Martirologio
dei Frati Minori Cappuccini

San
Francesco d’Assisi
Una breve storia dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini

Nei primi decenni del
secolo XVI, tre Francescani Osservanti italiani – Matteo da Bascio
e i fratelli Ludovico e Raffaele Tenaglia da Fossombrone – si
trovarono uniti da un medesimo desiderio: vivere la loro vocazione
dando maggiore importanza alla contemplazione in una vita eremitica
e all’osservanza pura e fedele della Regola di San Francesco.
L’intenzione iniziale non era tanto quella di fondare un nuovo
Ordine religioso, quanto di imitare San Francesco e i suoi primi
compagni, presi a modelli di vita.
Nel 1528, con l’aiuto
della nipote di Papa Clemente VII, la duchessa di Camerino Caterina
Cybo - che li aveva ammirati per la carità con cui avevano servito
i malati durante la peste del 1525 - essi ricevettero
l’autorizzazione pontificia per vivere secondo quanto
desideravano. Tra le altre cose Papa Clemente VII aveva dato loro
facoltà di vestire l’abito francescano con un cappuccio a punta e
di portare la barba – simboli questi di povertà, semplicità e
austerità. L’Ordine dei Cappuccini - che all’inizio furono
chiamati "Frati minori della vita eremitica" - deve il suo
nome al cappuccio a punta dell’abito. Ancora oggi essi si
distinguono dagli altri Frati Minori per il lungo cappuccio a punta
e per la barba che molti di loro portano.
Matteo da Bascio,
Ludovico e Raffaele Tenaglia non furono i soli Francescani del tempo
ad avvertire la necessità di una riforma dell’Ordine. Poco dopo
aver ricevuto la bolla papale Religionis zelus (3
Luglio 1528), molti altri francescani dell’Osservanza iniziarono
ad unirsi ai riformati, tra i quali i nomi insigni di Giovanni da
Fano, Bernardino d’Asti e Bernardino Ochino, i quali sarebbero
stati le colonne della nuova famiglia francescana. L’ingresso di
questi frati nell’Ordine comportò anche lo sviluppo nel
ministero. Infatti, mentre i primi Cappuccini erano impegnati
soprattutto nella preghiera e nel lavoro manuale, questi ultimi
arrivati diedero grande importanza alla predicazione semplice e ben
preparata, senza tuttavia indebolire lo spirito di preghiera e
l’austerità. Le due forme di lavoro – manuale e apostolico –
coesistono ancora oggi nell’Ordine.
La Riforma Cappuccina fu riconosciuta definitivamente
nel 1619 come Ordine di pieno diritto accanto ai frati minori osservanti e ai frati minori conventuali e
ebbe un rapido sviluppo numerico: cinquant’anni
dopo l’Ordine contava più di 3500 frati. Il 1600 e 1700 sono
"i secoli d’oro" della loro espansione. Intorno al 1761
il numero dei Cappuccini raggiunse la vetta di 34.000 unità, sparsi
in tutta Europa, nelle Americhe, India e Africa del Nord.
All’inizio del 2002 la statistica riporta quasi 11.000 Frati Cappuccini presenti in 96 paesi
del mondo con forte crescita in Asia,
Africa e alcuni paese dell'Europa centro-orientale: è il quarto Ordine
maschile più numeroso.
I ministeri e servizi dei Frati Cappuccini sono vari e numerosi secondo le situazioni
in cui essi stessi si vengono a trovare. Ci sono professori e sarti, consiglieri spirituali e cuochi,
predicatori, cappellani, parroci e medici…ma più importante di quello che
fanno è la maniera in cui lo fanno.
Priorità della vita Fraterna vissuta in comunità. Come indica la locuzione
"Frati minori", l’intento dei Cappuccini è quello di
essere fratelli ai piedi di tutti coloro che essi stessi servono.
L’affabilità e la
disponibilità ad andare là dove sono più richiesti e il loro modo
di lavorare e di vivere ha meritato loro l’appellativo di
"Frati del popolo".
Martire
dichiarato Santo

PADRE FEDELE DA SIGMARINGEN, Sacerdote Predicatore Martire
(1578-1622)
Marco
Roy (Fedele) nasce a Sigmaringen, diocesi di Costanza, nei
primi giorni d'ottobre del 1577
Nel
1601 ottiene la laurea di filosofia nel collegio dei gesuiti
di Brisgovia.
Negli anni 1601-1604 frequenta l'università di Friburgo
Nel 1604 accompagna un gruppo di studenti in Italia
Il 7 maggio 1611 ottiene brillantemente la laurea in diritto
civile ed ecclesiastico
Nel mese di settembre 1612 viene ordinato sacerdote
Il 4 ottobre 1612 entra tra i cappuccini e inizia il noviziato
nel convento di Friburgo
Il 4 ottobre 1613 professione religiosa
Dal 1614 al 1618 studia teologia a Friburgo, a Fraunfeld e
Costanza
È guardiano a Rheinfelden nel 1618-1619
Superiore a Feldkirch nel 1619-1620
Guardiano a Freiburg nel 1620-1621 e ancora a Feldkirch nel
1621-1622 dove assiste i soldati
Creata da Propaganda Fide la Missione nella Rezia, nel 1622 è
fatto missionario apostolico a Prättigau
Il 24 aprile 1622 a Seewis è ammazzato dagli eretici
In ottobre 1622 il corpo è portato a Feldkirch
Il processo informativo inizia nel 1623
Beatificato il 24 marzo 1729 da Benedetto XIII
Dichiarato santo da Benedetto XIV il 29 giugno 1746
O Signore, trasformami tutto in Te! Intendo in special
modo supplicarti di rendermi totalmente conforme alla tua
santissima Umanità in tutte le tue virtú, tribolazioni, pene
e tormenti, e soprattutto nella tua abiezione, umiltà e
annientamento.
(S.
Fedele da Sigmaringen)
Germania
Nella liturgia viene ricordato il 24 aprile
Martiri
dichiarati Beati
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Nome
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Giorno
celebr.
|
Date della
vita
|
Motivo
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Dove
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Agatangelo
da
Vendome
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7
ago.
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1598-1638
|
Sacerdote
Missionario Martire
|
Francia
|
|
Aniceto
Koplin
|
12 giug.
|
1875-1941
|
Sacerdote
Martire ad Auschwitz
|
Polonia
|
|
Apollinare
da Posat
|
2
set.
|
1739-1792
|
Sacerdote Ministero
clandestino Martire
|
Svizzera
|
|
Cassiano
da Nantes
|
7
ago.
|
1607-1638
|
Religioso
non sacerdote
Missionario
Martire
|
Francia
|
|
Enrico
da Krzysztofik
|
12
giu.
|
1908-1942
|
Sacerdote
Martire nel lager di Dachau
|
Polonia
|
|
Fedele
Chojnacki
|
12
giu.
|
1906-1942
|
Religioso
non sacerdote
Martire nel lager di Dachau
|
Polonia
|
|
Floriano
Stepniak
|
12
giu
|
1912-1942
|
Sacerdote
Martire nel lager di Dachau
|
Polonia
|
|
Gianluigi
da Besançon
|
18
ago.
|
1720-1794
|
Religioso
non sacerdote
Martire a causa della rivoluzione francese
|
Francia
|
|
Protasio
da Sees
|
18
ago.
|
1747-1794
|
Sacerdote
Martire a causa della rivoluzione francese
|
Francia
|
|
Sebastiano
da Nancy
|
18
ago.
|
1749-1794
|
Sacerdote
Martire a causa della rivoluzione francese
|
Francia
|
|
Sinforiano
Ducki
|
12
giu.
|
1888-1942
|
Religioso
non sacerdote
Martire nel lager di Auschwitz
|
Polonia
|
I martiri di
Gondar:
AGATANGELO DA VENDOME (1598 - 1638)
E
CASSIANO DA NANTES (1607 - 1638)
|
Agatangelo
Noury nasce a
Vendôme il 31 luglio 1598
Nel 1618 inizia l'anno di noviziato tra i cappuccini di Mans
Nel 1620 è inviato a Poitier a continuare gli studi
Studia teologia nel convento di Rennes
Nel 1625 viene ordinato sacerdote
Nel 1628 è inviato nelle missioni di Levante
Giunge ad Aleppo il 29 aprile 1629
Nel 1633 gli viene affidata la missione in Egitto, dove giunge
anche p. Cassiano
Cassiano Lopez-Nieto
nasce a Nantes il 14 gennaio 1607
Il 16 febbraio 1623 veste l'abito cappuccino nel convento di
Angers
Serve gli appestati a Rennes nel 1631-1632
Giunto ad Alessandria missionario nel 1633, si unisce a p.
Agatangelo
Nel 1638 i due missionari raggiungono una carovana per il
viaggio in Etiopia
Giunti finalmente a Deborech nel Serawa sull'altipiano
eritreo, vengono imprigionati
Prigionieri, vengono trasportati ignominiosamente a Gondar
dove giungono il 5 agosto 1638
Il 7 agosto vengono processati e condannati all'impiccagione,
che poi diventa lapidazione a furor di popolo
La causa di questi martiri, tentata nel Seicento, venne
introdotta il 10 gennaio 1887
Il 27 aprile 1904 san Pio X riconosceva l'autenticità del
loro martirio e il 1° gennaio 1905 li proclamò beati
|
|
|
|
Per l'amore di Gesù crocifisso e della sua santa Madre,
che il fuoco del vostro zelo s'infiammi contro questi enormi
scandali. Da parte mia, non sarò responsabile al tribunale di
Cristo, che ci giudicherà tutti, e Lo prego con amore di
chiamarmi ora tra i buoni e fedeli servitori che si saranno
impegnati con fervore al suo servizio.
(B.
Agatangelo da Vendôme)
|
Nella liturgia viene ricordato il 7 agosto
Aniceto Koplin
(1875-1941)
|
"PROFUMO D'INCENSO"
É a partire dalla fine
che spesso una vita riceve la sua luce. Questa constatazione
è doppiamente vera per un uomo che il 13 giugno 1999 venne
proclamato beato a Varsavia da Giovanni Paolo II in occasione
del suo ottavo viaggio in Polonia. Quest'uomo sarebbe rimasto
sconosciuto, se non fosse giunto agli onori degli altari. Ma
ora la sua vicenda getta un'ennesima luce nel tanto buio
capitolo della storia tedesca di questo secolo. E anche nella
vicenda umana, la sua fine manifesta chi è stato e per che
cosa è vissuto.
Stiamo parlando di Aniceto Koplin, un cappuccino finora
sfuggito alle cronache del mondo. Nato il 30 giugno 1875 in
Preußisch-Friedland (oggi Debrzno) nella provincia di Prussia
occidentale (Westpreußen) in Germania, una città confinante
con la Polonia in cui forte era anche la presenza polacca.
Forti in particolare erano i rapporti tra i pochi cattolici
tedeschi della zona e il gruppo dei polacchi soprattutto a
causa della comune fede cattolica, che dava loro l'occasione
di partecipare alle stesse liturgie e di condividere anche gli
stessi lavori. Il piccolo Adalberto, il nome che gli venne
imposto nel battesimo, era il più piccolo di 12 fratelli, di
una famiglia tutt'altro che benestante che si manteneva con lo
stipendio del padre operaio. Adalberto, o semplicemente
Alberto, come tutti lo chiamavano, conobbe anche i cappuccini
noti in quel tempo per il loro apostolato sociale e ne ebbe
anche un'esperienza diretta nella sua giovinezza. Il 23
novembre 1893 egli entrò nel lontano convento dei cappuccini
di Sigolsheim nell'Alsazia (nella Prussia tutti i conventi
cappuccini erano stati soppressi) appartenente alla provincia
Renano-Wesfalica, e ricevette il nome di Aniceto
(l'invincibile).
Il giorno dell'Assunta del 1900 venne consacrato sacerdote per
svolgere poi il suo ministero innanzitutto a Dieburg, poi
lungamente nella regione della Ruhr (Werne, Sterkrade, Krefeld)
come assistente per la gente polacca. A casa aveva infatti un
po' studiato polacco e l'aveva poi migliorato personalmente
durante gli anni di studio, sfruttando anche una volta il
periodo di ferie presso la sua sorella che viveva in Polonia
per trascorrere un periodo in un ambiente polacco. Nel suo
apostolato nella zona della Ruhr la sua conoscenza della
lingua polacca gli era molto utile, come anche la sua origine
da una famiglia di operai. Egli riusciva a capire la gente
operaia, e viceversa essi capivano lui. La vicinanza affettiva
alla Polonia, non diminuiva però il suo amore per la
Germania: era un uomo di frontiera, ma anche un patriota.
All'inizio dello scoppio della prima guerra mondiale compose
delle poesie a favore della guerra, composizioni che oggi ci
imbarazzano. Ma anche questa sua capacità poetica più tardi
pose a servizio dei poveri che divennero sempre di più
l'unico obbiettivo della sua attività pastorale.
La svolta fondamentale nella vita di p. Aniceto avvenne nel
1918 a Krefeld quando gli venne rivolta la richiesta di
rendersi disponibile per la riorganizzazione della vita
ecclesiale e dell'Ordine a Varsavia. Con entusiasmo accettò
questa sfida. Dopo lunghi anni di dominio zarista, la Polonia
aveva ritrovato la sua libertà. Però la situazione economica
era disastrosa e molti erano i poveri e le famiglie che
vivevano nella miseria. Né molti erano i grandi ricchi, come
vediamo oggi nelle situazioni contraddittorie di paesi quali
il Brasile, il Messico, l'India. P. Aniceto si fece mediatore
tra questi due gruppi. Senza chiedere nulla per sé, sempre
con il suo povero saio e con i sandali, lo si vedeva sempre a
piedi per le strade di Varsavia a chiedere la carità per i
suoi poveri. E ciò che poteva ricevere riponeva nelle
profonde tasche del suo mantello: pane, salsicce, frutta,
verdura, dolci per i bambini. Spesso si caricava sulle sue
spalle pesanti pacchi o trascinava grandi valige piene di beni
di prima necessità. Il 25 gennaio 1928 scrive al suo
provinciale padre Ignazio Ruppert: "Un particolare
impegno, che rappresenta spesso un lavoro gravoso,
costituiscono per me i numerosi poveri e la molta gente qui
senza lavoro, per i quali quasi giornalmente esco per la
questua". Era stimato per questo come "san Francesco
di Varsavia".
Non si è lontani dal vero se si interpreta la sua attività
di questuante per i poveri come un'espressione di attività
sportiva.
Fin dalla sua giovinezza egli si era esercitato giornalmente
nel sollevamento dei pesi. In occasione della preghiera di
mezzanotte, tradizione che per ogni frate iniziava dal
noviziato, egli, prima della preghiera o dopo essere tornato
in camera, si esercitava nella sua specialità. La sua
costanza lo portò ad una grande potenza muscolare così da
poter fare cose straordinarie, con la gioia dei suoi
confratelli o a vantaggio dei poveri o anche a servizio
dell'attività pastorale. Così alzava tavoli e banchi o
mostrava le sue capacità nelle feste paesane per poi passare
con il "cappello" (zucchetto) chiedendo la
ricompensa per i suoi poveri. Si racconta che un poliziotto
violento con la sua moglie e i suoi bambini, nonostante le sue
ripetute confessioni, non riusciva a migliorare il suo
carattere aggressivo. Un giorno padre Aniceto lo portò in
sagrestia, lo prese per la cintura e lo sollevò sopra la sua
testa urlandogli: "Vedi cosa posso farti? E che farà Dio
con te se continui ad essere così violento?". La lezione
fu efficace, il poliziotto si liberò dalla sua violenza.
Quando padre Aniceto non era in giro per i suoi poveri, sedeva
spesso nel confessionale della chiesa dei cappuccini di
Varsavia. Ogni mattina iniziava a confessare un'ora prima
della messa e vi restava per tutta l'ora seguente, e di nuovo
alla sera, quando ritornava in convento dalla sua questua.
Svolgeva questa attività più volentieri che predicare,
richiesta quest'ultima che gli veniva rivolta soltanto di rado
dal superiore, a causa della sua conoscenza limitata del
polacco.
Ai molti sacerdoti che venivano al suo confessionale impartiva
delle brevi ma molto efficaci ammonizioni in latino; egli
venne scelto come confessore dai vescovi Gall e Gawlina, e
anche dal cardinale Kakowski e dal nunzio apostolico Achille
Ratti, il futuro Pio XI. Come penitenza normalmente imponeva
di fare un'elemosina per i poveri, penitenza data anche al
cardinale Kakowski al quale impose di donare durante il tempo
invernale un carro di carbone per una famiglia povera.
Padre Aniceto si prese cura dell'anima e del corpo degli
altri. Chiedeva ai ricchi pane per i poveri, ma invitava
questi a pregare per sé e per i ricchi: davanti a Dio ognuno
porta la responsabilità dell'altro. Di grande significato era
vedere davanti al suo confessionale officiali dell'esercito
accanto ai contadini, donne eleganti vicino a povere vedove.
Il cappuccino aveva lo stesso amore per tutti. La notizia che
qualcuno era morente lo faceva correre al suo capezzale per
consolarlo e portargli i sacramenti della confessione e della
comunione. E se qualcuno moriva abbandonato da tutti, egli si
prendeva cura anche della sepoltura. Spesso prendeva parte ai
riti funebri e alla processione verso il cimitero, pregando
lungo la via il suo breviario o il rosario, e a volte
succedeva che tanta era la sua immersione in Dio da non
accorgersi dell'entrata del cimitero così da andare oltre
mentre il corteo funebre svoltava verso il camposanto.
Aniceto Koplin era di nazionalità tedesca. Non lo nascondeva,
nemmeno quando la politica di Hitler aveva iniziato a
rivelarsi inaccettabile. Quando si trovava a discutere con i
suoi confratelli egli spesso batteva i pugni contro il tavolo
parlando degli avvenimenti politici della Germania. Aveva
intravisto e capito lo spirito anticristiano del
nazionalsocialismo e la sua visione demoniaca del mondo. Per
Aniceto non si poteva entrare a patti con questa corrente
politica. Avendo sperimentato fin dalla sua giovinezza l'onestà
e la fede della gente polacca, non poteva non schierarsi dalla
loro parte, fino ad assumere, animato da una radicale
solidarietà, il nome di Koplinski. Durante la prima settimana
dell'occupazione tedesca in Polonia, egli rimase in convento.
Ma subito lo si vide impegnato nell'aiuto ai suoi poveri e
anche a coloro che dovevano fuggire a causa della violenza
nazista. Dall'ambasciata tedesca, utilizzando la sua
conoscenza del tedesco, ottenne i necessari permessi per
ottenere viveri, vestiti, scarpe e medicine. Il padre
Koplinski si impegnò anche per i cristiani non cattolici e
per gli ebrei, cosa testimoniata dall'arcivescovo Niemira.
Per la Gestapo i cappuccini e in particolare p. Koplinski
erano fumo negli occhi. Il giorno dell'Ascensione del 1941
ebbe luogo il primo interrogatorio. Il cappuccino prussiano,
senza paura e con molta franchezza, come era sua abitudine,
espresse un giudizio molto pesante: "Dopo quello che
Hitler ha fatto in Polonia, io mi vergogno di essere un
tedesco". È possibile ritenere che il padre cappuccino
avrebbe salvato la sua vita, se si fosse appellato alla sua
cittadinanza tedesca. Ma non sembra, per quanto sappiamo, che
abbia tentato questa via di uscita, che poi avrebbe
contraddetto la schiettezza e lo spirito di sacrificio che
contraddistingueva la sua persona. Sta di fatto che il 28
giugno 1941, il giorno dopo l'attacco aereo a Varsavia, venne
arrestato insieme ad altri 20 confratelli e rinchiuso nella
prigione di Pawiak. Motivo dell'arresto era di aver letto
fogli propagandistici antinazionalsocialisti e di aver
espresso idee contrarie al nuovo regime.
Arrestati vennero rasati dei capelli e della barba e spogliati
anche dei loro abiti religiosi, tuttavia fu concesso loro di
conservare il breviario. Il padre guardiano e p. Aniceto
furono torturati per spingerli ad autoaccusarsi, senza però
riuscire a strappar loro l'ammissione di aver istigato la
gente alla ribellione contro il regime. Egli rimase fedele
alla sua vocazione di religioso e di sacerdote, anche dinanzi
alle minacce e alle rappresaglie; ne fa fede quanto dichiarò
apertamente durante gli interrogatori: "Sono sacerdote e
dovunque vi siano uomini, io là opero: siano essi ebrei,
polacchi, e ancor più se sofferenti e poveri".
Il 3 settembre furono caricati tutti in un carro bestiame per
essere trasportati ad Auschwitz, dove ricevettero la tanto
tristemente famosa casacca a strisce e un numero di prigionia.
Era stata strappata loro la dignità di persone per essere
ridotti ad un numero tra le migliaia di altri prigionieri.
Avendo 66 anni P. Aniceto venne destinato nel blocco degli
invalidi, che a sua volta era vicino a quello dei destinati
allo sterminio. Non sappiamo bene quali soprusi e
maltrattamenti egli dovette sopportare durante le cinque
settimane che seguirono, ma lo possiamo un po' ricostruire dai
racconti che riportarono i sopravvissuti. Possediamo però la
testimonianza diretta del suo provinciale e compagno di
prigionia p. Arcangelo, il quale racconta che "p.
Aniceto, appena giunto all'entrata del campo di
concentramento, venne bastonato perché non riusciva a tenere
il passo degli altri; oltre ciò fu azzannato anche da un cane
delle SS. Durante l'appello il frate cappuccino venne messo
insieme agli anziani e a coloro che non potevano lavorare e
collocato nel blocco vicino a quello dei destinati alla morte.
Durante tutto questo periodo di sofferenze p. Aniceto ha
pregato e taciuto, mantenendo costantemente la pace e il
silenzio".
Questa testimonianza è sufficiente per farci intuire che il
padre cappuccino, dopo aver spesso celebrato la via crucis e
aiutato altri a portare la loro croce dietro Gesù, viveva
quel momento tragico della sua esistenza unito a Gesù e come
sentiero doloroso verso il Golgota. Colui che fino a poco
tempo prima aveva urlato per difendere i poveri e condannare
il peccato, ora taceva e pregava. Prima di essere portato alla
camera a gas, diceva ancora ad un amico: "Dobbiamo bere
fino in fondo questo calice".
Il 16 ottobre gli aguzzini dopo aver allestito un breve
processo, buttarono il p. Aniceto insieme ad altri prigionieri
in una fossa e gettarono sopra di loro calce viva; una morte
atroce, poiché la calce sprigiona una violenta attività
corrosiva sui corpi vivi fino a consumarli come fosse fuoco.
Dopo essere vissuto povero ed essersi impegnato per i poveri,
Aniceto Koplin ha incontrato sorella morte nella più totale
povertà.
Esternamente era stato spogliato di tutto anche della sua
carne, ma internamente rimase ricco di un tesoro che nessuno
mai gli avrebbe potuto strappare: la fede, la dignità,
l'attenzione amorosa agli altri. È morto nella speranza della
resurrezione e nella fede che anche la sua sofferenza e atroce
morte costituiva un aiuto per riconciliare gli animi divisi
della Germania e della Polonia, dei giudei e dei cristiani,
dei cattolici e dei protestanti, dei poveri e dei ricchi.
Leonardo
Lehmann
|
Nella liturgia viene ricordato il 12 giugno
Apollinare da Posat
(1739
- 1792)
|
Gian
Giacomo Morel (Apollinare) nacque il 12 giugno 1739 nel
villaggio di Préz-vers-Noréaz, presso Friburgo
Nel 1747 fino al 1750 è affidato alle cure del curato del
paese e nel 1755 entra nel collegio S. Michele dei gesuiti a
Friburgo
Il 28 luglio 1762 sostiene brillantemente una disputa
filosofica pubblica
Il 26 settembre 1762 vestì l'abito cappuccino nel convento di
Zug, e si chiamò Apollinare da Posat (nome d'origine del
padre)
Il 26 settembre 1763 fece la professione religiosa e il 22
settembre 1764 venne ordinato sacerdote a Bulle
Dal 1769 al 1774 è impegnato nell'aiutare il clero di varie
parrocchie, come Sion, Porrentruy, Bulle e Romont
Alla fine di agosto 1774 è insegnante e direttore degli
studenti di teologia a Friburgo e nel 1780 è vicario nel
convento di Sion
Il 20 agosto 1781 è vicario nel convento di Bulle e nel 1785
è trasferito a Stans, direttore della scuola annessa al
convento
Il 16 aprile 1788 lascia Stans e va a Lucerna e nell'autunno
del 1788 è confessore dei tedeschi nel convento di Marais in
Francia
Soppressi gli Ordini religiosi, egli va come vicario nella
parrocchia di S. Sulpizio ai primi di marzo 1790
Il 1° aprile 1791 si dà al ministero clandestino
Il 14 agosto 1792, celebrata la messa, si costituisce ai
commissari di Lussemburgo
Il 2 settembre, domenica, nella chiesa del Carmine, vengono
massacrati 113 martiri, tra i quali Apollinare da Posat
Pio XI il 17 ottobre 1926 insieme agli altri martiri lo
dichiara "beato"
|
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Perché affliggervi tanto per me? Non sapete che io
debbo essere nelle cose che riguardano il mio ministero? A chi
appartiene il regno di Dio? A coloro che soffrono persecuzioni
per la giustizia. Non è forse soffrendo tormenti ben più
atroci, che il Cristo è entrato nella sua gloria? Il servo
sarà più grande del suo padrone? Invocherò il Signore nella
lode e sarò liberato dai miei nemici.
(B. Apollinare da Posat)
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Nella liturgia viene ricordato il 2 settembre
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Enrico da Krzysztofik
"SULLA CROCE INSIEME A CRISTO"
Enrico (Henryk) nacque
il 22 marzo 1908 da Giuseppe e Francesca Franaszczyk, nel
villaggio di Zachorzev. Fu battezzato nella parrocchia di
Slawno (diocesi di Sandomierz - Polonia) il 9 aprile 1908 con
il nome di Giuseppe.
Terminata la scuola primaria nel 1925. si presentò al
Collegio di S. Fedele dei Cappuccini di Lomza, dove frequentò
due classi. Quindi si rivolse all'Ordine dei cappuccini del
commissariato di Varsavia. Il 14 agosto del 1927, presso il
convento di Nowe Miasto, vestì l'abito cappuccino e prese il
nome religioso di Enrico. Un anno più tardi, il 15 agosto
1928, emise i voti temporanei. In seguito fu mandato in
Olanda, presso il convento cappuccino della Provincia di
Parigi, a Breust-Eysden. Trascorsi i due anni di filosofia, fu
inviato a studiare teologia a Roma, dove il 15 agosto 1931
emise i voti perpetui e il 30 luglio 1933 fu ordinato
sacerdote. Per incarico dei suoi superiori, proseguì gli
studi presso la facoltà di teologia dell'Università
Gregoriana, risiedendo nel Collegio Internazionale S. Lorenzo
da Brindisi dei cappuccini. Nel 1935 conseguì la licenza in
teologia.
Ritornato in Polonia, fu destinato al convento di Lublino,
dove insegnò teologia dogmatica presso il locale seminario
religioso cappuccino. Di lì a poco fu nominato rettore dello
stesso seminario e vicario del convento. Nella chiesa del
convento spesso predicò con grande passione spirituale e
fervore interiore. La seconda guerra mondiale, scoppiata il 10
settembre 1939, lo sorprese mentre attendeva a questi
incarichi.
Il guardiano del convento lublinese, Gesualdo Wilem, un
olandese (in quel periodo i cappuccini polacchi erano aiutati
dai cappuccini provenienti dall'Olanda), dovette rinunciare
alla carica di superiore e fu costretto a lasciare la Polonia.
Enrico fu allora nominato guardiano del convento. In qualità
di guardiano e contemporaneamente di rettore del seminario,
venne a trovarsi in una posizione molto delicata. A causa
della guerra, in seminario le lezioni per l'anno accademico
1939-1940 iniziarono in ritardo. Il clima era estremamente
inquieto e teso. Le truppe tedesche si abbandonavano alla
ferocia e gli arresti si susseguivano senza interruzione. In
questo clima sfavorevole Enrico cercò di rasserenare i suoi
seminaristi.
Il 25 gennaio 1940 la Gestapo tedesca arrestò 23 cappuccini
del convento di Lublino e fra loro il superiore, fr. Enrico
Krzysztofik. Il primo luogo della loro prigionia fu il
Castello di Lublino, mentre si attendeva che ci fosse posto in
carcere.
Enrico disse: "Fratelli, fintantoché abbiamo la mente
lucida formuliamo questo buon proposito: Qualunque cosa ci
capiterà in futuro, qualunque cosa ci accada, ciascuno di noi
ne faccia offerta propiziatoria a Dio".
Durante tutto il periodo trascorso in carcere fu premuroso con
tutti. Fece in modo che all'alba fosse celebrata la s. Messa.
Il 18 giugno 1940 fu tradotto, insieme a tutti i confratelli,
al campo di concentramento di Sachsenhausen, presso Berlino. Là
"in condizioni ben peggiori, si ricordò di ciascuno di
noi", - scrive uno di quelli che condivise il destino del
campo, il defunto fr. Ambrogio Jastrzebski. Quando
nell'autunno del 1940 ricevette per primo dei soldi, comprò
nello spaccio del campo due pagnotte, le spartì in 25
porzioni -tanti erano i cappuccini - e disse: "Su,
fratelli, cibiamoci dei doni del Signore. Servitevi fintanto
che ce n'è...". Il già citato fr. Ambrogio definiva così
quel gesto fraterno: "Un nobile gesto, il tuo, che è in
grado di apprezzare solo chi è stato in campo di
concentramento e sa quanta abnegazione, diciamo pure eroismo,
ci voglia per distribuire due pagnotte quando si è affamati e
le si divorerebbe subito da soli!".
Il 14 dicembre 1940 Enrico, insieme al resto dei confratelli,
fu trasferito nel campo di concentramento di Dachau, dove
ricevette il numero di matricola 22.637. Nella dura vita del
campo non si risparmiò mai. Pur essendo egli stesso debole e
malfermo sulle gambe, aiutava gli altri più deboli,
soprattutto i più anziani. Sopravvisse in campo di
concentramento solo fino all'estate del 1941. Nel luglio del
1941, data la sua completa spossatezza che gli impediva ormai
di camminare da solo, fu consegnato all'ospedale del campo, il
che equivaleva a una condanna a morte. Di là fece recapitare
ai propri allievi chierici un messaggio segreto, riportato poi
a memoria da uno dei destinatari, fr. Gaetano Ambrozkiewicz:
"Cari fratelli! Sono in corsia nel blocco 7. Sono
paurosamente dimagrito perché disidratato. Peso 35 chili.
Fanno male tutte le ossa. Sono disteso sul letto come sulla
croce insieme a Cristo. E mi è grato essere e soffrire con
Lui. Prego per voi e offro a Dio queste mie sofferenze per
voi".
Morì il 4 agosto del 1942 e fu bruciato nel forno crematorio
del campo 12.
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B. Fedele Chojnacki
(1906-1942)
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"STUDENTE MARTIRE"
Nacque a Lódz la festa
di Ognissanti del 1906, ultimo di sei fratelli. Al battesimo,
impartitogli tre giorni dopo, i genitori Waclaw e Leokadia
Sprusinska gli imposero il nome di Hieronim (Gerolamo).
In famiglia ricevette un'educazione religiosa esemplare,
frequentando la sua parrocchia di S. Croce. Terminata la
scuola superiore, si iscrisse all'accademia militare. Finiti
gli studi, non riuscì a trovare un lavoro. Grazie all'aiuto
di parenti, per un anno lavorò a Szczuczyn Nowogrodzki presso
l'Istituto della Previdenza Sociale (ZUS) e successivamente
lavorò alla Posta Centrale di Varsavia. Era un impiegato
molto apprezzato per la sua affidabilità. Nel frattempo,
insieme allo zio, p. Stanislao Sprusinski, collaborava alla
gestione dell'Azione Cattolica.
Si occupò della campagna contro l'alcool, essendo egli stesso
astemio. Operando all'interno dell'Azione Cattolica, avvertì
il bisogno di un approfondimento della vita interiore. Entrò
dunque nel Terz'Ordine di S. Francesco presso la chiesa dei
cappuccini a Varsavia. Le sue nobili doti di carattere gli
guadagnavano la fiducia della gente, riuscendo anche a
riconciliare persone in discordia. In quel tempo fece amicizia
con il Beato Aniceto Koplin, famoso questuante di Varsavia. I
rapporti costanti con i cappuccini suscitarono in lui la
vocazione religiosa.
Il 27 agosto 1933, a Nowe Miasto, ricevette l'abito cappuccino
e il nome religioso di Fedele. Nonostante i suoi 27 anni e
l'esperienza di vita, denotava grande disponibilità e
semplicità, mantenendo piacevoli rapporti con tutti. Nel
periodo del noviziato si preoccupò di conoscere i principi
della vita interiore e si dedicò con impegno al proprio
perfezionamento spirituale.
Emise i voti temporanei il 28 agosto 1934 e partì per
Zakroczym per studiare filosofia. Qui, con il consenso dei
superiori, fondò un Circolo di Collaborazione Intellettuale
per i seminaristi. Continuò ad occuparsi del problema
dell'astinenza dall'alcool e fondò un Circolo degli Astemi.
Inoltre cooperò con il Terz'Ordine francescano.
All'inizio del 1937 superò con un'ottima valutazione l'esame
finale di filosofia. Il 28 agosto 1937 emise i voti perpetui.
In seguito studiò teologia presso il convento di Lublino.
Alla scoppio della seconda guerra mondiale frequentava il
terzo anno di teologia. In una lettera del 18 dicembre 1939
manifestò allo zio, p. Stanislao Sprusinski, un certo
sconforto e abbattimento per il fatto di non poter vivere e
studiare normalmente.
Un mese dopo le festività natalizie del 1939, il 25 gennaio
1940, venne arrestato e internato nel carcere del Castello di
Lublino. Sopportò con serenità e addirittura con un certo
buon umore le dure condizioni carcerarie, la mancanza di moto,
di spazio e di aria. Dopo 5 mesi, il 18 giugno 1940, fu
trasferito insieme a tutto il gruppo nel campo di
concentramento di Sachsenhausen, nei pressi di Berlino. Si
trattava di un lager modello, di vero stampo prussiano, specie
nella disciplina e nell'ordine, finalizzato all'annientamento
dell'individuo. Qui Fedele perse il suo ottimismo. Il
trattamento disumano dei prigionieri lo scioccava, inducendolo
al pessimismo.
Il 14 dicembre 1940, con un convoglio di preti e religiosi,
venne trasferito al campo di concentramento di Dachau, vicino
a Monaco di Baviera, dove il suo stato d'animo peggiorò
ulteriormente. Gli fu impresso sul braccio il numero di
matricola 22.473. Le notizie delle continue vittorie del
fronte militare tedesco non facevano intravedere ai
prigionieri alcuna speranza di uscire dal campo. La fame, il
lavoro e le persecuzioni pesavano sempre di piú. "La
capacità di cavarsela, l'energia vitale l'avevano
abbandonato". Il lavoro molto superiore alle sue forze,
la fame, la penuria di indumenti, procurarono a fr. Fedele una
grave malattia polmonare.
Una mattina d'inverno del 1942, mentre trasportava insieme a
un compagno un pesantissimo pentolone di caffè dalle cucine,
scivolò, rovesciò il caffè bollente, provocandosi gravi
bruciature. La dura punizione a cui lo sottopose il capoblocco
debilitò ancor più la sua psiche. Fra Gaetano Ambrozkiewicz,
compagno di sventura nel lager, narra così l'addio di fr.
Fedele: "Non dimenticherò mai quella domenica pomeriggio
dell'estate 1942 quando fr. Fedele lasciò la nostra baracca
28 per trasferirsi nel blocco degli invalidi. Era stranamente
così quieto e assorto, negli occhi aveva persino dei riflessi
di serenità, ma erano ormai riflessi non di questo mondo. Ci
baciò tutti, congedandosi con parole di s. Francesco e
dicendo "Sia lodato Gesù Cristo, arrivederci in
cielo".
Poco tempo dopo, il 9 luglio del 1942, si spense nell'ospedale
del campo. Il corpo venne arso nel forno crematorio.
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B. Floriano Stepniak
(1912-1942)
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"SOLE DEL CAMPO"
ll beato
Floriano nacque a Zdzary, nei pressi di Nowe Miasto, il 3
gennaio 1912. I suoi genitori erano contadini e si chiamavano
Paolo e Anna Misztal. Ricevette il battesimo il 4 gennaio
1912, con il nome di Giuseppe. La madre morì quando egli era
ancora piccolo. Il padre si risposò. Terminata la scuola
primaria a Zdzary, avvertì un forte desiderio di studiare e
di diventare cappuccino. Grazie ai cappuccini di Nowe Miasto
ultimò la scuola secondaria superiore e, successivamente, nel
1927, gli studi nel Collegio di S. Fedele dei cappuccini di
Lomza. Di capacità mediocri, suppliva alle carenze con la
diligenza e la laboriosità. Un suo compagno di studi, fr.
Gaetano Ambrozkiewicz, lo descrive così: "Un'anima
santa. Solidale, franco, allegro, eppure già allora un po'
diverso da noi, ragazzi giocherelloni e con la testa fra le
nuvole". Aderì al Terz'Ordine di S. Francesco quand'era
allievo del ginnasio. In seguito si rivolse all'Ordine dei
cappuccini di Nowe Miasto, presso i quali iniziò il noviziato
il 14 agosto del 1931 e, insieme all'abito religioso,
ricevette il nome di Floriano. Nel noviziato si distinse per
il suo zelo, la generosità e la devozione.
Fece la professione temporanea il 15 agosto 1932. Dopo aver
terminato il corso di filosofia, il 15 agosto 1935 emise la
professione perpetua. Continuò gli studi teologici a Lublino.
Terminati questi, fu ordinato sacerdote il 24 giugno 1938.
Dopo di che venne inviato alla Facoltà di Teologia
dell'Università Cattolica di Lublino per studiare Sacra
Scrittura. Allo scoppio della guerra, il 1° settembre 1939,
si trovava a Lublino In quei giorni e mesi cruciali non
abbandonò il convento al pari di altri, ma continuò
coraggiosamente a confessare i fedeli. Per via delle
persecuzioni, molti ecclesiastici si nascondevano e non c'era
chi potesse seppellire i morti. Floriano se ne incaricò con
grande coraggio e generosità. Non fece altro, in realtà, che
mettere in pratica quella frase programmatica della vita
religiosa che aveva apposto di suo pugno sulla immaginetta
dell'ordinazione sacerdotale: "Siamo pronti a darvi non
solo il Vangelo, ma la nostra stessa vita". Una frase che
esprimeva l'essenza della sua vita.
Non ebbe modo di operare a lungo a Lublino. Il 25 gennaio
1940, insieme a tutti i frati del convento, fu tratto in
arresto dalla Gestapo e imprigionato nel Castello cittadino.
L'arresto fu per lui uno schock, ma non crollò e non perse
l'ottimismo e l'allegria che, in lui, erano innati. Il 18
giugno 1940, insieme ad altri confratelli, fu tradotto al
campo di concentramento di Sachsenhausen. vicino a Berlino.
Anche qui non perse il suo bonumore, benché la vita dei lager
fosse così terribile. Il 14 dicembre 1940 fu trasferito al
campo di concentramento di Dachau, dove gli fu dato il numero
di matricola 22.738. I suoi confratelli prigionieri lo
chiamavano "padre spirituale" del blocco dei
condannati e "sole del campo".
Il freddo lo afflisse fino a minare il suo organismo. Era un
uomo di struttura forte e robusta, quindi necessitava di molto
nutrimento. Alla debilitazione per fame si aggiunse la
malattia. Nell'estate del 1942 si ammalò e fu ricoverato
nell'ospedale del campo, la cosiddetta "corsia". In
quel periodo tutti gli inabili al lavoro e gli infermi
venivano destinati, come invalidi, al trasferimento dove
c'erano "condizioni migliori". Lì venne destinato
anche Floriano. Dopo alcune settimane, nonostante le razioni
da fame e la degenza in ospedale, si rimise a sufficienza e fu
dimesso. Ma non fu riportato nel suo blocco. In quanto
convalescente fu trasferito nel blocco per gli invalidi
(numero 29, dispari). Così ricorda il comportamento di fr.
Floriano il suo compagno di sventura nel lager, fr. Gaetano
Ambrozkiewicz:
"Alcuni amici sacerdoti, riusciti a scampare al blocco
invalidi, narrarono che fr. Floriano Stepniak aveva portato la
luce a quell'infelice baracca. Gli uomini chiusi là dentro
erano destinati a morire.
Morivano di stenti a decine e numerosissimi venivano condotti
via a gruppi non si sa dove. Soltanto in seguito si seppe che
venivano eliminati nelle camere a gas nei dintorni di Monaco.
Chi non ha provato il lager non ha idea di cosa significasse
per quella gente, solo pelle e ossa del blocco degli invalidi,
immersa in un'atmosfera di morte, una mite parola di conforto;
che cosa potesse rappresentare per loro il sorriso di un
cappuccino ridotto allo stremo come loro".
Quando venne la volta della lettera "S" (il cognome
era Stepniak), Floriano fu condotto al reparto degli invalidi,
nonostante si sentisse ormai bene e fosse in grado di tornare
ai lavoro. Fu ucciso con il gas il 12 agosto del 1942. Il
corpo fu con ogni probabilità cremato nei forni. Le autorità
del campo recapitarono ai genitori, a Zdzary, l'abito,
avvertendoli malignamente che il figlio Giuseppe era morto di
angina.
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B. Gianluigi da Besançon
(1720-1794)
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"UN CANTO DI GIOIA NELLA MORTE"
Tra gli oltre 800 preti
e religiosi ammassati sui famigerati "pontons de
Rochefort" ormeggiati presso l'isola d'Aix nel 1794
c'erano anche diversi frati cappuccini. Avrebbero dovuto
essere deportati alla Guyane, ma i velieri inglesi che
incrociavano le coste francesi impedirono questo viaggio. Così
su questi prototipi "campi di morte" galleggianti
molti lasciarono miseramente la vita per amore della fede.
Questo sacrificio è stato riconosciuto come grazia di
martirio il primo ottobre 1995 da Giovanni Paolo II per
Giambattista Souzy, vicario generale de La Rochelle e i suoi
64 compagni, tra i quali i cappuccini Gianluigi di Besançon,
Protasio di Sées e Sebastiano di Nancy, dei quali ora
vogliamo brevemente narrare la storia.
Giambattista (era questo il suo nome di battesimo) era nato
l'11 marzo 1720 a Besançon (Doubs) da Gianluigi Loir ed
Elisabetta Juliot, sesto di una nidiata di otto figli e venne
battezzato nello stesso giorno. Il padre, parigino, era
direttore e tesoriere della Zecca di Borgogna a Besançon e
nel 1730 fu eletto direttore della stessa a Lione, dove venne
ad abitare con tutta la famiglia e dove il figlio Giambattista
fece i suoi studi, anche se non si conosce quasi nulla della
sua fanciullezza. Si sa però che a vent'anni, nel mese di
maggio 1740, si fece cappuccino nel grande convento della città
e prese con l'abito il nome di fra Gianluigi. Professò il 9
maggio 1741. A Lione i cappuccini abitavano in due conventi,
uno intitolato a San Francesco e detto "grand couvent",
fondato nel 1575, nel quartiere Saint-Paul, l'altro costruito
nel 1622, dedicato a S. Andrea e detto del "Petit Forez".
In queste due case il futuro martire trascorse la maggior
parte della sua vita religiosa. Almeno due volte esercitò
l'ufficio di superiore, una volta nel convento di S. Andrea
dal 1761 al 1764, e una seconda volta nel grande convento di
S. Francesco fino al 1767. Oltre questa notizia, gli archivi
tacciono.
Un abate che allora lo conobbe rilasciò questa significativa
testimonianza: "Dotato di tutte quelle virtù che lo
potevano rendere raccomandabile, egli non volle mai accettare
nessuna carica, dicendo di essere entrato nell'Ordine non per
comandare, ma per obbedire, non per dominare, ma per essere
sottomesso. Dedicandosi con umiltà alla salvezza delle anime,
esercitò il ministero della confessione con frutto e sembrava
in questo infaticabile. Non c'era missione organizzata dai
suoi frati, nella quale egli non prestasse il suo zelo. Il
popolo semplice e i poveri erano i suoi prediletti; ma anche
le persone di riguardo e importanti che si davano alla pietà
si sentivano attratte dalla nobile urbanità e affabilità
della sua figura maestosa e aggraziata. Sarebbe difficile
numerare le conversioni da lui operate e le anime riportate a
Dio in tutte le classi sociali".
Aveva 74 anni quando i rivoluzionari francesi obbligarono i
preti e i religiosi, nel 1791, a prestare giuramento
scismatico della costituzione civile del clero. Padre
Jean-Louis si trovava nel convento di S. Francesco quando
l'Assemblea Costituente aveva ordinato l'inventario delle
persone e dei beni di ogni casa religiosa. Egli aveva
dichiarato di voler restare nell'Ordine. Ma verso ottobre
lasciò Lione e si ritirò nel Bourbonnais a Précord, nel
castello dove abitava la sua sorella Nicole-Elisabeth col
figlio Gilbert de Grassin e dove anche due nipoti suore
domenicane avevano trovato rifugio. Una soffiata di qualche
malevolo e sospettose dicerie causarono una perquisizione
ordinata dal Direttorio il 3 febbraio 1793, e anche se il
risultato fu nullo, il 30 maggio tutti gli abitanti del
castello vennero trasportati a Moulins, dove 66 preti "insermentés",
refrattari, erano stati reclusi parte nelle prigioni e parte
nell'antico monastero Sainte-Claire.
Nell'elenco degli ecclesiastici che non avevano prestato
giuramento figurava anche padre Loir, classificato "ci-devant
capucin".
La sua età l'avrebbe risparmiato da ulteriori sofferenze se
non fosse stato per il terribile accordo ateistico della fine
del 1793, che permetteva tacitamente l'eliminazione di questi
anziani ecclesiastici, che, infatti, furono trasportati, molti
di loro ammalati, in tre spedizioni diverse, fino a Rochefort
P. Jean-Louis lasciò Moulins il 2 aprile 1794, nella terza
spedizione, con 26 deportati, canonici, curati, trappisti,
cappuccini, altri francescani e fratelli delle Scuole
Cristiane. Lungo il tragitto, su carri scortati da gendarmi e
da guardie nazionali, vennero compatiti e aiutati dalla gente.
Giunsero a Rochefort verso la fine di aprile. Perquisiti di
ogni cosa, vennero ammassati su due vascelli ormeggiati in
quella costa di mare.
Il vascello sul quale p. Jean-Louis venne trasferito si
chiamava "Deuz-Associés". Il capitano e la sua
ciurma erano gente da galera. Sul naviglio erano letteralmente
ammucchiati più di 400 deportati in stato pietoso, vita di
lager ante litteram. Una gavetta lurida serviva per il pasto
di dieci persone che dovevano accontentarsi di carne avariata,
di merluzzo, di fave grosse, attingendo il cibo in piedi,
senza piatti né bicchieri né forchette, stretti stretti fra
loro, servendosi di un cucchiaio di bosso. Era il supplizio
della fame, al quale si aggiungevano altri terribili tormenti
di carattere igienico-sanitario, senza rimedi, e gli insulti
di quei marinai aguzzini. Ma il tormento più tremendo erano
le ore notturne. Un fischietto annunciava l'ora del riposo.
Quella massa umana, con molti vegliardi e ammalati, veniva
costretta ad ammucchiarsi sotto coperta, nella stiva, come
acciughe in un barile, e la notte era un inferno, con
un'ultima raffinata crudeltà, anticipatrice delle camere a
gas: quei galeotti spandevano acri vapori facendo scoppiare
con palle infocate un barilotto di catrame: un metodo usato
per purificare l'aria, ma che provocava nei prigionieri un
tremendo sudore e tosse fino alla morte per soffocamento per i
più deboli. E in quello stato venivano bruscamente mandati
all'aria aperta sul ponte del vascello e tutti dovevano
strisciare come vermi e il tremendo contrasto faceva loro
stridere i denti per i brividi di freddo.
Tuttavia la pena più grande era di non poter tenere né
breviario né altri libri di pietà e neppure di poter pregare
insieme. Ciò nonostante c'era chi aveva potuto nascondere un
breviario, o un vangelo o gli oli santi e qualcuno anche le
ostie consacrate. E in quella cloaca infetta quei martiri si
scambiavano i sacramenti che li fortificavano ad affrontare la
morte con gioia.
Queste erano le sofferenze di p. Jean-Louis. Ma il suo
carattere vivace e allegro infondeva coraggio ai compagni di
sventura. Uno dei sopravvissuti testimoniò che il cappuccino,
"pur essendo un venerabile vegliardo, era diventato la
gioia di tutti. Egli infatti cantava ancora come un giovane di
trent'anni cercando così di alleviare le nostre sofferenze,
nascondendo le sue che lo stavano terribilmente consumando.
Egli morì serenamente come aveva sempre vissuto. Infatti il
mattino del 19 maggio 1794, i deportati, al risveglio sotto
coperta, trovarono questo eccellente religioso morto in
ginocchio al suo posto, e nessuno avrebbe pensato che
soffrisse qualche malattia. Dopo essersi levato, si era
inginocchiato a pregare e così era spirato. Vedendolo in
questa umile posizione, accanto al palo della sua amaca,
sembrava davvero che pregasse, ed era morto nell'atteggiamento
di supplica come la S. Scrittura ci rappresenta i patriarchi
dell'Antica Legge nell'atto di spirare".
Egli fu il primo dei 22 cappuccini che morirono a Rochefort.
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Protasio da Sees
(1747-1794)
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"OLOCAUSTO TRA LE ONDE DEL MARE"
Sullo stesso famigerato
naviglio "Deux-Associés" dove morí il beato
Jean-Louis di Besançon c'era anche padre Protasio Bourdon.
Anche di lui non sono numerose le notizie. Nato il 3 aprile
1747, venne battezzato il giorno dopo nella parrocchia di
Saint-Pierre di Séez (Orne). I suoi genitori e parenti erano
benestanti, il padre, Simone Bourdon era un carraio e la madre
si chiamava Maria Luigia Le Fou. La formazione cristiana
ricevuta (nulla in particolare si conosce della sua
fanciullezza e adolescenza) fece maturare in lui la vocazione
alla vita religiosa che lo spinse a entrare, ormai ventenne,
fra i cappuccini di Bayeux dove professò il 27 novembre 1768
prendendo il nome di Frate Protasio. Nel 1775 fu consacrato
sacerdote e tra le scarse notizie d'archivio si trova che abitò
per un po' di tempo nella casa d'Honfleur, vicino al santuario
di Notre-Dame des Grâces, di cui ebbe la direzione. Lo si
trova anche nel convento di Caen il 29 novembre 1783, e nel
1789 è segretario del ministro provinciale di Normandia.
L'ultima sua destinazione, come segretario provinciale e
guardiano, fu il convento di Sotteville, vicino a Rouen. Qui
con la sua comunità lo trovarono gli agenti municipali quando
vennero a perquisire la casa e a richiedere il giuramento
della costituzione civile del clero. Egli rifiutò assieme
agli altri suoi confratelli, ribadendo in due circostanze
diverse la sua volontà di perseverare nella vita religiosa, e
particolarmente il 26 agosto 1791, mentre era in atto l'ultima
verifica dell'inventario del convento, dal quale i religiosi
l'anno dopo vennero definitivamente espulsi e messi sulla
strada. P. Protasio volle ugualmente rimanere a Rouen e,
rifiutando di prendere la via dell'esilio, trovò ospitalità
presso un signore, che compensava con un po' della sua
pensione e delle elemosine ricevute per le messe celebrate.
Questa sua tenacia gli meritò di essere arrestato il 10
aprile 1793 e di subire un interrogatorio da parte di due
fanatici "citoyens", che, nella sua futilità e
leggerezza, mostra, come solitamente avviene, l'inconsistenza
di simili processi di cui è piena, purtroppo, la storia. Il
testo di questo interrogatorio è stato fortunatamente
conservato. P. Protasio risponde con molta libertà, ma è
chiaro nel dichiarare di aver rifiutato il giuramento, di
voler seguire fedelmente la sua vita religiosa, ed è
reticente dove si tratta di non svelare il coinvolgimento di
altre persone.
Nella perquisizione avvenuta nella casa dove si era rifugiato
erano stati trovati dei manoscritti e alcuni libri stampati
che divennero capi d'accusa perché difendevano i refrattari.
Egli, da buon normanno, non offre ulteriori spiegazioni che
sarebbero state compromettenti anche per altri e neppure svela
il nome delle persone presso cui andava celebrando l'Eucarestia
in segreto. È un atteggiamento unicamente religioso: per
questo egli ha affrontato rischi e pericoli. È qui il suo
eroismo. A lui interessa la fede integra, semplice, lucida.
Non c'è nessun atteggiamento politico. L'effetto però è
immediato: egli è subito rinchiuso nell'antico seminario di
Rouen Saint-Vivien, utilizzato dai rivoluzionari come casa di
detenzione provvisoria, in attesa della sentenza definitiva,
che arriva il 10 gennaio 1794: il "cittadino" Jean
Bourdon, ossia p. Protasio è condannato ad essere deportato
alla Guyane per aver celebrato la messa illegalmente e aver
tenuto documenti sospetti.
Il 9 marzo viene trasportato verso Rochefort. Vi arriva il 12
aprile e, perquisito, viene privato di tutto quello che poteva
ancora avere: un orologio d'oro con una scatoletta per
coprirlo (probabilmente si trattò di una custodia
eucaristica) e 1303 lire. Imbarcato sul vascello famigerato
"Deux-Associés", segue la sorte degli altri
prigionieri. Il quadro desolante di sofferenze volgari, di
agonie e di morte che forma il tessuto quotidiano di quella
prigionia è lo stesso già descritto per il beato Jean-Louis
Loir. Dopo quattro mesi p. Protasio, nella notte dal 23 al 24
agosto 1794, moriva di male contagioso. Un sopravvissuto
rilasciava più tardi questa testimonianza: "Era un
religioso di grande merito ed encomiabile sia per le sue
iniziative a favore dei confratelli deportati, sia per le sue
capacità fisiche e morali di cui era dotato, sia soprattutto
per la sua fermezza nella fede, la sua prudenza, equilibrio,
regolarità e altre virtù cristiane e religiose".
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Sebastiano da Nancy
(1749-1794)
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"L'ESTASI DEL MARTIRIO"
Tra le 547 vittime dei
"pontons de Rochefort" e i 64 sacerdoti beatificati
come martiri della rivoluzione francese figura anche padre
Sebasatiano da Nancy. La trama della sua biografia è un po'
più documentata. Francesco François era nato il 17 gennaio
1749 a Nancy da Domenico e Margherita Verneson, e venne
battezzato il giorno dopo nella chiesa di S. Nicola. Suo padre
era un bravo falegname e gente distinta e nobile furono il suo
padrino e madrina. Il che significava uno stato sociale di
benestanti borghesi. Non fu difficile al piccolo Francesco
imparare a conoscere i frati cappuccini che fin dal 1593 si
erano insediati a Nancy nella periferia della città per poi
passare nel 1613 in un convento più accogliente, rifatto con
la generosità del duca Leopoldo di Lorena e del re Stanislao
nel 1746. Infatti la parrocchia S. Nicola, fondata nel 1731,
utilizzava la chiesa dei cappuccini per il culto fino al 1770.
I frati si raccoglievano nel retro coro e animavano il
Terz'Ordine francescano.
Il loro convento era importante sede del capitolo provinciale
e del lanificio della provincia per la confezione delle
tuniche e mantelli per tutti i cappuccini di Lorena,
distribuiti in ben 28 conventi sul territorio della regione.
La loro vitalità apostolica e il loro dinamismo caritativo a
favore dei poveri, degli appestati e dei sofferenti li aveva
resi assai popolari e molti richiesti. Ma quando nel 1768 il
giovane Francesco François, diciannovenne, entrò nel
convento di Sanit-Mihiel, fin dal 1602 destinato alla
formazione dei novizi, già si notava una certa crisi di
vocazioni. La Commissione dei Regolari, istituita dal re di
Francia nel 1766 per correggere abusi e riformare i monasteri
e i conventi, intervenendo con un editto del re nel 1768 a
fissare a 21 anni l'età di ammissione ai voti solenni, aveva
contribuito ad accelerare questa crisi.
Il maestro dei novizi p. Michele di Saint-Dié il 24 gennaio
1768 lo rivestì dell'abito cappuccino col nome nuovo di Frate
Sebastiano e un anno dopo ricevette la sua solenne
professione. L'atto della sua professione, segnato nel
registro ufficiale, è il primo del 1769, come l'atto di
battesimo aveva inaugurato nel registro della parrocchia S.
Nicola l'anno 1749. Dopo il noviziato Sebastiano passò nello
studentato cappuccino di Pont-à-Mousson, un convento fondato
nel 1607 e rinnovato nel 1764. Al tempo del Beato vi abitavano
nove padri, sei chierici e un fratello laico. La città era
indicata come luogo di studi avendo un efficiente collegio di
gesuiti. Egli stava completando i suoi studi ed era già stato
ordinato sacerdote, anche se non si conosce la data precisa
della sua ordinazione.
Nel 1777, il 5 giugno, venne approvato come confessore nel
convento di Sarreguemines, dove bisognava conoscere anche la
lingua tedesca che era usata in quella zona di confine. Nel
1778 i documenti lo segnalano presente nel convento di
Sarrebourg, diocesi di Metz, come confessore, in una comunità
di religiosi molto esemplare nella povertà e osservanza della
regola. I documenti sono molto eloquenti negli anni 1782-1784.
Si tratta di registri della parrocchia di Saint-Quirin. Il
beato vi svolgeva frequente ministero pastorale, battesimi,
matrimoni, ecc. supplendo alla mancanza di clero locale. Il 26
agosto 1784 il capitolo provinciale triennale lo destinò al
convento di Commercy dove rimase fino al 1787, e probabilmente
fino al 1789, eccetto una pausa nel convento di Dieuze,
svolgendo sempre apostolato attivo e in auxilium cleri.
Padre Sebastiano a partire dal 1789 si trovava nel convento d'Epinal,
sulla riva sinistra del braccio occidentale della Moselle,
quando scoppiò la rivoluzione francese con tutte le sue
conseguenze antireligiose. e antiecclesiastiche. I commissari
municipali il 30 aprile 1790 entrarono nel convento per fare
l'inventario. Un anno dopo i mobili ed effetti del convento
venivano venduti, mentre p. Sebastiano, che aveva rifiutato di
giurare la Costituzione, con una pensione di 770 lire, dopo l'espulsione
dei frati dal convento, si era incamminato verso il convento
di Châtel-sur-Moselle, indicato dal Consiglio municipale come
casa comune dei cappuccini. Da qui verranno in seguito espulsi
per non aver voluto partecipare a una processione guidata da
un parroco che aveva giurato la Costituzione civile del clero.
Messi sul lastrico, i frati furono accolti e aiutati dalla
popolazione. Il 9 novembre 1793 egli fu inviato nella casa
delle terziarie a Nancy, che serviva come prigione per i preti
refrattari. Era la risposta del Comitato di sorveglianza, al
quale il padre si era presentato spontaneamente chiedendo di
conformarsi alla legge che prevedeva la prigione ai
refrattari.
Il 26 gennaio 1794 l'amministratore del distretto di Nancy
venne a verificare la situazione di tutti i detenuti, la causa
del loro arresto, l'età e l'eventuale infermità. Di p.
Sebastiano annotò che era refrattario e senza nessuna
infermità, pronto, quindi a entrare nella lista dei preti
ribelli da spedire a Rochefort. Partirono infatti il primo
aprile successivo 48 preti e religiosi e dopo un penoso
tragitto durato quattro settimane, spogliati di ogni cosa che
ancora potevano avere, giunsero a Rochefort il 28 aprile.
Pochi giorni dopo erano imbarcati sul naviglio negriero dei
Deux-Associés, già carico di ben 373 preti e religiosi
prigionieri, vengono trasportati fra le isole d'Aix e d'Oleron
dove il veliero viene attraccato. A p. Sebastiano si presenta
una visione desolante: quelle centinaia di prigionieri pallidi
in viso, barbe lunghe e incolte, abiti sudici, annunciano una
prigionia da moribondi. Infatti una vecchia goletta serviva a
raccogliere i malati e infettati terminali come in un
ospedale, ma senza medicine e medici, in attesa che la morte
facesse il suo corso. E allora con un canotto si prelevavano e
trasportavano i dieci-dodici cadaveri quotidiani per essere
sepolti nella sabbia di quella costa marina.
"Era il nostro naviglio ingolfato di preti e religiosi -
lasciò scritto un sopravvissuto - come un altare per
l'olocausto innalzato dalla Provvidenza tra le onde del mare
per la consumazione perfetta del sacrificio". I corpi
delle vittime, completamente spogliati come nei campi di
concentramento itleriani, venivano trasferiti sulle rive
sabbiose e alcuni dei prigionieri ancora in discreta salute li
dovevano seppellire nella sabbia senza poter recitare
apertamente nessuna preghiera o innalzare al cielo qualche
canto della Chiesa.
"Dio permetteva questa quotidiana scena di strazio -
scrisse ancora uno dei superstiti - per aumentare il prezzo
delle nostre sofferenze, donandoci una più perfetta
rassomiglianza con il suo divin Figlio nella sua passione.
Nulla ci consolava nelle nostre afflizioni, nulla ci
fortificava nelle nostre prove se non il pensiero di Gesù che
regna nei cieli ed è attento dall'alto del suo trono ai
nostri combattimenti, egli che prima di noi e per noi era
stato legato, flagellato, schiaffeggiato, sputacchiato,
coronato di spine, rivestito da pazzo, abbeverato di fiele e
di aceto, inchiodato su una croce, insultato e maledetto dai
suoi nemici. Questa considerazione spirituale del nostro
Redentore faceva come stillare una dolcezza ineffabile nei
nostri cuori. Ci sentivamo felici di essere stati scelti fra
tanti per fare questa via dolorosa e seguire il nostro Maestro
divino. Soffrivamo non solo con pace, ma con gusto, e morivamo
con gioia. Pensavamo che Gesù Cristo aveva voluto, nei
diversi secoli, che ciascun dogma della fede fosse conservato
e anzi consolidato nella sua Chiesa per mezzo del sangue di un
numero di martiri più o meno grande, secondo l'importanza
della verità combattuta; e noi pensavamo che era un grande
onore per noi essere perseguitati e sacrificati per
corroborare l'insegnamento dell'autorità spirituale e
indipendente dalle autorità del mondo, divinamente attribuita
alla Sede Apostolica e in generale a tutto l'episcopato".
Questa preziosa testimonianza ha lasciato anche uno splendido
ritratto di p. Sebastiano, colto come un fiore speciale di
virtù in quel mazzo di fiori profumati dei martiri. Ecco le
sue parole: "Il Signore aveva manifestato la santità di
un altro dei suoi servi, il padre Sebastiano, cappuccino della
casa di Nancy, venuto per morire su questa stessa galeotta.
Questo santo religioso era fra noi in singolare venerazione
per la sua eminente pietà e virtù e toccante devozione.
Pregava incessantemente, soprattutto nell'ultima malattia. Un
mattino lo si vide in ginocchio, le braccia aperte in forma di
croce, gli occhi elevati al cielo, la bocca aperta. Non vi si
fece molto caso, perché si era abituati a vederlo pregare così,
durante la sua malattia. Passò mezz'ora ed eravamo stupiti di
vederlo perseverare in quella posizione così scomoda e
difficile da tenersi in quel modo perché allora il mare era
piuttosto mosso e l'imbarcazione beccheggiava e oscillava
molto.
Probabilmente era in estasi. Allora ci avvicinammo per
osservarlo dappresso. Toccando la sua figura e le sue mani ci
rendemmo conto che egli già da molte ore aveva reso in quella
positura la sua anima a Dio. Non riuscimmo mai a spiegarci
come il suo corpo avesse conservato così a lungo quella
posizione orante, nonostante il continuo rullio della piccola
imbarcazione. Si chiamarono subito i marinai. Essi a quello
spettacolo non riuscirono a trattenere un grido d'ammirazione
e le lacrime. Si risvegliò in quel momento la fede nei loro
cuori e alcuni di loro, denudando le braccia, mostravano a
tutti l'effigie della croce tatuata con pietra rovente, e
decisero di ritornare alla religione che avevano
abbandonato". Era il 10 agosto 1794.
Il ricordo del beato Sebastiano rimane scolpito così: un
uomo non solo che prega, ma tutto trasformato in preghiera, in
vita e in morte, una preghiera fatta uomo, incarnata, come
Francesco d'Assisi.
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Sinforiano Ducki
(1888-1942)
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"LA BENEDIZIONE DI UN MARTIRE"
Nacque il 10 maggio 1888
a Varsavia da Giuliano Ducki e Marianna Lenardt. Al battesimo,
celebrato il 27 maggio seguente, ricevette il nome di Felice (Feliks).
Frequentò le scuole elementari nella nativa Varsavia.
Quando nel 1918 i cappuccini fecero ritorno al proprio
convento, abbandonato in seguito alla soppressione zarista del
1864, Felice, "definendosi aspirante di vecchia data
all'Ordine", si unì a loro, prima come aspirante,
rendendosi utile alla riorganizzazione del convento; e poi
come postulante, nel giugno del 1918. Dopo un biennio di
prova, il 19 maggio 1920, iniziò a Nowe Miasto, con il nome
di Sinforiano, il noviziato, che concluse il 20 maggio 1921
con la professione temporanea. Terminato l'anno di noviziato,
si dedicò al servizio fraterno nei conventi di Varsavia, di
Lomza ed ancora di Varsavia (dal 27 maggio 1924), fino alla
professione solenne, il 22 maggio 1925.
A Varsavia svolse prima la mansione di fratello questuante,
impegnandosi nella raccolta di offerte per la costruzione del
seminario minore di San Fedele e poi fu nominato, per diversi
anni, fratello compagno del ministro provinciale. Di carattere
semplice e amichevole, facilmente conquistava la simpatia del
popolo e nuovi amici all'Ordine. Nonostante la sua vita molto
attiva tra la gente, non perse mai lo spirito di preghiera e
di devozione, distinguendosi per una preghiera devota e
fervorosa. Era stimato dagli abitanti della capitale.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale si adoperò per non
far mancare il necessario né ai suoi frati né ai bisognosi
fino al 27 giugno del 1941, giorno in cui la Gestapo arrestò
tutti i 22 cappuccini del convento della capitale. In un primo
tempo Sinforiano fu internato nella prigione di Pawiak, e poi,
il 3 settembre ad Auschwitz. Di costituzione robusta, soffrì
più degli altri la fame e le persecuzioni, sopportando tutto
in silenzio. Le misere razioni fornite dai tedeschi, infatti,
non coprivano nemmeno un quarto del fabbisogno dell'organismo
di un uomo normale. Dopo sette mesi fu condannato a una morte
lenta.
Una sera, mentre i tedeschi avevano iniziato a trucidare in
modo bestiale i prigionieri, fracassando loro la testa a
manganellate, Sinforiano li affrontò facendo su di loro il
segno della croce. Il testimone oculare e compagno di
prigionia, Czeslaw Ostankowicz, dichiara che ci fu un attimo
di sbigottimento, seguito dall'ordine di bastonarlo. Fra
Sinforiano fu colpito da una manganellata in testa e stramazzò
al suolo, ai piedi dei tedeschi, fra loro e i prigionieri.
Poco dopo ebbe la forza di risollevarsi e rifece il segno
della croce. Fu allora che lo assassinarono. Era l'11 aprile
1942. La morte di Sinforiano mise fine alla tremenda
esecuzione che i tedeschi stavano perpetrando e una quindicina
di prigionieri si salvò grazie al suo intervento. Questi
caricarono con grande venerazione la salma di fr. Sinforiano
insieme alle altre sul carro che le avrebbe portate al forno
crematorio. Con il suo martirio Sinforiano ha dimostrato
grande eroismo, ha professato la fede nella SS. Trinità, e ha
salvato la vita a molti compagni di sventura.
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MARTIRI
CAPPUCCINI DI VALENCIA
PREFAZIONE
“Nel nostro secolo sono ritornati i
martiri, spesso sconosciuti, quasi « militi ignoti » della grande
causa di Dio. Per quanto è possibile non devono andare perdute
nella Chiesa le loro testimonianze”
(Tertio Millennio Adveniente, 37).
“L’esperienza dei martiri e dei
testimoni della fede - dice
Giovanni Paolo II - non è caratteristica solo della Chiesa degli inizi, ma connota ogni
epoca della sua storia. Nel secolo XX, poi, forse ancor
più che nel primo periodo del cristianesimo, moltissimi sono
stati coloro che hanno testimoniato la fede con sofferenze spesso
eroiche. Quanti cristiani, in ogni continente, nel corso del
Novecento, hanno pagato il loro amore a Cristo anche versando il
sangue! Essi hanno subito forme di persecuzione vecchie e
recenti, hanno sperimentato l’odio e l’esclusione, la violenza e
l’assassinio. Molti Paesi di antica tradizione cristiana sono
tornati ad essere terre in cui la fedeltà al Vangelo è costata un
prezzo molto alto” (Omelia alla Commemorazione ecumenica dei
testimoni della fede del secolo XX, 7 maggio 2000 ).
Nell’ambito di questo quadro storico, che descrive l’”apocalissi”
della tortura e della sofferenza nel secolo XX, Giovanni Paolo II
l’11 marzo 2001, già iniziato il terzo millennio, beatifica un
gruppo di 240 martiri del Levante spagnolo. In mezzo a questa
immensa moltitudine di uomini e di donne, che nessuno può contare,
di tutte le nazioni, razze, popoli e lingue, che stanno davanti al
trono e all’Agnello, vestiti in stole bianche e con in mano le
palme e che gridano: “La
vittoria è del nostro Dio!”, ci sono 17 martiri cappuccini,
cioè 12 cappuccini e 5 clarisse cappuccine. Sono il P.
Aurelio de Vinalesa e i suoi Compagni. E’ fra montagne di
cadaveri che i cristiani, nella Spagna del 1936, diedero
testimonianza eroica della loro fede nella risurrezione.
Questo numero speciale di BICI presenta la storia di ognuno di questi
valorosi testimoni di Cristo che hanno sofferto persecuzione e
morte, patita “in odium
fidei” e accettata eroicamente e serenamente. La fecondità
del martirio non è radicata tanto nella morte violenta in se
stessa, quanto nella piena partecipazione alla carità di Cristo, ed
è conseguenza ed effetto della sequela di Cristo: “Se
il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece
muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia
la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv
12, 24-25).
Ogni biografia è stata arricchita con dichiarazioni dei testimoni che hanno
conosciuto gli stessi martiri e che hanno vissuto e sofferto le loro
stesse vicissitudini storiche. Queste storie interpellano oggi anche
noi. La vita di questi martiri, il loro messaggio, la loro
testimonianza, la loro morte eroica sono un appello alla nostra
coscienza, alla nostra fedeltà e al nostro modo di seguire Cristo e
il Vangelo. Non si tratta di persone sconosciute né che
appartengano ad un passato storico lontano; hanno invece voce e
volto ben definiti, sono persone vive, attuali, che ci parlano con
l’audacia e la forza della verità e con il loro deciso amore per
la giustizia. Come dice Vita
Consacrata parlando della testimonianza profetica di fronte alle
grandi sfide: “In questo
secolo, come in altre epoche della storia, uomini e donne consacrati
hanno reso testimonianza a Cristo Signore ‘con il dono della
propria vita’. Sono migliaia coloro che, costretti alle catacombe
dalla persecuzione di regimi totalitari o di gruppi violenti,
osteggiati nell’attività missionaria, nell’azione a favore dei
poveri, nell’assistenza agli ammalati ed agli emarginati, hanno
vissuto e vivono la loro consacrazione nella sofferenza prolungata
ed eroica, e spesso con l’effusione del proprio sangue, pienamente
configurati al Signore crocifisso”
(86a).
Questi martiri della Provincia cappuccina di Valencia incarnano in maniera
sublime l’essenza della spiritualità francescana nel suo ideale
di sequela di Cristo povero e crocifisso. San Francesco, quando
ricevette notizia del martirio di cinque suoi compagni in Marocco,
non poté fare a meno di esclamare:
“Ora
posso dire di avere cinque autentici frati minori!”. Il
Poverello di Assisi più volte aveva desiderato il martirio, fino al
punto che è stato detto “l’uomo che non riuscì a farsi
uccidere”.Inviò i suoi frati, col permesso dei loro ministri,
come missionari tra i saraceni e altri infedeli. E dice nella su