
Guido Maria Conforti
"Guarda o Signore a tanti milioni di fratelli
che soffrono sete di giustizia, di verita', di pace, di amore".
Guido Maria Conforti,
in "L'Eucarestia e le missioni cattoliche", Palermo 6 settembre 1924
La forza del missionario sta nella convinzione che il Vangelo e' proposta di vita pienamente umana. Accogliendo il Vangelo, l'uomo non mortifica, ma esalta ed espande il suo essere, le sue potenzialita', le sue prospettive, secondo le dimensioni di Dio stesso che ci invita alla comunione con Lui. Diventare umani e' una vocazione ed un traguardo, non un dato; e' un compito, non un processo naturale. E per di piu', inevitabilmente segnato da limiti e contrasti.
Anzi, il missionario stesso esperimenta in se' la resistenza al Vangelo, poiche' anch'egli e' chiamato ad una pienezza di umanita' che lo supera costantemente, lo attira ma gli costa anche. Anche a lui difatti puo' sorgere nel cuore la tentazione ad andare per la sua strada, a farsi gli affari suoi, a prendere la vita con filosofia, poiche' si vive una volta sola ed e' bene sfruttarla questa occasione. Oppure, l'altra tentazione, piu' subdola, di prendersi come punto di riferimento nell'esercizio stesso del suo ministero, con la ricerca di se stesso, la strumentalizzazione del suo potere
Per il missionario stesso, accogliere la proposta del Vangelo significa aprire la sua umanita' a Dio e aprirsi con umilta' all'umanita' dell'altro. E' superamento della propria idolatria e quindi apertura alla solidarieta'. E a questo egli deve convertirsi e in questo cammino impegna la sua fede, la sua speranza e la sua capacita' di amare.
Ma il Vangelo entra in un mondo che non e' umano; un mondo che non conosce il Padre e non riconosce percio' i fratelli. Un mondo nel quale ognuno va per la sua strada, preoccupato di se' e del suo benessere: da conservare, se ce l'ha e da conquistare, se non ce l'ha. E' quindi impossibile evitare lo scontro tra Vangelo e disumanita', tanto piu' quando questa assume le forme dell'arbitrio violento che non sopporta l'annuncio disarmato e mite del Vangelo.
In passato c'era almeno un'alta considerazione per le persone che si sacrificavano per qualcosa. Costoro, erano degli eroi, sia che si fossero sacrificati per la liberta' o per la giustizia, sia per la scienza o per la cultura
Anche se non erano molti a seguirli, per lo meno venivano apprezzati e magnificati. Oggi, apertamente vengono o ignorati o derisi: sono considerati, a dirla con tutta schiettezza, stupidi. L'unica cosa sapiente e furba e' godersi la vita. Ma esattamente questo principio e' la sorgente della disumanita' del nostro tempo, poiche' misconosce la propria ed altrui umanita'. Difatti, quel principio legittima ogni cosa contro gli altri, pur di salvaguardare se stessi: il sopruso, la violenza, la falsita'
Che il piu' forte si affermi e il piu' debole venga eliminato: a questo conduce il prendere se stessi come criterio e fine.
Aprendoci a tutto l'umano e a tutti gli umani, il Vangelo ci introduce in un cammino di crescita umile al quale ognuno di noi fa fatica ad adeguarsi. Il missionario, uomo del Vangelo, si scontra cosi' inevitabilmente con la resistenza interiore e con l'opposizione esteriore. E nella misura in cui resiste nella sua lotta diventa testimone, martire: nello stesso tempo testimone di una umanita' piu' piena e della fede che ne e' la sorgente.
Il beato Conforti aveva espresso con lucidita' questa caratteristica martiriale della consacrazione alla missione, "cui se manca l'intensita' dello spasimo supplisce la continuita' di tutta la vita" (Lettera Testamento). I testimoni Saveriani qui presentati sono espressione sicura di questa fedelta' nella dedizione, che per loro e' arrivata anche alla effusione del sangue. Non e' da pensare che essi siano andati volentieri verso questa conclusione: non e' stato sempre cosi', ne' era necessario che lo fosse. Cio' che essi hanno avuto e mostrano chiaramente e' la fedelta' disponibile, che non cerca ma non esclude neanche il sacrificio supremo. E' da un atteggiamento di dedizione che nasce l'atto della donazione; dall'impegno a vivere per il Vangelo, la conseguenza di morire per esso.
I martiri Saveriani non sono che un piccolo drappello all'interno della grande massa di martiri di questo secolo, ma hanno punteggiato questo tempo con costanza, quasi a ricordarci che la missione e' inseparabile dal martirio.
Il secolo che si sta concludendo ha visto al suo inizio la persecuzione dei Boxer che solo nell'anno 1900 fece in Cina almeno 30.000 vittime: il P. Rastelli rappresenta l'inizio della missione saveriana, all'interno di quella bufera. E questo secolo si sta chiudendo con i non conclusi drammi dell'Africa centrale dove solo qualche anno fa, nel 1995, p. Maule, p. Marchiol e Catina Guber hanno unito il loro sangue a quello di centinaia di migliaia di vittime del Rwanda e del Burundi. Ma tutto il secolo, cosi' comela nostra piccola storia saveriana, e' stato segnato dal sangue dei martiri. La persecuzione infatti ha accompagnato le due guerre mondiali e le altre grandi e piccole guerre o guerriglie che hanno riempito questi 100 anni, in tutti i continenti; senza contare le numerosissime vittime delle grandi religioni politiche, ossia il comunismo, il nazismo, i vari fascismi. Basti pensare - per ricordare anche i moltissimi martiri non cattolici - che solo in Russia in poco piu' di 20 anni sono stati fucilati 130.000 sacerdoti ortodossi, compresi 250 vescovi dei 300 che formavano la gerarchia russa.
Questo secolo che si sta chiudendo, mentre ha aperto nuove impensabili vie al progresso e quindi alla crescita dell'uomo, ha mostrato anche, con una sfrontatezza egualmente nuova, un grande disprezzo verso la persona umana. E proprio questa disumanita' mostra, per negazione, la necessita' e la urgenza del Vangelo. Se l'uomo elimina cosi' facilmente e frequentemente questi annunciatori del Vangelo, vuol dire che ha urgente bisogno di riscoprire la vera sua ed altrui umanita'.
Presentando questi martiri, vorremmo evitare di cadere nella "retorica" del martirio. La sua esaltazione rischia di presentare al non credente un'immagine falsa della fede, quasi che questa comportasse l'esaltazione del sacrifico in quanto tale. In realta', cio' che si magnifica e' la forza del bene. Ed e' cosi' difatti che il martirio diventa segno di speranza; esso mostra che la resistenza del bene e' piu' tenace della violenza aggressiva del male.
Questi nostri fratelli testimoni sono stati miti e decisi; non hanno scelto la loro fine, ma avevano scelto le premesse che l'hanno resa inevitabile. Erano stati presi difatti dal Vangelo del Regno cosi' che hanno alla fine conquistato il Regno. Ed oggi, sulla stessa strada della carita' missionaria, sono a noi stimolo e compagni.
padre Francesco Marini sx,
superiore generale dei missionari saveriani
Roma, 20 agosto 2000
GIOVANNI BOTTON
Carmignano (Vi) 9.5.1908 - Hsuchang (Cina) 30.4.1944

E' ARRIVATA LA POSTA
Era una mattina d'estate del 1934. Il postino busso' alla porta d'un casolare di campagna dicendo ad alta voce: "Posta!" Si affaccio' una donna anziana, saluto', ricevette la lettera e rientro'.
In casa c'era lei, settantenne, con il marito di poco piu' vecchio. Era la casa dei Botton. I figli avevano tutti sciamato, disperdendosi per varie parti d'Italia. La donna si chiamava Margherita e suo marito Pio.
"Pio, disse Margherita andando verso di lui, una lettera da Gino". Pio sedeva su una poltrona a braccioli, prese la lettera, inforco' gli occhiali e lesse a voce alta. Il figlio Gino era missionario a Parma, nell'Istituto fondato dal Beato Guido Conforti, ed era prete da qualche anno. La lettera cominciava con delle scuse, perche' i vecchi genitori avevano saputo da altri che lui, padre Gino, era in partenza per la Cina: "Che volete? - spiegava - L'ho saputo con certezza solo questa mattina e poi... non avevo proprio fretta di dirvelo. Non c'era nessun vantaggio a farvelo sapere presto. Vi dico soltanto che la partenza non sara' prima di settembre". La lettera era datata al 22 di giugno.
Proseguiva:
"E' inutile che vi dica di essere contenti: siete stati voi che mi avete insegnato che non siamo nati per questa terra, ma per il paradiso; e per il paradiso merita bene che si faccia qualche sacrificio. E da voi ho anche imparato come ci si deve sacrificare: e qualche scena della vostra vita non potro' mai dimenticarla. Mi sarete un modello cosi' alto, che io, apostolo, non so se potro' raggiungerlo".
Possiamo pensare che, a questo punto, Margherita si sia asciugata una lagrima col grembiule:
"Il nostro Gino... - commento' - Che sentimenti cristiani! Ma partira' davvero?".
Pio continuo' a leggere:
"Anche questa mia partenza sara' un nuovo sacrificio per voi; ma voi gia' mi avete dato tutto al Signore:
non vi sara' strano e intollerabile che il Signore mi voglia ora portare lontano da voi...".
Anche Pio era commosso: "Si', ma cosi' lontano e tra tanti pericoli... E noi siamo vecchi...".
Tacquero tutti e due per qualche istante e poi Pio continuo' la lettura:
"Sappiamo del resto che i nostri cuori saranno sempre vicini, molto vicini".
I due vecchi assentirono col capo e mandarono giu' la saliva.
"Io non ho bisogno di niente - continuava Gino nella sua lettera - solo voglio che siate contenti".
Essere contenti, proprio non era possibile. Rassegnati si', perche' questa era la volonta' di Dio.
Pio e Margherita si erano incontrati molti anni prima in circostanze particolari.
Margherita era figlia di un "Carbonaro" milanese dei tempi in cui i patrioti si univano in societa' segrete per
l'indipendenza dell'Italia, allora sotto il dominio dell'Austria: appunto la Carboneria.
Si chiamava Mattia Gabardo ed era stato amico di Silvio Pellico. Ricercato dalla Polizia si era rifugiato nel Veneto, in un paese della Valsugana.
Qui si era sposato ed era nata una bimba, Margherita.
La famiglia versava in condizioni difficili e Margherita, ancora giovinetta, era stata costretta ad "andare a servizio". Fu cosi' che arrivo' a Carmignano, un grosso paese sul Brenta, a non molti chilometri da Vicenza.
Serviva in un'osteria, l'osteria del Moretto, portando vino ai clienti e riscuotendo i conti. In quell'osteria si recava anche il giovane Pio Botton a bere un bicchiere con gli amici, alla domenica, e forse a giocare una partita a carte.
Fu cosi' che incontro' Margherita Gabardo e se ne innamoro'. Si sposarono ed ebbero dieci figli: l'ultimo fu il nostro Giovanni, che in casa chiamavano Gino.
Nacque il 9 maggio 1908, quando mamma Margherita aveva gia' 44 anni.
Ora, in quello scorcio dell'anno 1934, la famiglia contava tre figli dati al Signore: Luigi, il fratello maggiore si era fatto religioso filippino, in tempi gia' lontani, e si trovava a Roma, dove San Filippo Neri, nel 1500, aveva fondato la Congregazione dell'Oratorio; la sorella Maria, quando Gino aveva circa dodici anni, era entrata dalle Suore Dorotee di Vicenza, e il nostro Gino era missionario a Parma. Gli altri fratelli e le sorelle Elisa e Gilda, si erano sposati. I vecchi genitori erano rimasti soli nella vecchia casa di campagna, divenuta troppo grande dopo tanti esodi.
Quando arrivo' il giorno segnato per la partenza, padre Gino era a casa da qualche settimana a salutare parenti e amici. La nave era il "Conte Verde" e sarebbe partita proprio da Venezia. Ma nessuno dei genitori pote' accompagnare Gino fino al porto: Pio era a letto con la febbre e mamma Margherita doveva attendere a lui o, forse, non si sentiva di veder partire il figlio.
Il mattino del 7 settembre, Gino saluto' i genitori, sforzandosi di mostrarsi allegro, e si avvio' al porto accompagnato da fratelli e sorelle. Margherita lo accompagno' fin sulla soglia, gli diede un bacio e scoppio' in singhiozzi.
Quasi vergognosa del suo pianto chiuse l'uscio e si avvio' verso il vecchio Pio, febbricitante in poltrona. Pio commento' con un sospiro: "Mora mia, non lo vedremo piu'...".
LA CHIAMATA DI DIO
"Gino era un ragazzo come gli altri" - dira' tanti anni dopo la sorella Suor Maria ripensando ai tempi in cui vivevano insieme, frequentando le scuole elementari.
Come gli altri, ma era stato coccolato dalle sorelle quand'era piccino e poteva crescere capriccioso ed egoista; invece non fu cosi'.
L'educazione materna e la vita in famiglia con tanti fratelli e sorelle con cui condividere tutto, lo aveva reso generoso e buono con tutti.
Una volta corse pericolo di morire, travolto dal carretto di suo padre: "Madonna, go copa' el pute'lo!" aveva esclamato con spavento il padre: Ho ucciso il piccolo! Invece, Gino era sgattaiolato fuori da sotto il carro senza nemmeno una graffiatura. Qualche Angelo l'aveva salvato.
Fece la prima comunione a sei anni.
In quaresima gli piaceva appartarsi nei campi, sotto un grosso fico, a cantare i versi dello Stabat Mater che aveva udito alla Via Crucis.
Sentiva nel cuore il desiderio di fare qualche cosa per il Signore: pensava di farsi prete, ma chi sa perche', non come il fratello filippino. Non gli piacevano neanche i frati francescani e nemmeno quelli di Monte Berico, i Serviti... Fu suo fratello a indirizzarlo all'Istituto dei Missionario saveriani di Vicenza, dopo di avere incontrato in treno - per caso - il padre Pietro Uccelli, Rettore di quella casa. Ma ci sara' veramente "il caso"?
Nell'autunno del 1920, condotto da suo padre con il biroccio, Gino entro' nell'Istituto di Vicenza. Pio torno' a casa entusiasta. Consolo' Margherita dicendo: "E' un bel collegio: Gino si trovera' bene".
Si trovo' bene davvero. Studio, giochi e perfino passeggiate in barca, sul canale che passava davanti alla villa.
Padre Uccelli parlava con entusiasmo delle missioni di Cina e i ragazzi non sognavano che di andare in quel misterioso paese, nel quale il loro Rettore aveva perfino sentito parlare il diavolo...
C'era poi la statuina di san Giuseppe davanti alla quale il Rettore poneva un pezzettino di pane o una minuscola bottiglietta d'olio per far sapere al suo celeste Patrono che in casa c'era bisogno di quelle cose...
Ed era meraviglioso sentire che San Giuseppe aveva ascoltato la preghiera, che era arrivato un carro di legna, o un sacco di pane, o una damigiana d'olio.
Erano 50 bocche da sfamare e la Provvidenza faceva pervenire ogni giorno quanto occorreva.
Una volta, il piccolo irrequieto Gino vide arrivare uno strano visitatore: era vestito da prete, ma non si capiva se fosse un prete o un seminarista; Gino cioe' non sapeva dire se era giovane o se era vecchio. Quello che gli era saltato agli occhi era la magrezza: una magrezza da far paura.
Vide padre Uccelli accompagnarlo alla porta e salutarlo con un gran sorriso. Gino ebbe un sospetto: "Che quel brutto "coso" voglia entrare da noi?".
Non pote' tenere in corpo la sua curiosita' e corse verso il Rettore e - sfacciato - gli chiese: "Padre, quel brutto uomo la', non vorra' mica venire da noi, noh? Ma anche se lo vuole, non lo accetti eh!". Padre Uccelli sorrise e non disse nulla. "E intanto Galvan, che non era ancora Padre - continua p. Botton da cui apprendiamo la storia - se ne tornava a casa felice perche' era stato accettato nell'Istituto e certo non pensava che una canaglia di un ragazzo gli aveva detto dietro quelle cose..." (Lett. 6.3.1936).
Padre Andrea Galvan divenne poi quel santo missionario di cui tutti sanno.
Da Vicenza Gino passo' a Parma per il noviziato, ossia per il tempo di prova, nel settembre 1924. La grande casa di Parma era il "Quartiere generale" dell'Istituto di San Francesco Saverio per le Missioni Estere, fondato dal giovane Guido Maria Conforti nel 1895, quando era ancora un semplice prete. Poi il Fondatore divenne vescovo di Ravenna e, non molto dopo, di Parma, mentre il suo Istituto si sviluppava e i giovani aspiranti divenivano preti e partivano per la Cina.
Quando Gino arrivo' a Parma, il Beato Conforti era ancora vivo e, dall'episcopio, si recava all'Istituto almeno una volta alla settimana, per prendere contatto con i suoi figli prediletti, che aveva dovuto affidare alle mani premurose di qualche collaboratore.
Gino lo incontro' piu' volte e fu spesso chiamato in camera per un colloquio.
Nel settembre del 1928, mentre Gino frequentava i corsi teologici, il Fondatore si reco' in visita in Cina e torno' entusiasta: "Ho visto proprio un campo fiorito! - disse ai suoi figli nel primo incontro. - Forse fra i popoli della terra quello cinese e' il piu' ben disposto... Oh, se vi fossero piu' missionari, piu' catechisti...".
I voti del Padre si imprimevano profondamente nel cuore dei giovani aspiranti missionari che quasi mordevano il freno per non poter subito partire.
Nel settembre 1929 Gino dovette interrompere il corso di teologia per andare a Vicenza a fare da assistente ai piccoli ginnasiali.
Cordiale, vivace, era l'anima delle ricreazioni; ma esigeva l'osservanza della disciplina e l'impegno nello studio: per divenire buoni missionari, oltre alla preghiera, bisognava essere allenati al sacrificio e preparati culturalmente.
Quando torno' a Parma, nel giugno dell'anno seguente, riprese gli studi interrotti e fu ordinato sacerdote dallo stesso Fondatore il 4 aprile 1931.
Fu l'ultima ordinazione compiuta dal santo vescovo: nello stesso anno, il 5 di novembre, egli lasciava la terra per il Cielo. Padre Giovanni (egli si firmava con il nome di battesimo) partecipo' al dolore dell'intera famiglia saveriana e della diocesi, e fu testimone dell'omaggio che tutta Parma tributo' al suo vescovo, dicendo a voce sommessa o gridando forte: "E' morto un Santo!".
Il vescovo di Cremona, Giovanni Cazzani, richiesto del discorso funebre, comincio' dicendo stupito: "E' un funerale questo o e' un trionfo?".
Dopo la sua ordinazione sacerdotale p. Giovanni fu mandato vice rettore nella casa di ginnasio superiore a Grumone, in provincia di Cremona, e dopo un anno ritorno' a Parma addetto all'animazione missionaria. Finalmente, dopo circa tre anni di attesa, gli fu data via libera per la Cina.
IN CINA
Partirono in sette con la nave italiana "Conte Verde": sei Padri e un Fratello. A salutare i partenti c'era, tra gli altri, anche il p. Uccelli, rettore della casa di Vicenza da oltre trent'anni: colui che l'aveva accolto studente e l'aveva preparato alla vita missionaria raccomandandogli soprattutto l'amore di Dio e la preghiera. Forse, quando stava per salire in nave, gli avra' detto: "Salutami i cristiani di Xuchang..., quelli di Xiang-xian, di Zhengzhou e specialmente quelli di Pezhoan, la mia prima missione". Padre Uccelli era stato in Cina dal 1906 al 1919.
Arrivarono a Shanghai la sera del 3 dicembre, festa di San Francesco Saverio, apostolo dell'Oriente e patrono dell'Istituto. Non dovettero cambiare vestiti e mettersi alla cinese con una treccia di capelli posticcia, come avevano fatto ai tempi dell'impero i primi saveriani.
Da Shanghai si recarono nel Henan, a Zhengzhou, dove c'era la Casa Religiosa saveriana. Qui si misero di buona lena a studiare la lingua sotto la guida di alcuni maestri cinesi. Dovevano imparare a leggere e scrivere i segni ideografici con cui fin dagli antichi tempi i cinesi trasmettevano il loro pensiero.
I caratteri erano moltissimi e avevano pronunce a volte simili, ma con significati diversi secondo la tonalita'; che se la pronuncia non era esatta, poteva succedere - come era realmente capitato - che si chiedesse da bere e gli venisse portata, ad esempio, una manciata di... fieno! A lui capitera' di raccomandare ai suoi cristiani di portarsi a casa il catino e leggerlo ogni giorno, mentre voleva dire di portarsi a casa il catechismo... Aveva usato siliempeul invece di tsienkimpeul. I cristiani ascoltavano con tutta serieta', domandandosi forse come si potesse leggere il catino (E. Zulian, Ho amato i Cinesi, p. 56). La missione affidata ai saveriani si trovava nella provincia del Henan e comprendeva la zona occidentale, in gran parte montuosa. Si estendeva per 32.000 chilometri quadrati e aveva una popolazione calcolata sui sette/otto milioni di abitanti. I primi missionari vi si erano recati nel 1904 e vi avevano trovato non piu' di 600 cristiani.
Dopo trent'anni i cristiani avevano superato i 20.000 e la missione era stata divisa in due Vicariati apostolici: Zhengzhou e Luoyang. Di Zhengzhou era vescovo mons. Luigi Calza, uno dei primi quattro arrivati in Cina, a Luoyang era vescovo mons.
Assuero Bassi. P. Botton era stato destinato a Zhengzhou.
Il cristianesimo era entrato in Cina fin dal secolo VII per mezzo di un gruppo di monaci provenienti dalla Persia e appartenenti alla comunita' nestoriana.
Com'e' noto, tale comunita' era sorta dopo il Concilio di Nicea (325) per diversa interpretazione sulla persona di Cristo.
In Cina la comunita', dopo qualche secolo, si era estinta per mancanza di contatti con le cristianita' dell'Occidente e per avvenute persecuzioni.
Nel secolo XIII era giunto in Cina il frate francescano Giovanni da Montecorvino, divenuto vescovo di Kambalik, la capitale del tempo, e seguito da alcuni altri frati; ma anche questa missione non ebbe effetti duraturi.
Alla fine del 1500 entrarono in Cina alcuni gesuiti, guidati da p. Matteo Ricci, e fu iniziato uno scambio culturale tra Oriente e Occidente. Cambio di dinastie, guerre e persecuzioni resero difficile la permanenza dei missionari in Cina, finche' i governi europei, nella seconda meta' dell'800, non imposero alla Cina la cessione di alcuni porti al libero commercio e l'autorizzazione ai missionari di predicare il Vangelo in tutto l'impero. Da allora si ebbero molte conversioni tra il popolo della campagna, mentre il ceto colto era rimasto piuttosto ostile, anche per la commistione della politica con la religione.
Una reazione violenta contro la penetrazione europea in Cina, avvenne nel 1900 con l'insurrezione dei boxer, soffocata nel sangue dalle nazioni alleate, andate in soccorso agli europei assediati nelle Legazioni e minacciati di sterminio. Molti cristiani cinesi pagarono con la vita il fatto di aver abbracciato la fede degli stranieri e un certo numero di missionari cattolici e protestanti furono uccisi in odio alla fede o per semplice xenofobia.
Dal 1900 molti missionari entrarono in Cina e le conversioni si moltiplicarono, tanto che negli anni '30 i cattolici cinesi erano circa tre milioni e i protestanti quasi un milione. Inoltre, il movimento di conversioni era in continua crescita, anche per le opere benefiche che avevano accompagnato l'evangelizzazione: scuole, ospedali, orfanotrofi, ricoveri per anziani ecc.
Anche la missione di Zhengzhou era organizzata in tale modo: i missionari italiani erano 23, i sacerdoti cinesi 11,
le suore erano 93, di cui 18 straniere e 75 cinesi.
Erano state costruite 14 chiese grandi e numerose cappelle, un ospedale, 2 orfanotrofi, 2 ricoveri per anziani e 3 scuole primarie.
Dopo un anno di studio p. Giovanni Botton fu mandato a Juzhou, in aiuto al p. Giovanni Tonetto. Juzhou era il distretto piu' dislocato del Vicariato.
Si trovava infatti verso i monti dell'ovest, distante da Xiang-xian, la piu' vicina cristianita', ben 90 chilometri. Ora ha cambiato nome: si chiama Linru; ha cambiato nome anche il fiume che le scorre accanto: Ju-ho, ora Beiru-he.
La citta' si trovava nel mezzo di una fertile campagna, mentre a pochi chilometri si elevavano i monti che la lasciavano come in una conca.
Juzhou era capitale del distretto (prefettura di secondo grado) e aveva sotto di se' quattro sottoprefetture: Lushan, Xian, Paofong e Y-yang.
Le cristianita' erano una ventina e si trovavano tutte in montagna. Si potevano raggiungere con gravi difficolta' per mancanza di strade; spesso sentieri da capre congiungevano le une con le altre: le lunghe distanze dovevano essere coperte camminando a piedi per strade o viottoli di montagna, o a dorso d'asino. Solo una parte poteva essere percorsa in bicicletta.
Tuttavia il distretto di Juzhou godeva buona fama tra i missionari. C'erano 1330 cristiani, montanari forti e decisi, e molti catecumeni. Ben 180 famiglie erano completamente cristiane e 232 lo erano in parte. La pratica della vita cristiana era generalmente buona, tanto che i missionari definivano quei fedeli "i cristianissimi". Cio' malgrado la zona fosse famosa per covi di briganti.
La cristianita' fu fondata dal saveriano p. Antonio Sartori
nel 1906, per interessamento del solo cristiano che vi si trovava per ragioni di commercio.
La presenza del missionario fu molto contrastata agli inizi, ma poi le ostilita' vennero meno e la Chiesa fu guardata con rispetto. Il direttore del distretto, p. Tonetto, era in Cina da nove anni e si poteva definire un veterano; il suo aiutante, p. Amadio Calligaro, per la sua malferma salute trovava difficolta' a visitare frequentemente cristianita' cosi' dislocate ed era stato trasferito. Al suo posto era stato nominato il nostro p. Giovanni che aveva una costituzione robusta e molto entusiasmo. Tre giorni dopo l'arrivo trovarono un bambino abbandonato nei pressi della residenza: era appena nato e stava per morire. Tocco' a p. Giovanni versare l'acqua del battesimo su quell'esserino morente e farne un angelo.
Di solito si abbandonavano le bambine, in tempo di carestia, e non i bambini: forse questo era stato abbandonato perche' giudicato troppo gracile per poter sopravvivere. Poi p. Tonetto condusse il suo aiutante a fare il primo giro di missione.
Arrivarono a Zhetakie, sui monti, e si fermarono due giorni. Qualche settimana dopo p. Botton era gia' in giro da solo. Le cronache della missione segnalano ogni mese le puntate di p. Giovanni a quattro o cinque cristianita'. Si puo' dire che meta' mese o piu' lo passava fuori residenza, con quali disagi lo possiamo immaginare: anzi, no, non lo possiamo immaginare.
Ecco quanto scrive in una sua lettera (13. 9. 1935).
E' indirizzata a un confratello che non siamo riusciti a identificare perche' comincia con un "Caro te": certo un confratello intimo di Botton. Gli scrive: "C'e' davvero da ridere. Voi in Italia potete pensare fin che volete, ma non arriverete a immaginare, nemmeno press'a poco, che cosa sia questa Cina. Il mio principale (titolo ufficiale: Rettore)
mi dice che e' una grazia, una provvidenza, altrimenti ben pochi verrebbero. Quando non si e' qui, la si sospira la Cina, anche perche' ignota; quando si e' qui, ci si sta bene per l'abbondante grazia di stato, e poi ci si mette anche il cuore. Alla casa religiosa qualcuno mi ha detto: Ti verrei a trovare, ma... siete in capo al mondo! Ed e' vero".
Si sente umiliato perche', prima, trovava che tutti i cibi erano buoni, mentre ora non c'e' roba che riesca a mandar giu': "Tutto e' fatto con olio di sesamo che per i cinesi piu' e' puzzolente piu' e' shian, profumato, e quindi buono. Quando sono libero di farmi da mangiare, come in questi giorni, mi vendico col miglio cotto in acqua pura, senza nemmeno il sale; vi aggiungo un po' di farina di frumento mescolata e cotta nell'acqua: colla. Dirai che non e' un cibo squisito, ma... almeno passa!
Oggi ho dato ordine al cuoco di comperarmi una o due pollastrelle (costano 30 o 40 centesimi di lira), ma e' un lusso e bisognera' che non ne abusi.
C'e' da tribolare, sai! Che viaggi, che letti, che cibi, che sporcizia!... Pero' credi che il Signore ci da' anche tanta gioia. Non puoi immaginare, per esempio, quanto fossi contento giorni fa quando dormivo sopra la porta della mia camera (svelta dai cardini e collocata per terra), senza materasso s'intende, e bagnato perche' per respirare mi ero messo fuori casa e mi aveva sorpreso un acquazzone. Zanzare, pulci, ecc. facevano da contorno. Ma quanta gioia a pensare alle anime buone di quei miei poveri straccioni puzzolenti. Oh, le puzze della Cina! Ma in paradiso avremo i profumi...".
Il giorno di San Giovanni Battista (29 giugno) p. Giovanni battezzo' 12 adulti, bene preparati dai catechisti: ecco le consolazioni. Altrove lamenta la grande pazienza che gli fanno portare quei suoi cristiani che non hanno il senso del tempo: li attende per le confessioni ed essi se ne stanno beatamente a conversare sul sagrato. E lui ha fretta! Ma che cos'e' mai la fretta per un cinese? "Per noi, - scrive -questa lentezza e questa imperturbabilita' piu' o meno coscienti, sono terribilmente irritanti; per i cinesi, assolutamente naturali. Essi raramente perdono la calma... A me, per tenerla stretta la pazienza, ci vuole piu' fatica che non per tutti i miei viaggi e piu' sforzo che per adattarmi alle esigenze di questo bel mondo cinese. Pazienza!" (aprile 1937).
LA FAME
Ai familiari bisogna scrivere lettere rassicuranti:
"La mia abitazione e' magnifica. Noi due preti abbiamo due stanze per ciascuno: lo studio e la camera da letto; senza contare le stanze di uso comune e per gli ospiti.
I muri sono di fango, ma con l'intonaco di calce e ben imbiancati. Pavimento di mattoni e finestre con vetri e imposte: tutto bene.
Abbiamo poi, dentro lo stesso recinto, stanze per uomini e per donne, quando vengono da lontano per le feste e devono fermarsi, o quando sono qui per un certo periodo a studiare il catechismo. Sono stanzoni per piu' di 400 persone.
Ci sono poi cortili, cortiletti, "ortese'li", giardinetti, "vise'le" e alberi per far ombra.
Due pozzi con acqua fresca e buona; una chiesa e una grotta per tener freschi i viveri. Che cosa volete di piu'? Questo in citta'. Sparse per le campagne abbiamo poi una decina di altre case piu' piccole.
La citta' e' in pianura. A sette-otto chilometri ci sono i monti, non molto alti, e un fiume piu' grande del nostro Brenta.
Non ci sono boschi: dove c'e' un po' di terra, e' tutta coperta di frumento o di miglio, e dove son tutti sassi, non ci crescono nemmeno le piante" (2.6.1936).
Ma Juzhou e' anche il paese dei briganti. Padre Gino ne accenna quando venne a sapere che la sorella Suor Maria era stata mandata a Gerusalemme, "il paese di Gesu'", mentre lui - lo scavezzacollo - era in Cina "nel paese dei briganti". "Sui monti - scrive - quella brava gente e' gia' in movimento. Giorni fa un gruppo di 500 si sono fermati a passare la notte fuori di una porta della citta', tranquilli e indisturbati.
In citta' non c'e' pericolo: siamo sicuri; e fuori, quando si esce, con un po' di attenzione si puo' essere tranquilli, perche' si sa dove sono se sono molti; e se sono pochi non hanno il coraggio di affrontare un europeo, per quanto grande possa essere la voglia"(18. 8. 1936).
Ma il problema piu' grave e' la fame. Ha cominciato a farsi sentire negli ultimi mesi del 1936 e si e' poi aggravata tanto che il governo ha sentito il bisogno, nell'anno seguente, di inviare 40.000 dollari (cinesi) per soccorrere la popolazione. La gestione fu affidata a due uomini del governo e alla Chiesa cattolica, cioe' a p. Botton.
Non era possibile fare tutto. Botton chiese al Vescovo di mandargli in aiuto un Padre cinese, che fu il p. Wang; ma p. Giovanni si logorava egualmente il cuore a veder soffrire tanta gente e a veder partire intere famiglie per mete lontane, in cerca di un tozzo di pane che forse non troveranno: "Molti, anche cristiani, partono con tutta la famiglia. Un po' di roba e i bambini su una carriola spinta dal babbo, mentre la mamma lo segue saltellando sui suoi piedini aiutati da un bastone.
Vanno, non sanno dove; vanno lontano. Qui morirebbero di fame; altrove puo' darsi che trovino da vivere. Vanno lontano dalla loro casetta, misera e cadente, ma che pure amano. Lontano dal briciolo di terra , piccolo e ingeneroso, ma che e' cosa loro e nel quale stanno sepolti i loro cari; lontano dai loro parenti, ai quali, anche se non molto amati, potrebbero aspettarsi nella necessita' qualche piccolo aiuto". (novembre 1936, Missioni Illustrate, 3.3.1937).
"Dovranno fare centinaia di chilometri a piedi, domandare in carita' un po' di miglio o di pane, dormiranno all'aperto, soffriranno la fame... Mi pare di rivederli fra un mese: dimagriti, sparuti, laceri, affamati; le spose sfinite, i bimbi piangenti, e sento anche a me le lacrime che vogliono uscire, ma le trattengo e cerco di dire una parola di conforto e di speranza" (Almanacco 1938, p. 69).
Il suo timore e' che, costretto dalla fame, anche qualche suo cristiano si dia ai monti e si unisca alle bande dei briganti.
Intanto attorno alla chiesa si raccoglievano bambine abbandonate... A settembre, sette; a ottobre altre sette. "In questo mese (novembre) altre 14 boccucce rosee son venute ad aprirsi alla nostra porta. Qualcuna ha fatto sentire un gemito, ma nessuna ha accampato diritti, nessuna ha cercato argomenti convincenti o espressioni toccanti per commuoverci; eppure tutte, raccolte nude e affamate, hanno trovato il vestitino imbottito e il latte caldo.
Ieri mi vedo comparire in camera il cuoco che porta tra le mani, in alto, una nuova padroncina, trovata proprio allora. Non sembrava accorgersi del freddo quell'esserino nudo nudo, ne' sembrava aver aria di estranea nella casa del missionario. Guardava tutti e tutto come fosse roba sua, e protesto' quando il cuoco la poso' per terra: non voleva i mattoni freddi, ma qualche cosa di meno freddo e di meno duro... Se continuano ad arrivare - come e' inevitabile e a ritmo sempre crescente - non so dove andremo a finire".
Non si creda che venissero abbandonate per crudelta': era solo la fame. Riportiamo una pagina del p. Mario Frassineti per far capire come a volte fosse straziante l'abbandono.
"Sul mezzogiorno sono per caso in portineria. Vedo entrare una donna con in braccio una bambina di circa due anni. Mi guarda senza fiatare. Si stacca la piccola dal seno e l'adagia per terra, per benino, come se fosse per un momento, per abbottonarsi, penso, il giubbone sul petto.
Si volta in fretta, senza riguardarmi e scompare radendo la porta.
Aspetto un momento, mi affaccio sulla strada: non c'e' piu'.
Sono rimasto solo con quella pupa che piange e sbatte le gambine per aria.
E' finito tutto in un momento. Il trapasso di proprieta' e' avvenuto cosi', tacitamente: la mamma non la reclamera' piu'. Questa cosetta di carne e' nostra, e' della Chiesa.
Penso a quella donna che l'ha lasciata qui. E' partita che gia' la piccola abbandonata piangeva e quel pianto le sara' rimasto nelle orecchie e nel cuore: ultimo ricordo della sua creatura. ... Mi ha fatto una grande pena quel suo sguardo vuoto, senza pianto. I grandi infelici non sanno piangere. La fame, la fame vera, abbrutisce. Il seno non da' piu' latte e il cuore non da' piu' lacrime" (Missioni Illustrate, marzo 1937, p. 98).
LA GUERRA
Ad aggravare la miseria si aggiunse la guerra. Una guerra illogica, disumana, cattiva. Un paese straniero voleva impossessarsi di un altro paese, senza alcun diritto, se non quello del piu' forte.
Il Giappone gia' dal 1931 aveva dimostrato le sue mire imperialiste: aveva occupato la Manciuria, regione della Cina nord-orientale, e vi aveva posto un governo fantoccio per dare un'apparenza di legalita' a quello che legale non era.
Dalla Manciuria attacchi sporadici si erano riversati su una o su un'altra zona della Cina del nord.
Le intenzioni aggressive del Giappone militarista si erano fatte piu' evidenti verso la fine del 1936. I prodromi di una guerra erano gia' stati notati a Juzhou da p. Botton: in previsione di una guerra, il governo cinese aveva cominciato a reclutare soldati: "Vogliono portarmi via anche il cuoco - scriveva p. Botton - . Prima andavano soldati i volontari: i delinquenti o gli affamati... Ora che vogliono far baruffa con i giapponesi, obbligano ogni paese a dare un certo numero di soldati..." (1.3.1936).
Di fatto, Chang Kaishek aveva dislocato 450.000 uomini nella zona di Pechino per resistere a un eventuale attacco. I Giapponesi avevano sul luogo circa 200.000 soldati bene armati e disponevano di molti carri armati e di aerei.
Il 7 luglio 1937, in seguito a una sparatoria fra truppe di confine, i giapponesi presero pretesto per muovere i propri eserciti verso Pechino e l'intera Cina.
E' "l'incidente di Lukuchao" che segna l'inizio della terza Guerra mondiale. Noi occidentali segnamo l'inizio della guerra che travolse il mondo, nel settembre 1939, con l'invasione della Polonia da parte della Germania; ma in realta' l'apocalisse era gia' cominciata in Oriente con l'invasione della Cina, alla quale segui' la conquista dell'intero scacchiere del Pacifico. La guerra in Oriente si presento' con le medesime caratteristiche di quella che scoppiera' in occidente e cioe' una guerra nella quale le stragi non si fermeranno alle truppe combattenti, ma mireranno alle popolazioni civili, distruggendo citta' e villaggi con bombardamenti indiscriminati e con lo sterminio di innumerevoli persone inermi. Forse non si era piu' veduta una simile tattica di guerra dai tempi di Gengis Khan e di Tamerlano. Il Giappone, dunque, invase la piana di Pechino; l'8 agosto la citta' fu conquistata. Poi, con una tattica di guerra studiata nei minimi particolari e con strumenti bellici moderni di grande potenza, l'esercito giapponese avanzo' su tre colonne: una verso occidente fino a Datong nello Shanxi, una seconda diretta a sud verso Paoting e una terza, pure a sud verso Tsinan.
L'armata giapponese trovo' una accanita resistenza a Paoting e quando la citta' cadde fu abbandonata per sette giorni al saccheggio di 30.000 soldati esasperati e furibondi. Quello che accadde a Paoting si ripetera' in tutte le citta' conquistate: quando i giapponesi vi entravano, uccidevano, violentavano, incendiavano, distruggevano.
Il terrore invase la Cina e getto' in fuga disperata le popolazioni delle citta'.
Quasi contemporaneamente all'avanzata nel nord, il Giappone sbarco' 80.000 uomini sulle coste del Jianxu, col programma di conquistare Shanghai e di dirigersi su Nanchino. La battaglia per Shanghai duro' piu' di due mesi, poi la citta' fu abbandonata al saccheggio (13.10.1937).
Verso la fine dell'anno, i giapponesi da Datong erano scesi nello Shanxi fino a conquistare la capitale Taiyuan e raggiungere la riva sinistra del Fiume Giallo. Nel settore orientale il 10 dicembre era caduta Nanchino, dopo una difesa disperata delle armate cinesi. Il saccheggio di Nanchino si concluse con il massacro di 300.000 persone e con atti di crudelta' difficilmente immaginabili.
Piu' a nord i giapponesi avevano iniziato l'invasione dello Shantung, ma gli eserciti cinesi, ritirandosi, fecero terra bruciata per togliere al nemico ogni mezzo di sussistenza.
Malgrado la resistenza eroica delle armate cinesi, ben addestrate da anni di guerra interna e disciplinate, il 1938 vide l'avanzata giapponese progredire verso il sud, da Tsinan a Xuzhou (Suchou). Qui si svolse la piu' grande battaglia di tutta la guerra per numero di combattenti: i cinesi, infatti, vi avevano fatto affluire 21 divisioni. Xuzhou cadde il 10 maggio 1938. Xuzhou apriva il passo verso il Henan, lungo la ferrovia Lunghai che congiunge Xuzhou con Zhengzhou, Luoyang nel Henan, e Sian nello Shaanxi.
Percio' dall'inizio dell'anno cominciarono i bombardamenti delle maggiori citta' che l'avanzata avrebbe incontrato sul suo cammino. Il 14 febbraio ci fu un primo bombardamento a Zhengzhou, portando sconvolgimento nella citta'; il 9 marzo un secondo bombardamento piu' massiccio. Una bomba cadde nel recinto della missione: si ebbero due bambini morti sotto le macerie e 11 adulti feriti.
Il 13 maggio, sul fare dell'alba, nuova incursione, nuovo stormo di aerei si avvicina alla citta' a scaricarvi il proprio carico di morte. Nella cattedrale il vescovo e i missionari avevano appena terminato di celebrare l'eucaristia che suonarono le sirene; in fretta corsero ai rifugi.
Appena in tempo: sulla cattedrale caddero sei o sette bombe che fecero crollare i muri e il tetto della Chiesa. Quando il vescovo e i missionari uscirono dai rifugi, la cattedrale era un mucchio di rovine: il lavoro di trent'anni distrutto in pochi minuti. Grazie a Dio nessuna vittima tra i Padri e tra il personale della missione.
La caduta delle bombe era il segno che gli eserciti corazzati stavano per arrivare. Lo sgombero di Zhengzhou, gia' cominciato al principio dell'anno, continuo' a ritmo accelerato: gli uffici statali, l'ospedale cittadino e le altre opere pubbliche vennero traslocate in localita' sui monti. In citta', per i soccorsi urgenti, rimase solo l'ospedale della missione. Si attendevano gli eserciti nemici di giorno in giorno, con paura sempre crescente; invece, nel mese di giugno, giunse nella zona di Zhengzhou una processione interminabile di profughi: affamati, stanchi, con il terrore negli occhi. Un disastro di dimensioni apocalittiche si era abbattuto sulla popolazione che abitava la campagna al sud del Fume Giallo: per arrestare l'avanzata dei giapponesi, Chang Kaishek aveva fatto rompere gli argini del Fiume Giallo - largo cinque o sei chilometri
a Huayuankou (24 km. a nord di Zhengzhou) ed esso si era riversato, con la potenza di milioni di tonnellate d'acqua, sulla pianura circostante, allagando per centinaia di chilometri quadrati e sommergendo 300.000 persone (27. 6. 1938). I senza tetto furono circa 11 milioni e formarono un'immensa folla di infelici che cercavano scampo su terreno non allagato.
Fu cosi' che la nostra missione si riempi' di profughi.
Il nostro ospedale rigurgitava di malati e di feriti. I Padri e il personale lavoravano giorno e notte, fino all'inverosimile.
Una suora canossiana italiana, per il superlavoro e l'orrore, diede evidenti segni di pazzia. Il vescovo fece appello al Generale che presidiava la zona per l'autorizzazione a trasportarla d'urgenza a Shanghai attraversando il Fiume Giallo. La risposta fu negativa e fu giocoforza condurla per vie lunghe e interminabili fino nella zona dei grandi ospedali, ormai in mano agli invasori.
IL CAMPO DI CONCENTRAMENTO
Durante il primo anno di guerra p. Botton aveva scritto piu' volte ai parenti per rassicurarli che la guerra era lontana e che non sarebbe mai giunta lassu'; ma agli inizi del 1938, quando cominciarono i bombardamenti di Zhengzhou, le suore di Juzhou cucirono una grande bandiera tricolore da stendere sul tetto della chiesa; dopo l'inondazione del Fiume Giallo ci fu un periodo di quiete dalle parti del Henan; ma nell'anno seguente ricominciarono a farsi vedere gli aerei. Un primo bombardamento avvenne a Juzhou agli inizi del 1939: in chiesa, rottura di vetri e calcinacci. Padre Botton usci' fuori, tutto impolverato, e si precipito' subito verso il centro della citta' a soccorrere i feriti (Chiarelli in Le Missioni Illustrate, 1944, p. 121). La guerra dei giapponesi proseguiva sulle coste orientali della Cina che vennero sistematicamente occupate per impedire l'afflusso di armi ai cinesi, mentre altri eserciti occupavano la Tailandia e la Birmania, per impedire aiuti dal sud. Anche Hongkong, malgrado fosse zona di dominio inglese, fu occupata dai giapponesi. Poiche' l'opera di soccorso dei profughi continuava senza posa, il vescovo mons. Luigi Calza nel settembre del 1940 chiamo' p. Botton a Zhengzhou e gli diede il compito di Procuratore della Missione. Egli dovette percio' abbandonare la sua Juzhou con grande rincrescimento. Scrive: "Addio, Juzhou! Il mio primo amore... ". A Zhengzhou grandi preoccupazioni. Dopo lunghi, noiosi preparativi presso le autorita' (lettere, raccomandazioni ecc.), finalmente p. Mario Frassineti, direttore dell'ospedale, ottiene il permesso di potersi recare in un giro di qualche mese; partito anche p. Capra, direttore dei lavori, lasciando alle cure di p. Botton sei squadre di muratori; e cosi' via... Il solo ospedale, scrive, con tutte le sue complicazioni, sarebbe piu' che abbastanza per stancarmi. Nella parte opposta della citta' stanno mettendo su una filanda, con telai per tessere: pensa cosi' di poter dare lavoro a 400 profughi.
Questa apparente calma e' turbata da oscure nubi che preannunciano la tempesta. L'Italia e' entrata in guerra con la Germania: l'una e l'altra sono amiche del Giappone, quindi nemiche della Cina. Sospetti e accuse circolano tra le alte sfere. I Padri dell'ospedale di Zhengzhou vengono persino sospettati di essere in comunicazione radio con il nemico. Con fatica si riesce a far capire quanto infondato fosse tale sospetto. Ma il clima delle autorita' cinesi, specialmente quelle militari, non e' piu' di benevolenza verso la missione come era in passato. I missionari sono sotto accusa per la loro nazionalita' e si aspettano da un momento all'altro un qualche grave provvedimento.
La sentenza arriva il 6 maggio 1942: entro un mese gli italiani dovranno recarsi in concentramento a Neixiang, nei pressi della citta' di Nanyang, nel Henan meridionale.
Il 2 giugno partirono su carrette trainate da uomini, perche' non c'erano piu' animali, e scortati dalla polizia. Percorsero 400 km, con 40 gradi all'ombra. Le strade erano coperte di uno strato di polvere che si levava smosso dalle ruote o sollevato dal vento; altre volte le ruote affondavano nel fango e si doveva procedere lentamente. Mangiavano nelle locande che incontravano lungo la strada i soliti cibi cinesi.
Giunsero a Neixiang dopo 15 giorni di viaggio e furono alloggiati in una vecchia pagoda mancante di tutto. Mancavano perfino le finestre e le porte e vi erano alcuni buchi sul tetto che avrebbero lasciato passare la pioggia.
Erano sfiniti dal viaggio, ma chi mostrava le maggiori sofferenze era il vescovo che era malandato in salute e piu' di tutti amareggiato per le sorti della missione.
Il mandarino locale fece sapere che non si trattava di concentramento, ma di semplice allontanamento dal fronte per ragioni di sicurezza; percio' le autorita' non erano tenute a mantenerli. Qui porto' il suo contributo p. Botton, come Procuratore, adoperandosi per provvedere il necessario ai confratelli. Per procurare il cibo misero in pratica le nozioni di medicina e specialmente offrirono medicine e cure per le malattie degli occhi. Cosi', in qualche maniera, provvedevano al magro sostentamento.
Di quel periodo c'e' solo una lettera a suo padre, su un foglio stampato delle Croce Rossa, nel quale appare che egli era il n. 35 di matricola e che il Campo di concentramento era il terzo. Poche righe scritte a macchina sul ristretto spazio destinato alle notizie: "Sto sempre benissimo, in buona numerosa compagnia. Penso, prego per voi tutti. Mandatemi notizie. Con grande affetto. Vostro Giovanni".
La data e' del 6 agosto 1943.
Sappiamo da altre fonti che il vescovo si ammalo' piuttosto seriamente e che si fecero pratiche perche' potesse ritornare nel suo ospedale di Zhengzhou a curarsi. I primi di ottobre 1942 arrivo' a Xuchang con p. Giovanni Castelli.
Fu ricoverato all'ospedale di quella citta' dove il p. Ermanno Zulian aveva ottenuto di rimanere per dirigere l'ospedale.
Il vescovo si riprese alquanto e la polizia, nel gennaio del 1943, voleva farlo ritornare a Neixiang.
Parti' invece il p. Zulian con le suore canossiane, anch'esse condannate al concentramento. Il vescovo rimase solo.
Nel novembre 1943 furono rilasciati dal concentramento i padri Zulian e Botton.
Verso la meta' di aprile 1944 mons. Calza decise di allontanarsi dalla citta' perche' i giapponesi stavano per arrivare. Il vescovo si ritiro' sui monti conducendo con se' alcune suore cinesi della congregazione religiosa da lui fondata. I padri Botton e Zulian rimasero in citta' per attendere all'ospedale.
PER SALVARE GLI ALTRI
Il seguito del racconto e' tolto dal diario di padre Ermanno Zulian:
29 aprile 1944 - I giapponesi avanzano. P. Botton mi fa coraggio. In residenza, nel cortile delle suore, abbiamo un sacco di gente, specialmente donne. Botton gira a rincuorare tutti, particolarmente suor Hung che ha gli occhi fuori dalle orbite per lo spavento.
Verso mezzogiorno entra nel cortile un sergente che punta la pistola sui Padri, gridando: "Voi siete spie!" In quel momento arriva il colonnello Ly con tutto il suo seguito. Vede il sergente con la pistola spianata e si mette di mezzo. Dice: "Questo e' il dottor Zulian e questo e' il direttore dell'ospedale Botton. Sono buoni amici e ti raccomando di dire a tutti i sodati di rispettarli".
30 aprile 1944 - All'alba torno dall'ospedale dopo di aver celebrato per i cristiani del quartiere. Chiamo subito p. Botton che e' in chiesa e ha appena finito la Messa: "Padre, sparano. Venga fuori."
Subito arrivano gli aerei: pochi ma a bassa quota in un cielo limpido. Dal cielo fuoco di mitraglia, da terra l'antiaerea. Scendiamo nella cantina rifugio sotto la mia cameretta. Tutti: suore, donne, maestri e cristiani.
Giornata di fuoco: il nostro orto e' bersaglio dell'artiglieria e degli aerei giapponesi. I soldati cinesi resistono accanitamente.
Noi, dentro il rifugio con la corona in mano, preghiamo. Una bomba cade poco lontano da noi: volano vetri, mattoni e tegole. Le mitraglie giapponesi cantano sempre piu' vicine.
Piu' tardi, - potevano esser le 17.00 - si sente nel nostro cortile uno scalpitio di scarponi che si avvicinano: arrivano i giapponesi!
Botton dice: "Vengono! Io esco, se no ci gettano qualche bomba e si muore tutti".
Sale svelto la scaletta di legno, con un fazzoletto bianco in mano. Sulla porta ci sono due giapponesi con la baionetta innestata. Botton grida: "Italia! Italia!", poi getta un grido e rotola per le scale. I soldati gli hanno piantato la baionetta in corpo. Uno dei soldati scende sparando. Io grido: "Italia! Chiesa cattolica! Non ci sono soldati!"
Il soldato grida arrabbiato e spara di nuovo, poi si ritira.
Padre Botton versa sangue in abbondanza. In cinese egli dice ai cristiani: "Non piangete. Sono contento cosi'".
Poi con un sospiro: "Signore, vieni a prendermi... Soffro tanto... Offro la mia vita per la Cina...".
Io gli dico: "Coraggio! Il Signore l'aiutera'".
Lui risponde: "Non c'e' nulla da fare con due coltellate nella pancia e quattro pallottole in petto... Non importa. Io muoio. Lei si faccia coraggio".
Dopo un po' scalpitio di cavalli e rumore di carretti in cortile. Una voce grida in cinese: "C'e' gente la' dentro?". "Si', gridiamo noi, Chiesa cattolica".
La voce traduce in giapponese e poi grida: "Fuori!"
Usciamo. C'e' un ufficiale giapponese e un giovane interprete cinese; dietro di loro soldati sporchi e pieni di polvere, armati fino ai denti.
Mi domandano la nazionalita'. Dico che un altro italiano, dentro, sta morendo. L'ufficiale e l'interprete scendono con noi. Botton sta veramente morendo. L'ufficiale si scusa dicendo: "Sono gli errori della guerra".
Di nuovo mi conducono fuori. Arriva un Comandante superiore, l'ufficiale di prima gli parla e quegli mi fa segno di scendere con lui. Botton spasima. Con un filo di voce prega: "Signore, vieni a prendermi. Soffro molto. Oh, mamma mia!"
Gli suggerisco una giaculatoria. Dice: "Offro la mia vita perche' il Signore salvi la Cina".
Esco col Comandante che mi fa chiudere in stanza e non mi lascia piu' uscire. Seppi poi che p. Botton aveva cessato di vivere verso mezzanotte. Dico ai cristiani: "Ha dato la vita per salvarvi!" Essi accennano di si' e qualcuno piange.
Cosi' e' morto il nostro caro padre Botton: come il buon Pastore che da' la vita per le sue pecore.
Fu sepolto nell'orto.
A Carmignano gli hanno messo una lapide nella cappella dei sacerdoti defunti, in cimitero:
P.GIOVANNI BOTTON
Missionario Saveriano in Cina dal 1934 al 1944 morto per salvare la vita ai suoi cristiani
Aveva scritto ai suoi: "Stiamo allegri che presto andremo a far sagra in Paradiso!".
CAIO RASTELLI
Ghiara di Fontanellato (Pr) 25.3.1872
Tai-yen-fu (Cina) 28.2.1901

UN'AMBASCIATA DALLA CINA
Alla stazione di Parma il mercoledi' 9 marzo 1898 alle 16.25, si videro scendere dal treno cinque curiosi personaggi.
Erano vestiti goffamente con lunghe sottane e giacche grigie, avevano il viso brunastro, gli zigomi sporgenti e gli occhi a mandorla. Oltre al vestito faceva specie una lunga treccia di capelli che ciascuno portava pendente sulla schiena.
Erano cinesi. Li conduceva un vecchio missionario dalla maestosa bianca barba fluente che lo rendeva venerando. Vecchio, per se', non era poiche' aveva solo 58 anni, ma le fatiche apostoliche, gli strapazzi della missione lo avevano invecchiato anzitempo. Era Fra Francesco Fogolla dei frati francescani della SS.ma Annunziata. Era nato a Montereggio, nel Pontremolese, nel 1840, ma si era trasferito a Parma fin dall'infanzia con la famiglia, e si era fatto frate nel convento dell'Annunziata nell'Oltre Torrente fin da giovinetto. Era partito per la Cina nel 1866 a 26 anni e non era piu' tornato. Rientrava ora in Italia, dopo 32 anni, per partecipare a una Mostra Missionaria organizzata a Torino dall'Associazione per aiutare i Missionari italiani all'estero, e soprattutto per reclutare qualche giovane missionario per la sua missione dello Shanxi settentrionale, in Cina, tanto vasta e tanto povera di uomini.
Lo accompagnavano quattro giovani seminaristi cinesi e un uomo piu' attempato che gli faceva da segretario.
La missione dello Shanxi settentrionale era a ridosso della Grande muraglia, anzi ne era attraversata nella parte settentrionale. Quella muraglia, lunga seimila chilometri, avrebbe dovuto tenere al di la' dei confini le orde mongole sempre inquiete; ma i cavalli mongoli e i feroci cavalieri avevano superato ogni ostacolo nel lontano 1200 e avevano instaurato in Cina la dinastia mongola degli Yuan, durata circa un secolo; ed ora, mentre i missionari costruivano chiese e diffondevano la fede tra i cinesi, un'altra dinastia mongola regnava sulla Cina gia' da due secoli e mezzo, erano i Qing della Manciuria (leggi: Cing).
DON CAIO VUOLE PARTIRE
Qualche giorno dopo il padre Francesco tenne una conferenza sulla Cina alle cinque del pomeriggio, nella chiesa dell'Annunziata. Una folla enorme stipava la chiesa: ascolto' con grande attenzione quanto il missionario raccontava della Cina, sugli usi e costumi e sul progresso della fede. Il frate disse che i suoi cristiani amavano tanto Cristo che se fosse avvenuta una persecuzione avrebbero dato volentieri la vita per Lui: non sapeva di fare una profezia. Tra gli uditori c'era un giovane canonico, attorniato da un gruppo di 29 ragazzi in veste talare che li designava come seminaristi. Il giovane prete, Don Guido Conforti, aveva fondato, due anni prima, il 3 dicembre 1895, il piccolo "Seminario Emiliano per le Missioni Estere" con l'intento di raccogliere ragazzi che aspirassero a dedicarsi alle missioni tra gli infedeli. La parola "infedele", in quei tempi, non aveva un senso negativo, ed era usata per indicare chi non aveva la fede cristiana. ragazzi ascoltarono incantati il missionario dalla lunga barba e pensavano: "Forse, un giorno andremo anche noi in Cina...". Ma c'era qualcuno che lo pensava davvero: era il giovane Vice rettore, don Caio Rastelli, entrato nel Seminario di Conforti fin dagli inizi, quasi appena ordinato prete. Era nato a Ghiara di Fontanellato (Parma-Italia) il 25 marzo 1872.
Qualche giorno dopo la conferenza, verso la meta' di marzo 1898, il padre Fogolla si reco' in Borgo Leon d'oro n. 12 (oggi Via Bruno Longhi), nel piccolo Seminario di Conforti. Don Caio gli ando' a parlare: gli chiese semplicemente, "Padre, potrei venire con Lei?..."
La risposta fu quanto mai incoraggiante; ma quando Rastelli ne parlo' a Conforti, una piccola doccia fredda gli piombo' sul capo: "Ma don Caio, come posso fare senza di te? Non vedi quanto sono occupato in Curia dopo che il Vescovo mi ha nominato Vicario Generale?"
Il vescovo era mons. Francesco Magani. Venuto a Parma nel settembre del 1894, non aveva esitato e scegliersi come collaboratore di fiducia il canonico Conforti e lo aveva nominato prima Pro Vicario e poi Vicario Generale, malgrado la giovane eta': non aveva ancora trent'anni.
La stessa sera un altro alunno del Seminario, unico studente del corso teologico, il suddiacono Odoardo Manini, si reco' dal Conforti per dirgli: "Voglio partire anch'io...". Manini era "prefetto", ossia assistente della piccola comunita': nemmeno di lui si poteva far senza. E poi... non aveva nemmeno vent'anni ed era figlio unico... No: era impossibile!
Il Fondatore si tormentava dentro, nella gioia di vedere l'ardore missionario dei suoi figli e nella impossibilita' di poter aderire alle loro richieste.
Se non che l'incontro che Conforti ebbe con Fogolla in quei giorni fece piegare la bilancia a favore dei due aspiranti alla Cina: quando mai Conforti avrebbe avuto la sorte di poter affidare i suoi primi missionari a una guida piu' sicura che i Frati francescani e particolarmente quel padre Francesco che prometteva di averne cura come di figli?
LA CITTA' SI COMMUOVE
Durante l'estate, nella villa di campagna che don Guido aveva preso in affitto a Vigatto per i suoi ragazzi, il giovane Vice rettore spingeva sull'altalena i piu' piccoli (ma erano tutti piccoli) e a ogni falcata del gioco gridava: "Aden!...Colombo!... Singapore!... Manila!... Hongkong!... Shanghai!... " Insomma, tutti i porti in cui immaginava che lo avrebbe portato la nave. Il 4 marzo dell'anno seguente, il 1899, fu il giorno degli addii. Il grande salone dell'episcopio era stato convertito in cappella; l'immagine di San Francesco Saverio, patrono dell'Istituto, dominava la parete di fondo dove era stato preparato un altare. La gente era numerosa. In prima fila i genitori dei partenti, in lagrime, e i famigliari tutti. Celebro' la Messa il canonico Conforti, mentre il Vescovo assisteva in veste rossa e cotta bianca; ma fu lui, il Vescovo, a imporre il crocifisso sul petto ai giovani partenti e a rivolgere paterne parole di addio. La sua voce era commossa, come quella di un padre che vede partire i suoi figli e che sa che non li vedra' piu'... Perche' in quei tempi i missionari partivano per non piu' tornare e, inoltre, si sapeva che la Cina era inquieta, che manifestazioni contro gli europei avvenivano qua e la', e che alcuni missionari erano stati uccisi. Il Vescovo accenno' al dolore dei genitori, ai duri sacrifici della vita apostolica e anche alla possibilita' di incontrare il martirio. Si rivolse poi a ciascuno dei partenti, salutandoli con la voce rotta dai singhiozzi e baciandoli con paterno affetto: "Vi affido all'arcangelo Raffaele la cui immagine dorata risplende sulla torre campanaria - disse - : che egli vi accompagni nel vostro cammino".
Poi vennero gli addii dei genitori e dei famigliari; la gente li attorniava commossa. Alla fine dovettero staccarsi e salire su un lando' ornato a festa e trainato da due cavalli, mentre altre nove carrozze seguivano in corteo, come scolta d'onore. Partirono dalla stazione alla volta di Genova alle 12.24, seguiti da un applauso della gente e dai singhiozzi repressi dei famigliari.
DIVENTARE CINESI...
Partirono da due diversi porti e in date differenti: Rastelli parti' da Genova il 7 marzo sul piroscafo tedesco "Prinz Heinrich", insieme ai quattro seminaristi cinesi e il francescano laico Fra Andrea Bauer, alsaziano; Manini parti' da Marsiglia il 12 marzo con mons. Fogolla, divenuto vescovo coadiutore del vicario apostolico della Missione mons. Gregorio Grassi. Con loro viaggiavano due giovani Padri e quattro studenti francescani non ancora ordinati; vi erano pure dieci Suore Francescane Missionarie di Maria, di cui sette destinate alla missione dello Shanxi.
Mons. Conforti, affidando Rastelli e Manini al vescovo Fogolla aveva scritto: "Voglia considerarli suoi figli in Gesu' Cristo ed essere loro largo di carita' e di benigno compatimento". Al Vicario apostolico mons. Grassi aveva inviato lettera a mezzo Rastelli: "Le affido i due primi missionari che l'umile Congregazione di San Francesco Saverio puo' offrire all'apostolato cattolico... Le protesto che mi sono cari quanto l'anima mia e reputero' fatto a me stesso tutto quel bene che Vostra Eccellenza nella sua grande carita' si compiacera' di fare loro".
Toccarono i porti scanditi sui prati di Vigatto spingendo l'altalena; ed ebbero anche l'emozione e la paura di una tempesta piuttosto violenta. Manini, piu' emotivo, la descrisse come se la nave fosse stata piu' volte per affondare; Rastelli la nomina appena.
Giunsero a Shanghai il 15 aprile.
Qui comincio' la trasformazione: bisognava diventare cinesi! Un abile sarto prese le misure e in poche ore confeziono' i vestiti adatti, poi fu dato loro un berrettino nero rotondo, che oltre a coprire il capo aveva la funzione di tenere agganciata alla capigliatura naturale una treccia di capelli comprati che doveva sporgere, discreta o spavalda, sulla schiena del nuovo figlio adottivo della Cina. Figlio adottivo non e' una parola di troppo, perche' quei giovani missionari si erano scelta veramente la Cina come nuova patria per sempre. Si erano dunque trasformati in cinesi; ma cinesi come bambini appena nati che non sanno parlare e non capiscono quelli che parlano. Sotto, dunque, con lo studio della lingua, fin dal primo giorno.
Arrivarono il 1° maggio a Taiyuan, la capitale della provincia dello Shanxi e del Vicariato apostolico; furono accolti nella grande residenza dove dimorava il Vescovo e dove operavano un orfanotrofio per bambine abbandonate, una scuola e un incipiente ambulatorio per le cure di prima necessita'. Qui si mettera' al lavoro Odoardo Manini, costretto a trascurare alquanto lo studio della lingua per le urgenze dell'arte medica. Rastelli, invece, si mise con tutte le forze a immagazzinare caratteri ideografici e a cimentarsi con i molteplici toni con i quali i medesimi caratteri vengono pronunciati.
Non e' che gli entrassero ben bene nella testa, ma le urgenze erano molte, tanto che mons. Fogolla scriveva al Fondatore:"Appena padre Caio sapra' esprimersi sufficientemente, probabilmente sara' inviato in qualche distretto ove e' necessaria la presenza di un missionario europeo che solo viene riconosciuto dai Mandarini...".
SUI MONTI OCCIDENTALI
Non passarono sei mesi che padre Caio fu destinato a una missione sui monti occidentali. A piu' di 300 chilometri dalla capitale si elevava un altopiano dominato dai monti Luliang. L'altezza si aggirava sui 1500 metri con alcune vette che superavano i 2500. A ovest il Fiume Giallo segnava i confini con la vicina provincia dello Shaanxi. La missione comprendeva la prefettura di Fenzhou e otto sottoprefetture e si estendeva per 150 chilometri in lunghezza e poco meno in larghezza, con una superficie di circa 20.000 chilometri quadrati. Padre Caio parti' il 1° novembre, pieno di entusiasmo e di giubilo, malgrado il Vicario apostolico gli avesse detto che avrebbe trovato molto da soffrire per il clima e per il cibo e soprattutto per la solitudine, le ansie e i patimenti spirituali.
Scriveva al Fondatore: "Partiro' per... per il Paradiso!"
Il nome della localita' gli resta sulla penna.
Spiega: "Troppo e' pieno di gioia l'animo mio, e dove, se non alle porte del Paradiso approdera' il mio viaggio?... Oh, quanto e' dolce servire il Signore! Oh, come riempie i voti di chi in Lui confida!"
Si era addossato quattro pianete, un messale, il breviario e un piccolo libro, compendio di morale e di dogmatica. Nient'altro. Lo accompagnava il padre cinese Gabriele Suen e un giovane di 22 anni che doveva fargli da maestro e da catechista. Impiegarono cinque o sei giorni per giungere a Sie-kou, il paese cristiano che doveva divenire la sua sede centrale.
Appena ambientato un poco, scrisse le prime lettere alla famiglia e al Fondatore.
Abita in una grotta, probabilmente una casa scavata nel loess, e ci sta benissimo; del resto anche la gente del luogo abita nelle grotte. Per mangiare ammette che non si mangia molto bene: tutti si nutrono di miglio, melica scopaiola e avena; per condimento, fagioli, zucche, lenticchie, rape, peperoni e una specie di cavolo o verza. Il riso lo si vede raramente. Anche la carne e' rara: molti muoiono senza averla mai assaggiata...
Questo e' anche il suo regime: "Ma basta non soffrir la fame e che il cibo non faccia male, scriveva, - cosi' diceva il papa' e cosi' dico anch'io".
La lingua divenne un incubo: da un paese all'altro la pronuncia era diversa e non riusciva a raccapezzarsi. Eppure quella lingua gli piaceva: "E' di una delicatezza e di una nobilta' di eloquio straordinaria". Peccato non poterla parlare: " Soffro non poco di non potermi slanciare tra la massa che mi circonda... Mi basterebbe poter parlare, per consolare Gesu' e salvare le anime".
Guarda con simpatia i suoi figli spirituali: sono buoni, docili, animati da una sincera pieta'. Li vede lavorare con mezzi rudimentali, ma con una industriosita' e una tenacia che lo riempie di ammirazione. Peccato che ci sia la carestia...
Quali drammi dolorosi sottende questa parola! Padre Caio imparo' a vedere la miseria, a sentire la fame nelle sue viscere quasi un riflesso di quella degli altri, a logorarsi dal dolore per non poter far nulla o assai poco per salvare delle vite.
"La carestia, egli scrive, si e' presentata nelle forme piu' orribili. L'altr'anno si raccolse una meta', l'anno scorso un terzo; quest'anno non si e' seminato nulla, perche' nulla si puo' seminare. Nessuna industria, nessun lavoro da guadagnare qualche soldo, nessuna erba mangiabile. I lupi cominciano a girare qua e la' in cerca di preda; torme di uomini si aggirano ovunque in cerca di un po' di cibo per scampare alla morte vicina; assalgono qualche famiglia benestante e portano via quanto trovano di commestibile; ma anche di questi pagani coraggiosi, una gran parte muore sulla via; i pagani piu' timidi aspettano la morte nelle loro case. I cristiani che gia' molte volte sono ricorsi al Padre, ora vengono definitivamente alla chiesa, anche di lontano con stenti inauditi, per prepararsi alla morte. Poi, rassegnati, si rintanano nelle loro case, aspettando che la fame, come una fiamma venga finalmente a consumarli..."
LA MORTE ARRIVA A TAIYUAN
Intanto all'orizzonte si profilava l'uragano.
Era come se il cielo si fosse riempito di nubi scure e un diluvio stesse per abbattersi sulla terra.
A Pechino era scoppiata la guerra: numerosi rivoluzionari fanatici si erano scatenati contro i bianchi, che ritenevano invasori della loro terra. Erano i boxer.
Procedevano come orde selvagge, brandendo spade e fucili, la fronte legata con un fazzoletto rosso. Si erano preparati con incantesimi che avrebbero dovuto renderli invulnerabili.
Il 20 giugno 1900 l'ambasciatore della Germania, barone Von Ketteler, era stato assassinato per strada; nello stesso giorno una massa inferocita di boxer aveva assediato il Quartiere delle Legazioni straniere e la chiesa cattolica del Pe'tang. Avendo avvertito la tempesta tutti gli stranieri si erano rifugiati nell'ambasciata d'Inghilterra, come la piu' sicura, perche' circondata di mura. Alla missione si era recato un piccolo presidio francese per difendere i Padri
e i cristiani la' rifugiati. Nei giorni successivi, ai boxer si uni' l'esercito regolare, istigato dall'Imperatrice madre Cixi. Sulle mura e all'interno cominciarono a piovere palle di fucile e a cadere bombe di cannone.
Messaggeri erano stati inviati di nascosto a Tientsin a chiedere soccorsi. Una prima spedizione fu intercettata e i soldati europei furono costretti a ritirarsi. Questa vittoria aveva esaltato gli assedianti; il grido di "Morte agli europei" risuonava terribile per l'aria.
Mentre a Pechino venivano moltiplicati gli assalti alla Legazione e alla chiesa, a Taiyuan si consumava la tragedia.
Da qualche mese era arrivato alla capitale della Provincia il nuovo Governatore, il generale mancese Yushien, noto per il suo odio contro gli europei e contro i cristiani. Aveva subito fatto affiggere manifesti contro i missionari, accusandoli di avere irritato gli de'i, predicando una nuova religione, e di essere percio' causa della grave carestia che affliggeva la Provincia. Si ordinava quindi ai cristiani di ritornare alle antiche divinita' e di non essere partigiani degli stranieri.
Ai primi di luglio, eccitati dalla lotta che si svolgeva a Pechino e dalla notizia della sconfitta di un primo esercito straniero, nella citta' di Datong, a nord della provincia, i boxer avevano bruciato la chiesa e catturato il padre cinese che vi si trovava. Fu poi fatto morire tra i piu' atroci tormenti con altri due cristiani.
GLOBI DI LUCE VERSO IL CIELO
La notizia non era ancora giunta a Taiyuan che anche la' una turba di facinorosi diede alle fiamme la residenza dei pastori protestanti. Questi, con le loro famiglie, furono fatti alloggiare in un vecchio tempio al centro della citta'.
I francescani, in seguito alla morte per tifo del Superiore, si trovavano riuniti per la nomina del successore. Mons Grassi, rendendosi conto della gravita' del momento, diede ordine ai missionari di mettersi in salvo: le porte erano sorvegliate e non era possibile passare, percio' i Padri si fecero calare dalle mura della citta' durante la notte; rimasero in citta' i due vescovi, due missionari anziani e il fratello Andrea Bauer. Si sperava di far uscire dalla citta' le suore il giorno dopo, travestite da contadine; ma esse non vollero per non abbandonare le orfane.
Per prima cosa il Governatore fece sequestrare le orfane, tra cui varie erano adolescenti. Di notte arrivarono dei carri ed esse furono portate via tra lagrime e pianti.
Il giorno dopo, con il pretesto di metterli a sicuro dagli assalti dei boxer, il Governatore diede ordine di condurre i missionari e le suore nella medesima pagoda dove gia' si trovavano i protestanti.
Nel pomeriggio del 9 luglio un forte contingente di soldati circondo' l'edificio dove erano i prigionieri. Un drappello entro' armi alla mano. I protestanti reagirono con qualche colpo di arma da fuoco, ma furono subito ridotti all'impotenza. I padri e le suore si erano raccolti attorno a mons. Grassi che diede loro l'assoluzione. Mons. Grassi fu colpito alle reni con il calcio di un fucile e faceva fatica a camminare; mons. Fogolla aveva ricevuto due piattonate sul collo con una sciabola: sia lui che fratel Andrea versavano sangue. I soldati li legarono con prepotenza e li condussero tra una folla inferocita fino al tribunale del Governatore.
Giunti sul luogo, Yushien si avvicino' a Fogolla e gli chiese: " Da quanto tempo sei in Cina e quanto male hai fatto al mio popolo?" Il Vescovo rispose dolcemente:"Sono qui da 34 anni e ai cinesi non ho fatto che del bene".
"Tu menti - rispose irritato Yushien - ed ora ti uccido".
Lo colpi' con due pugnalate, ma non in modo da farlo cadere. Subito ordino':"Portateli fuori e uccideteli tutti".
Segui' una confusione enorme. Nel cortile antistante i due vescovi, i due padri, il fratello e le sette suore furono massacrati. Ad alcuni fu tagliata la testa, altri furono sgozzati, altri ebbero trapassato il cuore con la spada. Morirono con loro cinque seminaristi e nove servi della missione: in tutto 26 martiri. Anche i pastori protestanti con le loro famiglie furono massacrati: altri 32 martiri per il Regno di Dio.
Lontano, a duecento chilometri, nella citta' di Zhengding, i cristiani narrarono di aver veduto in direzione di Taiyuan, proprio nell'ora del martirio, globi di luce salire verso il Cielo.
IN FUGA SUI MONTI
Conforti e la citta' di Parma gia' piangevano i loro figli, perche' la stampa internazionale aveva dato notizie catastrofiche: un telegramma da Shanghai aveva annunciato l'uccisione a Taiyuan dei vescovi Grassi e Fogolla e di altri 42 europei, tra cui tutti i missionari. La cifra corrispondeva esattamente al numero degli europei uccisi: 32 protestanti e 10 cattolici (i due vescovi, tre missionari e sette suore); ma per vicende provvidenziali gli altri missionari cattolici del Vicariato si erano messi in salvo. I piu' giovani si erano rifugiati sui monti; Manini si trovava nel convento di Tong-el-kou a trenta chilometri dalla citta' e pote' fuggire insieme con padre Barnaba Nanetti, superiore del convento. Quando giunsero nei pressi della missione di p. Rastelli, gli mandarono messaggi perche' si mettesse in salvo. Padre Caio, vestito da contadino, con un gran cappello in testa e un sacco sulle spalle usci' di notte dalla residenza e marcio' verso ovest. Arrivato al Fiume Giallo non lo riconobbero e lo lasciarono passare. Si reco' nella residenza di un missionario al di la' del fiume, ma si fermo' un solo giorno; e fu fortuna perche' il mandarino che gli era nemico gli aveva mandato dietro dieci soldati, promettendo un premio se lo catturavano. Ma lasciamo a lui stesso raccontare la sua avventura: "Il Signore manifestamente mi protesse poiche' potei viaggiare di notte e di giorno, pernottare negli alberghi e nelle case dei pagani; fui in spelonche abbandonate da belve o da pecore ed in piazze popolate, ma sempre non riconosciuto... Mi ero cosi' camuffato alla cinese che Ella pure non so se mi avrebbe conosciuto. Manifestamente Dio mi protesse, perche' in una casa, dove dimorai due giorni e mezzo, solo dopo altri due giorni fu bruciato un mio sacerdote cinese e tre cristiani che vi si erano rifugiati" (10.12.1900, a Conforti).
"Mandarini, popolo, ribelli, tutti davano orribile caccia agli europei e ai cristiani. Fui inseguito da dieci soldati con una taglia, ma il Signore che mi protesse fece si' che, nei dieci giorni in cui fuggivo, da nessuno fossi conosciuto come europeo. Quel che mi spaventava era passare il Fiume Giallo. Ivi furono poi martirizzati tre sacerdoti cinesi, due proprio nel luogo dove io passai: ebbene con 15 centesimi potei passare e senza noie; mentre Manini e il nostro Vicario generale dovettero puntare il fucile per spaventare i barcaioli, che poi cedettero al ricevere 18.000 sapeche" (22.01.1901, al Vescovo di Parma).
Padre Barnaba e Manini giunsero primi in Mongolia, a Xiao-kiao-ban, la residenza fortificata dei padri Belgi di Scheut. Era il 29 luglio: avevano viaggiato 22 giorni tra immense fatiche e timori. Qualche giorno dopo giunse anche Rastelli: era irriconoscibile per il travestimento e piu' ancora per la magrezza a cui si era ridotto per le strettezze della sua missione e gli strapazzi del viaggio.
Pochi giorni dopo scoppio' la persecuzione anche in Mongolia: il Vescovo e alcuni Padri furono uccisi, mentre gli altri si rifugiarono a Xiao-kiao-ban.
ASSEDIATI NEL FORTE
La residenza fortificata era stata costruita dai Padri belgi solo cinque anni prima per difendersi dalle orde dei mongoli o dai musulmani, sempre inquieti nella vicina provincia del Kansu. Comprendeva la chiesa, la residenza dei Padri, l'orfanotrofio, alcune dipendenze e un po' d'orto. Una muraglia alta sette metri circondava l'abitato per un perimetro di circa 500 metri. Le mura erano fortificate da bastioni con merli, mentre cinque torrette servivano alla difesa. Intorno alle mura scorreva un fossato pieno d'acqua. Fuori, dalla parte sud, si estendeva il villaggio dei cristiani, fondato dai padri 25 anni prima.
Ai primi movimenti sospetti, i Padri fecero affluire nella zona fortificata i cristiani del villaggio: circa 500 persone.
Alle dieci di sera del 9 agosto una moltitudine di boxer circondarono la residenza; ad essi si uni' un'orda di mongoli avidi di bottino. Avanzavano portando fiaccole e facendo un rumore pauroso. Gridavano a gran voce: "Morte agli europei! Vogliamo mangiare la vostra carne".
Gli assediati si difendevano dalle mura sparando sugli assalitori e a volte facevano delle sortite per sgominare le avanguardie; con i Padri combattevano anche i cristiani.
I boxer si ritenevano invulnerabili, ma quando una quarantina di assediati decisero di uscirgli incontro sparando e menando le spade, sei boxer caddero, malgrado la loro invulnerabilita', e gli altri si diedero alla fuga.
Il giorno dopo ritornarono; e cosi' mattina e sera e perfino alla notte. I Padri e i cristiani sparavano dalle feritoie. "Piu' volte, scrisse il p. Rastelli, si presentarono a portata dei nostri fucili a gruppi di una decina di persone, sfidandoci a sparare su di loro, dichiarando di essere invulnerabili. Ci piangeva il cuore ma dovemmo sparare per difendere noi stessi e le 500 persone che erano con noi. Ci meravigliavamo di tanta cecita' che li faceva credere invulnerabili".
"Eravamo assediati dai ribelli e poi da 400 soldati mongoli. Noi, con soli trenta fucili, battendo il nemico dalle mura e in sortite, riuscimmo a spaventarlo e a farlo fuggire". Per un giorno intero e per tutta la notte Rastelli era rimasto sugli spalti, mentre i boxer si presentavano a ondate di una ventina di persone alla volta, sparando all'impazzata: "Finalmente stanco, fatto segno di un orribile fischiare di palle, chiamo in aiuto un Padre olandese; dopo un'ora circa una palla lo stende morto al mio fianco. Mi piego su di lui e poi distrattamente alzo la testa dal mio riparo: il nemico pronto spara e la palla mi sfiora il cappello".
Dovettero anche scavare una contro-galleria per contrastare quella che i mongoli stavano scavando per entrare sotto le torri e porvi le mine.
"Quando udivamo l'orribile fischio delle palle di fucile e da cannone, o sentivamo il sordo rumore dei mongoli che scavavano sotto le torri per farle saltare, pensavamo a voi, alle vostre preghiere, e ci sentivamo rianimati al coraggio, alla consolazione, alla piu' illimitata fiducia" (Lettera al Vescovo di Parma).
Rastelli era stato congedato dal servizio militare col diploma di tiratore scelto e avrebbe potuto uccidere ad ogni colpo, ma deve aver cercato di colpire alle gambe o alle braccia se ci furono molti feriti tra gli assalitori e pochi morti.
Il 15 settembre, dopo trentasette giorni di assedio, Rastelli non ne pote' piu': si mise a letto divorato dalla febbre.
Alla fine di settembre una notizia circolo' tra gli assedianti: le armate straniere erano entrate a Pechino, l'imperatrice si era data alla fuga e i soldati europei facevano strage dei cinesi. Forse da qualche parte era anche giunto l'ordine di ritirarsi: i boxer lasciarono l'assedio e i mongoli, con i loro carri, si avviarono verso Ovest.
LA VIGNA DESOLATA
Qualche giorno dopo, padre Barnaba si avvio' verso lo Shaanxi (Shenxi), la provincia a sud della loro missione. Non si fidava ad entrare direttamente nella provincia dello Shanxi, fatta oggetto di tanta persecuzione.
I due Saveriani dovettero attendere ancora quindici giorni perche' Rastelli, non ancora ristabilito, non era in grado di intraprendere il viaggio. Partirono a meta' ottobre; la guida, per non farli passare per le strade usuali forse pericolose, li condusse attraverso i monti, per sentieri impervii in una marcia che non finiva mai.
Dopo quindici giorni, giunsero sfiniti a Xi'an, la capitale della Provincia dello Shaanxi. Padre Rastelli pareva piu' malato di prima. Furono accolti amorevolmente da mons. Amato Pagnucci, Vicario apostolico di quella missione.
Dovettero fermarsi per circa due mesi in attesa di un lasciapassare: solo il 10 dicembre lo ebbero nelle mani e il giorno dopo partirono. Viaggio' con loro anche il padre Barnaba che era pure stato costretto ad attendere.
Cio' che trovarono appena entrati nel territorio della missione li colpi' al cuore: sette sacerdoti cinesi uccisi tra i tormenti, 1.500 o 2.000 cristiani massacrati; le chiese e le residenze distrutte o gravemente danneggiate; le case dei cristiani date alle fiamme e interi villaggi completamente rasi al suolo."I due distretti di padre Rastelli che avevamo attraversato nella fuga - scrive Manini - furono completamente distrutti: non rimangono piu' che un centinaio di persone". Rastelli piangeva i suoi morti, quelli che aveva amato come figli e che non erano piu'.
Fece grande impressione il racconto dell'eccidio compiuto a Taiyuan cinque giorni dopo l'uccisione dei vescovi: una cinquantina di cristiani si erano radunati in una chiesa a pregare; i boxer circondarono l'edificio e si gettarono sui cristiani come belve feroci, urlando e menando strage. Si videro le madri offrire i loro bambini, nel timore che venissero preservati per essere pervertiti. Il racconto dell'eroismo dei cristiani commuoveva Rastelli fino alle lagrime, ma nello stesso tempo lodava Dio che aveva dato a creature inermi la forza del martirio.
Gli eccidi erano stati compiuti paese per paese e i sopravvissuti erano nella piu' squallida miseria.
La sera del 24 dicembre, vigilia di Natale, giunsero al convento di Tong-el-kou. I cristiani accolsero i Padri con grandi manifestazioni di gioia. Era gia' l'imbrunire e, dopo tanti mesi di silenzio, la campana della chiesa comincio' a suonare per chiamare i fedeli alla celebrazione del Natale.
Padre Barnaba, Superiore del convento e Vicario generale della missione, costrinse affettuosamente Rastelli a celebrare la Messa di mezzanotte, rinunciando a celebrarla lui stesso, come sarebbe stato suo diritto.
UNA GRAVE SVENTURA
Nei giorni seguenti padre Rastelli fu nominato Procuratore della missione. Inizio' subito un disagiato viaggio, per la vasta pianura, per valli e per monti, di paese in paese a riscontrare le rovine, a consolare i superstiti, a soccorrere gli indigenti. Un compito forse troppo pesante per il suo fisico indebolito e piu' per il suo cuore angosciato. Per l'ultima volta vide i luoghi delle montagne dell'ovest, dove aveva tanto pregato e sofferto.
"Il lavoro e' cresciuto, scrive al Vescovo di Parma, perche' mancano dodici valenti operai ( uccisi o morti di malattia) e io sono il terzo fra gli anziani europei. Ed ora mi tocca fare da Maestro di filosofia con quattro seminaristi, da curatore di 200 orfane e 40 vergini, oltre che da Procuratore generale in un periodo in cui tutte le cose furono sconvolte dalla persecuzione".
Dovette anche presentarsi al tribunale come rappresentante della Chiesa per chiedere la restituzione degli oggetti rubati durante i saccheggi e soprattutto per chiedere l'intervento dell'autorita' per la riconsegna alla missione delle orfane che i pagani avevano rapito: di qualcuna non si ebbe piu' notizia.
Duro' un mese questo suo peregrinare tra le miserie: si sentiva stanco da morire; tornato a casa ai primi di febbraio da un'ultima visita ai luoghi del dolore, si senti' male. Lo prese la febbre e la diarrea. Fu chiamato il medico cinese che diagnostico' il tifo.
Furono tentati rimedi di ogni specie, si chiamarono dottori sempre piu' bravi, ma inutilmente. Odoardo Manini gli era sempre a fianco con affetto fraterno. Padre Barnaba era andato a Pechino a implorare aiuti per i cristiani affamati e in convento rimaneva il padre Francesco Saccani di Parma che non abbandono' mai il malato.
Il 10 febbraio Rastelli volle alzarsi per far riposare le ossa rotte dal durissimo tavolato in cui giaceva. Il giorno 13 si accinse a scrivere una lettera al Fondatore e ai genitori, ma la sospese alle prime righe perche' si senti' mancare. Lo riportarono a letto, madido di sudor freddo e preso da tremiti in tutto il corpo. Riconobbe Manini ma non riusci' a parlare: gli strinse la mano affettuosamente. Padre Francesco gli amministro' l'Unzione degli Infermi.
Fu chiamato un vecchio medico di fama: diede qualche speranza, forse per non far brutta figura, scrisse una ricetta e se ne ando'. Da quel momento si noto' un cambiamento strano nel carattere di padre Caio: prima coraggioso, sprezzante dei pericoli, ora timido, pauroso, bisognoso che qualcuno gli stesse sempre vicino.
LA NOTTE DELLO SPIRITO
Gli ultimi giorni, al male fisico si aggiunse l'angoscia morale: lo avevano preso gli scrupoli. Si angustiava per ogni piccola cosa, temendo di commettere o di aver commesso peccato. Faceva spesso chiamare Padre Francesco Saccani per ripetere le sue confessioni e non si dava pace. Era penoso vederlo in tali angustie. Finalmente, dopo qualche giorno, il padre Francesco ebbe l'ispirazione di imporsi con l'autorita' del confessore: gli comando' di non pensare piu' ai peccati e di abbandonarsi nelle braccia misericordiose del Padre celeste. Rastelli era tanto abituato a obbedire che, come per incanto, si calmo' e passo' tranquillo gli ultimi giorni.
Trascorsero venti giorni. Padre Caio era debolissimo; non prendeva piu' che un po' di brodo di miglio ed era diventato di una magrezza spaventosa; passava continuamente dagli ardori della febbre a brividi di freddo.
Il 27 Il 27 febbraio ebbe un po' di miglioramento, tanto che padre Francesco penso' di potersi assentare per affari urgenti. Alla sera sembrava assopito e il polso era abbastanza regolare, ma Manini era preoccupato; verso mezzanotte ritorno' al capezzale dell'infermo. Alle quattro padre Caio entro' in agonia. Venne un sacerdote cinese per una nuova assoluzione e per le preghiere dei moribondi. Alle sei e un quarto ebbe un colpo di tosse e spiro'. Era il 28 febbraio; aveva 29 anni meno un mese. "Cosi' ebbe fine quella tanto amata e preziosa esistenza", scrisse Odoardo Manini dando minuta relazione degli ultimi giorni di padre Rastelli.
Quando, due mesi dopo, alla fine di aprile, mons. Conforti seppe da una lettera di padre Barnaba dell'irreparabile perdita, raduno' i suoi alunni attorno all'altare e, con voce rotta dall'emozione, annuncio': "Miei cari, ci e' accaduta una grave disgrazia, la piu' grave che umanamente ci potesse capitare: e' morto Don Caio". Padre Bonardi, allora presente, affermo': "Forse il piu' grande dolore che una morte gli abbia provocato...".
CONFORTI PIANGE IL SUO FIGLIO
Per quali circostanze mons. Conforti non fu subito informato della morte del suo figlio primogenito? Si era prospettata l'ipotesi che Manini avesse inviato un telegramma a Pechino al padre Barnaba perche', a sua volta, egli telegrafasse in Italia; ma in una lettera del 1° aprile Manini dice chiaramente di avere spedito un telegramma a Conforti subito dopo la morte del Confratello, e forse anche padre Barnaba lo fece da Pechino; ma erano tempi di guerra e si puo' pensare che i telegrammi per l'estero fossero sospettati di comunicare in linguaggio cifrato chi sa quali diavolerie e che percio' non siano stati inoltrati. La lettera di padre Barnaba rimpiange la dolorosa perdita e ha parole di elogio per il Padre Caio; ma piu' che tutte le altre testimonianze vale il profilo che lo stesso mons. Guido Maria Conforti scrisse in occasione dei solenni funerali celebrati a Parma il 9 maggio 1901.
Lo ricorda seminarista, "indefesso nello studio, fervoroso nella pieta', osservantissimo delle Regole, di una modestia verginale; abbelliva tutte queste rare doti con si' schietta e profonda umilta' da rendersi caro a quanti l'avvicinavano. Non deve percio' recar meraviglia se il Signore destinava quest'anima eletta ad operare e a patire grandi cose per la gloria del suo nome". "Infatti, non appena ordinato sacerdote chiedeva di entrare nel Seminario Emiliano di San Francesco Saverio... Vi entro' con quel trasporto di santa gioia che e' piu' facile immaginare che descrivere e da quel primo istante in poi non ebbe che un solo pensiero, una sola aspirazione: perfezionarsi nella virtu' del suo stato e fornirsi di quel corredo di cognizioni che dovevano formarne uno strenuo banditore del Vangelo".
Ne ricorda poi lo spirito di mortificazione che il Superiore doveva moderare perche' non ne pregiudicasse la salute. Non era austero nel suo comportamento, ma sereno e giocondo, per cui era cara la sua compagnia e gli alunni, di cui era vice rettore, nutrivano per lui affetto e venerazione. "Con queste disposizioni si preparava a bere l'amaro calice che il Signore suole apprestare ai suoi Apostoli che rende a Se' conformi alla scuola dei patimenti". Il 3 dicembre 1898, festa di San Francesco Saverio, apostolo delle Indie, "si consacro' a Dio con voto, assieme al confratello Odoardo Manini, per la conversione di tanti infedeli, giacenti ognora nelle tenebre dell'errore e nelle ombre di morte. Il sacrificio era ormai compiuto e il Signore l'aveva accolto in odore di soavita'".
Del suo apostolato in Cina il Fondatore dice che la missione affidatagli era vasta come le diocesi di Parma, Piacenza e Reggio unite insieme, posta fra monti scoscesi e sterili, ed egli doveva viaggiare di continuo dall'una all'altra cristianita' per predicare, battezzare, cresimare... Abitava in misere stamberghe e umide spelonche, ne' altro cibo poteva procacciarsi all'infuori di un po' di miglio e di erbaggi cotti nell'acqua. Riporta una lettera di mons. Fogolla in data 12 marzo 1900: "Don Rastelli trovasi sui monti occidentali di questa provincia, a cinque o sei giornate da Taiyuan. Lassu' vi e' una grande quantita' di neofiti e catecumeni e vi e' anche molto da lavorare e da patire, non essendovi nessun comodo per la vita; ma per chi ha virtu' come Don Rastelli, vi sta bene ed e' contento, perche' vi si possono acquistare molti meriti". "La perdita immatura di cosi' strenuo banditore del Vangelo ha gettato nel lutto piu' profondo questo Seminario Parmense per le Missioni Estere, ma ora Superiori e alunni, mentre piangono il caro Estinto e lo desiderano, si confortano non poco col ricordo delle sue virtu' e colla dolce speranza d'avere acquistato in Cielo un protettore che presso Dio intercedera' anche per essi e per quest'umile Istituto che tende unicamente alla propagazione di quella Fede per la quale egli ha sacrificato con generoso distacco la famiglia, la patria, la vita".
DEFUNCTUS ADHUC LOQUITUR
I sentimenti che illuminarono la vita di padre Caio Rastelli sono bene espressi dalla formula di rinnovazione della sua consacrazione, scritta il 30 novembre 1900 a Tung yangfang, nello Shaanxi, per pronunciarla il 3 dicembre, festa di San Francesco Saverio. Ne riportiamo qualche passo: "Dio eterno e onnipotente, Padre, Figliolo e Spirito Santo, io vostra indegna creatura..., in unione con l'Ostia accettevolissima che or ora vi ho sacrificata e percio' rivestito delle sue perfezioni, virtu' e meriti, Vi offro l'anima mia, il mio corpo e quanto ha e avra' con me relazione. ...Rinnovo i voti di osservare un'intera castita' e perfetta continenza; di una pronta esatta, cieca, allegra, generosa obbedienza; di una vera e religiosa poverta'; di una totale dedicazione di tutte le mie forze a quelle opere di Missione o di Congregazione a cui i miei Superiori mi vorranno impiegato". Si rivolge quindi alla Vergine Maria, a San Francesco Saverio, agli Angeli e Santi della Corte celeste perche' gli ottengano dal Signore Gesu' Cristo illibatezza e santita' di pensieri, di parole, di opere, di desideri che lo rendano sempre piu' accettevole alla Divina Maesta', alla quale interamente si dedica e si consacra.
A consolazione del Fondatore giunsero dalla Cina belle testimonianze, tra cui la seguente: "I cristiani lo ricordano quale modello, vorrei dire non mai visto, di santo missionario. Splendeva per la poverta', l'umilta', la mansuetudine e la pieta'. Al vederlo pregare non si poteva non sentirsi stimolati a imitarne gli esempi. Se non riporto' la corona del martirio, ne ebbe certamente il merito". E tra i martiri viene considerato anche ai nostri giorni. Il Fondatore nutriva per lui un'ammirazione singolare e piu' volte scrisse a padre Luigi Calza, poi vescovo, di far trasportare "le ossa del povero indimenticabile Don Caio" (dove "povero" sta per defunto) da Taiyuan alla missione dei nostri nel Henan occidentale: "Niente di piu' conveniente e pietoso che le sue spoglie mortali riposino in mezzo ai nostri, ai quali ha lasciato in eredita' tanti luminosi esempi di virtu' apostoliche.
Mortuus adhuc loquitur!"
L'idea era di trasportarne le reliquie in "Campo di Marte", cioe' nella sede dell'Istituto sorta nella zona con quel nome (ora Viale San Martino). Conforti voleva che i resti mortali fossero deposti nella chiesa che aveva in mente di costruire e che fu sempre rimandata per mancanza di mezzi: "chiesa annessa a questo Istituto per le Missioni, ove conto di avere io pure un giorno la mia tomba. Questo non per sentimento di vanita', ma per ottenere qualche Requiem aeternam di piu' da coloro che verranno ad abitare in questi paraggi e per la soddisfazione santa di riposare vicino al mio primo missionario che ha sacrificato generosamente la vita per Cristo e che consumatus in brevi, explevit tempora multa". Queste richieste risalgono al 1907 e al 1910 (Lettere a L. Calza), ma la richiesta si fa piu' urgente nel 1919, quando spera che ai due missionari in procinto di tornare dalla Cina potessero essere consegnate le ceneri di padre Caio Rastelli: "Mi farebbe un favore senza pari. Conterei di porre le ossa benedette del primo nostro Missionario in questa cappella dell'Istituto, ove gli farei erigere un conveniente monumento, che in perpetuo lo ricordi ai posteri, assieme agli esempi santi lasciati in eredita'. Il caro ricordo servirebbe di stimolo continuo a generosi propositi pei giovani che si preparano all'apostolato. Affretto il desiderio, l'istante di veder appagato questo mio voto" (Ivi, 30.04.19).
Il voto fu realizzato solo dopo la morte del Fondatore.
Nel 1933 padre Faustino Tissot, tornando dalla Cina, porto' alla casa Madre i resti del venerato Caio Rastelli.
Nel 1942, quando la salma del Beato Conforti, fu trasportata dalla Cattedrale alla Casa Madre, le ossa del padre Rastelli furono murate dietro il sarcofago del Fondatore. Ora riposano accanto al Padre, sotto il Crocefisso che "parlo'" al Beato Guido Conforti nella sua innocente fanciullezza.
AUGUSTO LUCA
GIOVANNI DIDONE'
Cittadella (Pd) 18.3.1930 - Fizi (Congo) 28.11.1964

LA VOCAZIONE PIU' BELLA E GRANDE
"Ognuno di noi sia intimamente persuaso che la vocazione alla quale siamo stati chiamati, non potrebbe essere piu' nobile e grande, come quella che ci avvicina a Cristo autore e consumatore della nostra fede ed agli Apostoli che, abbandonando ogni cosa, si diedero intieramente senza alcuna riserva alla sequela di Lui, e che noi dobbiamo considerare come i nostri migliori maestri. Il Signore non poteva essere piu' buono con noi. La vita apostolica infatti, congiunta alla professione dei voti religiosi, costituisce per se' quanto di piu' perfetto secondo il Vangelo, si possa concepire". Questo brano della Lettera Testamento del fondatore dei Saveriani, Guido Maria Conforti (1865-1931), e' la sintesi mirabile della piu' eccellente delle vocazioni: quella missionaria.
Per rispondere appieno a questa vocazione - fortemente connotata d'amore verso il Salvatore e verso il prossimo bisognoso di salvezza - ha dato la vita Giovanni Didone', uno dei piu' illustri figli spirituali di Conforti. Nelle pagine che seguono tracceremo il profilo biografico di questo generoso religioso, ucciso da un insignificante ribelle, il 28 novembre 1964 nella missione di Fizi (Repubblica Democratica del Congo), con un altro religioso, l'abbe' Atanasio Joubert.
Giovanni Didone', quarto di undici figli, nasce il 18 marzo 1930 a Cusinati di Rosa' (Vicenza). Nel 1941 la famiglia si e' trasferita a Ca' Onorai di Cittadella (Padova). Con il latte materno sugge i valori - profondamente cristiani - di quelle famiglie patriarcali che con il lavoro hanno reso fertile la campagna veneta.
In quell'ambiente di fede tanto semplice quanto robusta sono germogliate migliaia di vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa.
Nella famiglia Didone', quattro figlie su cinque si faranno suore e tre figli su sei entreranno in un istituto religioso. Tecla diventera' figlia spirituale di san Camillo; Annamaria, figlia spirituale di san Giuseppe, Palma, vestira' l'abito delle Dorotee di Vicenza e Amabile, quello delle Missionarie di Maria. Tra i figli Didone', oltre a Giovanni, si fara' saveriano Camillo, mentre Severino sceglie di farsi religioso nell'Opera di Don Orione.
Le testimonianze di alcuni famigliari hanno consentito di ricostruire la fanciullezza e l'adolescenza di padre Giovanni.
In particolare, grazie ad esse, e' stato possibile avere un'immagine, molto attendibile, dei primi anni di vita trascorsi dal religioso nella vecchia casa di Ca' Onorai. Le sue giornate, in quella fattoria della campagna veneta, erano scandite da momenti ben definiti: al mattino, a scuola come tutti gli altri ragazzi; nel pomeriggio, dopo i compiti, quattro salti in cortile assieme ai fratelli, alle sorelle e a qualche compagno.
In casa Didone' si viveva con semplicita' e con parsimonia, anche se il necessario non e' mai mancato.
Una vita patriarcale dove c'erano grande considerazione per i genitori e affetto tra i fratelli.
Papa' Angelo e mamma Maria sapevano farsi rispettare e non avevano bisogno di alzare la voce per ottenere obbedienza.
VIVERE E' BELLO
Avevano un grande ascendente sui figli, soprattutto in forza del loro esempio, sia per quanto riguardava i doveri religiosi, sia per quelli familiari. In casa Didone' si pregava con fede, anche se il lavoro febbrile, specialmente in certi periodi dell'anno, non lasciava un attimo di respiro.
Era proprio in quei frangenti che si pregava con maggior devozione Dio, perche' benedicesse le campagne e proteggesse i raccolti. La domenica, poi, tutti andavano a Messa, in orari diversi.
Mamma Maria andava sempre alla prima Messa per essere a disposizione del marito e dei figli, che si alzavano piu' tardi. Durante la settimana, mentre i ragazzi erano a scuola, il papa' lavorava nei campi. In qualche occasione egli chiamava ad aiutarlo anche i figli che, crescendo, erano in grado di maneggiare gli arnesi di lavoro. La famiglia era numerosa e per sostenerla occorreva grande senso di responsabilita'. A quell'epoca non c'erano tutte quelle preziose macchine che oggi rendono meno faticoso il lavoro agricolo: mietitrebbia, falciatrice automatica, seminatrice, ecc.
Allora, con il solo aiuto delle mani, si falciava, si seminava e si mieteva. Quante volte al mattino papa' Angelo era gia' nel campo quando i piccoli si alzavano e quante volte, alla sera, quando rientrava dal campo, li trovava gia' a letto addormentati. In quella casa si viveva sul serio il motto di san Benedetto ora et labora. Sul binomio "prega e lavora" si fondavano la pace e la serenita' della famiglia Didone'. I genitori erano persone di grande buon senso.
Non avevano alle spalle studi teologici, ma vivevano da buoni e ferventi cristiani. Erano favorevoli all'istruzione catechistica dei propri figli. Consideravano la conoscenza e la pratica della religione cattolica un elemento utile per la buona riuscita nella vita. La loro visione del mondo puo' sembrare anacronistica alle tante coppie di giovani genitori che, per i propri figli, esigono oggi, non un approfondimento della fede cattolica, ma al piu' uno studio comparato delle diverse religioni. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, e' che abbiamo una percentuale altissima di ragazzi italiani in "crisi d'identita'" che, tradotto in parole semplici, significa giovani spostati incapaci di dare un senso alla propria esistenza e, in non pochi casi, disposti persino ad autodistruggerla. Esattamente l'opposto di Giovanni, una persona entusiasta della vita e, ancor piu', della sua scelta di seguire Cristo. Vivere e' bello, vivere dietro a Cristo ancora piu' bello! Non c'e' lettera o biglietto a fratelli, sorelle, genitori e amici nei quali egli non parli, con trasporto, della sua vocazione. Suor Tecla, sorella maggiore di padre Giovanni, ha lasciato un ampio scritto con numerosi particolari che tracciano molto bene la figura del fratello. "Era assiduo al catechismo e vi prestava molta attenzione", si legge nella testimonianza della religiosa, "perche' quando tornava a casa ripeteva per bene la lezione imparata e raccontava volentieri soprattutto i fatti del Vangelo e della Bibbia. Leggeva spesso il Nuovo Testamento che portava quasi sempre con se'. A undici anni si consacro' alla Madonna. Questa sua devozione a Maria crebbe di giorno in giorno, fino a quando, a 22 anni, nella notte del Natale 1952, si lego' a lei nello spirito del santo Grignon de Monfort". Suor Tecla aggiunge poi la descrizione di un episodio singolare che merita d'essere citato. "Un giorno, dopo pranzo, mentre i nostri cari erano a riposare", racconta la religiosa, "noi due ci intrattenevamo parlando delle nostre piccole cose quotidiane. Ad un certo punto il discorso cadde sul tema delle missioni... della necessita' dei missionari... della bellezza di dare la vita per la salvezza dei nostri fratelli lontani. In quel momento Giovanni, tutto rosso in viso, come se fosse stato sopra pensiero, molto serio, mi disse: "Preghiamo, preghiamo molto e facciamo qualche fioretto". Questo fatto avvenne nell'estate del 1941, durante la guerra. Poco tempo dopo Giovanni svelo' ai nostri genitori il proposito di farsi sacerdote missionario".
HO DECISO: MI FACCIO MISSIONARIO
Il papa' di Giovanni non aveva preclusioni sulla scelta del figlio di farsi prete, purche' si facesse secolare, cioe' un sacerdote impegnato in una parrocchia della diocesi.
L'idea di un figlio missionario, invece, gli creava forti apprensioni. Fu per questa ragione che Giovanni entro' nel seminario di Padova; la famiglia risiedeva in un paese della diocesi patavina. Il futuro missionario dovra' attendere l'eta' di 20 anni per ottenere l'assenso, sofferto, del papa' sulla sua scelta. L'episodio e' stato ricostruito cosi' dal fratello Severino, all'epoca studente di seconda media nel seminario minore, mentre Giovanni frequentava il ginnasio. "Un pomeriggio di luglio del 1950, durante una breve vacanza in famiglia, eravamo tutti a riposare", ricorda il fratello. "Giovanni ed io dormivamo nella stessa stanza. Verso le 15 Giovanni all'udire il rumore della porta della stanza del papa', balza dal letto e scende in fretta le scale. Fra i due c'e' uno scambio di poche parole e subito entrambi s'incamminano verso la nostra stanza.
Mentre entrano, faccio per uscire, ma Giovanni con un cenno della mano mi invita a restare e con voce tremante sussurra: "Stai qui, ti voglio presente". A queste parole mi ridesto improvvisamente dalla sonnolenza e mi siedo nell'angolo piu' remoto della stanza. Trascorrono alcuni momenti di profondo silenzio. Il papa', visto che mio fratello non si decide a parlare: "Non mi hai chiamato? Che cosa vuoi allora?", gli chiede con voce incerta.
"Vedi, papa'", incomincia con voce tremante Giovanni, "so di recarti un grande dispiacere, tuttavia ho deciso: devo farmi missionario. Anche se tu ti opponessi, non faresti che ritardare la mia decisione di qualche mese. Infatti, fra qualche mese compio 21 anni. Tuttavia, anche se ti costa, desidero avere il tuo consenso e la tua benedizione.
In questi anni ti ho assecondato, frequentando il seminario diocesano, ora non posso piu' aspettare". Dagli occhi del papa' scesero due lacrimoni grossi grossi; era la prima volta che vedevo il papa' piangere. Seguirono alcuni istanti di profondo silenzio, poi con la voce rotta dal pianto il papa' concluse: "Mi ero illuso di averti distolto da quella idea. Comunque segui pure la tua strada"; e usci'. Questo fatto mi sembra il punto chiave di tutta la vita di padre Giovanni. Si spiega cosi' il suo carattere docile, buono e, nello stesso tempo, indomito, coraggioso, spinto a grandi ideali".
MAI ABITUARSI AD ESSERE PRETE
La biografia di Giovanni Didone' ci dice che egli, dopo un anno d'intensa preparazione, emette la professione religiosa nella congregazione saveriana, il 12 ottobre 1951, in San Pietro in Vincoli, allora sede del Noviziato. Subito dopo, per iniziare gli studi liceali, si trasferisce con i compagni a Desio, grosso centro alle porte di Milano, nella maestosa villa Tittoni, adattata a sede del liceo. Agli inizi del 1958 ritroviamo Giovanni a Piacenza, nella casa saveriana di santa Chiara, sullo stradone Farnese. Li' i saveriani hanno trasferito, dal 1949, la sede degli studi di teologia, che in origine era presso la casa madre di Parma. Il 20 settembre dello stesso anno, presenti i genitori e i fratelli, Giovanni Didone' riceve il diaconato dalle mani di monsignor Battaglierin. Il 9 novembre e' ordinato prete. Qualche giorno dopo scrive alla sorella: "Cio' che provo al mattino salendo l'altare non te lo posso dire, non riesco a descriverlo. Prega perche' non mi abitui mai a celebrare la santa Messa, non mi abitui mai ad essere prete. Mai mi sono convinto, come in questi giorni, che solo per l'infinita bonta' e misericordia di Dio oggi sono quello che sono. E se sono quello che sono e' per Maria, a Lei ogni onore e gloria".
UN PO' MARINAIO, UN PO' ALPINISTA
Padre Didone' parte per la missione il 3 dicembre 1959, festa di san Francesco Saverio, patrono dell'Istituto Saveriano. Una coincidenza - letta con la conoscenza dei fatti che abbiamo noi oggi - carica di significati per quella che sara' la sua opera apostolica.
Per avere un'idea della vastita' del luogo in cui il giovane missionario e' chiamato a vivere il suo ministero occorre sapere che, dopo avere percorso - in circa un mese - 400 chilometri gliene restavano altri 1.200 per completare il "giro" della parrocchia. Padre Didone', in cinque anni d'attivita' all'interno della diocesi di Uvira (provincia congolese del Kivu) verra' assegnato a diverse missioni: Uvira, Baraka, Fizi, Kiliba. Si tratta di luoghi non distanti dal confine con il Burundi e sulla sponda occidentale del lago Tanganika.
Il territorio della diocesi comprendeva zone pianeggianti, montuose (alcune vette raggiungono i 3.000 metri d'altezza) e rivierasche, quelle, appunto, affacciate sul Tanganika. L'area di Baraka - una delle prime affidate a padre Didone', ad un altro saveriano e a due Padri Bianchi, d'origini francesi -, e' una specie di quadrato dove i lati (di circa 100 chilometri ciascuno) corrono, tre lungo la terra e il quarto, lungo la costa occidentale del Tanganika.
Per raggiungere i villaggi della missione occorre essere un po' marinaio, per navigare lungo il lago, e un po' alpinista, per inerpicarsi su sentieri aspri fino a 2.500 metri di quota. Annota in una lettera padre Giovanni: "Cio' che mi parla dell'Africa e' soprattutto la vastita', l'immensita' di questi luoghi. La lingua non si presenta difficile.
Ha qualche parola veneta. Per esempio: "mayai", che non significa maiali, ma uova, si pronuncia come si legge.
Chi parla il veneto non fa fatica a pronunciare questi vocaboli; la loro comprensione verra' con il tempo. A parte i "mayai" resta la preoccupazione di apprendere bene la lingua locale - il Kishwahili - senza la quale si e' come morti e non si puo' comunicare agli altri cio' che si e' ricevuto. Spero, tra qualche mese, di essere in grado di pronunciare i primi discorsi e, soprattutto, di poter cominciare a confessare. La flora e' lussureggiante: fiori moltissimi e di colori vivacissimi. Impera la banana.
Ho visto che coltivano anche mais, la manioca, i fagioli e perfino la zucca. Vi e' la coltivazione del caffe', del cotone e della canna da zucchero. Sembra che i neri di qui siano ricchi, in confronto ad altri, ma gli europei fanno sempre la parte del leone".
Nelle zone pianeggianti del Kivu il clima e' favorevole agli europei: il termometro, di giorno, non sale oltre i 28 gradi all'ombra e, di notte, si mantiene attorno ai 25-26 gradi. Per quanto riguarda il cibo, almeno fino alla vigilia della rivoluzione del 1964, i missionari non avranno quasi mai problemi: tutti i giorni potranno contare su carne e pesce di buona qualita'. Sulla loro mensa appariranno anche fagiolini, insalata, porri, cipolle rosse, sedano, finocchi e altre specie di legumi, grazie ad un italiano che aveva introdotto la coltivazione di ortaggi e residente in zona fino al 1960, anno dell'indipendenza dal Belgio.
BELLO, QUANDO NON PIOVE!
Nella missione di Baraka sono presenti, tra le altre etnie, i Banyarwanda, rwandesi rifugiati in Congo e insediati sulle montagne intorno ad Uvira. Allevatori di bestiame.
Fra loro vi sono persone di alta statura che colpiscono la fantasia degli europei. Ironicamente P. Giovanni parlera' di "scala" per poterli battezzare! Diversi gruppi vivono in villaggi a 2.500 metri d'altezza, sulle montagne che fiancheggiano il lago Tanganica. Padre Didone', periodicamente, si reca lassu' per evangelizzare. Da una delle sue lettere cogliamo uno spaccato della sua esperienza in mezzo ai "giganti". E' un testo, carico d'umanita', da cui traspare la pienezza di un'anima che vibra alla luce divina. "E' stato un mese di villeggiatura", scrive padre Giovanni. "Durante la giornata due maglie erano poche, durante la notte non bastavano tre coperte.
Per dieci notti ho dormito in un "trinomio", o meglio, nel mio "trinomio", costruito proprio per me. E' composto cosi': canne di bambu', liane e sterco di vacca. Se ti provi ad immaginare tale trinomio il risultato e' una splendida capanna rotonda di tre metri e mezzo di diametro. Come si stava? Benissimo! Con un piccolo accorgimento: non bisognava essere a letto quando pioveva. Perfortuna lassu' pioveva tutti i giorni dalle 13 alle 16 circa e allora il mio impermeabile proteggeva per bene il lettino dall'acqua grondante da tutti i fori del tetto. A venti metri dalla mia capanna iniziava la grande foresta vergine.
Si puo' bene immaginare che impressione facesse, specialmente sull'imbrunire, a chi non ha mai visto foreste del genere in vita sua. Con queste immagini mi mettevo a letto e per di piu' giungevano al mio orecchio dei suoni stranissimi, che sembravano, a me inesperto, urla di leoni, di tigri o di altre bestie feroci. Non facevo in tempo ad addormentarmi che subito sognavo leoni, tigri, animali di ogni sorta. Passai la prima notte, in quel villaggio di Banyarwanda, agitato e senza chiudere occhio. La mattina, dopo quell'indimenticabile prima notte, per tempo perlustrai la capanna e i suoi dintorni. Mi inoltrai un pochino nella foresta e vidi una mandria di mucche.
Di tigri e di leoni nemmeno l'ombra! Temo che dovro' tornare in Italia senza vederne nemmeno una. Le altre nove notti ho dormito veramente bene. In quell'occasione sono stati amministrati novanta battesimi di adulti.
Li ha amministrati il mio superiore che e' alto un metro e ottantacinque centimetri e quindi non fa molta fatica a "lavare" quelle teste. A me e' toccato battezzare una quarantina di bambini dai due ai sei anni, lavoro proporzionato alla mia statura, ma la prossima volta possedero' pure una scala!... Naturalmente contiamo degli apostati. L'etica della vita matrimoniale e' la piu' minacciata. Tendono ad una poligamia moderata, che e', pero', pur sempre, poligamia. V'e' tuttavia un numero considerevole di cristiani che si mantiene coerente e fervoroso e fa anche grandi sacrifici per vivere nella dignita' di figlio di Dio. E' posta in costoro la speranza della Chiesa".
CI SALVERA' LA BELLA SIGNORA
Dalle montagne alla pianura: quando il vescovo, monsignor Danilo Catarzi, decide di fondare una missione a Kiliba, localita' lungo la strada che collega Uvira a Usumbura, capitale del Burundi, padre Giovanni e' tra i primi religiosi ad esservi inviato. La missione di Kiliba era nata per assistere spiritualmente le migliaia di persone attratte nel luogo dall'apertura del grande zuccherificio Sucraf.
In pochissimo tempo, attorno allo stabilimento, era sorto un grande villaggio abitato dalle maestranze e dalle loro famiglie. Era una specie di alveare attorno al quale ronzavano migliaia di persone, che cercavano di sbarcare il lunario come potevano. Da qui la fondazione della missione con scuole e dispensario.
Ecco come spiega il suo nuovo incarico padre Giovanni: "Ho lasciato la missione di Baraka, che dista 110 chilometri, per venire qui a Kiliba, luogo meno poetico, ma dove c'e' un lavoro immenso da svolgere.
La missione e' stata aperta da un Padre Bianco e da un religioso Saveriano. Ora il Padre Bianco e' stato chiamato altrove ed io sono venuto a sostituirlo. In piu' c'e' con noi un altro padre Saveriano, venuto di recente dall'Italia. Abbiamo anche qui una zona montagnosa, ma non come a Baraka.
Gli abitanti sono oltre 35.000 e sono molto meno dispersi sul territorio rispetto a quelli di Baraka. Anche se si trova nel Congo, il centro di Kiliba e' molto legato ad Usumbura, perche' questa citta'non e' molto distante e perche' gli occidentali che lavorano come tecnici nello zuccherificio Sucraf, sono molto legati agli europei di Usumbura.
Purtroppo, pero', i prezzi sono saliti. Inoltre, tra i commercianti e i dipendenti occidentali dello Sucraf regna una certa apprensione.
Dopo l'indipendenza del Paese qui sono nati tre diversi governi, ognuno con la pretesa d'essere legittimo; ed e' difficile sapere come andra' a finire. Speriamo solo che il comunismo (d'importazione) non abbia il sopravvento, altrimenti se non ci taglieranno la testa prima, noi missionari saremo costretti a rientrare in Italia.
Ma la bella Signora, che e' la Regina del Congo, ci salvera' dal diavolo rosso.
Con il mio confratello, padre Viotti, mi trovo benissimo: e' pieno di santo zelo; e' un'anima di fuoco. Paragonandomi a lui posso solo vantarmi di dargli della polvere da mangiare quando andiamo in bicicletta.
Con noi v'e' pure un terzo confratello, padre Alvisi, che e' appena arrivato e non conosce ancora la lingua e non puo' quindi sostenerci appieno nell'attivita' apostolica. Il lavoro e' intenso, ma meraviglioso: catecumeni, confessioni, malati, Legio Mariae, ragazzi dell'associazione "Gioventu' saveriana" (Xaveri), oltre alle visite nei villaggi.
Mi sento molto bene e non avrei mai creduto di avere tanta energia e resistenza nei miei spostamenti e nella mia attivita'. Nel mese di ottobre, qui a Kiliba, abbiamo tenuto la "peregrinatio Mariae". Siamo arrivati alla fine molto stanchi, ma che belle consolazioni! Quanta gente intorno alla statua della Madonna! Cattolici e protestanti, animisti e musulmani. Anche qui la Mamma del cielo sa farsi amare. Quante confessioni e quante comunioni!
Ora stiamo preparando un centinaio e piu' di catecumeni al battesimo e molti ragazzi alla Cresima e alla prima Comunione".
DIAMANTI E MISERIA
La realta' in cui si e' calato padre Didone' e' molto complessa. Il Congo, come tutto il Continente nero, e' in ebollizione da decenni e segnato da secoli di sofferenza; di sicuro, da quando i primi colonizzatori europei hanno cominciato ad avere contatti con gli indigeni.
Quando il missionario saveriano approda nel tumultuoso Paese africano, il cristianesimo, almeno in alcuni territori, e' stato annunciato da quasi cinque secoli.
Infatti, nel 1483, quando i primi portoghesi comparvero in quella regione d'Africa si preoccuparono innanzi tutto di evangelizzare le popolazioni, cominciando dalla dinastia regnante che divenne cristiana nel 1491.
Sul finire del secolo XVI, quando la tratta degli schiavi diventa una vera e propria industria (e i portoghesi riforniscono quantita' sempre piu' crescenti di uomini per le piantagioni del Brasile), il regno del Congo si trasforma in un campo di selvaggia caccia nella quale si combattono ferocemente tutte le tribu'.
Nel 1660, dopo un inutile tentativo di cacciare i portoghesi, il regno del Congo e' praticamente distrutto come entita' politica e come aggregato sociale.
Le vicende del Paese e dell'Africa in genere, nei secoli successivi, in particolare a partire dalla seconda meta' del secolo XIX, si identificano sostanzialmente con quelle della colonizzazione europea.
Alla fine dell'Ottocento il Congo diventa un territorio coloniale per iniziativa personale del re dei Belgi Leopoldo II, che seppe valersi dell'opera di uno dei piu' grandi esploratori africani del tempo, Henry Stanley.
Al congresso di Berlino del 1884 Leopoldo II veniva riconosciuto sovrano dello Stato indipendente del Congo.
Nel 1908 il nuovo Paese diventa colonia belga.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, il Congo diventa il centro delle operazioni anglo-belghe che portano prima alla conquista del Camerun e poi alla difesa della Rhodesia. Dopo la prima guerra mondiale a questo dominio e' aggregato, sotto la forma di mandato, il doppio territorio di Rwanda e di Urundi, a Est della linea dei laghi, fra Kivu e Tanganika.
Durante la seconda guerra mondiale il territorio congolese, rimasto fedele al Belgio, fu l'unica base della sovranita' belga dopo l'occupazione tedesca, e alla vigilia del riconoscimento del gabinetto belga in esilio, fu oggetto di un accordo con l'Inghilterra (febbraio 1941) per la messa in comune dei ricchi giacimenti minerari.
Nel 1960 il Congo arrivera' a produrre il 75 per cento dei diamanti industriali del mondo, il 75 per cento del radio, il 60 per cento del cobalto, il 15 per cento dei diamanti per gioielleria, il 15 per cento dello stagno, l'8 per cento del rame, il 3 per cento dello zinco, il 2 per cento dell'oro. Malgradoquesta ricchezza - concentrata soprattutto nella regione del Katanga - l'80 per cento della popolazione (circa 11 milioni di persone), viveva in condizioni di estrema poverta'.
Per avere un parametro di riferimento, oggi la Repubblica Democratica del Congo conta circa 49 milioni di abitanti ed un reddito nazionale lordo, pro capite, di 130 dollari statunitensi, mentre l'Italia, con 57 milioni e mezzo di abitanti, ha un reddito pro capite lordo di 19.880 dollari. Il 1960 sara' anche l'anno dell'indipendenza del Congo, raggiunta due anni dopo la nascita della Comunita' franco-africana del 1958, la quale favori' le istanze indipendentiste del Paese.
INCIDENTE MISTERIOSO, MASSACRO PALESE
All'indipendenza, pero', il Congo giungeva del tutto impreparato, senza quadri politici, amministrativi, tecnici ed economici; il tessuto connettivo del Paese era dato solo dai legami tribali. A base tribale, infatti, erano i partiti politici, salvo il Movimento nazionale congolese (Mnc), capeggiato da Patrice Emery Lumumba. Pochi giorni dopo l'indipendenza ci fu una rivolta del raccogliticcio esercito congolese guidato da J-D. Mobutu. Cio' fu pretesto per un ritorno armato dei Belgi, i quali favorirono la secessione della ricca regione del Katanga, feudo della compagnia mineraria Union Minie're, per mantenerne ancora il controllo e sfruttarne le risorse. Poco dopo anche la provincia del Kasaiproclamava la secessione. Al tempo stesso il capo dello stato, Kasavubu, e il presidente del Consiglio, Lumumba venivano a conflitto aperto e il Paese precipitava nel disordine piu' completo. Fu quindi richiesto un intervento delle Nazioni Unite, le quali inviarono un contingente di forze armate, che si rivelo' comunque inadeguato a ristabilire la pace. Un accordo di fatto tra Kasavubu, Mobutu e M. Ciombe, leader del Katanga, porto' all'esautoramento del capo del governo, Lumumba, acceso sostenitore dell'indipendenza e dell'unita' del Congo.
Nel febbraio 1961 fu resa nota la morte di Lumumba, ucciso, a quanto risulta, da uomini di Ciombe. Nell'agosto dello stesso anno si giunse alla formazione di un governo guidato da C. Adula, sul quale le Nazioni Unite puntarono per ristabilire l'ordine nel Paese.
Il segretario generale dell'ONU, D. Hammarskjöld, si reco' personalmente nel Congo, ma il viaggio gli costo' la vita, perduta in un misterioso incidente aereo il 17 novembre del 1961.
E' dello stesso mese la tragedia di Kindu, provincia del Kivu, dove tredici aviatori italiani in missione per l'ONU furono massacrati dai ribelli congolesi. Dopo avere scaricato viveri e generi di sussistenza, l'intero equipaggio fu assalito e trucidato all'interno dell'aeroporto.
Un monumento, nell'area antistante l'aeroporto Leonardo da Vinci a Roma, ricorda l'episodio e gli sfortunati aviatori. Nonostante le barbare uccisionil'iniziativa dell'ONU non si arresto'. Anzi, fu intensificata l'azione diplomatica con il governo illegale di Ciombe, senza raggiungere pero' risultati apprezzabili.
Alla fine la situazione fu sbloccata dal corpo di spedizione internazionale (Onuc) che pose termine alla secessione del Katanga occupando, nel gennaio 1963, il capoluogo Elisabethville e l'intera provincia. I diciotto mesi che seguono sono cruciali per la crisi congolese. E' questo, infatti, il periodo in cui il nuovo primo ministro Adula, che uscira' di scena nel giugno 1964 all'atto del ritiro del contingente ONU, tenta di risolvere i problemi piu' urgenti: la pacificazione interna, la stabilita' del governo, il risanamento economico. Per rilanciare l'economia Adula apre trattative per ottenere prestiti e assistenza con la Nigeria, con la Comunita' economica europea e con vari Paesi occidentali. Nonostante i suoi sforzi il nuovo primo ministro non riesce ad impedire che l'opposizione di ispirazione lumumbista si trasformi in guerriglia endemica in vaste zone nordorientali del Paese.
KINDU, PRESAGIO DI ALTRE TRAGEDIE
L'attivita' apostolica di padre Giovanni Didone' si svolge in questo periodo e in questo contesto. Gli eventi di cui sara' protagonista vanno letti e interpretati sullo sfondo di questo scenario storico locale e internazionale.
Nel Congo in cui il padre saveriano si immerge con tanto entusiasmo (lo abbiamo in parte gia' visto), sono molto vistose le differenze culturali: quasi quattrocento tribu'.
La gran parte sono di ceppo Bantu'. L'organizzazione politica sembra rudimentale agli occhi dell'europeo, corrisponde pero' alla corretta convivenza sociale delle tribu'. Predomina l'organizzazione a clan, come pure - in alcune culture - la discendenza patrilineare, con eredita' al fratello minore, anziche' alfiglio del defunto. Molto evolute sono le societa' segrete, alcune delle quali dedite al culto dei morti. Diffuso e di grande valore per la vita del gruppo familiare e' il ricordo degli antenati, come coloro che hanno lasciato alle nuove generazioni la scienza del vivere e insieme, dall'oltretomba possono difendere dagli spiriti del male.
Gia', la credenza negli spiriti del male determina in tutti il senso di una grande paura che spiega la diffusione di pratiche magiche.
Anche per questo la religione cattolica fatica ad essere annunciata.
Malgrado le aree fertili raggiungano il 21 per cento dell'intero territorio, solo l'1 per cento di esso e' coltivato. L'agricoltura, primitiva, e' rivolta soprattutto a far fronte ai bisogni alimentari locali. I principali prodotti sono: sorgo, miglio, mais, manioca, patate dolci, banane, arachidi, sesamo, riso. Alla donna sono affidati tutti i lavori nei campi, salvo il dissodamento; l'allevamento per ragioni climatico-ambientali, e' limitato alla capra e al maiale.
Le mandrie di bovini si trovano, infatti, in poche zone di montagna. Tracce di vita vissuta del popolo congolese ci sono gia' state descritte da padre Giovanni. Il missionario saveriano, al di la' delle pur necessarie conoscenze antropologiche, sociologiche e storiche, opera in un contesto molto reale che e' quello di gente di basso livello di scolarizzazione anche se in una cultura ancestrale suggestiva e ricca di valori antropologici e sociali.
Se con le persone umili e' facile l'intesa, con i capi e i capetti, per di piu' poco istruiti, diventa complicata e, in qualche caso, persino pericolosa, la piu' banale comunicazione. Il Congo che conosce padre Didone' (la provincia del Kivu) non e' quellacartolina oleografica e rassicurante in cui campeggia la bonaria figura del missionario in veste bianca e casco coloniale, attorniato da un nugolo di festanti bambini dalla pelle lucida e nerissima con occhi dolci e penetranti. Il Congo di padre Didone' e' un Paese in cui covano risentimenti tribali e in cui la pelle bianca e' sinonimo di oppressione.
Uno dei tanti problemi che affronta il missionario saveriano e' quasi irrisolvibile: si tratta di far superare i desideri di vendetta tra clan indigeni e, nel contempo, far cadere i giudizi negativi dei congolesi nei confronti dei bianchi.
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