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Martirologio dei Frati Minori  Cappuccini

San Francesco d’Assisi

Una breve storia dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini 

Nei primi decenni del secolo XVI, tre Francescani Osservanti italiani – Matteo da Bascio e i fratelli Ludovico e Raffaele Tenaglia da Fossombrone – si trovarono uniti da un medesimo desiderio: vivere la loro vocazione dando maggiore importanza alla contemplazione in una vita eremitica e all’osservanza pura e fedele della Regola di San Francesco. L’intenzione iniziale non era tanto quella di fondare un nuovo Ordine religioso, quanto di imitare San Francesco e i suoi primi compagni, presi a modelli di vita.

Nel 1528, con l’aiuto della nipote di Papa Clemente VII, la duchessa di Camerino Caterina Cybo - che li aveva ammirati per la carità con cui avevano servito i malati durante la peste del 1525 - essi ricevettero l’autorizzazione pontificia per vivere secondo quanto desideravano. Tra le altre cose Papa Clemente VII aveva dato loro facoltà di vestire l’abito francescano con un cappuccio a punta e di portare la barba – simboli questi di povertà, semplicità e austerità. L’Ordine dei Cappuccini - che all’inizio furono chiamati "Frati minori della vita eremitica" - deve il suo nome al cappuccio a punta dell’abito. Ancora oggi essi si distinguono dagli altri Frati Minori per il lungo cappuccio a punta e per la barba che molti di loro portano.

Matteo da Bascio, Ludovico e Raffaele Tenaglia non furono i soli Francescani del tempo ad avvertire la necessità di una riforma dell’Ordine. Poco dopo aver ricevuto la bolla papale Religionis zelus (3 Luglio 1528), molti altri francescani dell’Osservanza iniziarono ad unirsi ai riformati, tra i quali i nomi insigni di Giovanni da Fano, Bernardino d’Asti e Bernardino Ochino, i quali sarebbero stati le colonne della nuova famiglia francescana. L’ingresso di questi frati nell’Ordine comportò anche lo sviluppo nel ministero. Infatti, mentre i primi Cappuccini erano impegnati soprattutto nella preghiera e nel lavoro manuale, questi ultimi arrivati diedero grande importanza alla predicazione semplice e ben preparata, senza tuttavia indebolire lo spirito di preghiera e l’austerità. Le due forme di lavoro – manuale e apostolico – coesistono ancora oggi nell’Ordine.

La Riforma Cappuccina fu riconosciuta definitivamente nel 1619 come Ordine di pieno diritto accanto ai frati minori osservanti e ai frati minori conventuali e ebbe un rapido sviluppo numerico: cinquant’anni dopo l’Ordine contava più di 3500 frati. Il 1600 e 1700 sono "i secoli d’oro" della loro espansione. Intorno al 1761 il numero dei Cappuccini raggiunse la vetta di 34.000 unità, sparsi in tutta Europa, nelle Americhe, India e Africa del Nord.

All’inizio del 2002 la statistica riporta quasi 11.000 Frati Cappuccini presenti in 96 paesi del mondo con forte crescita in Asia, Africa e alcuni paese dell'Europa centro-orientale: è il quarto Ordine maschile più numeroso.

I ministeri e servizi dei Frati Cappuccini sono vari e numerosi secondo le situazioni in cui essi stessi si vengono a trovare. Ci sono professori e sarti, consiglieri spirituali e cuochi, predicatori, cappellani, parroci e medici…ma più importante di quello che fanno è la maniera in cui lo fanno.

Priorità della vita Fraterna vissuta in comunità. Come indica la locuzione "Frati minori", l’intento dei Cappuccini è quello di essere fratelli ai piedi di tutti coloro che essi stessi servono.

L’affabilità e la disponibilità ad andare là dove sono più richiesti e il loro modo di lavorare e di vivere ha meritato loro l’appellativo di "Frati del popolo".

Martire dichiarato Santo

 

PADRE FEDELE DA SIGMARINGEN, Sacerdote Predicatore Martire (1578-1622)

Marco Roy (Fedele) nasce a Sigmaringen, diocesi di Costanza, nei primi giorni d'ottobre del 1577

Nel 1601 ottiene la laurea di filosofia nel collegio dei gesuiti di Brisgovia.
Negli anni 1601-1604 frequenta l'università di Friburgo
Nel 1604 accompagna un gruppo di studenti in Italia
Il 7 maggio 1611 ottiene brillantemente la laurea in diritto civile ed ecclesiastico
Nel mese di settembre 1612 viene ordinato sacerdote
Il 4 ottobre 1612 entra tra i cappuccini e inizia il noviziato nel convento di Friburgo
Il 4 ottobre 1613 professione religiosa
Dal 1614 al 1618 studia teologia a Friburgo, a Fraunfeld e Costanza
È guardiano a Rheinfelden nel 1618-1619
Superiore a Feldkirch nel 1619-1620
Guardiano a Freiburg nel 1620-1621 e ancora a Feldkirch nel 1621-1622 dove assiste i soldati
Creata da Propaganda Fide la Missione nella Rezia, nel 1622 è fatto missionario apostolico a Prättigau
Il 24 aprile 1622 a Seewis è ammazzato dagli eretici
In ottobre 1622 il corpo è portato a Feldkirch
Il processo informativo inizia nel 1623
Beatificato il 24 marzo 1729 da Benedetto XIII
Dichiarato santo da Benedetto XIV il 29 giugno 1746

O Signore, trasformami tutto in Te! Intendo in special modo supplicarti di rendermi totalmente conforme alla tua santissima Umanità in tutte le tue virtú, tribolazioni, pene e tormenti, e soprattutto nella tua abiezione, umiltà e annientamento.

(S. Fedele da Sigmaringen)
Germania

 Nella liturgia viene ricordato il 24 aprile

 

Martiri dichiarati Beati

 

 

Nome Giorno celebr. Date della vita Motivo Dove

Agatangelo da Vendome  

7 ago. 

1598-1638

    

Sacerdote Missionario Martire

Francia

Aniceto Koplin   12 giug.   1875-1941   Sacerdote Martire ad Auschwitz   Polonia
Apollinare da Posat   2 set.  1739-1792 Sacerdote Ministero clandestino Martire Svizzera
Cassiano da Nantes   7 ago. 1607-1638 Religioso non sacerdote
Missionario
Martire
Francia
Enrico da Krzysztofik   12 giu. 1908-1942   Sacerdote
Martire nel lager di Dachau  
Polonia
Fedele Chojnacki   12 giu.   1906-1942   Religioso non sacerdote
Martire nel lager di Dachau  
Polonia
Floriano Stepniak 12 giu   1912-1942   Sacerdote
Martire nel lager di Dachau  
Polonia
Gianluigi da Besançon   18 ago. 1720-1794  Religioso non sacerdote
Martire a causa della rivoluzione francese
Francia
Protasio da Sees   18 ago. 1747-1794 Sacerdote
Martire a causa della rivoluzione francese
Francia
Sebastiano da Nancy   18 ago. 1749-1794 Sacerdote
Martire a causa della rivoluzione francese
Francia
Sinforiano Ducki   12 giu.   1888-1942 Religioso non sacerdote
Martire nel lager di Auschwitz
Polonia

 

I martiri di Gondar:  


AGATANGELO DA VENDOME (1598 - 1638)  E CASSIANO DA NANTES (1607 - 1638)

Agatangelo Noury nasce a Vendôme il 31 luglio 1598
Nel 1618 inizia l'anno di noviziato tra i cappuccini di Mans
Nel 1620 è inviato a Poitier a continuare gli studi
Studia teologia nel convento di Rennes
Nel 1625 viene ordinato sacerdote
Nel 1628 è inviato nelle missioni di Levante
Giunge ad Aleppo il 29 aprile 1629
Nel 1633 gli viene affidata la missione in Egitto, dove giunge anche p. Cassiano


Cassiano Lopez-Nieto nasce a Nantes il 14 gennaio 1607
Il 16 febbraio 1623 veste l'abito cappuccino nel convento di Angers
Serve gli appestati a Rennes nel 1631-1632
Giunto ad Alessandria missionario nel 1633, si unisce a p. Agatangelo
Nel 1638 i due missionari raggiungono una carovana per il viaggio in Etiopia
Giunti finalmente a Deborech nel Serawa sull'altipiano eritreo, vengono imprigionati
Prigionieri, vengono trasportati ignominiosamente a Gondar dove giungono il 5 agosto 1638
Il 7 agosto vengono processati e condannati all'impiccagione, che poi diventa lapidazione a furor di popolo
La causa di questi martiri, tentata nel Seicento, venne introdotta il 10 gennaio 1887
Il 27 aprile 1904 san Pio X riconosceva l'autenticità del loro martirio e il 1° gennaio 1905 li proclamò beati

 

Per l'amore di Gesù crocifisso e della sua santa Madre, che il fuoco del vostro zelo s'infiammi contro questi enormi scandali. Da parte mia, non sarò responsabile al tribunale di Cristo, che ci giudicherà tutti, e Lo prego con amore di chiamarmi ora tra i buoni e fedeli servitori che si saranno impegnati con fervore al suo servizio.

(B. Agatangelo da Vendôme)

Nella liturgia viene ricordato il 7 agosto      

  

Aniceto Koplin  
(1875-1941)

"PROFUMO D'INCENSO"

É a partire dalla fine che spesso una vita riceve la sua luce. Questa constatazione è doppiamente vera per un uomo che il 13 giugno 1999 venne proclamato beato a Varsavia da Giovanni Paolo II in occasione del suo ottavo viaggio in Polonia. Quest'uomo sarebbe rimasto sconosciuto, se non fosse giunto agli onori degli altari. Ma ora la sua vicenda getta un'ennesima luce nel tanto buio capitolo della storia tedesca di questo secolo. E anche nella vicenda umana, la sua fine manifesta chi è stato e per che cosa è vissuto.
Stiamo parlando di Aniceto Koplin, un cappuccino finora sfuggito alle cronache del mondo. Nato il 30 giugno 1875 in Preußisch-Friedland (oggi Debrzno) nella provincia di Prussia occidentale (Westpreußen) in Germania, una città confinante con la Polonia in cui forte era anche la presenza polacca.

Forti in particolare erano i rapporti tra i pochi cattolici tedeschi della zona e il gruppo dei polacchi soprattutto a causa della comune fede cattolica, che dava loro l'occasione di partecipare alle stesse liturgie e di condividere anche gli stessi lavori. Il piccolo Adalberto, il nome che gli venne imposto nel battesimo, era il più piccolo di 12 fratelli, di una famiglia tutt'altro che benestante che si manteneva con lo stipendio del padre operaio. Adalberto, o semplicemente Alberto, come tutti lo chiamavano, conobbe anche i cappuccini noti in quel tempo per il loro apostolato sociale e ne ebbe anche un'esperienza diretta nella sua giovinezza. Il 23 novembre 1893 egli entrò nel lontano convento dei cappuccini di Sigolsheim nell'Alsazia (nella Prussia tutti i conventi cappuccini erano stati soppressi) appartenente alla provincia Renano-Wesfalica, e ricevette il nome di Aniceto (l'invincibile).

Il giorno dell'Assunta del 1900 venne consacrato sacerdote per svolgere poi il suo ministero innanzitutto a Dieburg, poi lungamente nella regione della Ruhr (Werne, Sterkrade, Krefeld) come assistente per la gente polacca. A casa aveva infatti un po' studiato polacco e l'aveva poi migliorato personalmente durante gli anni di studio, sfruttando anche una volta il periodo di ferie presso la sua sorella che viveva in Polonia per trascorrere un periodo in un ambiente polacco. Nel suo apostolato nella zona della Ruhr la sua conoscenza della lingua polacca gli era molto utile, come anche la sua origine da una famiglia di operai. Egli riusciva a capire la gente operaia, e viceversa essi capivano lui. La vicinanza affettiva alla Polonia, non diminuiva però il suo amore per la Germania: era un uomo di frontiera, ma anche un patriota. All'inizio dello scoppio della prima guerra mondiale compose delle poesie a favore della guerra, composizioni che oggi ci imbarazzano. Ma anche questa sua capacità poetica più tardi pose a servizio dei poveri che divennero sempre di più l'unico obbiettivo della sua attività pastorale.

La svolta fondamentale nella vita di p. Aniceto avvenne nel 1918 a Krefeld quando gli venne rivolta la richiesta di rendersi disponibile per la riorganizzazione della vita ecclesiale e dell'Ordine a Varsavia. Con entusiasmo accettò questa sfida. Dopo lunghi anni di dominio zarista, la Polonia aveva ritrovato la sua libertà. Però la situazione economica era disastrosa e molti erano i poveri e le famiglie che vivevano nella miseria. Né molti erano i grandi ricchi, come vediamo oggi nelle situazioni contraddittorie di paesi quali il Brasile, il Messico, l'India. P. Aniceto si fece mediatore tra questi due gruppi. Senza chiedere nulla per sé, sempre con il suo povero saio e con i sandali, lo si vedeva sempre a piedi per le strade di Varsavia a chiedere la carità per i suoi poveri. E ciò che poteva ricevere riponeva nelle profonde tasche del suo mantello: pane, salsicce, frutta, verdura, dolci per i bambini. Spesso si caricava sulle sue spalle pesanti pacchi o trascinava grandi valige piene di beni di prima necessità. Il 25 gennaio 1928 scrive al suo provinciale padre Ignazio Ruppert: "Un particolare impegno, che rappresenta spesso un lavoro gravoso, costituiscono per me i numerosi poveri e la molta gente qui senza lavoro, per i quali quasi giornalmente esco per la questua". Era stimato per questo come "san Francesco di Varsavia".
Non si è lontani dal vero se si interpreta la sua attività di questuante per i poveri come un'espressione di attività sportiva.

Fin dalla sua giovinezza egli si era esercitato giornalmente nel sollevamento dei pesi. In occasione della preghiera di mezzanotte, tradizione che per ogni frate iniziava dal noviziato, egli, prima della preghiera o dopo essere tornato in camera, si esercitava nella sua specialità. La sua costanza lo portò ad una grande potenza muscolare così da poter fare cose straordinarie, con la gioia dei suoi confratelli o a vantaggio dei poveri o anche a servizio dell'attività pastorale. Così alzava tavoli e banchi o mostrava le sue capacità nelle feste paesane per poi passare con il "cappello" (zucchetto) chiedendo la ricompensa per i suoi poveri. Si racconta che un poliziotto violento con la sua moglie e i suoi bambini, nonostante le sue ripetute confessioni, non riusciva a migliorare il suo carattere aggressivo. Un giorno padre Aniceto lo portò in sagrestia, lo prese per la cintura e lo sollevò sopra la sua testa urlandogli: "Vedi cosa posso farti? E che farà Dio con te se continui ad essere così violento?". La lezione fu efficace, il poliziotto si liberò dalla sua violenza.
Quando padre Aniceto non era in giro per i suoi poveri, sedeva spesso nel confessionale della chiesa dei cappuccini di Varsavia. Ogni mattina iniziava a confessare un'ora prima della messa e vi restava per tutta l'ora seguente, e di nuovo alla sera, quando ritornava in convento dalla sua questua. Svolgeva questa attività più volentieri che predicare, richiesta quest'ultima che gli veniva rivolta soltanto di rado dal superiore, a causa della sua conoscenza limitata del polacco.

Ai molti sacerdoti che venivano al suo confessionale impartiva delle brevi ma molto efficaci ammonizioni in latino; egli venne scelto come confessore dai vescovi Gall e Gawlina, e anche dal cardinale Kakowski e dal nunzio apostolico Achille Ratti, il futuro Pio XI. Come penitenza normalmente imponeva di fare un'elemosina per i poveri, penitenza data anche al cardinale Kakowski al quale impose di donare durante il tempo invernale un carro di carbone per una famiglia povera.
Padre Aniceto si prese cura dell'anima e del corpo degli altri. Chiedeva ai ricchi pane per i poveri, ma invitava questi a pregare per sé e per i ricchi: davanti a Dio ognuno porta la responsabilità dell'altro. Di grande significato era vedere davanti al suo confessionale officiali dell'esercito accanto ai contadini, donne eleganti vicino a povere vedove. Il cappuccino aveva lo stesso amore per tutti. La notizia che qualcuno era morente lo faceva correre al suo capezzale per consolarlo e portargli i sacramenti della confessione e della comunione. E se qualcuno moriva abbandonato da tutti, egli si prendeva cura anche della sepoltura. Spesso prendeva parte ai riti funebri e alla processione verso il cimitero, pregando lungo la via il suo breviario o il rosario, e a volte succedeva che tanta era la sua immersione in Dio da non accorgersi dell'entrata del cimitero così da andare oltre mentre il corteo funebre svoltava verso il camposanto.

Aniceto Koplin era di nazionalità tedesca. Non lo nascondeva, nemmeno quando la politica di Hitler aveva iniziato a rivelarsi inaccettabile. Quando si trovava a discutere con i suoi confratelli egli spesso batteva i pugni contro il tavolo parlando degli avvenimenti politici della Germania. Aveva intravisto e capito lo spirito anticristiano del nazionalsocialismo e la sua visione demoniaca del mondo. Per Aniceto non si poteva entrare a patti con questa corrente politica. Avendo sperimentato fin dalla sua giovinezza l'onestà e la fede della gente polacca, non poteva non schierarsi dalla loro parte, fino ad assumere, animato da una radicale solidarietà, il nome di Koplinski. Durante la prima settimana dell'occupazione tedesca in Polonia, egli rimase in convento. Ma subito lo si vide impegnato nell'aiuto ai suoi poveri e anche a coloro che dovevano fuggire a causa della violenza nazista. Dall'ambasciata tedesca, utilizzando la sua conoscenza del tedesco, ottenne i necessari permessi per ottenere viveri, vestiti, scarpe e medicine. Il padre Koplinski si impegnò anche per i cristiani non cattolici e per gli ebrei, cosa testimoniata dall'arcivescovo Niemira.

Per la Gestapo i cappuccini e in particolare p. Koplinski erano fumo negli occhi. Il giorno dell'Ascensione del 1941 ebbe luogo il primo interrogatorio. Il cappuccino prussiano, senza paura e con molta franchezza, come era sua abitudine, espresse un giudizio molto pesante: "Dopo quello che Hitler ha fatto in Polonia, io mi vergogno di essere un tedesco". È possibile ritenere che il padre cappuccino avrebbe salvato la sua vita, se si fosse appellato alla sua cittadinanza tedesca. Ma non sembra, per quanto sappiamo, che abbia tentato questa via di uscita, che poi avrebbe contraddetto la schiettezza e lo spirito di sacrificio che contraddistingueva la sua persona. Sta di fatto che il 28 giugno 1941, il giorno dopo l'attacco aereo a Varsavia, venne arrestato insieme ad altri 20 confratelli e rinchiuso nella prigione di Pawiak. Motivo dell'arresto era di aver letto fogli propagandistici antinazionalsocialisti e di aver espresso idee contrarie al nuovo regime.

Arrestati vennero rasati dei capelli e della barba e spogliati anche dei loro abiti religiosi, tuttavia fu concesso loro di conservare il breviario. Il padre guardiano e p. Aniceto furono torturati per spingerli ad autoaccusarsi, senza però riuscire a strappar loro l'ammissione di aver istigato la gente alla ribellione contro il regime. Egli rimase fedele alla sua vocazione di religioso e di sacerdote, anche dinanzi alle minacce e alle rappresaglie; ne fa fede quanto dichiarò apertamente durante gli interrogatori: "Sono sacerdote e dovunque vi siano uomini, io là opero: siano essi ebrei, polacchi, e ancor più se sofferenti e poveri".

Il 3 settembre furono caricati tutti in un carro bestiame per essere trasportati ad Auschwitz, dove ricevettero la tanto tristemente famosa casacca a strisce e un numero di prigionia. Era stata strappata loro la dignità di persone per essere ridotti ad un numero tra le migliaia di altri prigionieri. Avendo 66 anni P. Aniceto venne destinato nel blocco degli invalidi, che a sua volta era vicino a quello dei destinati allo sterminio. Non sappiamo bene quali soprusi e maltrattamenti egli dovette sopportare durante le cinque settimane che seguirono, ma lo possiamo un po' ricostruire dai racconti che riportarono i sopravvissuti. Possediamo però la testimonianza diretta del suo provinciale e compagno di prigionia p. Arcangelo, il quale racconta che "p. Aniceto, appena giunto all'entrata del campo di concentramento, venne bastonato perché non riusciva a tenere il passo degli altri; oltre ciò fu azzannato anche da un cane delle SS. Durante l'appello il frate cappuccino venne messo insieme agli anziani e a coloro che non potevano lavorare e collocato nel blocco vicino a quello dei destinati alla morte. Durante tutto questo periodo di sofferenze p. Aniceto ha pregato e taciuto, mantenendo costantemente la pace e il silenzio".

Questa testimonianza è sufficiente per farci intuire che il padre cappuccino, dopo aver spesso celebrato la via crucis e aiutato altri a portare la loro croce dietro Gesù, viveva quel momento tragico della sua esistenza unito a Gesù e come sentiero doloroso verso il Golgota. Colui che fino a poco tempo prima aveva urlato per difendere i poveri e condannare il peccato, ora taceva e pregava. Prima di essere portato alla camera a gas, diceva ancora ad un amico: "Dobbiamo bere fino in fondo questo calice".
Il 16 ottobre gli aguzzini dopo aver allestito un breve processo, buttarono il p. Aniceto insieme ad altri prigionieri in una fossa e gettarono sopra di loro calce viva; una morte atroce, poiché la calce sprigiona una violenta attività corrosiva sui corpi vivi fino a consumarli come fosse fuoco.
Dopo essere vissuto povero ed essersi impegnato per i poveri, Aniceto Koplin ha incontrato sorella morte nella più totale povertà.

Esternamente era stato spogliato di tutto anche della sua carne, ma internamente rimase ricco di un tesoro che nessuno mai gli avrebbe potuto strappare: la fede, la dignità, l'attenzione amorosa agli altri. È morto nella speranza della resurrezione e nella fede che anche la sua sofferenza e atroce morte costituiva un aiuto per riconciliare gli animi divisi della Germania e della Polonia, dei giudei e dei cristiani, dei cattolici e dei protestanti, dei poveri e dei ricchi.

Leonardo Lehmann

Nella liturgia viene ricordato il 12 giugno  

  

Apollinare da Posat  
 
(1739 - 1792)
 

 

Gian Giacomo Morel (Apollinare) nacque il 12 giugno 1739 nel villaggio di Préz-vers-Noréaz, presso Friburgo
Nel 1747 fino al 1750 è affidato alle cure del curato del paese e nel 1755 entra nel collegio S. Michele dei gesuiti a Friburgo
Il 28 luglio 1762 sostiene brillantemente una disputa filosofica pubblica
Il 26 settembre 1762 vestì l'abito cappuccino nel convento di Zug, e si chiamò Apollinare da Posat (nome d'origine del padre)
Il 26 settembre 1763 fece la professione religiosa e il 22 settembre 1764 venne ordinato sacerdote a Bulle
Dal 1769 al 1774 è impegnato nell'aiutare il clero di varie parrocchie, come Sion, Porrentruy, Bulle e Romont
Alla fine di agosto 1774 è insegnante e direttore degli studenti di teologia a Friburgo e nel 1780 è vicario nel convento di Sion
Il 20 agosto 1781 è vicario nel convento di Bulle e nel 1785 è trasferito a Stans, direttore della scuola annessa al convento
Il 16 aprile 1788 lascia Stans e va a Lucerna e nell'autunno del 1788 è confessore dei tedeschi nel convento di Marais in Francia
Soppressi gli Ordini religiosi, egli va come vicario nella parrocchia di S. Sulpizio ai primi di marzo 1790
Il 1° aprile 1791 si dà al ministero clandestino
Il 14 agosto 1792, celebrata la messa, si costituisce ai commissari di Lussemburgo
Il 2 settembre, domenica, nella chiesa del Carmine, vengono massacrati 113 martiri, tra i quali Apollinare da Posat
Pio XI il 17 ottobre 1926 insieme agli altri martiri lo dichiara "beato"

 

Perché affliggervi tanto per me? Non sapete che io debbo essere nelle cose che riguardano il mio ministero? A chi appartiene il regno di Dio? A coloro che soffrono persecuzioni per la giustizia. Non è forse soffrendo tormenti ben più atroci, che il Cristo è entrato nella sua gloria? Il servo sarà più grande del suo padrone? Invocherò il Signore nella lode e sarò liberato dai miei nemici.

(B. Apollinare da Posat)

Nella liturgia viene ricordato il 2 settembre  
  

                        

   

Enrico da Krzysztofik

  

"SULLA CROCE INSIEME A CRISTO"

Enrico (Henryk) nacque il 22 marzo 1908 da Giuseppe e Francesca Franaszczyk, nel villaggio di Zachorzev. Fu battezzato nella parrocchia di Slawno (diocesi di Sandomierz - Polonia) il 9 aprile 1908 con il nome di Giuseppe.

Terminata la scuola primaria nel 1925. si presentò al Collegio di S. Fedele dei Cappuccini di Lomza, dove frequentò due classi. Quindi si rivolse all'Ordine dei cappuccini del commissariato di Varsavia. Il 14 agosto del 1927, presso il convento di Nowe Miasto, vestì l'abito cappuccino e prese il nome religioso di Enrico. Un anno più tardi, il 15 agosto 1928, emise i voti temporanei. In seguito fu mandato in Olanda, presso il convento cappuccino della Provincia di Parigi, a Breust-Eysden. Trascorsi i due anni di filosofia, fu inviato a studiare teologia a Roma, dove il 15 agosto 1931 emise i voti perpetui e il 30 luglio 1933 fu ordinato sacerdote. Per incarico dei suoi superiori, proseguì gli studi presso la facoltà di teologia dell'Università Gregoriana, risiedendo nel Collegio Internazionale S. Lorenzo da Brindisi dei cappuccini. Nel 1935 conseguì la licenza in teologia.

Ritornato in Polonia, fu destinato al convento di Lublino, dove insegnò teologia dogmatica presso il locale seminario religioso cappuccino. Di lì a poco fu nominato rettore dello stesso seminario e vicario del convento. Nella chiesa del convento spesso predicò con grande passione spirituale e fervore interiore. La seconda guerra mondiale, scoppiata il 10 settembre 1939, lo sorprese mentre attendeva a questi incarichi.

Il guardiano del convento lublinese, Gesualdo Wilem, un olandese (in quel periodo i cappuccini polacchi erano aiutati dai cappuccini provenienti dall'Olanda), dovette rinunciare alla carica di superiore e fu costretto a lasciare la Polonia. Enrico fu allora nominato guardiano del convento. In qualità di guardiano e contemporaneamente di rettore del seminario, venne a trovarsi in una posizione molto delicata. A causa della guerra, in seminario le lezioni per l'anno accademico 1939-1940 iniziarono in ritardo. Il clima era estremamente inquieto e teso. Le truppe tedesche si abbandonavano alla ferocia e gli arresti si susseguivano senza interruzione. In questo clima sfavorevole Enrico cercò di rasserenare i suoi seminaristi.

Il 25 gennaio 1940 la Gestapo tedesca arrestò 23 cappuccini del convento di Lublino e fra loro il superiore, fr. Enrico Krzysztofik. Il primo luogo della loro prigionia fu il Castello di Lublino, mentre si attendeva che ci fosse posto in carcere.
Enrico disse: "Fratelli, fintantoché abbiamo la mente lucida formuliamo questo buon proposito: Qualunque cosa ci capiterà in futuro, qualunque cosa ci accada, ciascuno di noi ne faccia offerta propiziatoria a Dio".

Durante tutto il periodo trascorso in carcere fu premuroso con tutti. Fece in modo che all'alba fosse celebrata la s. Messa. Il 18 giugno 1940 fu tradotto, insieme a tutti i confratelli, al campo di concentramento di Sachsenhausen, presso Berlino. Là "in condizioni ben peggiori, si ricordò di ciascuno di noi", - scrive uno di quelli che condivise il destino del campo, il defunto fr. Ambrogio Jastrzebski. Quando nell'autunno del 1940 ricevette per primo dei soldi, comprò nello spaccio del campo due pagnotte, le spartì in 25 porzioni -tanti erano i cappuccini - e disse: "Su, fratelli, cibiamoci dei doni del Signore. Servitevi fintanto che ce n'è...". Il già citato fr. Ambrogio definiva così quel gesto fraterno: "Un nobile gesto, il tuo, che è in grado di apprezzare solo chi è stato in campo di concentramento e sa quanta abnegazione, diciamo pure eroismo, ci voglia per distribuire due pagnotte quando si è affamati e le si divorerebbe subito da soli!".

Il 14 dicembre 1940 Enrico, insieme al resto dei confratelli, fu trasferito nel campo di concentramento di Dachau, dove ricevette il numero di matricola 22.637. Nella dura vita del campo non si risparmiò mai. Pur essendo egli stesso debole e malfermo sulle gambe, aiutava gli altri più deboli, soprattutto i più anziani. Sopravvisse in campo di concentramento solo fino all'estate del 1941. Nel luglio del 1941, data la sua completa spossatezza che gli impediva ormai di camminare da solo, fu consegnato all'ospedale del campo, il che equivaleva a una condanna a morte. Di là fece recapitare ai propri allievi chierici un messaggio segreto, riportato poi a memoria da uno dei destinatari, fr. Gaetano Ambrozkiewicz: "Cari fratelli! Sono in corsia nel blocco 7. Sono paurosamente dimagrito perché disidratato. Peso 35 chili. Fanno male tutte le ossa. Sono disteso sul letto come sulla croce insieme a Cristo. E mi è grato essere e soffrire con Lui. Prego per voi e offro a Dio queste mie sofferenze per voi".
Morì il 4 agosto del 1942 e fu bruciato nel forno crematorio del campo 12.

 

    

   
B. Fedele Chojnacki  

(1906-1942)

"STUDENTE MARTIRE"

Nacque a Lódz la festa di Ognissanti del 1906, ultimo di sei fratelli. Al battesimo, impartitogli tre giorni dopo, i genitori Waclaw e Leokadia Sprusinska gli imposero il nome di Hieronim (Gerolamo).
In famiglia ricevette un'educazione religiosa esemplare, frequentando la sua parrocchia di S. Croce. Terminata la scuola superiore, si iscrisse all'accademia militare. Finiti gli studi, non riuscì a trovare un lavoro. Grazie all'aiuto di parenti, per un anno lavorò a Szczuczyn Nowogrodzki presso l'Istituto della Previdenza Sociale (ZUS) e successivamente lavorò alla Posta Centrale di Varsavia. Era un impiegato molto apprezzato per la sua affidabilità. Nel frattempo, insieme allo zio, p. Stanislao Sprusinski, collaborava alla gestione dell'Azione Cattolica.

Si occupò della campagna contro l'alcool, essendo egli stesso astemio. Operando all'interno dell'Azione Cattolica, avvertì il bisogno di un approfondimento della vita interiore. Entrò dunque nel Terz'Ordine di S. Francesco presso la chiesa dei cappuccini a Varsavia. Le sue nobili doti di carattere gli guadagnavano la fiducia della gente, riuscendo anche a riconciliare persone in discordia. In quel tempo fece amicizia con il Beato Aniceto Koplin, famoso questuante di Varsavia. I rapporti costanti con i cappuccini suscitarono in lui la vocazione religiosa.

Il 27 agosto 1933, a Nowe Miasto, ricevette l'abito cappuccino e il nome religioso di Fedele. Nonostante i suoi 27 anni e l'esperienza di vita, denotava grande disponibilità e semplicità, mantenendo piacevoli rapporti con tutti. Nel periodo del noviziato si preoccupò di conoscere i principi della vita interiore e si dedicò con impegno al proprio perfezionamento spirituale.

Emise i voti temporanei il 28 agosto 1934 e partì per Zakroczym per studiare filosofia. Qui, con il consenso dei superiori, fondò un Circolo di Collaborazione Intellettuale per i seminaristi. Continuò ad occuparsi del problema dell'astinenza dall'alcool e fondò un Circolo degli Astemi. Inoltre cooperò con il Terz'Ordine francescano.
All'inizio del 1937 superò con un'ottima valutazione l'esame finale di filosofia. Il 28 agosto 1937 emise i voti perpetui. In seguito studiò teologia presso il convento di Lublino. Alla scoppio della seconda guerra mondiale frequentava il terzo anno di teologia. In una lettera del 18 dicembre 1939 manifestò allo zio, p. Stanislao Sprusinski, un certo sconforto e abbattimento per il fatto di non poter vivere e studiare normalmente.

Un mese dopo le festività natalizie del 1939, il 25 gennaio 1940, venne arrestato e internato nel carcere del Castello di Lublino. Sopportò con serenità e addirittura con un certo buon umore le dure condizioni carcerarie, la mancanza di moto, di spazio e di aria. Dopo 5 mesi, il 18 giugno 1940, fu trasferito insieme a tutto il gruppo nel campo di concentramento di Sachsenhausen, nei pressi di Berlino. Si trattava di un lager modello, di vero stampo prussiano, specie nella disciplina e nell'ordine, finalizzato all'annientamento dell'individuo. Qui Fedele perse il suo ottimismo. Il trattamento disumano dei prigionieri lo scioccava, inducendolo al pessimismo.
Il 14 dicembre 1940, con un convoglio di preti e religiosi, venne trasferito al campo di concentramento di Dachau, vicino a Monaco di Baviera, dove il suo stato d'animo peggiorò ulteriormente. Gli fu impresso sul braccio il numero di matricola 22.473. Le notizie delle continue vittorie del fronte militare tedesco non facevano intravedere ai prigionieri alcuna speranza di uscire dal campo. La fame, il lavoro e le persecuzioni pesavano sempre di piú. "La capacità di cavarsela, l'energia vitale l'avevano abbandonato". Il lavoro molto superiore alle sue forze, la fame, la penuria di indumenti, procurarono a fr. Fedele una grave malattia polmonare.

Una mattina d'inverno del 1942, mentre trasportava insieme a un compagno un pesantissimo pentolone di caffè dalle cucine, scivolò, rovesciò il caffè bollente, provocandosi gravi bruciature. La dura punizione a cui lo sottopose il capoblocco debilitò ancor più la sua psiche. Fra Gaetano Ambrozkiewicz, compagno di sventura nel lager, narra così l'addio di fr. Fedele: "Non dimenticherò mai quella domenica pomeriggio dell'estate 1942 quando fr. Fedele lasciò la nostra baracca 28 per trasferirsi nel blocco degli invalidi. Era stranamente così quieto e assorto, negli occhi aveva persino dei riflessi di serenità, ma erano ormai riflessi non di questo mondo. Ci baciò tutti, congedandosi con parole di s. Francesco e dicendo "Sia lodato Gesù Cristo, arrivederci in cielo".
Poco tempo dopo, il 9 luglio del 1942, si spense nell'ospedale del campo. Il corpo venne arso nel forno crematorio.

  

   

 

B. Floriano Stepniak  
(1912-1942)

 
"SOLE DEL CAMPO"

ll  beato Floriano nacque a Zdzary, nei pressi di Nowe Miasto, il 3 gennaio 1912. I suoi genitori erano contadini e si chiamavano Paolo e Anna Misztal. Ricevette il battesimo il 4 gennaio 1912, con il nome di Giuseppe. La madre morì quando egli era ancora piccolo. Il padre si risposò. Terminata la scuola primaria a Zdzary, avvertì un forte desiderio di studiare e di diventare cappuccino. Grazie ai cappuccini di Nowe Miasto ultimò la scuola secondaria superiore e, successivamente, nel 1927, gli studi nel Collegio di S. Fedele dei cappuccini di Lomza. Di capacità mediocri, suppliva alle carenze con la diligenza e la laboriosità. Un suo compagno di studi, fr. Gaetano Ambrozkiewicz, lo descrive così: "Un'anima santa. Solidale, franco, allegro, eppure già allora un po' diverso da noi, ragazzi giocherelloni e con la testa fra le nuvole". Aderì al Terz'Ordine di S. Francesco quand'era allievo del ginnasio. In seguito si rivolse all'Ordine dei cappuccini di Nowe Miasto, presso i quali iniziò il noviziato il 14 agosto del 1931 e, insieme all'abito religioso, ricevette il nome di Floriano. Nel noviziato si distinse per il suo zelo, la generosità e la devozione.

Fece la professione temporanea il 15 agosto 1932. Dopo aver terminato il corso di filosofia, il 15 agosto 1935 emise la professione perpetua. Continuò gli studi teologici a Lublino.
Terminati questi, fu ordinato sacerdote il 24 giugno 1938. Dopo di che venne inviato alla Facoltà di Teologia dell'Università Cattolica di Lublino per studiare Sacra Scrittura. Allo scoppio della guerra, il 1° settembre 1939, si trovava a Lublino In quei giorni e mesi cruciali non abbandonò il convento al pari di altri, ma continuò coraggiosamente a confessare i fedeli. Per via delle persecuzioni, molti ecclesiastici si nascondevano e non c'era chi potesse seppellire i morti. Floriano se ne incaricò con grande coraggio e generosità. Non fece altro, in realtà, che mettere in pratica quella frase programmatica della vita religiosa che aveva apposto di suo pugno sulla immaginetta dell'ordinazione sacerdotale: "Siamo pronti a darvi non solo il Vangelo, ma la nostra stessa vita". Una frase che esprimeva l'essenza della sua vita.
Non ebbe modo di operare a lungo a Lublino. Il 25 gennaio 1940, insieme a tutti i frati del convento, fu tratto in arresto dalla Gestapo e imprigionato nel Castello cittadino. L'arresto fu per lui uno schock, ma non crollò e non perse l'ottimismo e l'allegria che, in lui, erano innati. Il 18 giugno 1940, insieme ad altri confratelli, fu tradotto al campo di concentramento di Sachsenhausen. vicino a Berlino. Anche qui non perse il suo bonumore, benché la vita dei lager fosse così terribile. Il 14 dicembre 1940 fu trasferito al campo di concentramento di Dachau, dove gli fu dato il numero di matricola 22.738. I suoi confratelli prigionieri lo chiamavano "padre spirituale" del blocco dei condannati e "sole del campo".

Il freddo lo afflisse fino a minare il suo organismo. Era un uomo di struttura forte e robusta, quindi necessitava di molto nutrimento. Alla debilitazione per fame si aggiunse la malattia. Nell'estate del 1942 si ammalò e fu ricoverato nell'ospedale del campo, la cosiddetta "corsia". In quel periodo tutti gli inabili al lavoro e gli infermi venivano destinati, come invalidi, al trasferimento dove c'erano "condizioni migliori". Lì venne destinato anche Floriano. Dopo alcune settimane, nonostante le razioni da fame e la degenza in ospedale, si rimise a sufficienza e fu dimesso. Ma non fu riportato nel suo blocco. In quanto convalescente fu trasferito nel blocco per gli invalidi (numero 29, dispari). Così ricorda il comportamento di fr. Floriano il suo compagno di sventura nel lager, fr. Gaetano Ambrozkiewicz:
"Alcuni amici sacerdoti, riusciti a scampare al blocco invalidi, narrarono che fr. Floriano Stepniak aveva portato la luce a quell'infelice baracca. Gli uomini chiusi là dentro erano destinati a morire.

Morivano di stenti a decine e numerosissimi venivano condotti via a gruppi non si sa dove. Soltanto in seguito si seppe che venivano eliminati nelle camere a gas nei dintorni di Monaco. Chi non ha provato il lager non ha idea di cosa significasse per quella gente, solo pelle e ossa del blocco degli invalidi, immersa in un'atmosfera di morte, una mite parola di conforto; che cosa potesse rappresentare per loro il sorriso di un cappuccino ridotto allo stremo come loro".
Quando venne la volta della lettera "S" (il cognome era Stepniak), Floriano fu condotto al reparto degli invalidi, nonostante si sentisse ormai bene e fosse in grado di tornare ai lavoro. Fu ucciso con il gas il 12 agosto del 1942. Il corpo fu con ogni probabilità cremato nei forni. Le autorità del campo recapitarono ai genitori, a Zdzary, l'abito, avvertendoli malignamente che il figlio Giuseppe era morto di angina.

   

  

B. Gianluigi da Besançon  
(1720-1794)

"UN CANTO DI GIOIA NELLA MORTE"

Tra gli oltre 800 preti e religiosi ammassati sui famigerati "pontons de Rochefort" ormeggiati presso l'isola d'Aix nel 1794 c'erano anche diversi frati cappuccini. Avrebbero dovuto essere deportati alla Guyane, ma i velieri inglesi che incrociavano le coste francesi impedirono questo viaggio. Così su questi prototipi "campi di morte" galleggianti molti lasciarono miseramente la vita per amore della fede. Questo sacrificio è stato riconosciuto come grazia di martirio il primo ottobre 1995 da Giovanni Paolo II per Giambattista Souzy, vicario generale de La Rochelle e i suoi 64 compagni, tra i quali i cappuccini Gianluigi di Besançon, Protasio di Sées e Sebastiano di Nancy, dei quali ora vogliamo brevemente narrare la storia.

Giambattista (era questo il suo nome di battesimo) era nato l'11 marzo 1720 a Besançon (Doubs) da Gianluigi Loir ed Elisabetta Juliot, sesto di una nidiata di otto figli e venne battezzato nello stesso giorno. Il padre, parigino, era direttore e tesoriere della Zecca di Borgogna a Besançon e nel 1730 fu eletto direttore della stessa a Lione, dove venne ad abitare con tutta la famiglia e dove il figlio Giambattista fece i suoi studi, anche se non si conosce quasi nulla della sua fanciullezza. Si sa però che a vent'anni, nel mese di maggio 1740, si fece cappuccino nel grande convento della città e prese con l'abito il nome di fra Gianluigi. Professò il 9 maggio 1741. A Lione i cappuccini abitavano in due conventi, uno intitolato a San Francesco e detto "grand couvent", fondato nel 1575, nel quartiere Saint-Paul, l'altro costruito nel 1622, dedicato a S. Andrea e detto del "Petit Forez". In queste due case il futuro martire trascorse la maggior parte della sua vita religiosa. Almeno due volte esercitò l'ufficio di superiore, una volta nel convento di S. Andrea dal 1761 al 1764, e una seconda volta nel grande convento di S. Francesco fino al 1767. Oltre questa notizia, gli archivi tacciono.

Un abate che allora lo conobbe rilasciò questa significativa testimonianza: "Dotato di tutte quelle virtù che lo potevano rendere raccomandabile, egli non volle mai accettare nessuna carica, dicendo di essere entrato nell'Ordine non per comandare, ma per obbedire, non per dominare, ma per essere sottomesso. Dedicandosi con umiltà alla salvezza delle anime, esercitò il ministero della confessione con frutto e sembrava in questo infaticabile. Non c'era missione organizzata dai suoi frati, nella quale egli non prestasse il suo zelo. Il popolo semplice e i poveri erano i suoi prediletti; ma anche le persone di riguardo e importanti che si davano alla pietà si sentivano attratte dalla nobile urbanità e affabilità della sua figura maestosa e aggraziata. Sarebbe difficile numerare le conversioni da lui operate e le anime riportate a Dio in tutte le classi sociali".
Aveva 74 anni quando i rivoluzionari francesi obbligarono i preti e i religiosi, nel 1791, a prestare giuramento scismatico della costituzione civile del clero. Padre Jean-Louis si trovava nel convento di S. Francesco quando l'Assemblea Costituente aveva ordinato l'inventario delle persone e dei beni di ogni casa religiosa. Egli aveva dichiarato di voler restare nell'Ordine. Ma verso ottobre lasciò Lione e si ritirò nel Bourbonnais a Précord, nel castello dove abitava la sua sorella Nicole-Elisabeth col figlio Gilbert de Grassin e dove anche due nipoti suore domenicane avevano trovato rifugio. Una soffiata di qualche malevolo e sospettose dicerie causarono una perquisizione ordinata dal Direttorio il 3 febbraio 1793, e anche se il risultato fu nullo, il 30 maggio tutti gli abitanti del castello vennero trasportati a Moulins, dove 66 preti "insermentés", refrattari, erano stati reclusi parte nelle prigioni e parte nell'antico monastero Sainte-Claire.
Nell'elenco degli ecclesiastici che non avevano prestato giuramento figurava anche padre Loir, classificato "ci-devant capucin".

La sua età l'avrebbe risparmiato da ulteriori sofferenze se non fosse stato per il terribile accordo ateistico della fine del 1793, che permetteva tacitamente l'eliminazione di questi anziani ecclesiastici, che, infatti, furono trasportati, molti di loro ammalati, in tre spedizioni diverse, fino a Rochefort P. Jean-Louis lasciò Moulins il 2 aprile 1794, nella terza spedizione, con 26 deportati, canonici, curati, trappisti, cappuccini, altri francescani e fratelli delle Scuole Cristiane. Lungo il tragitto, su carri scortati da gendarmi e da guardie nazionali, vennero compatiti e aiutati dalla gente. Giunsero a Rochefort verso la fine di aprile. Perquisiti di ogni cosa, vennero ammassati su due vascelli ormeggiati in quella costa di mare.
Il vascello sul quale p. Jean-Louis venne trasferito si chiamava "Deuz-Associés". Il capitano e la sua ciurma erano gente da galera. Sul naviglio erano letteralmente ammucchiati più di 400 deportati in stato pietoso, vita di lager ante litteram. Una gavetta lurida serviva per il pasto di dieci persone che dovevano accontentarsi di carne avariata, di merluzzo, di fave grosse, attingendo il cibo in piedi, senza piatti né bicchieri né forchette, stretti stretti fra loro, servendosi di un cucchiaio di bosso. Era il supplizio della fame, al quale si aggiungevano altri terribili tormenti di carattere igienico-sanitario, senza rimedi, e gli insulti di quei marinai aguzzini. Ma il tormento più tremendo erano le ore notturne. Un fischietto annunciava l'ora del riposo. Quella massa umana, con molti vegliardi e ammalati, veniva costretta ad ammucchiarsi sotto coperta, nella stiva, come acciughe in un barile, e la notte era un inferno, con un'ultima raffinata crudeltà, anticipatrice delle camere a gas: quei galeotti spandevano acri vapori facendo scoppiare con palle infocate un barilotto di catrame: un metodo usato per purificare l'aria, ma che provocava nei prigionieri un tremendo sudore e tosse fino alla morte per soffocamento per i più deboli. E in quello stato venivano bruscamente mandati all'aria aperta sul ponte del vascello e tutti dovevano strisciare come vermi e il tremendo contrasto faceva loro stridere i denti per i brividi di freddo.

Tuttavia la pena più grande era di non poter tenere né breviario né altri libri di pietà e neppure di poter pregare insieme. Ciò nonostante c'era chi aveva potuto nascondere un breviario, o un vangelo o gli oli santi e qualcuno anche le ostie consacrate. E in quella cloaca infetta quei martiri si scambiavano i sacramenti che li fortificavano ad affrontare la morte con gioia.

Queste erano le sofferenze di p. Jean-Louis. Ma il suo carattere vivace e allegro infondeva coraggio ai compagni di sventura. Uno dei sopravvissuti testimoniò che il cappuccino, "pur essendo un venerabile vegliardo, era diventato la gioia di tutti. Egli infatti cantava ancora come un giovane di trent'anni cercando così di alleviare le nostre sofferenze, nascondendo le sue che lo stavano terribilmente consumando. Egli morì serenamente come aveva sempre vissuto. Infatti il mattino del 19 maggio 1794, i deportati, al risveglio sotto coperta, trovarono questo eccellente religioso morto in ginocchio al suo posto, e nessuno avrebbe pensato che soffrisse qualche malattia. Dopo essersi levato, si era inginocchiato a pregare e così era spirato. Vedendolo in questa umile posizione, accanto al palo della sua amaca, sembrava davvero che pregasse, ed era morto nell'atteggiamento di supplica come la S. Scrittura ci rappresenta i patriarchi dell'Antica Legge nell'atto di spirare".
Egli fu il primo dei 22 cappuccini che morirono a Rochefort.

 

  

Protasio da Sees  
(1747-1794)
 
 

"OLOCAUSTO TRA LE ONDE DEL MARE"

Sullo stesso famigerato naviglio "Deux-Associés" dove morí il beato Jean-Louis di Besançon c'era anche padre Protasio Bourdon. Anche di lui non sono numerose le notizie. Nato il 3 aprile 1747, venne battezzato il giorno dopo nella parrocchia di Saint-Pierre di Séez (Orne). I suoi genitori e parenti erano benestanti, il padre, Simone Bourdon era un carraio e la madre si chiamava Maria Luigia Le Fou. La formazione cristiana ricevuta (nulla in particolare si conosce della sua fanciullezza e adolescenza) fece maturare in lui la vocazione alla vita religiosa che lo spinse a entrare, ormai ventenne, fra i cappuccini di Bayeux dove professò il 27 novembre 1768 prendendo il nome di Frate Protasio. Nel 1775 fu consacrato sacerdote e tra le scarse notizie d'archivio si trova che abitò per un po' di tempo nella casa d'Honfleur, vicino al santuario di Notre-Dame des Grâces, di cui ebbe la direzione. Lo si trova anche nel convento di Caen il 29 novembre 1783, e nel 1789 è segretario del ministro provinciale di Normandia.
L'ultima sua destinazione, come segretario provinciale e guardiano, fu il convento di Sotteville, vicino a Rouen. Qui con la sua comunità lo trovarono gli agenti municipali quando vennero a perquisire la casa e a richiedere il giuramento della costituzione civile del clero. Egli rifiutò assieme agli altri suoi confratelli, ribadendo in due circostanze diverse la sua volontà di perseverare nella vita religiosa, e particolarmente il 26 agosto 1791, mentre era in atto l'ultima verifica dell'inventario del convento, dal quale i religiosi l'anno dopo vennero definitivamente espulsi e messi sulla strada. P. Protasio volle ugualmente rimanere a Rouen e, rifiutando di prendere la via dell'esilio, trovò ospitalità presso un signore, che compensava con un po' della sua pensione e delle elemosine ricevute per le messe celebrate.
Questa sua tenacia gli meritò di essere arrestato il 10 aprile 1793 e di subire un interrogatorio da parte di due fanatici "citoyens", che, nella sua futilità e leggerezza, mostra, come solitamente avviene, l'inconsistenza di simili processi di cui è piena, purtroppo, la storia. Il testo di questo interrogatorio è stato fortunatamente conservato. P. Protasio risponde con molta libertà, ma è chiaro nel dichiarare di aver rifiutato il giuramento, di voler seguire fedelmente la sua vita religiosa, ed è reticente dove si tratta di non svelare il coinvolgimento di altre persone.
Nella perquisizione avvenuta nella casa dove si era rifugiato erano stati trovati dei manoscritti e alcuni libri stampati che divennero capi d'accusa perché difendevano i refrattari. Egli, da buon normanno, non offre ulteriori spiegazioni che sarebbero state compromettenti anche per altri e neppure svela il nome delle persone presso cui andava celebrando l'Eucarestia in segreto. È un atteggiamento unicamente religioso: per questo egli ha affrontato rischi e pericoli. È qui il suo eroismo. A lui interessa la fede integra, semplice, lucida. Non c'è nessun atteggiamento politico. L'effetto però è immediato: egli è subito rinchiuso nell'antico seminario di Rouen Saint-Vivien, utilizzato dai rivoluzionari come casa di detenzione provvisoria, in attesa della sentenza definitiva, che arriva il 10 gennaio 1794: il "cittadino" Jean Bourdon, ossia p. Protasio è condannato ad essere deportato alla Guyane per aver celebrato la messa illegalmente e aver tenuto documenti sospetti.
Il 9 marzo viene trasportato verso Rochefort. Vi arriva il 12 aprile e, perquisito, viene privato di tutto quello che poteva ancora avere: un orologio d'oro con una scatoletta per coprirlo (probabilmente si trattò di una custodia eucaristica) e 1303 lire. Imbarcato sul vascello famigerato "Deux-Associés", segue la sorte degli altri prigionieri. Il quadro desolante di sofferenze volgari, di agonie e di morte che forma il tessuto quotidiano di quella prigionia è lo stesso già descritto per il beato Jean-Louis Loir. Dopo quattro mesi p. Protasio, nella notte dal 23 al 24 agosto 1794, moriva di male contagioso. Un sopravvissuto rilasciava più tardi questa testimonianza: "Era un religioso di grande merito ed encomiabile sia per le sue iniziative a favore dei confratelli deportati, sia per le sue capacità fisiche e morali di cui era dotato, sia soprattutto per la sua fermezza nella fede, la sua prudenza, equilibrio, regolarità e altre virtù cristiane e religiose".

 


Sebastiano da Nancy  
(1749-1794)
 
 

"L'ESTASI DEL MARTIRIO"

Tra le 547 vittime dei "pontons de Rochefort" e i 64 sacerdoti beatificati come martiri della rivoluzione francese figura anche padre Sebasatiano da Nancy. La trama della sua biografia è un po' più documentata. Francesco François era nato il 17 gennaio 1749 a Nancy da Domenico e Margherita Verneson, e venne battezzato il giorno dopo nella chiesa di S. Nicola. Suo padre era un bravo falegname e gente distinta e nobile furono il suo padrino e madrina. Il che significava uno stato sociale di benestanti borghesi. Non fu difficile al piccolo Francesco imparare a conoscere i frati cappuccini che fin dal 1593 si erano insediati a Nancy nella periferia della città per poi passare nel 1613 in un convento più accogliente, rifatto con la generosità del duca Leopoldo di Lorena e del re Stanislao nel 1746. Infatti la parrocchia S. Nicola, fondata nel 1731, utilizzava la chiesa dei cappuccini per il culto fino al 1770. I frati si raccoglievano nel retro coro e animavano il Terz'Ordine francescano.

Il loro convento era importante sede del capitolo provinciale e del lanificio della provincia per la confezione delle tuniche e mantelli per tutti i cappuccini di Lorena, distribuiti in ben 28 conventi sul territorio della regione. La loro vitalità apostolica e il loro dinamismo caritativo a favore dei poveri, degli appestati e dei sofferenti li aveva resi assai popolari e molti richiesti. Ma quando nel 1768 il giovane Francesco François, diciannovenne, entrò nel convento di Sanit-Mihiel, fin dal 1602 destinato alla formazione dei novizi, già si notava una certa crisi di vocazioni. La Commissione dei Regolari, istituita dal re di Francia nel 1766 per correggere abusi e riformare i monasteri e i conventi, intervenendo con un editto del re nel 1768 a fissare a 21 anni l'età di ammissione ai voti solenni, aveva contribuito ad accelerare questa crisi.

Il maestro dei novizi p. Michele di Saint-Dié il 24 gennaio 1768 lo rivestì dell'abito cappuccino col nome nuovo di Frate Sebastiano e un anno dopo ricevette la sua solenne professione. L'atto della sua professione, segnato nel registro ufficiale, è il primo del 1769, come l'atto di battesimo aveva inaugurato nel registro della parrocchia S. Nicola l'anno 1749. Dopo il noviziato Sebastiano passò nello studentato cappuccino di Pont-à-Mousson, un convento fondato nel 1607 e rinnovato nel 1764. Al tempo del Beato vi abitavano nove padri, sei chierici e un fratello laico. La città era indicata come luogo di studi avendo un efficiente collegio di gesuiti. Egli stava completando i suoi studi ed era già stato ordinato sacerdote, anche se non si conosce la data precisa della sua ordinazione.

Nel 1777, il 5 giugno, venne approvato come confessore nel convento di Sarreguemines, dove bisognava conoscere anche la lingua tedesca che era usata in quella zona di confine. Nel 1778 i documenti lo segnalano presente nel convento di Sarrebourg, diocesi di Metz, come confessore, in una comunità di religiosi molto esemplare nella povertà e osservanza della regola. I documenti sono molto eloquenti negli anni 1782-1784. Si tratta di registri della parrocchia di Saint-Quirin. Il beato vi svolgeva frequente ministero pastorale, battesimi, matrimoni, ecc. supplendo alla mancanza di clero locale. Il 26 agosto 1784 il capitolo provinciale triennale lo destinò al convento di Commercy dove rimase fino al 1787, e probabilmente fino al 1789, eccetto una pausa nel convento di Dieuze, svolgendo sempre apostolato attivo e in auxilium cleri.

Padre Sebastiano a partire dal 1789 si trovava nel convento d'Epinal, sulla riva sinistra del braccio occidentale della Moselle, quando scoppiò la rivoluzione francese con tutte le sue conseguenze antireligiose. e antiecclesiastiche. I commissari municipali il 30 aprile 1790 entrarono nel convento per fare l'inventario. Un anno dopo i mobili ed effetti del convento venivano venduti, mentre p. Sebastiano, che aveva rifiutato di giurare la Costituzione, con una pensione di 770 lire, dopo l'espulsione dei frati dal convento, si era incamminato verso il convento di Châtel-sur-Moselle, indicato dal Consiglio municipale come casa comune dei cappuccini. Da qui verranno in seguito espulsi per non aver voluto partecipare a una processione guidata da un parroco che aveva giurato la Costituzione civile del clero. Messi sul lastrico, i frati furono accolti e aiutati dalla popolazione. Il 9 novembre 1793 egli fu inviato nella casa delle terziarie a Nancy, che serviva come prigione per i preti refrattari. Era la risposta del Comitato di sorveglianza, al quale il padre si era presentato spontaneamente chiedendo di conformarsi alla legge che prevedeva la prigione ai refrattari.

Il 26 gennaio 1794 l'amministratore del distretto di Nancy venne a verificare la situazione di tutti i detenuti, la causa del loro arresto, l'età e l'eventuale infermità. Di p. Sebastiano annotò che era refrattario e senza nessuna infermità, pronto, quindi a entrare nella lista dei preti ribelli da spedire a Rochefort. Partirono infatti il primo aprile successivo 48 preti e religiosi e dopo un penoso tragitto durato quattro settimane, spogliati di ogni cosa che ancora potevano avere, giunsero a Rochefort il 28 aprile. Pochi giorni dopo erano imbarcati sul naviglio negriero dei Deux-Associés, già carico di ben 373 preti e religiosi prigionieri, vengono trasportati fra le isole d'Aix e d'Oleron dove il veliero viene attraccato. A p. Sebastiano si presenta una visione desolante: quelle centinaia di prigionieri pallidi in viso, barbe lunghe e incolte, abiti sudici, annunciano una prigionia da moribondi. Infatti una vecchia goletta serviva a raccogliere i malati e infettati terminali come in un ospedale, ma senza medicine e medici, in attesa che la morte facesse il suo corso. E allora con un canotto si prelevavano e trasportavano i dieci-dodici cadaveri quotidiani per essere sepolti nella sabbia di quella costa marina.

"Era il nostro naviglio ingolfato di preti e religiosi - lasciò scritto un sopravvissuto - come un altare per l'olocausto innalzato dalla Provvidenza tra le onde del mare per la consumazione perfetta del sacrificio". I corpi delle vittime, completamente spogliati come nei campi di concentramento itleriani, venivano trasferiti sulle rive sabbiose e alcuni dei prigionieri ancora in discreta salute li dovevano seppellire nella sabbia senza poter recitare apertamente nessuna preghiera o innalzare al cielo qualche canto della Chiesa.

"Dio permetteva questa quotidiana scena di strazio - scrisse ancora uno dei superstiti - per aumentare il prezzo delle nostre sofferenze, donandoci una più perfetta rassomiglianza con il suo divin Figlio nella sua passione. Nulla ci consolava nelle nostre afflizioni, nulla ci fortificava nelle nostre prove se non il pensiero di Gesù che regna nei cieli ed è attento dall'alto del suo trono ai nostri combattimenti, egli che prima di noi e per noi era stato legato, flagellato, schiaffeggiato, sputacchiato, coronato di spine, rivestito da pazzo, abbeverato di fiele e di aceto, inchiodato su una croce, insultato e maledetto dai suoi nemici. Questa considerazione spirituale del nostro Redentore faceva come stillare una dolcezza ineffabile nei nostri cuori. Ci sentivamo felici di essere stati scelti fra tanti per fare questa via dolorosa e seguire il nostro Maestro divino. Soffrivamo non solo con pace, ma con gusto, e morivamo con gioia. Pensavamo che Gesù Cristo aveva voluto, nei diversi secoli, che ciascun dogma della fede fosse conservato e anzi consolidato nella sua Chiesa per mezzo del sangue di un numero di martiri più o meno grande, secondo l'importanza della verità combattuta; e noi pensavamo che era un grande onore per noi essere perseguitati e sacrificati per corroborare l'insegnamento dell'autorità spirituale e indipendente dalle autorità del mondo, divinamente attribuita alla Sede Apostolica e in generale a tutto l'episcopato".

Questa preziosa testimonianza ha lasciato anche uno splendido ritratto di p. Sebastiano, colto come un fiore speciale di virtù in quel mazzo di fiori profumati dei martiri. Ecco le sue parole: "Il Signore aveva manifestato la santità di un altro dei suoi servi, il padre Sebastiano, cappuccino della casa di Nancy, venuto per morire su questa stessa galeotta. Questo santo religioso era fra noi in singolare venerazione per la sua eminente pietà e virtù e toccante devozione. Pregava incessantemente, soprattutto nell'ultima malattia. Un mattino lo si vide in ginocchio, le braccia aperte in forma di croce, gli occhi elevati al cielo, la bocca aperta. Non vi si fece molto caso, perché si era abituati a vederlo pregare così, durante la sua malattia. Passò mezz'ora ed eravamo stupiti di vederlo perseverare in quella posizione così scomoda e difficile da tenersi in quel modo perché allora il mare era piuttosto mosso e l'imbarcazione beccheggiava e oscillava molto.

Probabilmente era in estasi. Allora ci avvicinammo per osservarlo dappresso. Toccando la sua figura e le sue mani ci rendemmo conto che egli già da molte ore aveva reso in quella positura la sua anima a Dio. Non riuscimmo mai a spiegarci come il suo corpo avesse conservato così a lungo quella posizione orante, nonostante il continuo rullio della piccola imbarcazione. Si chiamarono subito i marinai. Essi a quello spettacolo non riuscirono a trattenere un grido d'ammirazione e le lacrime. Si risvegliò in quel momento la fede nei loro cuori e alcuni di loro, denudando le braccia, mostravano a tutti l'effigie della croce tatuata con pietra rovente, e decisero di ritornare alla religione che avevano abbandonato". Era il 10 agosto 1794.


Il ricordo del beato Sebastiano rimane scolpito così: un uomo non solo che prega, ma tutto trasformato in preghiera, in vita e in morte, una preghiera fatta uomo, incarnata, come Francesco d'Assisi.

 

 

 
Sinforiano Ducki
 
(1888-1942)

"LA BENEDIZIONE DI UN MARTIRE"

Nacque il 10 maggio 1888 a Varsavia da Giuliano Ducki e Marianna Lenardt. Al battesimo, celebrato il 27 maggio seguente, ricevette il nome di Felice (Feliks). Frequentò le scuole elementari nella nativa Varsavia.

Quando nel 1918 i cappuccini fecero ritorno al proprio convento, abbandonato in seguito alla soppressione zarista del 1864, Felice, "definendosi aspirante di vecchia data all'Ordine", si unì a loro, prima come aspirante, rendendosi utile alla riorganizzazione del convento; e poi come postulante, nel giugno del 1918. Dopo un biennio di prova, il 19 maggio 1920, iniziò a Nowe Miasto, con il nome di Sinforiano, il noviziato, che concluse il 20 maggio 1921 con la professione temporanea. Terminato l'anno di noviziato, si dedicò al servizio fraterno nei conventi di Varsavia, di Lomza ed ancora di Varsavia (dal 27 maggio 1924), fino alla professione solenne, il 22 maggio 1925.

A Varsavia svolse prima la mansione di fratello questuante, impegnandosi nella raccolta di offerte per la costruzione del seminario minore di San Fedele e poi fu nominato, per diversi anni, fratello compagno del ministro provinciale. Di carattere semplice e amichevole, facilmente conquistava la simpatia del popolo e nuovi amici all'Ordine. Nonostante la sua vita molto attiva tra la gente, non perse mai lo spirito di preghiera e di devozione, distinguendosi per una preghiera devota e fervorosa. Era stimato dagli abitanti della capitale.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale si adoperò per non far mancare il necessario né ai suoi frati né ai bisognosi fino al 27 giugno del 1941, giorno in cui la Gestapo arrestò tutti i 22 cappuccini del convento della capitale. In un primo tempo Sinforiano fu internato nella prigione di Pawiak, e poi, il 3 settembre ad Auschwitz. Di costituzione robusta, soffrì più degli altri la fame e le persecuzioni, sopportando tutto in silenzio. Le misere razioni fornite dai tedeschi, infatti, non coprivano nemmeno un quarto del fabbisogno dell'organismo di un uomo normale. Dopo sette mesi fu condannato a una morte lenta.
Una sera, mentre i tedeschi avevano iniziato a trucidare in modo bestiale i prigionieri, fracassando loro la testa a manganellate, Sinforiano li affrontò facendo su di loro il segno della croce. Il testimone oculare e compagno di prigionia, Czeslaw Ostankowicz, dichiara che ci fu un attimo di sbigottimento, seguito dall'ordine di bastonarlo. Fra Sinforiano fu colpito da una manganellata in testa e stramazzò al suolo, ai piedi dei tedeschi, fra loro e i prigionieri. Poco dopo ebbe la forza di risollevarsi e rifece il segno della croce. Fu allora che lo assassinarono. Era l'11 aprile 1942. La morte di Sinforiano mise fine alla tremenda esecuzione che i tedeschi stavano perpetrando e una quindicina di prigionieri si salvò grazie al suo intervento. Questi caricarono con grande venerazione la salma di fr. Sinforiano insieme alle altre sul carro che le avrebbe portate al forno crematorio. Con il suo martirio Sinforiano ha dimostrato grande eroismo, ha professato la fede nella SS. Trinità, e ha salvato la vita a molti compagni di sventura
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MARTIRI CAPPUCCINI DI VALENCIA  

PREFAZIONE

 

“Nel nostro secolo sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi « militi ignoti » della grande causa di Dio. Per quanto è possibile non devono andare perdute nella Chiesa le loro testimonianze” (Tertio Millennio Adveniente, 37).  

“L’esperienza dei martiri e dei testimoni della fede - dice Giovanni Paolo II - non è caratteristica solo della Chiesa degli inizi, ma connota ogni epoca della sua storia. Nel secolo XX, poi, forse ancor  più che nel primo periodo del cristianesimo, moltissimi sono stati coloro che hanno testimoniato la fede con sofferenze spesso eroiche. Quanti cristiani, in ogni continente, nel corso del Novecento, hanno pagato il loro amore a Cristo anche versando il  sangue! Essi hanno subito forme di persecuzione vecchie e recenti, hanno sperimentato l’odio e l’esclusione, la violenza e l’assassinio. Molti Paesi di antica tradizione cristiana sono tornati ad essere terre in cui la fedeltà al Vangelo è costata un prezzo molto alto” (Omelia alla Commemorazione ecumenica dei testimoni della fede del secolo XX, 7 maggio 2000 ).  

Nell’ambito di questo quadro storico, che descrive l’”apocalissi” della tortura e della sofferenza nel secolo XX, Giovanni Paolo II l’11 marzo 2001, già iniziato il terzo millennio, beatifica un gruppo di 240 martiri del Levante spagnolo. In mezzo a questa immensa moltitudine di uomini e di donne, che nessuno può contare, di tutte le nazioni, razze, popoli e lingue, che stanno davanti al trono e all’Agnello, vestiti in stole bianche e con in mano le palme e che gridano: “La vittoria è del nostro Dio!”, ci sono 17 martiri cappuccini, cioè 12 cappuccini e 5 clarisse cappuccine. Sono il P. Aurelio de Vinalesa e i suoi Compagni. E’ fra montagne di cadaveri che i cristiani, nella Spagna del 1936, diedero testimonianza eroica della loro fede nella risurrezione.

Questo numero speciale di BICI presenta la storia di ognuno di questi valorosi testimoni di Cristo che hanno sofferto persecuzione e morte, patita “in odium fidei” e accettata eroicamente e serenamente. La fecondità del martirio non è radicata tanto nella morte violenta in se stessa, quanto nella piena partecipazione alla carità di Cristo, ed è conseguenza ed effetto della sequela di Cristo: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 24-25).

Ogni biografia è stata arricchita con dichiarazioni dei testimoni che hanno conosciuto gli stessi martiri e che hanno vissuto e sofferto le loro stesse vicissitudini storiche. Queste storie interpellano oggi anche noi. La vita di questi martiri, il loro messaggio, la loro testimonianza, la loro morte eroica sono un appello alla nostra coscienza, alla nostra fedeltà e al nostro modo di seguire Cristo e il Vangelo. Non si tratta di persone sconosciute né che appartengano ad un passato storico lontano; hanno invece voce e volto ben definiti, sono persone vive, attuali, che ci parlano con l’audacia e la forza della verità e con il loro deciso amore per la giustizia. Come dice Vita Consacrata parlando della testimonianza profetica di fronte alle grandi sfide: “In questo secolo, come in altre epoche della storia, uomini e donne consacrati hanno reso testimonianza a Cristo Signore ‘con il dono della propria vita’. Sono migliaia coloro che, costretti alle catacombe dalla persecuzione di regimi totalitari o di gruppi violenti, osteggiati nell’attività missionaria, nell’azione a favore dei poveri, nell’assistenza agli ammalati ed agli emarginati, hanno vissuto e vivono la loro consacrazione nella sofferenza prolungata ed eroica, e spesso con l’effusione del proprio sangue, pienamente configurati al Signore crocifisso” (86a). 

Questi martiri della Provincia cappuccina di Valencia incarnano in maniera sublime l’essenza della spiritualità francescana nel suo ideale di sequela di Cristo povero e crocifisso. San Francesco, quando ricevette notizia del martirio di cinque suoi compagni in Marocco, non poté fare a meno di  esclamare: “Ora  posso dire di avere cinque autentici frati minori!”. Il Poverello di Assisi più volte aveva desiderato il martirio, fino al punto che è stato detto “l’uomo che non riuscì a farsi uccidere”.Inviò i suoi frati, col permesso dei loro ministri, come missionari tra i saraceni e altri infedeli. E dice nella su