuale alla
dottrina coinvolgerà di conseguenza necessariamente la facoltà
di giudizio. Non si possono separare i due verbi del testo «accogliere»
e «giudicare» nella recezione di una determinata dottrina, come
se si potesse accogliere un insegnamento come un'interpretazione autentica
della parola rivelata di Dio anche se ci si trova del tutto incapaci di
giudicarla ragionevolmente passibile di essere considerata come tale. In
tale caso, la fede sarebbe ridotta a un cieco fideismo, giustamente
rigettato sia dalla Fides et ratio che dalla Dei Filius
del Vaticano I come indegno della dignità della persona umana
creata a immagine di Dio.
La sezione sulla verità si chiude con uniterazione del
ruolo e della responsabilità specifici del collegio episcopale, che
è «legato nella successione agli apostoli», a mantenere
la chiesa nella verità. In questo contesto, Il dono
dell'autorità riprende le affermazioni del Vaticano II secondo
cui i singoli vescovi insegnano in solidarietà con l'intero
collegio episcopale e che l'ufficio di insegnare deve essere fedele alla
Scrittura e alla Tradizione, perché «[il magistero] non è
superiore alla parola di Dio, ma a essa serve» (n. 14, che
cita il Vaticano II, Dei verbum, n. 10).
Primato
La sezione dedicata al primato (nn. 45-48) si apre riconoscendo
che la sinodalità della chiesa è servita non solo
dall'autorità conciliare e collegiale ma anche dall'autorità
primaziale. Ambedue le comunità riconoscono il ministero
primaziale, a vari livelli della vita ecclesiale. Il n. 46 riconosce
esplicitamente il suo debito nei confronti di quello che deve essere
considerato uno dei risultati più importanti dell'ARCIC I: il
riconoscimento comune non solo della necessità del ministero
primaziale al livello universale ma anche del fatto che questo ministero
sia esercitato dal vescovo di Roma. Se è vero che le origini della
divisione tra queste due comunità stanno «precisamente nel
problema del primato papale», come ha indicato il Rapporto di
Malta, allora all'ARCIC I si deve riconoscere il merito di aver già
compiuto un passo avanti storicamente importante.
La risposta ufficiale della Comunione anglicana alla trattazione del
primato dell'ARCIC I invitava a esaminare «(
) il fondamento
nella Scrittura e nella Tradizione del concetto di un primato universale,
unito alla collegialità, in quanto strumento dell'unità, il
carattere di tale primato, e a prendere in considerazione l'esperienza di
altre chiese cristiane nell'esercizio del primato, della collegialità
e della conciliarità».13
Riguardo a quella richiesta finale, il n. 4 de Il dono dell'autorità
accenna brevemente che sia gli anglicani sia i cattolici stanno cercando
di essere aperti all'esperienza delle altre chiese circa la natura e
l'esercizio dell'autorità. Il testo stesso in seguito non si
riferisce più esplicitamente alle altre chiese, anche se la sua
descrizione della chiesa come il luogo «dove è predicata la
parola di Dio e dove sono celebrati i sacramenti» (nn. 17-18)
sembra riecheggiare un tema ecclesiologico caro alla Riforma protestante,
mentre l'inquadramento del discorso sulla collegialità e sulla
conciliarità in termini di «sinodalità» (nn.
34-40; 45) sarà probabilmente congeniale al pensiero ortodosso.
Riguardo al fondamento nella Scrittura e nella Tradizione, il presente
testo richiama le più ampie riflessioni bibliche di Autorità
nella chiesa II, nn. 2-9, e aggiunge un testo e diversi esempi del
periodo patristico. L'accenno alle celebrazioni liturgiche anglicane di
due vescovi di Roma, Leone e Gregorio, è un'inserzione
particolarmente apprezzabile a questo punto. Il rapporto tra il primato e
la collegialità è affrontato in consonanza con il
collegamento dei due temi nella III parte de Il dono dell'autorità:
la sinodalità porta alla discussione della perseveranza nella verità
e poi alla trattazione del primato. Infine, il «carattere» del
primato, nel senso del suo scopo di servire l'unità, la sua origine
nel modello posto da Gesù stesso nella scelta di uno dei dodici, il
suo stile collegiale e la sua vulnerabilità per la debolezza del
suo detentore, tutti questi temi paiono affrontati ai nn. 46-48. In tal
modo si direbbe che il testo abbia affrontato tutti i problemi citati
nella risposta ufficiale anglicana.
Quali sono state le reazioni cattoliche romane alla trattazione del
primato da parte dell'ARCIC I? Le difficoltà dei cattolici
riguardano quelle che si potrebbero vedere come le due componenti generali
della dottrina del Vaticano I sul papato: primato e infallibilità.
Riguardo al primato, la risposta ufficiale ha messo in discussione
l'affermazione dell'ARCIC I secondo cui «"una chiesa al di fuori
della comunione con la sede romana può, dal punto di vista della
Chiesa cattolica romana, non mancare di nulla tolto il fatto di non
appartenere alla manifestazione visibile della piena comunione cristiana,
che è mantenuta nella Chiesa cattolica romana" (Autorità
nella chiesa II, n. 12)». Invece, a una tale chiesa «manca
più che la semplice manifestazione visibile di unità».14
L'ARCIC II sembra rispondere a questo quando afferma con chiarezza che «la
reciproca interdipendenza di tutte le chiese è parte integrante
della realtà della chiesa come Dio vuole che sia» (n.
37), e che «le esigenze della vita ecclesiale richiedono un esercizio
specifico dell'episkope al servizio della chiesa intera» (n.
46). Per sua stessa natura, la chiesa locale non è autosufficiente
(n. 37). Così è in gioco molto più che la semplice
manifestazione visibile dell'unità nella questione della comunione
con quel ministero che serve come un punto di riferimento per l'unità
della chiesa universale.
La risposta cattolica, inoltre, ha trovato l'ARCIC I inadeguato rispetto
alla fede cattolica sul fatto che «il primato del vescovo di Roma
appartiene alla struttura divina della chiesa» e che «il primato
dei successori di Pietro [è] qualcosa che promana dalla positiva
volontà di Dio e derivante dalla volontà e dall'istituzione
di Gesù Cristo».15 In risposta, l'ARCIC II ripete l'ARCIC I
nell'affermare che il «modello di complementarità tra gli
aspetti primaziali e conciliari dell'episkope al servizio della
koinonia delle chiese deve essere realizzato sul piano
universale» (sottolineatura mia). Le «esigenze della
vita ecclesiale richiedono un esercizio specifico dell'episkope al
servizio della chiesa intera» (sottolineatura mia). Il riferimento al
Nuovo Testamento distingue la scelta di Pietro da parte di Gesù
Cristo stesso, mentre il testo di s. Agostino parla della «riconosciuta
preminenza di Pietro» e mette in relazione le parole dette al solo
Pietro («A te consegno») con i carismi elargiti alla chiesa nel
suo complesso (tutti testi tratti dal n. 46). In tal modo Il dono
dell'autorità sembra voler dire che il ministero primaziale è
il ministero dell'esse e non del bene esse della chiesa.
Esso è richiesto. Inoltre, sia la testimonianza biblica sia quella
patristica presuppongono che l'iniziativa di dare alla chiesa ciò
di cui essa aveva bisogno è venuta da Gesù stesso.
Con questo non si vuole attribuire al testo un'interpretazione
fondamentalistica o della Scrittura o delle origini della chiesa. Il
concetto di ius divinum può e deve essere inteso in un modo
che gli permetta di essere in armonia con qualsiasi cosa possa emergere
come risultati conseguiti dalla ricerca storica rettamente effettuata. Le
recenti considerazioni della Congregazione per la dottrina della fede
riguardo al primato del successore di Pietro ammettono uno «sviluppo
dottrinale» e la «crescente chiarezza» riguardo a questo
ministero. Nello stesso tempo, la Congregazione sottolinea la continuità
in questo sviluppo, e che la crescente chiarezza ha riguardato la
convinzione che la chiesa ebbe fin dalle sue origini che «come esiste
la successione degli apostoli nel ministero dei vescovi, così anche
il ministero dell'unità, affidato a Pietro, appartiene alla perenne
struttura della chiesa di Cristo e che questa successione è fissata
nella sede del suo martirio».16 Affermando la sua necessità e
facendo riferimento a testi biblici e patristici che menzionano le parole
di Gesù dette specificamente a Pietro, che lo sceglie per un ruolo
che era in rapporto con la chiesa universale, che gli conferiva l'autorità
di esercitare poteri consegnati alla chiesa universale, si direbbe che
l'ARCIC II afferma sostanzialmente quello che anche la Congregazione
afferma riguardo al fondamento del primato nella volontà di Cristo
per la chiesa. È comprensibile che la trattazione del primato da
parte della Congregazione sia molto più estesa e le sue
affermazioni più esplicite. Eppure io penso che l'ARCIC sarebbe
capace di esprimere una dichiarazione breve come: «L'episcopato e il
primato, reciprocamente connessi e inseparabili, sono di istituzione
divina».17 Da quanto si dice nel testo nel suo complesso, questa
affermazione potrebbe essere accetta ad ambedue le comunità.
Come, dopo aver presentato l'esercizio sinodale dell'autorità da
parte del collegio episcopale in generale (nn. 34-40), Il dono
dell'autorità passa alla questione più specifica della
sua autorità di insegnare (nn. 41-44), così anche la sua
trattazione di un primato universale (n. 46) porta a un paragrafo
sull'autorità primaziale di insegnare (n. 47). Il testo chiaramente
prevede la possibilità di una «definizione solenne pronunciata
dalla cattedra di Pietro», dove quest'ultima espressione
evidentemente è ispirata dall'espressione latina ex cathedra
(dalla cattedra). Il n. 47, in modo analogo alla Pastor aeternus
del Vaticano I, afferma che tale capacità di insegnare deriva dal
ministero del primato ed è in qualche modo inclusa in esso: «La
recezione del primato del vescovo di Roma implica il riconoscimento di
questo specifico ministero del primate universale».18 L'intenzione
primaria di questo paragrafo sembra essere quella di prevenire ed evitare
le «difficoltà» e i «fraintendimenti» che sono
sorti al riguardo di questo particolare ministero del discernimento della
verità.
Chiunque abbia una certa dimestichezza con il Vaticano I si ricorderà
della famosa relatio del vescovo Vincent Gasser, portavoce della
Deputazione de fide del concilio, pronunciata l'11 luglio 1870,
discorso citato in quattro note del paragrafo principale sull'autorità
di insegnare e l'infallibilità del Vaticano II, e cioè il n.
25 della Lumen gentium! Il vescovo Gasser tentò di dare una
risposta ai timori espressi da alcuni vescovi cattolici che la definizione
dell'infallibilità del papa avrebbe attribuito al papa un'autorità
che avrebbe potuto imporre all'intera chiesa una dottrina solennemente
definita sul solo fondamento della sua decisione arbitraria.
L'argomentazione di Gasser si imperniava sull'interpretazione di tre
aggettivi: personale, separato e assoluto. In che senso l'infallibilità
del papa può essere qualificata mediante questi aggettivi? Riguardo
al terzo, Gasser dichiara esplicitamente (sua espressione) che «nullo
in sensu infallibilitatis pontificia est absoluta, nam infallibilitatis
absoluta competit soli Deo».19 In che senso personale? «Porro
infallibilitas dicitur personalis, ut sic excludatur distinctio inter
sedem et sedentem (
) Defendimus personalem Romani pontificis
infallibilitatem eatenus, quatenus haec praerogativa omnibus et singulis
legitimis Petri in cathedra eius successoribus ex Christi promissione
competit».20 Gasser prosegue e chiarisce che l'aggettivo «personale»
deve essere precisamente limitato al papa in quanto egli è «persona
publica, id est, caput ecclesiae in sua relatione ad ecclesiam universalem».21
Il vescovo nega esplicitamente che il papa è infallibile quando è
considerato come una persona privata o come un maestro privato.22 In che
senso l'infallibilità del papa è separata? «Dici
potest separata, seu potius distincta, quia fundata est in
speciali promissione Christi; et proinde etiam in speciali assistentia
Spiritus Sancti, quae non est una eademque cum illa, qua gaudet totum
corpus ecclesiae docentis iunctum cum suo capite».23
L'espressione «chiesa che insegna» in Gasser deve essere
intesa all'interno della distinzione prevalente a quel tempo tra la ecclesia
docens e la ecclesia discens. In tal modo essa significa il
collegio episcopale. A partire da questo contesto operativo, egli sarebbe
stato incapace di riconoscere una «partecipazione» all'autorità
di insegnare della chiesa da parte dei laici. Questa limitazione non deve
costituire un problema per noi oggi, quando una dottrina e una teologia
dei laici molto più adeguatamente sviluppate hanno evidenziato la
loro specifica condivisione della missione profetica di Gesù. Ma il
testo di Gasser qui è utile per cogliere i limiti entro i quali i
vescovi del Vaticano I intendevano l'insegnamento del vescovo di Roma come
«separato». Al confronto con quello del collegio episcopale, il
rapporto del primate con la chiesa universale è «prorsus
specialis; et huic conditioni speciali et distinctae respondet privilegium
speciale et distinctum. In hoc ergo sensu competit Romano pontifici
infallibilitas separata. Sed ideo non separamus pontificem ab
ordinatissima coniunctionem cum ecclesia. Papa enim solummodo est
infallibilis, quando omnium chrisitianorum doctoris munere fungens, ergo
universalem ecclesiam repraesentans, iudicat et definit quid ab omnibus
credendum vel reiiciendum. (
) Non separamus porro papam
infallibiliter definientem a cooperatione et concursu ecclesiae, saltem id
est in eo sensu, quod hanc cooperationem et hunc concursum ecclesiae non
excludimus (
) Hanc cooperationem ecclesiae tum ideo non excludimus,
quia infallibilitas pontificis Romani non per modum inspirationis vel
revelationis, sed per modum divinae assistentiae ipsi obvenit. Hinc papa
pro officio suo et rei gravitate tenetur media apta adhibere ad veritatem
rite indagandam et apte enuntiandam; et eiusmodi media sunt concilia vel
etiam consilia episcoporum, cardinalium, theologorum, etc. Haec media pro
diversitate rerum utique sunt diversa, et pie debemus credere quod in
divina assistentia Petro et successoribus eius a Christo Domino facta,
simul etiam contineatur promissio mediorum, quae necessaria aptaque sunt
ad affirmandum infallibile pontificis iudicium. Demum papam non separamus,
et vel minime separamus a consensu ecclesiae, dummodo consensus iste non
ponatur ceu conditio, sive sit consensus antecedens sive sit consequens».24
Quest'ampia citazione del vescovo Gasser ce lo mostra mentre cerca di
spiegare il senso ristretto in cui l'infallibilità del papa, come
definita dal Vaticano I, è «separata» dalla chiesa e i
molti sensi in cui essa non deve essere intesa come separata. Gasser
cercava di rassicurare i vescovi cattolici che avevano espresso la loro
preoccupazione riguardo a questa speciale autorità di insegnare del
primate.
Le osservazioni di Gasser sembrano particolarmente utili per
interpretare correttamente l'intenzione del n. 47 de Il dono
dell'autorità. Mi pare che questo paragrafo risponda
fondamentalmente alla stessa preoccupazione. Mentre l'autorità di
insegnare del primate universale nel proclamare la fede autentica
dell'intera chiesa è «un esercizio particolare
[sottolineatura mia] della vocazione e della responsabilità del
corpo dei vescovi di insegnare e confermare la fede» e, come tale, è
specifica, nondimeno essa è esercitata «all'interno del
collegio (
) e non al di fuori», esprime solo la fede
dell'intera chiesa e delle chiese locali. E' fedele alla Scrittura e alla
Tradizione, alla «fede proclamata fin dal principio».
L'ARCIC I aveva espresso varie preoccupazioni tra gli anglicani
sull'infallibilità del papa, specialmente riguardo alle definizioni
dei dogmi mariani del 1854 e del 1950, che, secondo la risposta ufficiale
cattolica, «mostrano il bisogno di continuare a studiare a riguardo
del ministero petrino nella chiesa».25 Queste preoccupazioni
anglicane non vengono più espresse ne Il dono dell'autorità
dell'ARCIC II. Invece, appare il tentativo di sottolineare l'unità
tra il papa, quando esercita quella specifica autorità di insegnare
relativa alla definizione solenne di una dottrina, e l'intera chiesa.
Questo tentativo presenta alcune notevoli affinità con il discorso
del vescovo Gasser, che riuscì a dissipare i timori analoghi dei
vescovi cattolici al Vaticano I.
Le affermazioni dell'ARCIC II sul rapporto tra tali insegnamenti
speciali del primate e la fede dell'intera chiesa possono essere
interpretati nel senso di intendere l'approvazione dell'intera chiesa come
condizione giuridica che garantisce l'insegnamento in questione, come se,
in assenza di un'unanimità universale antecedente, o di una
recezione conseguente, non si potesse in alcun modo parlare di
definizione? Interpretare l'ARCIC II in questo modo sarebbe travisare il
testo, secondo me. La dimostrazione principale di questo è la
comprensione dell'insegnamento e della recezione al n. 43. Qui si dice che
le definizioni ottengono l'autorità che hanno non per la recezione
ma in virtù della verità divina, dall'autorità di
Cristo, il capo, che agisce attraverso «l'ufficio specifico della
persona o delle persone che le proclamano». Il vescovo Gasser stava
contrastando l'opinione gallicana che le azioni del primate erano
assolutamente condizionate dalla loro recezione positiva. Egli cercava di
convincere quei vescovi che volevano assicurare che fosse data sufficiente
considerazione all'opinione dell'intera chiesa, specialmente come espressa
nel parere dei vescovi, ogni volta che il papa presentasse qualsiasi
insegnamento in un modo definitivo. Egli scriveva: «In hac
stricta et absoluta necessitate consistit tota differentia quae inter nos
versatur, et non in opportunitate aut aliqua relativa necessitate, quae
iudicio Romani pontificis rerum circumstantias ponderantis prorsus
remittenda est».26
Il vescovo Gasser riuscì a convincere quei suoi confratelli
vescovi che erano preoccupati riguardo a questo problema che l'insistenza
gallicana sulla recezione come una condizione assoluta per l'insegnamento
definitivo eliminerebbe di fatto tale insegnamento. Per questa ragione il
Vaticano I aggiunse la frase che le definizioni papali erano irreformabili
«per se stesse, e non in virtù del consenso della chiesa».
Solo in questo contesto anti-gallicano questa frase può essere
correttamente compresa, come le parole citate di Gasser chiariscono molto
bene. Gasser riuscì a fugare i timori di alcuni dei suoi
confratelli vescovi. Anche l'ARCIC II intende evitare fraintendimenti
riguardo all'insegnamento speciale del primate in relazione all'intera
chiesa. Esso sembra ripetere temi presenti nel fondamentale intervento del
vescovo Gasser al Vaticano I. C'è la speranza che anch'esso possa
riuscire a fugare i timori dei cristiani che possono sinceramente
dibattersi nel problema di come la specifica autorità di insegnare
del primate possa essere intesa come integrata nella fede dell'intera
comunità, non minacciandola, come era minacciata dai falsi maestri
così spesso menzionati nel Nuovo Testamento (cf. At 20,29-31; Ef
4,14; vari passi delle lettere apostoliche e delle lettere giovannee), ma
in realtà confermandola (cf. Lc 22,31).
Disciplina
La sezione sul primato si chiude esprimendo l'accordo con le
affermazioni di papa Giovanni Paolo II riguardo alla fragilità
umana dei ministri cristiani, compreso colui che esercita il ministero di
Pietro. Da qui passa a una suddivisione finale sulla disciplina (n. 49).
Forse questo paragrafo potrebbe fornire una descrizione più chiara
di ciò che si intende con il termine «disciplina», dal
momento che esso può avere una varietà di connotazioni. Il
testo qui cerca di commentare ulteriormente ciò che Autorità
nella chiesa I, Chiarimento, n. 5, chiamava «l'autorità
che, in certe circostanze, il vescovo [o, qui, il primate] ha di esigere
sottomissione»?27 Tale interpretazione sembra corretta alla luce del
resto del Chiarimento n. 5, che parla del possibile «bisogno
di un'azione disciplinare». In ogni caso, il presente testo propone
un riconoscimento equilibrato sia del dovere del singolo individuo di
seguire la direttiva impressa dall'intera comunità nelle persone di
coloro che esercitano l'autorità, come pure del dovere di coloro
che detengono l'autorità di rispettare le coscienze di coloro che
sono chiamati a servire. Quest'ultimo punto non andrebbe frainteso come
cecità di fronte al fatto che la coscienza è formata
all'interno della comunità, idea esplicitamente riconosciuta al n.
13.
IV. Sintesi e sguardo verso il futuro
«Riteniamo che se questa dichiarazione sulla natura dell'autorità
e sul modo di esercitarla sarà accolta e messa in pratica, tale
questione non sarà più tra le cause della persistente
rottura della comunione tra le nostre due chiese» (n. 51). Questa è
un'affermazione molto significativa e fiduciosa riguardo al grado di
accordo presente ne Il dono dell'autorità, e anche
un riconoscimento della differenza tra teoria e prassi (come connotato
nell'espressione «e messa in pratica»). Questa differenza è
importante per interpretare la IV parte.
La ricapitolazione dei nuovi punti di accordo elencati al n. 52, se è
di grande effetto, può addirittura essere troppo modesta. Pur
comprendendo la maggior parte dei punti che abbiamo discusso fin qui, essa
non cita i paragrafi 32-33, che collocano l'autorità precisamente
nel contesto di un'ecclesiologia della comunione e della missione. Si è
considerato sopra il motivo per cui questi paragrafi sono particolarmente
utili alla luce dei recenti rilievi che si sono registrati sia
nell'ecclesiologia che nell'insegnamento cattolico ufficiale.
La descrizione degli sviluppi all'interno di ogni comunità (nn.
53-55) sembra molto accurata. La Chiesa cattolica romana in questi ultimi
anni ha indubbiamente riservato nuova attenzione e dato nuova importanza
all'esercizio dell'autorità a livello locale, sinodale e con
l'inclusione dei laici. Gli anglicani recentemente hanno prestato e
intendono prestare maggiore attenzione all'esercizio dell'autorità
a livello universale. In tal modo sembra che entrambi, riguardo
all'autorità e al suo esercizio, si stiano muovendo in una
direzione che li avvicinerà sempre più.
«I problemi degli anglicani» e «dei cattolici» dei
nn. 56-57 non dovrebbero essere letti in contraddizione con la
dichiarazione di accordo affermata al n. 51, ma piuttosto come
un'espressione della differenza tra teoria e prassi. Per questo,
evidenziare tali sfide dopo aver affermato il precedente accordo è
pienamente in armonia con quello che papa Giovanni Paolo II ha chiamato il
«dialogo della conversione» (Ut unum sint, n. 82) che è
stato ricordato sopra.
Questi «problemi» (nn. 56-57), insieme ai paragrafi che
appaiono sotto il titolo «Collegialità rinnovata» (nn.
58-59), rispondono a un'esigenza espressa in maniera crescente nella
letteratura sulla recezione dei documenti ecumenici. Alle commissioni del
dialogo viene sempre più richiesto non solo di produrre testi ma
anche di indicare passi concreti mediante i quali il maggiore grado di
comunione raggiunto possa trovare un'espressione visibile. La cooperazione
tra i vescovi anglicani e cattolici nell'incontrarsi, nel pregare, nel
testimoniare e anche nell'insegnare insieme sembra pienamente in armonia
con l'esperienza di collaborazione, articolata e varia, con gli altri
pastori cristiani che papa Giovanni Paolo II riferisce nel capitolo II
della Ut unum sint, intitolato «I frutti del dialogo».
La proposta di prendere in considerazione la partecipazione dei vescovi
anglicani alle visite ad limina appare un gesto nobile, un modo
concreto di esprimere il riconoscimento anglicano di un primato universale
affermato nei paragrafi 45-48 de Il dono dell'autorità.
Nello stesso tempo, si può immaginare che un tale passo richieda
una certa prudenza pastorale. Qui, come pure nel caso del magistero
comune, bisognerebbe considerare attentamente come sarebbero intesi dai
fedeli tali passi e, per quanto possibile, proteggerli dallo sfruttamento
da parte di mass media che non si fanno scrupoli a fare sugli eventi del
sensazionalismo che finisce per travisarne il senso.
Il dono dell'autorità si chiude con alcuni paragrafi che
caratterizzano anche il ministero del primato universale come un «dono».
I cattolici dovrebbero accogliere con gioia questo atteggiamento
favorevole da parte dei loro fratelli e sorelle anglicani. Diverse
espressioni in questa sezione probabilmente indurranno alcuni critici ad
attaccare il testo con l'obiezione che viene affermato solo un certo
genere di primato, un primato che sostiene «la legittima diversità»
(n. 60) e che promuove «l'indagine teologica» (n. 61), un
primato che può essere ricuperato e ri-recepito dagli anglicani
solo «sotto chiare condizioni» (n. 62).
A mio giudizio, sarebbe un errore interpretare tali espressioni come
allusive a una qualche sorta di cripto-gallicanismo. La dottrina e la
teologia cattoliche possono interpretare queste espressioni in un modo che
è compatibile con una corretta comprensione del primato del papa.
Nel panorama ecumenico, è giusto dire che nessun'altra comunità
si è avvicinata tanto ai cattolici nella comprensione del primato
del vescovo di Roma. Non si possono dimenticare le penetranti parole di
papa Paolo VI secondo le quali, per l'ecumenismo, non c'è «ostacolo»
più grande del papato.28 Qui, forse per la prima volta nel dialogo
ecumenico, gli anglicani, insieme ai loro interlocutori cattolici, ne
parlano come di un «dono».
Osservazioni conclusive
In tutto questo commento, ho tentato di evidenziare come l'ARCIC II
abbia cercato di affrontare i problemi che sono stati espressi dalle due
risposte ufficiali al lavoro dell'ARCIC I sull'autorità. Nel
complesso, si può ragionevolmente affermare che Il dono
dell'autorità riesce ad affrontare con successo questi
problemi. Nello stesso tempo, come ci si poteva aspettare, concentrandosi
su di essi questo documento può aver perso l'opportunità di
sviluppare più pienamente alcuni temi enunciati con forza minore
dalle risposte ufficiali. A questo riguardo, vorrei indicare solo due
ambiti in cui penso che una maggiore precisione renderebbe ancor più
adeguata la comprensione dell'autorità presente in questo testo e
in tal modo approfondirebbe anche l'accordo tra gli anglicani e i
cattolici.
Una questione riguarda quello che viene indicato come il sensus
fidelium. Il testo non potrebbe essere più chiaro riguardo al
preciso significato di questa espressione? Esso è distinto dal sensus
fidei, che è descritto come «una capacità attiva di
discernimento spirituale, un intuito che è formato dal culto e
dalla vita di comunione come membro fedele della chiesa» (n. 29)? Il
n. 29 afferma: «Quando questa capacità è esercitata in
concerto dal corpo dei fedeli, possiamo parlare dell'esercizio del sensus
fidelium». Che cosa significa esercitare il sensus fidei «in
concerto»? Più avanti, il sensus fidelium è
descritto quasi come una forza attiva o un principio: «Entro l'opera
del sensus fidelium c'è un rapporto di complementarità
tra il vescovo e il resto della comunità» (n. 36; cf. anche
nn. 1, 43 e 56). Infine, sembra apparire un altro significato, come se
l'espressione si riferisse non a una capacità soggettiva,
esercitata o singolarmente o in concerto, ma piuttosto al contenuto
dottrinale riguardante materie di fede e di morale che è di fatto
creduto dai fedeli: «quando i vescovi si consultano insieme, cercano
sia di discernere sia di esprimere chiaramente il sensus fidelium»
(n. 38). Mi sembra che il testo sarebbe migliorato se si restringesse il
significato del sensus fidelium a quest'ultimo significato. Forse
il Vaticano II può essere di aiuto su questo punto. Il n. 12 della
Lumen gentium, cui ci si riferisce al n. 43, di fatto non usa
l'espressione sensus fidelium, ma si accontenta semplicemente di
parlare del «senso soprannaturale della fede in tutto il popolo».
«Infatti, per quel senso della fede (sensus fidei), che è
suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, il popolo di Dio,
sotto la guida del sacro magistero (magisterium), al quale
fedelmente si conforma, accoglie non la parola degli uomini ma, qual è
in realtà, la parola di Dio (cf. 1Ts 2,13), aderisce
indefettibilmente "alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi"
(Gd 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più
pienamente l'applica nella vita».
Qui il sensus fidei è chiaramente una capacità
soggettiva che accompagna la fede; è un dono dello Spirito Santo.
Se l'intero popolo, guidato da questo dono del sensus fidei,
contribuisse al consenso universale riguardo a una materia di fede o di
morale, allora non cadrebbe in errore su quel particolare contenuto del
credere (così Lumen gentium, n. 12). L'espressione sensus
fidelium non potrebbe riferirsi precisamente al livello di accordo su
una qualsiasi particolare materia di fede o di morale? Solo nel caso
dell'unanimità si sarebbe sicuri che l'universalità dei
fedeli è preservata dall'errore. Venendo meno tale unanimità,
le opinioni condivise dall'universalità dei fedeli non sono con ciò
ridotte all'insignificanza. Esse comunque contribuiscono
all'interpretazione della parola rivelata di Dio. Ma questa stessa
affermazione rivela il vero ruolo del sensus fidelium. Non è
che la chiesa abbia bisogno di discernere il sensus fidelium come
un fine a se stesso. Piuttosto, lo scopo ultimo del discernimento è
ricevere la parola di Dio, conformarsi a essa ed applicarla alla vita. Il
sensus fidei è un dono dato a ciascun credente perché
da esso sia assistito o assistita nella fede. Il sensus fidelium è
paragonabile a una «lettura» di ciò che il fedele di
fatto crede. Tali chiarimenti permetterebbero all'ARCIC II di indicare più
chiaramente come il sensus fidelium contribuisce all'insegnamento
autoritativo e anche di riconoscere con maggior franchezza e onestà
le difficoltà inerenti al compito di discernere ciò che i
fedeli credono e il grado della loro unanimità. Specialmente in
un'epoca in cui l'«opinione pubblica» viene così spesso
consultata e appare così malleabile, una riflessione più
profonda su questo importantissimo aspetto della vita ecclesiale sarebbe
certamente utile.
Una seconda indicazione non è senza rapporto con la prima. E'
questa. Non potrebbe essere possibile identificare più chiaramente
la peculiare autorità episcopale di insegnare precisamente come una
condivisione offerta da Cristo della sua propria autorità
magisteriale? Certamente c'è qualcosa di questo tema ne Il dono
dell'autorità. Possiamo essere particolarmente grati per i
riferimenti cristologici nei paragrafi 36 e 43 e per la pneumatologia che
innerva tutto il testo (cf. nn. 4, 18, 28, 30, 35, 36, 41, 42, 43, 47,
49). Tali riferimenti alle missioni del Figlio e dello Spirito Santo
avallano una valutazione ottimistica dell'autorità ministeriale
nella chiesa. Nello stesso tempo, ci si chiede se questo ottimismo possa
non tener conto di una maggiore considerazione dell'ordinazione episcopale
come un rito sacramentale epicletico in cui il vescovo neo-ordinato è
reso degno di condividere in una specifica modalità pastorale
l'autorità di Cristo buon pastore.
Inoltre, l'utile risalto dato ai laici, specialmente mediante il ricorso
al tema del sensus fidelium, può tuttavia dare
l'impressione che coloro che hanno la responsabilità del «ministero
della memoria» abbiano accesso alla parola di Dio soprattutto
attraverso le comuni convinzioni del popolo. Naturalmente, i vescovi di
fatto apprendono la parola di Dio dai laici. Chi potrebbe dimenticare le
parole rivolte a nome di Paolo a Timoteo, che, pur tenendo conto di un
certo prestigio familiare, nello stesso tempo suggeriscono il profondo e
personale radicamento dei ministri ordinati all'interno dell'intera
comunità dei credenti? «Mi ricordo infatti della tua fede
schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre
Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te. Per questo motivo ti
ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l'imposizione
delle mie mani» (2Tm 1,5-6).
Stando così le cose, il testo non potrebbe essere ancor più
soddisfacente se potesse comprendere una riflessione più sviluppata
sul rapporto tra il ministero ordinato e la proclamazione della parola di
Dio? Questa potrebbe positivamente utilizzare quei passi biblici in cui
Gesù condivide la sua missione si annuncio con i Dodici (come Mt
10,1-42). E potrebbe richiamare anche la speciale responsabilità
episcopale di conservare e custodire la fede, un'idea che potrebbe essere
supportata non solo dal Nuovo Testamento ma anche da abbondante materiale
tratto dagli scritti e dalla prassi dei padri della chiesa.
Gli anglicani e i cattolici, essendo entrambi convinti che l'episcopato
fa parte della volontà di Dio per la chiesa e non essendo mai stati
esplicitamente in conflitto su tale questione, potrebbero naturalmente
avvertire meno la necessità di dare un solido fondamento
all'episcopato nelle loro dichiarazioni comuni. In realtà, una
critica ad Autorità nella chiesa I fu precisamente che esso
aveva focalizzato troppa la sua attenzione sulla gerarchia e aveva parlato
troppo poco dei laici.29 Poiché Il dono dell'autorità
tenta di adempiere al mandato indicato nelle risposte ufficiali all'ARCIC
I, è naturale che in questo testo i laici siano posti in speciale
rilievo. Forse un po' di attenzione in più al fondamento
sacramentale e all'importanza dell'ordinazione episcopale potrebbe rendere
ancora migliore quello che è già un notevole accordo.
Trovandoci alle soglie di un nuovo millennio, sembra veramente
provvidenziale, un segno della presenza efficace dello Spirito Santo, che,
nello spazio di alcuni mesi, siano apparse importanti dichiarazioni
comuni, che hanno espresso un significativo consenso riguardo a due delle
questioni dottrinali che più di altre stanno a fondamento delle
divisioni tra le comunità cristiane. Oltre a Il dono
dell'autorità, studiato nel presente commento, nel giugno del
1998 è stata pubblicata una Dichiarazione congiunta sulla
dottrina della giustificazione luterano-cattolica.30 Questi documenti
differiscono quanto al processo che li ha prodotti e anche alle specifiche
dottrine considerate, ma tuttavia le due questioni e i due accordi sono in
certo modo correlati. Entrambi riguardano la guarigione e l'elevazione
della natura mediante la grazia redentrice di Cristo. La Dichiarazione
sulla giustificazione si focalizza sul modo in cui ciò avviene
nella vita della singola persona redenta. Il dono dell'autorità
invece contempla l'attività della grazia nell'intera comunità
che è la chiesa, locale e universale. Si potrebbe prevedere con
fiducia che l'impatto di questi accordi andrà al di là delle
relazioni tra la Chiesa cattolica romana e le due sole comunità
luterana e anglicana. Il testo sulla giustificazione potrebbe benissimo
favorire il dialogo cattolico con molte altre comunità della
Riforma. Il testo sull'autorità può fare la stessa cosa, ma
potrebbe anche contribuire alla comune riflessione sul primato che
continuerà ad essere di particolare interesse nel risanamento delle
divisioni tra la Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica.
Papa Giovani Paolo II ha osservato che ciò che ci unisce è
molto più grande di ciò che ci divide. Egli ha auspicato
che, anche se non saremo completamente una cosa sola, il nuovo millennio
ci possa trovare più vicini di prima. Questo ultimo accordo offerto
dalla Commissione internazionale anglicana-cattolica romana ci aiuterà
certamente a far sì che questo sogno si realizzi. La speranza che «l'"Amen"
che gli anglicani e i cattolici dicono all'unico Signore» si possa
avvicinare «a essere un "Amen" detto insieme dall'unico
popolo santo che rende testimonianza della salvezza e dell'amore
riconciliatore di Dio in un mondo lacerato» non è
irrealistica. Il lavoro di questa Commissione aiuterà a realizzare
questa comune testimonianza e questo comune «Amen» così
giusto e così necessario all'alba del nuovo millennio.
1 Il dono dell'autorità, n. 5. D'ora in poi tutti i
riferimenti a questo documento nel testo appariranno tra parentesi con il
solo numero del paragrafo.
2 La prima dichiarazione dell'ARCIC sull'autorità (Autorità
nella chiesa I, Venezia 1976) rilevava: «È stato proprio
sul primato del papa che le nostre divisioni storiche hanno avuto la loro
infelice origine». Testo in H. Meyer e L. Vischer (a cura di), Growth
in Agreement, Geneva/Mahwah 1984, 88; EO 1/64.
3 Giovanni Paolo II, motu proprio Apostolos suos, 21.5.1998, n.
12; Regno-doc. 15,1998,490.
4 Congregazione per la dottrina della fede, lettera Communionis
notio, 28.5.1992, n. 9; EV 13/1787ss.
5 Cf. Santa Sede, Risposta cattolica al 'Rapporto finale' dell'ARCIC
I, 5.12.1991; EV 13/574ss.
6 Un'idea simile è espressa in Communionis notio, che
afferma che la stessa celebrazione dell'eucaristia di per sé
dimostra che la chiesa locale non è autosufficiente ma è,
per sua intrinseca natura, connessa con la chiesa nella sua totalità
(n. 11; EV 13/1794).
7 Cf. The Truth Shall Make You Free. The Lambeth Conference 1988,
London 1988, 211; Regno-doc. 9,1989,317.
8 Una delle dichiarazioni più esplicite che evidenzia la «natura
comunitaria» del Regno è al n. 15 della Redemptoris missio
di Giovanni Paolo II.
9 Infatti la Lumen gentium qui non fa altro che ampliare il tema
che era stato annunciato nella prima frase del Pastor aeternus del
Vaticano I. Quel testo identifica Gesù come il pastor aeternus
(pastore eterno) ed episcopos delle nostre anime (1Pt 2,25), che
ha edificato la sua chiesa in modo tale che «nella casa di Dio tutti
possano essere uniti insieme da vincoli di una sola fede e di carità
viva» (Denz 3050).
10 Cf. Santa Sede, Risposta cattolica; EV 13/587.
11 Santa Sede, Risposta cattolica; EV 13/588.
12 Cf. Giovanni Paolo II, lett. enciclica Fides et ratio,
14.9.1998, n. 34 e l'intero c. IV, intitolato «Il rapporto tra fede e
ragione», nn. 36-48; Regno-doc. 19,1998,603ss. In questo
capitolo, Giovanni Paolo II cerca di mostrare come i grandi teologi del
passato abbiano applicato la ragione alla fede, e lamenta la tendenza,
specialmente da parte dei filosofi degli ultimi secoli, a separare le due
cose.
13 The Truth Shall Make You Free, 211; Regno-doc.
9,1989,317.
14 Citazioni da Santa Sede, Risposta cattolica; EV
13/590.
15 Santa Sede, Risposta cattolica; EV 13/591.
16 Queste tesi e la citazione sono tratte da Congregazione per la
dottrina della fede, considerazioni Il primato del successore di
Pietro nel mistero della Chiesa, nn. 2 e 3, in appendice a Il
primato del successore di Pietro. Atti del Simposio teologico. Roma,
dicembre 1996, Città del Vaticano 1998, 493 e 495; Regno-doc.
21,1998,664s.
17 Ivi, n. 6; Regno-doc. 21,1998,665.
18 Questo segue lo schema presente nel Vaticano I, dove la facoltà
del vescovo di Roma di definire la dottrina deriva come una conseguenza
dal suo ministero primaziale. Cf. Denz 3065.
19 «In nessun senso l'infallibilità del pontefice è
assoluta, perché l'assoluta infallibilità appartiene a Dio
solo...». Il discorso del vescovo Gasser durò quattro ore e
occupa 26 colonne di Mansi, Collectio Conciliorum Recentiorum
(d'ora in poi: Mansi), vol. 52, Arnhem 1927, coll. 1204-1230. [P.
Henn utilizza per lintervento di V. Gasser al Vaticano I la
traduzione inglese di James T. OConnor nel volume The Gift of
Infallibility. The Official Relatio on Infallibility of Bishop Vincent
Gasser at Vatican Council I, Boston 1986, che offre unintroduzione
e una traduzione dellintervento, insieme a una sintesi teologica
sullinfallibilità. Curando la versione italiana di questo
commento, abbiamo preferito citare dalloriginale latino del Mansi,
offrendone in nota una nostra traduzione; ndr].
20 «Certo, l'infallibilità è detta personale allo
scopo di escludere in questo modo una distinzione fra la sede e colui che
detiene la sede (...) noi difendiamo l'infallibilità personale del
romano pontefice in quanto questa prerogativa appartiene, per la promessa
di Cristo, a tutti e a ciascun legittimo successore di Pietro su questa
cattedra»: Mansi, col. 1212.
21 «Una persona pubblica, cioè, il capo della chiesa nel suo
rapporto con la chiesa universale»: Mansi, col. 1213.
22 Cf. Mansi, col. 1212.
23 «Essa può essere definita separata o piuttosto
distinta perché si fonda su una speciale promessa di Cristo e perciò
su una speciale assistenza dello Spirito Santo, e questa assistenza non è
la stessa di cui gode l'intero corpo della chiesa che insegna quando è
unita con il suo capo»: Mansi, col. 1213.
24 «Del tutto speciale»: «...a questa condizione speciale
e distinta corrisponde uno speciale e distinto privilegio. Pertanto, in
questo senso appartiene al romano pontefice un'infallibilità
separata. Ma dicendo questo, noi non separiamo il pontefice dalla sua
unione ordinata con la chiesa. Il papa, infatti, è infallibile solo
quando, esercitando la sua funzione come maestro di tutti i cristiani e
rappresentando di conseguenza la Chiesa universale, egli giudica e
definisce ciò che deve essere creduto o rigettato da tutti (...)
Infatti noi non separiamo il papa, che definisce in modo infallibile,
dalla cooperazione e dal concorso della chiesa, almeno nel senso che non
escludiamo questa cooperazione e questo concorso della chiesa (...) E in
tal modo non escludiamo la cooperazione della chiesa perché
l'infallibilità del romano pontefice non gli viene alla maniera
dell'ispirazione o della rivelazione, ma attraverso un'assistenza divina.
Perciò il papa, in ragione del suo ufficio e della gravità
della materia, è tenuto a usare i mezzi opportuni per indagare
rettamente ed enunciare adeguatamente la verità. Questi mezzi sono
i concili, o il parere dei vescovi, dei cardinali, dei teologi, ecc.
Infatti, i mezzi sono diversi a seconda della diversità delle
situazioni, e noi dobbiamo piamente credere che, nella divina assistenza
promessa da Cristo Signore a Pietro e ai suoi successori, è
simultaneamente contenuta una promessa riguardo ai mezzi che sono
necessari e atti ad esprimere un giudizio pontificio infallibile. Infine,
noi non separiamo il papa, neppure in minima parte, dal consenso della
chiesa, purché quel consenso non sia posto come una condizione che è
o antecedente o conseguente»: Mansi, col. 1213-1214.
25 Santa Sede, Risposta cattolica; EV 13/587.
26 «È in questa stretta e assoluta necessità che
consiste tutta la differenza tra di noi. La differenza non consiste nella
convenienza o in qualche necessità relativa che deve essere
completamente lasciata al giudizio del romano pontefice come egli decide
secondo le circostanze»: Mansi, col. 1215.
27 Cf. Growth in Agreement, 103; EO 1/99.
28 «Il papa, come tutti sappiamo, è indubbiamente l'ostacolo
più grave sulla strada dell'ecumenismo. Cosa diremo? Dovremmo
riferirci ancora una volta a titoli che giustificano la nostra missione?
Dovremmo ancora una volta tentare di presentarlo nei suoi termini esatti
come sintende che esso realmente sia _ l'indispensabile principio
della verità, della carità e dell'unità? Una missione
pastorale di guida, di servizio, di fraternità che non sfida la
libertà e l'onore di chiunque occupa una posizione legittima nella
chiesa di Dio, ma invece protegge i diritti di tutti e non esige
nessun'altra obbedienza che quella che è richiesta ai figli di una
famiglia?» Dalla Allocuzione al Segretariato, pronunciata a
conclusione dell'Assemblea generale annuale, 28.4.1967, in Information
Service, n. 2, 1967, 4.
29 Cf. Chiarimento, n. 4, in Growth in Agreement, 102;
EO 1/98.
30 Cf. Regno-doc. 7,1998,250.