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PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI
CULTURALI DELLA CHIESA
PRESENTAZIONE DEL PROGETTO
"PERSECA: PERCORSO PER SITI SEPOLCRALI E CATACOMBE"
RELAZIONE DI S.E.R. MONS. MAURO PIACENZA
Le catacombe cristiane
come luogo di evangelizzazione
Roma, 21 gennaio 2006
Nei secoli della tarda antichità, si assiste ad una grande rivoluzione nella
tipologia delle necropoli, nella loro dislocazione, nelle caratteristiche, nella
disposizione. Se, infatti, le civiltà pagane del passato remoto prediligevano le
tombe isolate, utili ad eroizzare il defunto o ad autorappresentare la famiglia,
con l’avvento del Cristianesimo si concepì uno spazio comune funerario,
condiviso, tanto che Cesario di Arles definirà questi nuovi e caratteristici
“luoghi della morte” come “coemeteria christianorum” (Epist. 35).
* * *
Nei primi secoli del Cristianesimo – come è noto – i fratelli di
fede sistemarono i defunti nelle aree sepolcrali pagane, come dimostrano
chiaramente i casi dei sepolcri di Pietro e Paolo, situati rispettivamente nelle
necropoli del Vaticano e della via Ostiense.
Dei due sepolcri è più noto quello relativo all’apostolo Pietro,
individuato durante il secondo conflitto mondiale, in seguito ad una sistematica
campagna di scavo che mise in luce un organismo, che sembra corrispondere
perfettamente a quei trofei a cui allude Eusebio di Cesarea, quando riferisce
che, al tempo di papa Zefirino (199-217), il presbitero Gaio aveva potuto vedere
i trofei degli Apostoli: “Se, infatti, ti incamminerai per la via Regia verso il
Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa
Chiesa” (Hist. Eccl. 2,25,7).
Gli archeologi – come si diceva – trovarono la “memoria petrina”,
sobria ma monumentale, tanto da raggiungere quasi tre metri di altezza, priva di
qualsiasi apparato decorativo che avrebbe in qualche modo, distratto
l’attenzione dei visitatori che, sin dalla prima ora, si propongono come attivi
protagonisti di una devozione basata piuttosto sul contatto fisico con il
sepolcro, che sulla sosta, sulla meditazione o sulla ricerca di riferimenti o
elementi iconografici che rievocassero la storia del martire.
Questo atteggiamento devozionale, fatto di rapidi gesti rituali,
produce, già nelle adiacenze del sepolcro, un densissimo palinsesto di graffiti
riferibili ad una frequentazione e, dunque, ad una prima forma di culto e di
pellegrinaggio alla memoria petrina. La presenza dei graffiti, in un contesto
monumentale paleocristiano, sia esso solamente funerario, sia esso di natura
proprio cultuale, rappresenta un po’ il “fossile guida” per l’archeologo e lo
storico che si pongano alla ricerca delle mete del pellegrinaggio.
In età apostolica, dunque, i cristiani si calano, come fermento
nella pasta, nella società contemporanea, mostrando subito la loro specifica
identità, come ricorda la lettera a Diogneto, indirizzata da un anonimo
cristiano del II secolo ad un pagano: “I cristiani non si distinguono dagli
altri uomini né per territorio, né per lingua, né per vestiti. Ogni terra
straniera è una patria per loro e ogni patria è terra straniera. Passano la loro
vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo”.
Questo passo, così significativo, ci fornisce un’idea eloquente del
mondo in cui si calarono i cristiani nei primi secoli, definendo le coordinate
essenziali di un nuovo modo di vivere e di confrontarsi con la realtà sociale
del tempo. Tale mentalità che educa alla libertà di coscienza, alla dignità
della persona, rimbalza un po’ in tutto il mondo cristiano antico, sino
all’Africa, se Tertulliano, negli stessi anni, si interroga sul motivo delle
persecuzioni nei confronti dei fratelli, quando, in realtà essi frequentano gli
stessi fori dei pagani, lavorano negli stessi mercati, negli stessi negozi,
nelle stesse officine, praticano le stesse arti, navigano e combattono insieme a
loro (Apol. 42,2-3).
* * *
Ma lasciamo l’atmosfera ancora indistinta dei primi tempi e torniamo
a Roma per ricostruire la dinamica delle origini delle catacombe, che
rappresentano la vera e rivoluzionaria novità funeraria apportata dalle comunità
cristiane.
Grava ancora sul mondo delle catacombe una certa quantità di luoghi
comuni, che dipingono queste suggestive necropoli ipogee utilizzate dai
cristiani dei primi secoli, come tristi scenari di morte, come teatri delle più
cruente azioni persecutorie e come estremo rifugio dei fratelli in fuga.
Tutte queste idee, alimentate dai romanzi dell’Ottocento e dai
kolossal cinematografici del secolo scorso, cominciarono a circolare
piuttosto presto se, nella seconda metà del IV secolo, San Girolamo si sofferma
a descrivere l’habitat oscuro delle catacombe con termini e temi
piuttosto forti ed impressionanti, rievocando come, da ragazzo, quando
soggiornavo a Roma per studiare, era solito visitare le tombe degli apostoli e
dei martiri, insieme ai suoi compagni, nel giorno del Signore: “Spesso –
racconta Girolamo – entravamo nelle gallerie, scavate nelle viscere della terra,
completamente interessate dalle tombe e così oscure che sembrava realizzarsi il
motto profetico “Discendano vivi nell’inferno” [Sal 54,16]. Rare luci,
provenienti dal sopratterra attenuavano un poco le tenebre, ma il chiarore era
talmente flebile che sembrava provenire da uno spiraglio e non da un lucernario.
Si procedeva adagio, un passo dietro l’altro, completamente avvolti nel buio (In
Ezech. 12,40).
Questa oscura visione delle catacombe romane, che risente dei
ricordi enfatizzati dell’infanzia, non corrisponde pienamente allo spirito, che
aveva animato i primi cristiani, quando decisero di costruire dei cimiteri
propri, ove deporre i fratelli di fede defunti, come in una sorta di dormitorio
(di qui la definizione koimeteria) in attesa della resurrezione finale.
Le catacombe non erano altro che cimiteri comunitari, pervasi da un
intenso senso della communio sanctorum e dalla realtà pasquale e non
luoghi di rifugio, come si è ritenuto per tanto tempo. Questi sotterranei,
infatti, erano ben conosciuti alle autorità romane nella loro ubicazione; in un
certo senso, ne veniva ammessa la funzione funeraria, ancor più degli edifici di
culto che, nei primi secoli, dovevano mimetizzarsi nel fitto tessuto urbano
delle grandi metropoli.
Negli ultimi anni del II secolo, le comunità cristiane trovano la
forza e l’organizzazione per svincolarsi dalle sepolture delle aree pagane, di
cui, sino a quel momento, si erano servite, come nei casi celebri delle
sepolture di San Pietro in Vaticano e di San Paolo sulla via Ostiense, per
creare delle aree proprie.
In questo frangente, muta completamente il concetto individuale
delle sepolture e si solidifica quel “senso comunitario” che guiderà la “mens”
cristiana dei primi secoli. Questo spirito nuovo spinge i fedeli a creare delle
vere e proprie “areae sepulturarum nostrarum”, come precisa
autorevolmente Tertulliano, quando, in occasione di un contenzioso tra i
fratres cristiani e la plebe pagana, quest’ultima gridava a gran voce: “areae
non sint!” nel senso che non si volevano concedere ai cristiani delle aree
speciali, comunitarie e distinte delle necropoli pagane (Ad Scapulam 3).
Negli stessi anni, ovvero nell’estremo scorcio del II secolo e agli
esordi del seguente, anche i cristiani di Roma creano degli spazi funerari
propri, talora gestiti dalla più alta gerarchia della Chiesa, come nel caso
della cosiddetta “area prima” del complesso di San Callisto, il cimitero voluto
da papa Zefirino (199-217) e affidato alle cure dell’allora diacono e futuro
papa Callisto (217-222) (Ippolito, Philosophumena IX, 12-14).
Anche in Oriente il concetto di cimitero, inteso come un “dormitorio
comune”, inizia a diffondersi, come testimonia S. Giovanni Crisostomo, che
definisce i cimiteri come luogo di riposo provvisorio in attesa della
resurrezione finale (Coemeteria1) e come conferma, per Alessandria, lo
stesso Origene, che ricorda l’esistenza di grandi necropoli comunitarie
attestate nel suburbio della città (Hom. In Jer. 4,316).
In tutto il mondo cristiano antico si sviluppa, dunque, il desiderio
di creare delle aree cimiteriali comuni, per offrire a tutti i fratelli una
sistemazione funeraria dignitosa. Secondo la testimonianza, sempre precisa di
Tertulliano, si viene a creare una “cassa comune”, utile ad assicurare la
sepoltura agli indigenti, alle vedove, agli orfani (Apol. 39,6).
La grande rivoluzione della sepoltura comunitaria cambia
notevolmente il paesaggio suburbano di Roma e di molte città del Mediterraneo.
Soltanto a Roma si contano oltre cinquanta catacombe ed altrettante sono
dislocate in territorio laziale, mentre altri monumenti catacombali sono stati
individuati in Sicilia, a Malta, nell’Africa Settentrionale, in Campania, in
Sardegna, in Umbria, in Toscana, in Puglia, in Abruzzo, in Basilicata,
nell’Arcipelago Toscano.
* * *
Se guardiamo al panorama catacombale laziale, che è stato preso in
considerazione dal Progetto che presentiamo quest’oggi, ci rendiamo conto del
grande numero di monumenti dislocati in tutta la regione, tanto che tali
cimiteri rappresentano, assai spesso, l’unica testimonianza concreta della
cristianizzazione del territorio laziale, una cristianizzazione che dovette
avvenire piuttosto precocemente, come dimostra la presenza di culti martoriali,
che non hanno nulla da invidiare a quelli romani: da S. Cristina a Bolsena a S.
Senatore ad Albano; da S. Ilario a Valmontone a S. Vittoria a Monteleone Sabino.
Questi campioni della fede danno avvio ad un culto che non si
arresta attraverso i secoli, tanto che, in corrispondenza delle loro sacre
tombe, si innalzeranno, sin dal primo medioevo, delle basiliche, che
rappresentano la testimonianza commovente e insopprimibile di una devozione
larga e popolare.
Così come nelle più grandi e celebri catacombe romane, anche nelle
catacombe del Lazio i primi cristiani desideravano essere sepolti vicino alle
tombe dei martiri, nel senso che si riteneva che la sepoltura “ad sanctos”
producesse dei vantaggi per l’anima dei fratelli scomparsi, in vista della
ricompensa finale. Questa credenza, certamente significativa di una genuina
mentalità religiosa, che interessa anche il concetto profondamente teologico
della preghiera di intercessione, nel senso che i fedeli, pregando presso le
tombe dei martiri, abbracciavano, con le loro intenzioni, anche quella dei
defunti ordinari, sistemati nei pressi di quei sepolcri eccellenti. Insomma –
come ricorda S. Agostino (Cur. Mart. 4-5) – i vivi rivolgevano una
preghiera ai martiri, affinché questi svolgessero un ruolo di “patronato” che
giovava alle anime dei defunti. E’ la splendida realtà dell’amore fraterno
tipico della vita ecclesiale.
Anche nelle basiliche funerarie sorte nel territorio laziale, si
doveva svolgere la celebrazione eucaristica a suffragio delle anime dei defunti.
E’ questo uno degli atti più delicati ed affettuosi della carità cristiana.
Il progetto che quest’oggi si propone all’attenzione dei fruitori,
vuole proprio recuperare tutti questi gesti e queste idee liturgiche e di
devozione. I pellegrini del terzo millennio, che si avvicinano a questi
monumenti, per il tramite del “portale” e della pubblicazione curati dal
progetto perseca, potranno calarsi nella suggestiva atmosfera delle origini,
alla ricerca di quella nuova evangelizzazione, che trova fortemente motivata ed
impegnata la Chiesa nel nostro tempo.
* * *
Chi percorre effettivamente o virtualmente le gallerie delle
catacombe, si sofferma ad ammirare le ingenue decorazioni pittoriche, i sontuosi
rilievi dei sarcofagi, i luminosi brani musivi, le ardite architetture scavate
nel tufo, si emoziona dinanzi agli epitaffi, ora semplici ed essenziali, ora più
complessi e oscillanti tra un umano e nostalgico ricordo della persona cara ed
un’incrollabile speranza nella vita dell’aldilà, che consola amici e parenti ed
è oggettivamente radicata nel mistero pasquale.
La visione delle catacombe, che si presenta al visitatore
contemporaneo, è lacunosa, frutto delle troppe incursioni dei vandali di ogni
epoca, a cominciare dalle invasioni storiche, quando le catacombe, concludendo
la loro funzione funeraria, agli esordi del V secolo, mantennero esclusivamente
il ruolo di sedi del culto martoriale, un ruolo che, sostenuto dal “sensus
fidei” del popolo di Dio, confluì nel programma pastorale del grande papa
Damaso (366-384), il pontefice che ricercò sistematicamente, con grande amore,
le tombe dei martiri, le monumentalizzò e le pose al centro di suggestivi
itinera ad sanctos.
I pellegrini, giunti da ogni dove nella città santa, si
incamminavano per le vie consolari, si fermavano nel suburbio, si calavano nelle
catacombe, si raccoglievano in preghiera dinanzi alle tombe, leggevano gli
epitaffi che papa Damaso aveva fatto incidere in onore dei campioni della fede,
sfioravano con piccoli pezzi di stoffa (palliola) quei santi sepolcri con
il sacro gesto dell’ex contactu, accendevano lumi e lucerne sulle mense
situate nei pressi di quelle eccezionali deposizioni.
Per i pellegrini dei nostri giorni, ripercorre quegli itinerari
sotterranei, fermarsi dinanzi a quelle tombe tanto antiche e tanto sante,
significa tornare, con un incredibile percorso a ritroso, alla fede della prima
ora, a quella fede per cui alcuni fratelli delle comunità primitive
combatterono, in maniera ferma e risoluta, sino alla morte, quella fede che, con
la garanzia dell’ufficio petrino, rimane immutata nello scorrere dei millenni e
continua a far fruttificare l’albero della Redenzione.
* * *
Gli oscuri ambienti ipogei erano rallegrati da una decorazione
estremamente gioiosa e positiva. E’ significativo constatare che gli esordi di
un’arte propriamente cristiana a Roma, coincida con la nascita delle catacombe,
tra il II e il III secolo, quando a Callisto viene affidata la sovrintendenza
delle catacombe della via Appia. Proprio nell’”area prima” di San Callisto si
inaugura la grande stagione figurativa dell’arte delle catacombe, che
interesserà tutto il III, il IV e il primo decenni del V secolo.
L’arte delle catacombe dei primi secoli allude ovviamente alla
salvezza finale, con raffigurazioni direttamente ispirate agli episodi salienti
della Bibbia. Questo modo di procedere riflette la sensibilità dei cristiani
delle prime comunità e si collega con l’attività culminante della Chiesa e
fontale per le buone opere: il culto divino! La scelta delle immagini bibliche,
infatti, risponde perfettamente alle formulazioni delle prime preghiere. Di esse
disponiamo di redazioni piuttosto tarde, che contengono, però, i nuclei più
antichi. In queste orazioni si fa esplicito riferimento alla salvezza concessa
ai tre giovani ebrei di Babilonia nella fornace, a Daniele nella fossa dei
leoni, a Giona ingoiato dalla balena, a Susanna insidiata dai seniores,
ad Isacco che sta per essere immolato da Abramo.
E’ significativo poter constatare che questi episodi siano proprio
quelli rappresentati nelle aree più antiche delle catacombe, dimostrando, così,
che i pittori della prima età cristiana giustamente cercano nel grande
repertorio della Bibbia i paradigmi più sintomatici della salvezza, rispettando
perfettamente le aspirazioni dei fedeli della comunità romana.
Nelle catacombe si sviluppa, poi, un repertorio propriamente
simbolico, nel senso che appaiono, sin dal III secolo, delle figure isolate con
un significato estremamente pregnante, come accade con l’immagine del buon
Pastore che, provenendo dalla tradizione pagana, si carica di un senso tutto
cristologico, quando personifica il personaggio dei Salmi e quello ancora più
significativo della parabola della pecorella smarrita.
Ancora più ricca appare l’immagine dell’orante, ovvero del defunto
atteggiato con le mani levate, secondo il sacro gesto dell’expansis manibus.
Con questo gesto, così solenne e suggestivo, non si vuole esprimere il concetto
della preghiera, intesa come richiesta di intervento divino o come supplica,
bensì come ringraziamento, come canto di lode al Signore per il pericolo
scampato, per il peccato perdonato, per la salvezza raggiunta. E’ per questo che
assumono il gesto i personaggi biblici salvati dalla morte, come Noè nell’arca,
Daniele tra i leoni, Giona, i giovani nella fornace. E’ per questo che, con il
gesto dell’orante, si vuole alludere ad una preghiera continua, ininterrotta,
che impegna il cristiano durante tutto il suo itinerario spirituale, secondo
quando intende Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi. E’ la “laus
perennis”.
Nell’arte delle catacombe si assiste anche alla nascita di un
repertorio costituito da simboli più semplici, quali l’ancora, la nave e il
pesce, che alludono rispettivamente alla fede, alla Chiesa e al Cristo,
dimostrando come la comunità delle origini elabori un linguaggio sintetico per
esprimere i concetti fondamentali del proprio “credo”.
Questi simboli, così semplici e così espressivi, sembrano
indirizzati alla grande base della società cristiana dei primi secoli, non
sempre alfabetizzata e, pertanto, estremamente sensibile al messaggio figurato
che è alternativo alla scrittura, tanto che quest’arte viene comunemente e
sintomaticamente definita Biblia pauperum, il cui messaggio è comunque
universale.
La semplicità di questi simboli riflette l’essenzialità delle
sepolture delle catacombe, per lo più rappresentate dai loculi, la tipologia
funeraria più elementare e riprodotta in centinaia di esemplari lungo le
gallerie, dando luogo ad un “mondo di uguali”. Questi loculi, semplicemente
chiusi da lastre con il solo nome del defunto, creano un habitat
estremamente suggestivo nel senso che si assiste ad una sorta di appello
epocale, dove i cristiani rispondono con il solo loro nome di battesimo.
Percorrendo quelle gallerie di tombe uguali, risuonano le parole di Lattanzio
“Tra noi non ci sono né servi, né padroni; non esiste altro motivo se ci
chiamiamo fratelli, se non perché ci consideriamo tutti uguali” (Div. Inst.
5,15).
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