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DICIOTTO MISSIONARI MARTIRI DEL PIME
tratto dal libro a cura di Maria Grazia Zambon
pubblicato dalla EMI nel 1994


GIOVANNI MAZZUCCONI
(1 marzo 1826 - settembre 1855)

Estate 1845: un piccolo gruppo di seminaristi organizza una gita in calesse alla Certosa di Pavia. Tra questi c'e' Giovanni Mazzucconi e il suo amico Carlo Salerio. Vi si fermano alcuni giorni e, oltre ad ammirare l'arte di questo splendido luogo di preghiera e riposarsi nella quiete, hanno occasione di incontrare e di poter parlare a lungo con il priore p. Suprier che si e' fatto certosino, dopo essere stato missionario in India. Egli rivela a questi giovani il suo desiderio di veder nascere in Italia un seminario per le missioni estere. Racconta loro della sua vita in India, l'esperienza fatta e le persone incontrate, il bene compiuto e ricevuto. I seminaristi ne rimangono ammirati e affascinati. Giovanni e Carlo in maniera particolare. Cosi' che, rientrati nel loro seminario di S.Pietro Martire a Monza, iniziano un'intensa corrispondenza con il priore.
«Come mai in Italia non c'e' ancora un istituto che prepari i sacerdoti desiderosi di andare in missione?», si domanda p. Suprier e le sue parole rimbalzano nel cuore di quei giovani, che si sentono interrogati personalmente. Giovanni comincia a coltivare dentro di se' questo sogno e per "portarsi avanti" si mette a studiare le lingue straniere: all'inglese, che gia' studia da tempo, aggiunge il francese e il tedesco. Pero' non parla ai compagni della sua vocazione missionaria, per non correre il rischio di essere frainteso. Si confida, invece, con il suo direttore spirituale, dal quale riceve una risposta secca: «Sei matto? Le tue Indie sono qui!». Un colpo duro, eppure non si scoraggia. Anzi, dopo aver trascorso dieci giorni di esercizi spirituali, nel 1846, con il p. Suprier, rafforza la sua decisione. Deve comunque attendere non solo di diventare sacerdote, ma addirittura che nasca, nella diocesi di Milano, il primo istituto missionario italiano. Ma anche questo non e' un sogno irrealizzabile. Infatti Angelo Ramazzotti, giovane laureato in legge che ha lasciata l'avvocatura per diventare sacerdote negli Oblati di Rho, da tempo coltiva un vivace e coinvolto interesse per la missione.
Nel novembre 1847 giunge a Milano, da Roma, mons. Luquet, delegato apostolico in Svizzera, con l'incarico di comunicare ai vescovi della Lombardia il desiderio di papa Pio IX che nasca, proprio a Milano, un istituto missionario. L'appoggio e la benevolenza del Papa permette a Ramazzotti, che nel frattempo e' stato nominato superiore degli oblati, di vincere ogni esitazione e di impegnarsi personalmente nella realizzazione di questo progetto. Come primo superiore e direttore viene scelto mons. Giuseppe Marinoni, chiamato a sostituire Ramazzotti che, nel frattempo, e' stato nominato vescovo di Pavia.
Il 25 maggio 1850 Giovanni viene ordinato sacerdote. Due mesi dopo riceve una lettera di mons. Ramazzotti che lo invita a partecipare all'inaugurazione del nuovo "Seminario missionario", che avra' come sede la casa ereditata dal padre, che si terra' a Saronno il 31 luglio. Da quel giorno, Giovanni Mazzucconi, Carlo Salerio, altri tre sacerdoti e due catechisti, insieme al rettore e al fondatore mons. Ramazzotti, iniziano questa nuova "avventura".
Insieme vengono redatte le regole o "costituzioni" dell'Istituto nascente. Insieme si preparano alla partenza, attraverso la preghiera, lo studio e le attivita' caritative, allenandosi allo spirito missionario di sobrieta' e sacrifico. Insieme, da subito, sognano di andare in Oceania. Sanno che questo immenso continente, disperso sull'infinita superficie dell'oceano Pacifico, rappresentano una missione vergine e difficile. E questo diventa il criterio decisivo per la scelta: «L'istituto - e' infatti scritto nelle "Regole" del 1886 - fin dall'inizio miro' ad avere missioni proprie, e tra le popolazioni piu'derelitte e piu'barbare». Sono al corrente, inoltre, che i Maristi hanno chiesto a Propaganda Fide di abbandonare la missione della Melanesia-Micronesia, per le difficolta' incontrate e perche' gia' impegnati in altre parti dell'oceano Pacifico.
Per loro il sogno si identifica con quel luogo, tanto che, quando sembra che il Papa proponga loro altre destinazioni, quali Ceylon (l'attuale Sri Lanka) o l'isola greca di Corfù, pur nella piena disponibilita' ad obbedire, Salerio scrive: «Il nostro cuore viene ancora vivamente amareggiato ogniqualvolta pare che si voglia allontanare dall'Oceania la povera opera del nostro ministero. Chi ci ha posta in cuore tanta affezione per quei popoli, che nessuno di noi finora ha conosciuto, affezione che tanto piu'cresce quanto e' maggiore il timore che venga ancora differita per quelle nazioni la luce del Vangelo, diffusavi dall'Altissimo per opera dei suoi servi inutili?».
Il 2 dicembre 1851, dopo mesi di sofferta attesa, giunge a Milano, dove nel frattempo si e' trasferito il Seminario per le Missioni Estere, la lettera del cardinale Fransoni, di Propaganda Fide, che comunica l'assegnazione ufficiale del campo di missione: la Melanesia - Micronesia!
Tre mesi e mezzo piu'tardi, il 16 marzo 1852, l'arcivescovo di Milano consegna il crocifisso ai padri Paolo Reina, "capo della spedizione", Giovanni Mazzucconi, Carlo Salerio, Timoleone Raimondi, Angelo Ambrosoli e ai "fratelli catechisti" Giuseppe Corti e Luigi Tacchini. A mezzogiorno del Sabato Santo dello stesso anno salpano da Londra. Un bastimento a vela su cui Mazzucconi e i suoi compagni rimangono tre mesi e mezzo prima di approdare a Sydney, in Australia.
Il mattino del 25 luglio, sono in vista le coste dell'Australia e il giorno seguente gettano l'ancora nel porto di Sydney. Ma il viaggio dei sette missionari non e' ancora finito. Due mesi nella procura dei Maristi, durante i quali studiano la lingua e i costumi degli abitanti delle isole a cui sono destinati, poi salpano nuovamente verso Woodlark e Rook.
Sulla goletta francese Jeune Lucie i pensieri si accavallano e gli stati d'animo si intrecciano. Ai sette giovani missionari sembra di sognare a occhi aperti. Ed ecco apparire, sulla linea dell'orizzonte, il profilo delle isole che, via via, si fa piu'distinto. Scogliere a picco sul mare si alternano a spiagge di finissima sabbia e piu'in la' un'interminabile fila di cocchi piumati, di mangrovie, di bougainvillee e di orchidee. Un fitto intreccio di vegetali chiude il passaggio verso l'interno montuoso, coperto di foresta. Un vero "paradiso terrestre".
A Woodlark la comitiva si divide: i pp. Salerio e Raimondi, con un catechista, rimangono nell'isola, mentre i pp. Reina e Ambrosoli, con l'altro catechista, Mazzucconi e un padre Marista che li accompagna, fanno rotta verso l'isola di Rook, dove giungono il 28 ottobre 1852. E' qui che vivra' per due anni e mezzo p. Giovanni.
Mentre a Woodlark i missionari trovano gia' alcune case, a Rook c'e' solo un capannone costruito dai maristi l'anno della loro permanenza sull'isola (1847-48). Esso e' separato internamente da pareti di cortecce d'albero e un graticcio orizzontale divide il capanno in due piani: sotto l'abitazione e sopra il magazzino; il tetto e' coperto da tegole.
Mazzucconi pero', nelle sue lettere, non si lamenta mai delle condizioni materiali di vita. L'abitudine alla mortificazione gli rende piu'facile accettare una situazione che, per noi, sarebbe quasi insopportabile: l'isolamento totale che dura un anno e anche piu'(solo una volta l'anno giunge da Sydney una nave noleggiata apposta dalla missione per portare la posta e qualche rifornimento di cibo e medicine), il clima costantemente umido e caldo, zanzare e insetti a profusione, il cibo poverissimo a base di radici di taro, da cui si ricava una farina simile alla mandioca.
Contrariamente a quanto fanno i missionari di Woodlark, quelli di Rook scelgono la via dell'evangelizzazione indiretta: «Per adesso - scrive Mazzucconi - la missione bisogna farla con lo stare sempre con la gente locale e impararne la lingua e poi, quando il Signore vorra', gli parleremo di Lui». E i missionari, intanto, fanno di tutto per aiutare gli isolani a migliorare le loro condizioni di vita: insegnano a fare la calce e i mattoni, a lavorare il ferro e a usare la ruota, introducono nuove colture con sementi portate dall'Australia (mais, aranci, pomodori, carote, patate e viti), ma non riescono a convincere gli indigeni ad adottare un'agricoltura piu'evoluta ne' a coltivare con un minimo di razionalita'. Cosi' come sono inutili gli sforzi di insegnare loro a cucire, a purificare l'acqua stagnante, ad applicare i principi base dell'igiene. Il rispetto della tradizione e' assoluto, come il rifiuto di ogni novita'. Gli abitanti disprezzano i missionari e non capiscono il motivo per cui sono venuti nell'isola.
Inoltre, estenuati da fatiche e disagi, questi giovani missionari sono continuamente tormentati da febbri e malattie, che peggiorano per la mancanza di medicine e di nutrimento adeguato. Mazzucconi e' colpito dalla malaria fin dall'inizio. Si indebolisce a vista d'occhio anche per la scarsezza di cibo.
Nel gennaio del 1855, i cinque missionari si trovano in una situazione disastrosa. Almeno due, il catechista Corti e lo stesso Mazzucconi, sono quasi in fin di vita: il corpo si e' gonfiato all'inverosimile e la pelle comincia a spaccarsi e a coprirsi di piaghe con dolori indicibili. I denti diventano neri e gli eccessi di febbre e di delirio si succedono senza tregua: «P. Reina - scrive Giovanni - comincio' a farmi certe interrogazioni... e io feci testamento». Non ha ancora ventinove anni.
Il 20 gennaio 1855 ecco giungere la nave attesissima, con tre mesi di ritardo e il superiore Reina ordina a Mazzucconi di lasciare l'isola per recarsi in Australia a ristabilirsi. Ma il capitano della nave, che deve fare numerosi scali commerciali, e' indeciso se caricare a bordo "quel cadavere ambulante". Si rifiuta decisamente di imbarcare il catechista, incapace di stare in piedi. A Sydney la sua salute migliora di giorno in giorno e non vede l'ora di ritornare dai suoi confratelli con i rifornimenti. Cosi', il 18 agosto 1855, salpa dal porto di Sydney sulla piccola nave "Gazelle". Non sa che il catechista Corti nel frattempo e' morto e che da Roma e' arrivata la notizia che nessun altro missionario italiano li avrebbe raggiunti, per non mettere a repentaglio altre vite. Ma soprattutto non puo' sapere che i suoi compagni, vista la situazione cosi' disperata, hanno deciso di lasciare, almeno momentaneamente, le isole e si sono messi in viaggio gia' da quaranta giorni. Sbarcheranno in Australia qualche giorno dopo la sua partenza.
Nella prima quindicina di settembre la Gazelle entra nella baia di Woodlark e gli indigeni accorrono numerosi sulla spiaggia. Ma il capitano, poco pratico di quel mare, fa incagliare la nave sulla barriera corallina. Dalla spiaggia, allora, parte una canoa con a bordo quattro uomini, tra i quali Puarer, un amico di p. Giovanni (quello che in seguito raccontera' lo sviluppo degli avvenimenti), che lo informa della partenza dei suoi confratelli. Ma intanto, a riva, gli indigeni decidono di approfittare della situazione per sfogare il loro odio, covato a lungo, verso i missionari. Numerose canoe si staccano dalla spiaggia e si dirigono verso la nave, circondandola. Due indigeni balzano sulla "Gazelle" e uno di essi, Aviocar, si dirige deciso verso il missionario, con la mano tesa in segno di saluto, ma improvvisamente estrae una scure da sotto il perizoma e con essa lo colpisce violentemente sul capo. E' l'inizio del massacro. Dopo di lui tutti i marinai vengono trucidati e i loro cadaveri gettati in mare.
Quando, parecchi mesi dopo, p. Raimondi puo' finalmente tornare a Woodlark alla ricerca del confratello trova solo lo scafo riverso della "Gazelle", abbandonato sugli scogli.
Il 19 febbraio 1984, il martire Giovanni Mazzucconi, a 129 anni dalla sua morte, viene proclamato Beato da papa Giovanni Paolo II, in San Pietro a Roma.

BEATO ALBERICO CRESCITELLI
(30 giugno 1863 - 21 luglio 1900)

E' il 17 agosto del 1888 e un'altra, interminabile giornata volge al termine. Per i tiratori della barca e' stata faticosa, ma anche per padre Alberico Crescitelli e il suo confratello padre Vincenzo Colli. E' ormai dal 30 maggio che il barcone sta risalendo, lentamente, il fiume Han, che da Hankou porta a Xiaozhai, meta finale dei due missionari.
Padre Alberico si e' ormai ritirato nell'angusto alloggio dei viaggiatori, una casetta con il tetto di stuoie e con le pareti di assi cosi' mal connesse, che lasciano libero passaggio al vento, alla pioggia, all'afa soffocante, al fetore, al fumo acre e accecante che penetra dalla cucina adiacente.
Da poppa provengono le voci sommesse dei tiratori cinesi che, stanchi per il duro lavoro della giornata, fumano oppio o tabacco, giocando a carte. Avvolto nella sudicia coperta, accanto a padre Vincenzo che, coricatosi alla cinese, gli da' i piedi in faccia, padre Crescitelli e' sfinito. Dopo 132 giorni di nave da Marsiglia a Shanghai, anche questo viaggio estenuante... Quanto dista ancora la missione? Non riesce a prender sonno. Ripensa alla fatica affrontata da quei lavoratori cinesi: «Il Signore anche oggi ci ha assistito. Non abbiamo avuto disgrazie. Eppure mi domando come abbia potuto resistere la barca all'urto di tanti scogli. La corrente, in alcuni punti, era cosi' forte che ci volevano una cinquantina di uomini per tirarla con fatica». Gia' da tempo hanno abbandonato il paesaggio monotono delle vaste pianure, interrotte solo da rari salici e da poche, misere abitazioni. La', ai tiratori, bastava trainare lentamente la barca per mezzo di funi di bambù, cadenzando il passo, l'uno dietro l'altro lungo le sponde del fiume. Anche le colline incolte hanno lasciato il posto alle scoscese montagne. Il corso del fiume si e' fatto sempre piu'impervio. I trascinatori hanno dovuto fare sforzi sovrumani per vincere la corrente e il timoniere ha dovuto usare molta prudenza e abilita' per impedire che lo scafo andasse a fracassarsi contro le rocce che sporgono all'improvviso tra lo spumeggiare delle acque. E oggi, piu'di una volta, i passeggeri hanno dovuto scendere dalla barca per costeggiare a piedi il fiume, nei punti piu'pericolosi.
La sua mente si lascia prendere dai ricordi, per un attimo riesce a dimenticare i disagi del viaggio e corre ai verdi colli dell'Irpinia, che ha percorso in lungo e in largo accudendo i poderi di suo padre. Infatti ancora ragazzino, appena finite le elementari, suo papa', farmacista di Altavilla, in provincia di Avellino, ha scelto lui tra i dieci figli per sorvegliare i lavoratori nei suoi poderi. E' il piu'forte e il piu'scaltro.
Per anni si dedica volentieri a questo lavoro, ma nel 1878, all'eta' di quindici anni, decide di riprendere gli studi. Gia' da qualche tempo ruba un po' di ore al gioco e scappa nella biblioteca del canonico Raffaele Crescitelli per leggere avidamente libri di storia, ascesi, liturgia, fino a far diventare la lettura il suo "hobby" preferito.
Ricorda ancora, come se fosse ieri, la partenza di suo fratello Luigi per il servizio militare. Alberico e' stato dichiarato inabile e discute con la mamma di questo "privilegio". Cosi' un discorso tira l'altro e, finalmente, ha il coraggio di confidarle il desiderio che coltiva da due anni: poter diventare missionario.
I ricordi vagano lungo gli anni di seminario. Ricorda quel lontano 8 novembre del 1880, che ha segnato il suo ingresso nel Pontificio Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo di Roma. E la fatica, la passione nello studiare latino, filosofia, teologia, alternate alla gioia delle vacanze al suo paese d'origine. Ma non puo' dimenticare anche la triste estate del 1883, quando suo padre e sua sorella Rosina, rimasero sepolti tra le macerie di Casamicciola, durante un violento terremoto. Ne' l'epidemia di colera scoppiata nel 1887 in Campania, subito dopo la sua ordinazione sacerdotale. Gia' destinato in Cina, tornato a casa per quell'ultima vacanza, deve rimandare la partenza. Per quattro lunghi ed estenuanti mesi si dedica all'assistenza e alla cura dei colerosi del suo paese. E ancora una volta, i suoi ricordi sono invasi dalla morte che ha gia' conosciuta sul volto di tanti amici.
Le grida dei cinesi lo richiamano dal suo malinconico dormiveglia. Il treccino del confratello gli solletica i piedi. Per farsi cinesi tra i cinesi, i due missionari si sono adeguati pure nell'abbigliamento. Cosi', prima di salire sul barcone, si sono lasciati trasformare dalle forbici del barbiere e dalle cure del sarto. Padre Alberico ride tra se'. Lui, che fin da bambino ha avuto problemi di calvizie, ora, a venticinque anni, si ritrova rasato a zero, con un ciuffo in mezzo alla nuca, intrecciato alla rinfusa, corto e ridicolo. Per ovviare all'inconveniente e' costretto a portare un cappellino aderente, provvisto di una treccina posticcia. E che dire del vestito lungo fino ai piedi, dalle maniche larghissime? Ripensa alla foto che ha spedito a suo fratello Luigi: «Quasi irriconoscibile, agghindato in questo modo, eppure sono proprio io!».
Lasciandosi cullare da questi pensieri, prende sonno. Questa volta pero', a svegliarlo, sono voci italiane, frammiste alle urla della folla radunatasi sulla sponda del fiume. E' il 18 agosto 1888. Il sole e' gia' alto. Finalmente, dopo 81 giorni di navigazione sul Han, i padri Crescitelli e Colli sono arrivati a Xiaozhai, cittadina di antica cristianita', dove ad aspettarli ci sono i confratelli, gia' sul posto da tre anni.
Una decina di giorni per riposarsi dall'estenuante viaggio e poi i due missionari si trasferiscono a Hanzhong, sede del vicariato apostolico dello Shaanxi meridionale, per sottoporsi «alla tortura intellettuale dello studio del cinese». Dopo solo nove mesi di tirocinio, viene affidato a padre Alberico il distretto di Sijiaying, che si estende tra le vallate e le colline che circondano il fiume Han: mille cristiani sparsi in sette villaggi. Molto attivo nella cura dei cristiani e la formazione dei catecumeni, percorre in lungo e in largo il territorio a lui assegnato. Viaggia tra i monti scoscesi e le pianure melmose, tutte coperte di risaie. Cavalca a fatica, a causa di una sua malattia congenita, si arrampica per sentieri impervi, e' costretto, suo malgrado, a salire in portantina. Il continuo viaggiare lo obbliga ad accettare di frequente alloggi di fortuna anche presso i "pagani", perche' i cristiani che vivono sui monti sono poverissimi. Una camera di paglia, una stanza "affumicata", un retrobottega umido e oscuro, un ospizio freddo e malsicuro... Prova a dormire e a celebrare messa ovunque.
Ma se il suo spirito di adattamento e' davvero ammirevole, sofferenze d'altro genere lo tormentano. Tra le prove a cui e' sottoposto, forse la piu'dura e' quella causata dall'inefficacia apparente delle sue fatiche: «I cinesi si dimostrano indifferenti, se non addirittura ostili». Tuttavia scrive a suo fratello: «Chi e' felice su questa terra? Tu spesso ti sei creduto assai infelice, eppure quanti piu'infelici di te! Io pure sono un uomo soggetto a tante miserie. Ho anche momenti di tedio, di abbattimento, di disillusione, di tentazione, di pericoli forse ignorati e di prova. Chi sulla terra puo' sottrarsene? Eppure finora io mi credo meno infelice della generalita' degli uomini: in qualunque paese si vive, la provvidenza proporziona i patimenti alle nostre forze, per poterli sopportare e si sta meglio quando si sta dove Dio ci vuole. Attualmente sto benissimo». E cosi' fa catechesi, difende i deboli, che assiste e aiuta, insegna agricoltura, compra appezzamenti di terreno per dare una fonte di sostentamento ai poveri e ai vagabondi. Cio' nonostante, non sempre e' accolto con entusiasmo, o almeno rispettosamente. Il suo ottimismo, infatti, e' davvero sconcertante, benche' in tutta la Cina ci sia in atto una sottile forma di persecuzione contro i cristiani e i missionari stranieri, considerati pedine assoldate dalle grandi potenze e complici della loro politica di penetrazione nel Celeste Impero.
Anche in Italia cominciano a giungere notizie allarmanti di disordini e persecuzioni, ma padre Alberico, nel 1896, scrive a sua madre preoccupata: «Cosa temete? Sono nelle mani di Dio... Dunque si faccia la sua volonta' e basta... Purche' il Signore mi dia la forza, qualunque cosa avvenga e' il meglio per me». E ancora: «Non ti impensierire per me, se senti che nelle altre province della Cina sono avvenute delle stragi, se pensi a cio' che altre volte ti ho scritto, ti persuaderai che qui non c'e' nulla da temere, a meno che non capitino circostanze del tutto impreviste. I cristiani, ad eccezione di altri vicariati, sono uniti e i pagani ci temono e ci rispettano, ne' osano farci ingiuria alcuna. Di piu'l'indole del popolo e' pacifica e in generale pagani e cristiani vanno d'accordo. Riguardo ai mandarini, per quanto in cuore ci vogliano male, devono sapere che, se hanno delle segrete istruzioni per ostacolarci, la corte imperiale non vuole certo si arrivi a persecuzioni che mettano il governo in imbarazzo. Per se stessi, poi, sono interessati a mantenere l'ordine, perche' essendo i cristiani in numero considerevole e uniti, andarli a stuzzicare sarebbe pericoloso per il mandarino che rischierebbe di perdere il posto. Qui e' pur noto che anche sotto le piu'fiere persecuzioni, il mandarino di qui mitigo' in pratica gli editti imperiali. Di veri massacri qui in Shangyuanguan, da che vi sono cristiani, non ve ne sono mai stati. Solo si sa che un prete cinese mori' martire, ma per mano del mandarino, quando la persecuzione infieriva. Nello stesso tempo molti furono bastonati, esiliati, ma nessuno fu mai torturato».
Intanto, pero', schiacciato il movimento riformatore nel 1898, la lotta anti-straniera esplode apertamente e prendono sempre piu'piede varie societa' segrete nazionaliste, tra cui la Societa' dei Boxer, all'inizio tacitamente sostenuta e appoggiata da alcuni esponenti del governo, poi ufficialmente incoraggiata dall'imperatrice stessa. Cosi', proprio quando queste due forze si coalizzano, i massacri e gli attacchi si sviluppano a macchia d'olio, soprattutto nello Shaanxi, dove dal dicembre 1889 era stato posto come governatore Yu Xian, acerrimo nemico degli stranieri e protettore dei Boxer. Essi creano centri di addestramento, distruggono tratti della ferrovia e abbattono i pali del telegrafo, simboli dell'ingerenza straniera. Si accaniscono, in particolare, contro i cristiani che, denigrati e oltraggiati, perdono sempre piu'diritti sociali e umani.
E' proprio in questo contesto che padre Alberico, nel 1900, viene trasferito in un nuovo distretto, Ningqiang. Un posto selvaggio, tra i monti solcati da torrenti e strette valli, dove la maggior parte della popolazione e' costituita da discendenti di condannati ai lavori forzati e all'esilio a causa dei delitti commessi. Un luogo, quindi, che lontano dalla sorveglianza del governo e di difficile accesso, favorisce il pullulare di societa' segrete, ostili a qualunque forma di autorita' legale. Per di piu'questa zona, quando vi giunge padre Crescitelli, e' devastata anche da una terribile carestia.
Padre Alberico conosce bene quello a cui sta andando incontro, ma e' pronto a tutto: «Chissa' come andra' in quel lontano distretto; comunque sia, la vita e la morte stanno nelle mani di Dio: non cade foglia che Dio non voglia... State di buon animo e non vi prendete pensiero per me. Io sono nelle mani di Dio e sono contento. C'e' il mio angelo custode che ha cura di me... Mi aspetta un lavoro enorme, meglio cosi', piuttosto che soffrire di noia per disoccupazione!».
E cosi' si rimette in viaggio attraverso un territorio sconosciuto. Durante il tragitto viene subito a contatto con la realta' dolorosa di cui ha tanto sentito parlare. Lungo la strada e' tutto un succedersi di rovine: case diroccate e con i tetti scoperchiati per venderne le tegole; immondizie abbandonate un po' ovunque, dalle quali sbucano bambini macilenti, dagli occhi lividi e infossati, donne che tra i rifiuti, come "cadaveri ambulanti", sono alla ricerca di qualcosa da vendere o da mangiare. Non c'e' nulla per sfamarsi e molti sono costretti a macinare la corteccia degli alberi per mangiarla impastata con radici di erbe e cotta. Secondo le leggi imperiali, i granai pubblici avrebbero dovuto garantire il sostentamento della popolazione in periodo di carestia, ma le milizie irregolari li hanno gia' saccheggiati. Molti granai delle province vicine sono ancora intatti, ma nessuno si preoccupa del trasporto. Fortunatamente l'autorita' locale, che ha chiesto a Pechino il condono delle tasse e aiuti alimentari, riesce a ottenere che i soldati imperiali portino riso nella zona.
Ma ai cristiani viene negato ogni aiuto. Secondo Teng, un prepotente che spadroneggia nella zona, arricchitosi con l'usura e ostile al cristianesimo, essi hanno tradito la Cina, non sono piu'cinesi, ma "diavoli stranieri" che seguono le dottrine occidentali. Non hanno più, quindi, alcun diritto da rivendicare nella societa' cinese. Padre Crescitelli si oppone con tutte le forze a questi soprusi. Ricorre al mandarino della citta', che gli da' ragione, scatenando pero' sullo straniero l'odio e il desiderio di vendetta dei maggiorenti.
La situazione si fa sempre piu'critica e cominciano a circolare voci vaghe e inquietanti. Si trama la sua morte. Ma padre Alberico sembra non accorgersi di nulla. Anzi, soddisfatto per aver ottenuto il sussidio anche per i cristiani, benche' ridotto della meta' e corrisposto in grano anziche' in riso, il 10 luglio 1900 scrive al vicario apostolico: «A Yanzibian regna una pace giammai vista e i litigi sono finiti come per incanto». Una strana calma prima dell'uragano.
Mentre intorno a padre Crescitelli avviene tutto questo, il 5 luglio viene emanato a Pechino un decreto imperiale con cui si stabilisce la pena di morte per i cristiani che non rinunciano alla loro religione e il rinvio in patria per tutti i missionari stranieri. Il vicere' dello Shaanxi non pubblica il decreto, ma ai nemici del padre, che ne giungono ugualmente a conoscenza, non sembra vero di potersi sbarazzare del missionario con l'approvazione dell'imperatrice e con la connivenza del mandarino di Ningaiang decidono di ucciderlo.
I catecumeni pero', avvertito il pericolo, si affrettano ad avvisarlo perche' si allontani dalla zona, ma a lui sembra indecoroso e ingiusto abbandonare i suoi cristiani proprio nel momento di maggiore difficolta' e si trattiene a Tsinkanping, a solo mezzo chilometro, circa, da Yanzibian. Il 20 luglio la guardia territoriale di Talanhuo saccheggia la casa del catechista e padre Alberico, accorgendosi che la sua presenza e' causa d'una violenza ancora maggiore, decide a malincuore di lasciare la missione per mettersi sotto la protezione delle autorita' mandarinali. Triste e amareggiato, raccoglie i suoi pochi averi in due ceste e a cavallo, accompagnato dal suo catechista e da alcuni cristiani, si avvia verso la campagna.
Ma e' troppo tardi. Sta scendendo la sera e inaspettatamente si vede venir incontro il doganiere Jao che, con insistenza, lo invita a pernottare presso di lui perche', dice, le strade sono insicure mentre alla dogana non c'e' nulla da temere. Il missionario finisce per accettare. Piu'tardi pero', assalito da tristi presentimenti e sollecitato piu'che mai dalle preghiere dei suoi compagni, che hanno compreso il tranello, cerca di rimettersi in viaggio. «Sulla via ci sono centinaia di armati che ti aspettano, questo e' l'unico luogo sicuro», ribadisce il doganiere, convincendolo definitivamente a restare.
Si e' fatto buio, ormai, quando, nel profondo silenzio della notte, risuonano tre colpi di mortaio. E' il segnale convenuto: numerose persone si accalcano alla porta del doganiere per prelevare il "diavolo europeo". Il doganiere, ipocritamente addolorato, si avvicina al missionario: «Vedi quanta gente si e' radunata contro di te? Mi e' impossibile difenderti, l'unica via di scampo, se ti riesce, e' quella porta di servizio che da' sul monte», e lo spinge fuori di casa. Ma dove scappare? La parete della montagna, a ridosso della casa, e' troppo impervia. Padre Alberico sa di non avere scampo. Si inginocchia e prega.
Ormai la folla in tumulto gli e' addosso: «Perch&Mac226; fate cosi'? - domanda padre Crescitelli ai suoi assalitori. - Che male vi ho fatto? Se avete qualche cosa contro di me, qualche accusa da farmi, parlate, conducetemi dall'autorita'». Per tutta risposta un terribile fendente per poco non gli stacca il braccio sinistro e un altro, diretto alla testa, lo ferisce al naso e alle labbra. Stordito dai colpi di bastone e dalle ferite, viene dapprima trascinato, poi, data la robusta corporatura, obbligano un catecumeno a caricarselo sulle spalle. Infine, dopo averlo legato mani e piedi e sospeso a un tronco, lo trasportano come una bestia da macello.
Deposto al centro del mercato di Yanzibian, padre Alberico vi rimane in balia della folla inferocita, che lo sottopone a innumerevoli sevizie. Cosi' passa la notte, alternando momenti di delirio a momenti di lucidita', durante i quali prega per i suoi aguzzini, che intanto ingannano il tempo ubriacandosi e giocando.
Si fa mattino e il sole e' gia' alto quando gli assassini decidono di mettere fine alle torture. Ma mentre discutono come ammazzare il missionario, arriva un mandarino militare, avvisato la sera precedente dai catecumeni. Ha con se' venti soldati, ma subito si accorge che, di fronte alla folla esaltata, non sono sufficienti per riportare l'ordine e aiutare il padre. Si limita, percio', a esortarli perche' non lo uccidano, e intanto cerca un mezzo per trasportare padre Alberico da un medico. Ma mentre il funzionario, con i suoi soldati, e' in cerca di una barella, il padre viene trascinato con una corda fin sulla riva del fiume, che scorre presso il mercato e li' decapitato, tagliato a pezzi e gettato nella corrente.
E' appena passato il mezzogiorno del 21 luglio 1900. Padre Alberico Crescitelli ha 37 anni. Come lui, durante la rivoluzione dei Boxer, sono stati uccisi, in Cina, migliaia di cristiani. Il 18 febbraio 1951, a Roma, papa Pio XII lo dichiara Beato.

PADRE CESARE MENCATTINI
(7 maggio 1910 - 12 luglio 1941)

17 settembre 1927: il campanello del seminario del Pime ad Agazzi, in provincia di Arezzo, trilla forte e a lungo. Sbirciando dalla finestra, il rettore scorge, immobile davanti al portone, un ragazzo con due occhi scintillanti e il volto deciso: «Mi prendete? Voglio farmi missionario!».
Viene da Bibbiena, ha diciassette anni e si chiama Cesare Mencattini. Da cinque anni ha lasciato la sua casa, per recarsi prima nel seminario di Arezzo e poi, a causa della salute delicata, in quello di Cortona, dove ha compiuto gli studi ginnasiali con risultati brillanti.
Ora, pero', il desiderio di diventare un buon sacerdote diocesano non gli basta più: l'idea della missione si fa sempre piu'forte, tanto da diventare il suo pensiero fisso.Ma la strada e' ancora lunga, anche se l'entusiasmo non manca.
Gli piace studiare e studia con impegno, ma quando puo' non esita a passare qualche giorno nelle vicinanze della foresta di Camaldoli, immerso nel silenzio e nella natura, che lo incanta e lo corrobora, rinvigorendolo dopo i lunghi mesi trascorsi sui libri.
La sua anima e' rapita dalle meraviglie del creato: in un'escursione, dopo una notte trascorsa con i compagni a contare le stelle, vede la cima di Pratomagno, sormontata dal gigantesco crocione: «Quella vista - scrivera' anni dopo - ci infuse gran desiderio di umiliare sotto i nostri piedi quella cima superba, camminammo sulla giogaia della catena montuosa che separa il Valdarno dal Casentino: poco prima delle nove percorrevamo quelle belle praterie che assomigliavano a tappeti di velluto... Ah, i bei panorami di quella vallata!».
E il suo spirito si eleva a Dio salendo la Verna: «Passammo per l'Abetone e per lo scoglio di Frate Lupo; dalla terrazza della Penna non ci si stanca mai di ammirare quell'incantevole Valle Santa! Io ci sarei rimasto delle ore in contemplazione... I vasti orizzonti invitano l'anima ad allargarsi, suggeriscono cose grandi e ci si sente arditi... Lassù, da quella cima ben poteva San Francesco intonare il Cantico delle creature...».
Terminata la teologia, nel seminario del Pime di Monza, si prepara al presbiterato: «Non pensiamo di essere in credito davanti a Dio facendoci missionari! Siamo sempre noi debitori a Lui, per questa grazia che, quaggiù, non arriveremo mai a capire!». E, inviando gli auguri per le feste natalizie al fratello minore Pasquale, seminarista a Cortona, scrive: «Presto saremo sacerdoti, e proprio per il Mistero che in questa solennita' si celebra! La nostra vita sacerdotale sara' un continuo inno di "Gloria a Dio" e un perenne messaggio di "Pace agli uomini"... Per quanto grandi tu ti immagini i sacrifici della nostra vocazione, pure non arriverai mai a fartene un'idea! Bisogna essere disposti a tutto...».
La sua grande ambizione e' quella di mettere in pratica l'esempio di Cristo, ma e' consapevole della sua debolezza e capisce che, per essere pronto ad affrontare tanta sofferenza, ha bisogno di essere ben allenato e per "allenamento" si sottopone persino a un'operazione chirurgica... senza anestesia.
Il 22 settembre 1934 don Cesare viene ordinato sacerdote. Durante i brevi ritorni in famiglia, fa gia' il missionario, predicando ritiri spirituali, visitando i malati nell'ospedale di Bibbiena e tenendo incontri missionari nel Casentino.
Il 9 agosto 1935, all'ora suggestiva del tramonto, nella penombra della cappella dell'Istituto, il Superiore Generale saluta i nuovi missionari con le parole rivolte da Gesu'agli apostoli: «Io vi mando come agnelli tra i lupi...» e mostra le difficolta' della loro scelta, senza nascondere timori e speranze.
Dodici anni di formazione, una vocazione lungamente curata e ora sono vicini a realizzare il loro sogno. «Secondo le mie previsioni - scrive p. Cesare - andro' in Cina, perche' ad essa verra' destinato il grosso della spedizione di quest'anno. Cosi' sarebbero appagati proprio i miei desideri e avrei il campo che in questi tempi ci da' la speranza di coronare la nostra vita con la palma dei Martiri». Questo il pensiero che accompagna p. Mencattini e i suoi compagni, mentre, alla stazione di Milano, vedono il gruppo dei parenti e degli amici fermi sulla banchina rimpicciolire sempre più, rapiti dalla distanza che il treno in corsa rende infinita. Allora si partiva cosi': un nodo in gola e un "mai più, se non in cielo" conficcato negli sguardi.
Dopo un lungo viaggio per nave, il 10 settembre 1935 p. Cesare giunge in Cina, a Shanghai: «Sono tanto contento di essere arrivato qui e di aver dato cosi' a Dio una prova che veramente lo amo, avendogli fatto il sacrificio delle persone e delle cose piu'care... Sono nella mia patria d'adozione; ringrazio il Signore che mi ha condotto tra i cinesi; ora si tratta di acclimatarsi e morire al proprio modo di vivere, per adottarne uno nuovo».
E non e' facile. Gia' durante i nove mesi di studio della lingua, a Kaifeng, presso la Casa Regionale del Pime, ha piu'volte occasione di rendersi conto delle difficolta' che i missionari devono affrontare: «Vi sono popolazioni immense, in regioni estese per centinaia di chilometri di desolazione e miseria. Noi missionari non potremmo arrivare a tutto, neppure se avessimo le ali. Siamo costretti a fare ben poco in proporzione al lavoro immenso che c'e' da compiere. Gli abitanti di queste zone sono ridotti alla piu'estrema indigenza dopo il passaggio dei briganti, le guerre e le inondazioni del Fiume Giallo. Per le vie si vedono gruppi di straccioni che non hanno neppure un buco dove rifugiarsi la notte e sono privi anche degli stracci sufficienti per ripararsi dal freddo che qui, nel Henan, e' tanto intenso. Non si puo' immaginare quanto costi a noi missionari vivere qui. Non sono le sofferenze fisiche che ci fanno veramente soffrire, ma il sentirci soli in mezzo a questo popolo che ci guarda con indifferenza e disprezzo. Spesso giungono al nostro orecchio parole di insulto. Quando ci vedono passare, per esempio, molto facilmente dicono: "Ecco un cane europeo". Se sapessero quanto bene vogliamo loro e i sacrifici che abbiamo fatto e facciamo per vivere e stare in mezzo a loro!».
Ma p. Mencattini non si scoraggia perche' sa di essere nelle mani di Dio anche in questo «deserto di sabbia gialla, fine fine, che te la trovi addosso, negli orecchi, negli occhi, dovunque... In questa pianura senza confini, tutta uguale... Che contrasto con i panorami di verde e di incanto che presenta il nostro Casentino!».
Anzi, gli riesce d'essere contento. Infatti, inviato nel giugno 1936 nel vasto distretto di Huaxian, come coadiutore di p. Paolo Giusti di Lucca, scrive al fratello: «Io sono felice di fare il prete zingaro, senza chiesa, senza canonica, senza beneficio ma... ricco di anime, cariche di stracci ma rigenerate alla grazia! I miei cristiani sono poveri ma... veramente buoni! Come mi stanno attenti quando parlo loro della bonta' di Dio e della vita eterna! Poi tutti in ginocchio, sulla nuda terra, sotto le stelle, a pregare... Dillo, se questa non e' vera felicita'! Dopo aver abitato per sei giorni in certe topaie e capanne di fango, questa mia stanzetta per me vale piu'che il Quirinale per Sua Maesta' il Re d'Italia e Imperatore d'Etiopia. Ti assicuro che sono veramente felice, perche' ho il cuore contento. Contento di aver lasciato i miei cari, perche' il mio affetto sia completamente rivolto verso Dio e verso tanti poveri, che ora mi sono carissimi avendoli rigenerati al battesimo. Contento di aver rinunciato alle bellezze della nostra Italia per queste sabbie gialle che mi sono divenute familiari quanto il mio paese. Contento di lasciare la mia scienza, appresa con tanta fatica, per farmi ignorante ed esporre con le parole piu'semplici, con i paragoni piu'rozzi, in una lingua non mia, le bellezze della nostra religione. Contento di dover rinunciare alla grandiosita' liturgica dei nostri paesi cattolici, per celebrare la Santa Messa e amministrare i sacramenti nella forma piu'povera...».
E cosi' p. Cesare si butta a capofitto nelle sue "escursioni" attraverso le sterminate pianure del Fiume Giallo. Posto il suo "quartier generale" a Baliying, ogni lunedi' mattina, inforcata la sua bicicletta, parte in visita ai villaggi cristiani tornando a casa ogni sabato sera, per passarvi la domenica. Proprio mentre p. Cesare sta raggiungendo i primi, promettenti risultati nell'attuazione del suo "piano pastorale", scoppia la guerra cino-giapponese e il futuro diventa sempre piu'oscuro. Deve sospendere il progetto di aprire delle scuole, rimandare i catechisti alle loro case e far fronte ai bisogni piu'urgenti della gente.
Nel 1937 l'avanzata giapponese e' sempre piu'preoccupante: si alzano trincee e sospetti. Incominciano le ostilita'. Nel gennaio 1938, ormai, la guerra infuria e ai brevi momenti di tregua succedono intensi bombardamenti: «Ovunque sono scomparse tutte le autorita'. Col continuo passaggio dei soldati, le riserve alimentari, gia' misere a causa dello scarso raccolto dell'ultimo autunno funestato dalle inondazioni, sono agli sgoccioli. Lo spettro della fame e il brigantaggio sono inevitabili».
P. Cesare, piu'volte, si spinge fino in prima linea per soccorrere i feriti, assistere i moribondi, seppellire i morti. Piu'volte viene inseguito e catturato dalle truppe di una o dell'altra parte; finche', nel febbraio del 1939, i giapponesi stabiliscono a Huaxian un presidio per il controllo della citta' e per il rastrellamento della campagna. I posti gia' occupati dai giapponesi, e spesso abbandonati per i loro spostamenti, ricadono nelle mani o dei comunisti o dei briganti, o di altri soldati. La citta' di Huaxian, in un anno, ha subito questo stato di cose almeno cinque volte: sotto le truppe regolari, poi sotto i giapponesi, quindi sotto i briganti, poi i comunisti e ora e' stata occupata nuovamente dai giapponesi che lavorano alacremente per sollevarla.
Al principio del 1941, descrivendo la situazione caotica in cui ancora si trova, p. Cesare scrive: «Da tempo pensavo di scrivervi. Le circostanze attuali me l'hanno impedito. Potessi descrivervi il mondo in cui viviamo! ... Vi meravigliereste come ancora nessun missionario di Weihui non ci abbia lasciato la pelle. Cerchero' di raccontarvi qualche cosa. Da quattro anni, curo il medesimo distretto. Ancora non ho passato un giorno di pace. Sempre in guerra. Tutta la mia zona e' stata ed e' sempre, piena di soldatacci che mi fanno tribolare non poco. Che guerra strana! In qualsiasi luogo siamo al fronte. Non ci si capisce nulla in tanto disordine. Non trovo parole per darne un'idea. Vi sono i comunisti! Fanno paura. Agiscono e si muovono sempre di notte. Poveri noi, se riuscissero a stabilirsi! Mi sono incontrato con loro quattro o cinque volte. Me la sono sempre cavata per vera protezione del Signore. La prima volta mi spararono ben tre rivoltellate, senza riuscire a colpire ne' me ne' il servo, nonostante i proiettili ci sfiorassero la testa e la schiena! La seconda volta mi portarono via la coppa del calice, la pisside e stracciarono cotta e messale. Una terza volta, al buio, tornando da un'estrema unzione, mi fermarono, spianandomi i fucili dinanzi. Pochi giorni or sono, mi condussero con loro, ma mi rilasciarono subito, senza neppure perquisirmi. Per fortuna non riescono a fermarsi a lungo in un medesimo luogo. Sono combattuti continuamente dai giapponesi e dai soldati del vecchio governo. Poi vi sono anche i soldati del nuovo governo. Aggiungete, infine, una moltitudine di brigantacci che cercano di rosicchiare piu'che possono, commettendo ogni sorta di delitti e di rapine... Tra le loro vittime, io conto due catechisti portati via da loro, di cui uno fu sepolto vivo e uno fu decapitato. Immaginate la confusione, le guerriglie! Io vi sono sempre in mezzo. Cosi' da tre anni e più, senza sapere come andra' a finire. Oggi sotto questi, domani sotto quelli, sempre assillato dal pensare al modo migliore per cavarmela con tutti, continuando il mio lavoro. Come vedete, mi trovo in una posizione difficile e anche pericolosa. In questi ultimi mesi, quasi tutti i giorni si vedono villaggi in fiamme, si odono scariche di fucili. E noi, qui ad aspettare che... passi. Proprio mentre scrivo, poco lontano, si sentono fucilate, interrotte dal crepitare della mitragliatrice. Forse sono i briganti che prendono d'assalto qualche paese; forse sono i comunisti che si picchiano con i soldati del nuovo governo. Prima di notte, sicuramente, si sentira' anche il rombo del cannone, con cui i giapponesi, da lontano e per un momento, metteranno in fuga tutta quella soldataglia. Nonostante tanto disordine, sono riuscito a fabbricare una piccola cappella. E' di lusso per questo paese, dove non esiste una casa piu'bella. Sono semplici mura di fango, all'esterno ricoperte di mattoni. Ho in mente di ornarne le disadorne pareti e arricchirla d'un altarino decente che sostituisca l'attuale tavolaccio. Ho in progetto anche la costruzione d'una casa asciutta e piu'sana per me. Il legname e' pronto. Poi il catecumenato, la scuola... Quanti sogni! Finisse la guerra! Questo e' il sogno, la speranza piu'grande. Si e' troppo stanchi di questa vita cosi' agitata, si e' troppo nauseati di vedere tante miserie e tanti corpi straziati. Non si puo' resistere piu'a lungo, sentendo tanti pianti e tanti lamenti. Cosi' nel nostro vicariato vi sono un buon numero di missionari molto scossi in salute. Io pero' sono ancora nel numero dei sani».
P. Mencattini pur sapendo che la situazione e' sempre piu'pericolosa e puo' precipitare da un momento all'altro, tuttavia, decide di rimanere sul "campo". Gia' dal luglio 1939, infatti, scrive: «Piu'volte mi sono gettato in ginocchio attendendo la morte. Non ho mai lasciato il mio posto. Se dovessi perdere la vita per causa del mio ministero, sarei proprio felice».
E anche quando nel 1940 scoppia il colera e a causa degli enormi strapazzi a p. Cesare viene una fortissima dissenteria e a p. Giusti la malaria, pur richiamati dal vescovo, decidono di restare. Devono correre nei punti piu'dislocati del distretto, per consolare, aiutare centinaia e centinaia di rifugiati e sinistrati, seppellire i morti. Il vescovo e' costretto a cedere di fronte alla loro risolutezza.
Poi, all'improvviso, giunge in Italia un telegramma indirizzato al Superiore Generale del Pime: «Il 12 luglio 1941 p. Cesare Mencattini e' rimasto vittima in un assalto avvenuto da parte di soldati cinesi sbandati. Nella medesima circostanza sono stati feriti p. Angelo Bagnoli e p. Leo Cavallini». Il telegramma non da' altri particolari e bisogna attendere il mese di novembre per poter avere notizie piu'dettagliate.
Da una lettera di p. Sordo, procuratore della missione a Hankou, vengono finalmente ricostruiti i fatti. La sera dell'11 luglio, dopo un estenuante viaggio in bicicletta sotto il solleone, da Baliying p. Cesare giunge a Huaxian, per trattare con p. Giusti l'acquisto d'un appezzamento di terreno per la costruzione di una scuola femminile. Decidono di parlarne al vescovo: il giorno dopo, p. Cesare si rechera' a Weihui in compagnia di p. Bagnoli e p. Cavallini. E cosi', dopo la celebrazione della messa, all'alba del 12 luglio, partono tutti e tre: p. Cesare in bicicletta viene rimorchiato con una corda dai suoi due confratelli in moto. Verso le nove, la piccola carovana giunge al mercato di Qimen. Tutto sembra tranquillo, nessuno puo' prevedere che di buon ora sono arrivati dei soldati irregolari che si dicono dipendenti dal mandarino di Rencun. I padri, giunti a un centinaio di metri dalla porta del mercato sono, senza alcun preavviso, presi a fucilate da quei soldati che si erano appostati dietro un muricciolo fuori dall'abitato. Tutti e tre vengono colpiti dalle loro palle dum-dum. P. Mencattini cade all'istante emettendo un doloroso grido, con il ventre squarciato dalle pallottole. Lo finiscono subito a baionettate e lo seppelliscono dopo averlo derubato di tutto, anche degli abiti.
P. Bagnoli, che e' stato ferito alla coscia sinistra, fa appena a tempo a chiamarlo per nome e dargli l'assoluzione. P. Cavallini, colpito al piede sinistro, ha l'osso della caviglia fratturato e cade con la moto nel fosso a lato della strada. P. Bagnoli tenta inutilmente di fermare i briganti spiegando loro che sono missionari cattolici, ma quelli si limitano a rispondere: «Lo sappiamo». Poi fermano un carro, caricano i due feriti e li conducono al mercato. Qui li abbandonano in una pagoda, dove rimangono fino alle quattro del pomeriggio, minacciando e percuotendo tutti coloro che si avvicinano per soccorrerli. I due superstiti sono condannati a essere seppelliti vivi, ma, provvidenzialmente, un influente ufficiale cristiano, avvertito dell'accaduto, dopo ore di vive discussioni riesce a strapparli dalle mani dei loro assalitori. Quindi, su due carrettini trascinati a mano, i pp. Bagnoli e Cavallini vengono trasportati all'ospedale di Weihui, distante cica 25 chilometri, dove finalmente possono essere curati. Il cadavere di p. Mencattini, invece, sempre per l'interessamento dell'ufficiale cristiano, viene disseppellito e composto in una bara. Il giorno dopo e' trasportato a Weihui, dove i confratelli, i fedeli ma anche i non cristiani, si recano, numerosi, a porgergli l'ultimo saluto.

MONS. ANTONIO BAROSI
(23 novembre 1901 - 19 novembre 1941)

Un piccolo chierichetto biondo, sull'altare, osserva, con gli occhi sgranati, la Messa solenne celebrata da mons. Geremia Bonomelli: assorto nei suoi pensieri, scruta i movimenti del grande vescovo cremonese vestito con i paramenti delle grandi occasioni... chissa' cosa passa per la testa di questo ragazzino!
Antonio Barosi, nato il 23 novembre 1901 a Solarolo Rainerio e trasferitosi a Cremona, con la famiglia, nel 1912, tante volte serve la Messa nella cattedrale e altrettante rimane conquistato dal fascino del ministero sacerdotale. Non lascia, percio', trascorrere molto tempo e nel 1913 entra nel Seminario diocesano, convinto di diventare sacerdote al servizio della sua diocesi. Ma, dopo la prima liceo, Tonino sente parlare del cremonese p. Silvio Pasquali di Picenengo, missionario in India, e rimane affascinato da questa nuova figura che si affaccia nella sua vita.
Cosi', il 27 settembre 1919, decide di continuare la sua preparazione al sacerdozio nel Seminario per le Missioni Estere di Milano, dove presto lo seguono i suoi compagni Luigi Martinelli e Angelo Corbani, poi missionari, il primo in Bengala, il secondo in India.
Finalmente, nel 1925, viene ordinato sacerdote e il 5 ottobre riceve il crocifisso di missionario dall'arcivescovo di Milano, cardinal Eugenio Tosi. Il giorno dopo salpa per la Cina. Due mesi e diciotto giorni di viaggio, sui mezzi piu'disparati. Partito da Genova, su un bastimento tedesco, sbarca ad Hong Kong alla fine di ottobre, quindi raggiunge Shanghai e di li', in quattro giorni di navigazione sul Fiume Azzurro, raggiunge Hankou. Finalmente da Hankou, dopo una giornata e mezza di treno e cinque giorni di carro cinese, e' a Jingang, centro della sua futura missione. «Due mesi e diciotto giorni di viaggio! Quanti paesi ho attraversato senza mai vedere una croce! Qui voglio consumare la mia vita per l'avventura del Regno di Dio!», queste le prime parole pronunciate dal giovane p. Antonio al suo arrivo in Cina.
Due mesi di studio della lingua cinese e poi, ancora disorientato e inesperto, viene mandato nel distretto di Dengxian, come coadiutore di p. Massa: e' incaricato di assistere gli alunni della scuola cattolica, questi l'aiuteranno a imparare piu'in fretta il cinese, che ancora balbetta appena.
Ma oltre ai disagi della lingua e dell'ambientamento, subito si deve scontrare con la dura realta' del comunismo cinese. Infatti scrive, nell'ottobre 1927, ai seminaristi di Cremona: «Il luglio scorso le truppe rosse sono entrate vittoriose nella nostra provincia del Henan, il nostro vicariato e' stato il primo a essere invaso da piu'di 70 mila soldati senza ordine e senza regola. Le nostre chiese e case furono tutte occupate dai soldati, anche la nostra di Dengxian e' stata occupata e per noi soltanto due stanze: un mese e cinque giorni di convivenza con quei briganti che non sapevano far altro che insultare e gridare "a morte lo straniero". Questa truppa, diretta verso Zhumadian, sulla ferrovia, si diresse poi a Kaifeng, capitale della provincia, che in pochi giorni fu assediata e occupata. Il nuovo regime si e' fatto ben presto sentire ovunque. Scuole proibite alla Chiesa cattolica. Anche la nostra, chiusi i vasti locali appena fabbricati e requisiti dai soldati, e' trasformata in caserma. Cosi' anche nelle altre residenze del vicariato abbiamo soldati. Evviva il socialismo... Da Kaifeng, poi, sono stati mandati i propagandisti del "sole dell'avvenire". Al loro arrivo hanno tappezzato tutti i muri di manifesti, molti dei quali contro di noi: contro la nostra religione, e contro gli schiavi degli stranieri (i cristiani). Dopo l'entrata del nuovo regime, non possiamo uscire senza sentirci insultati, maledetti e derisi. Il nostro ministero e' molto intralciato, noi qua siamo ancora tutti al nostro posto e ci staremo fino a che non ci manderanno via o ci uccideranno. Non vi nego che c'e' da soffrire. Ma non vi nego pure che il Signore sa sostenere e aiutare. Speriamo che il Signore ci conceda un po' di pace e tranquillita' in mezzo a tanta babilonia per poter fare un po' di bene; se non altro sostenere i cristiani affinche' non vengano meno alla fede ricevuta. Dirvi quando potra' finire questo caos e' difficile: sono troppi i pretenziosi, tutti egoisti. Tutti dicono di venire a salvare la patria, mentre troppo chiaro si vede che lavorano per arricchirsi e farsi una fama. Tutti questi capi, pero', si trovano d'accordo su un punto: allontanare dalla Cina lo straniero».
Dopo un anno le cose sembrano tornare alla normalita', ma, nell'inverno 1928-29 scoppia una grande carestia nel Henan: «Da dieci mesi non piove, in primavera e in autunno non si e' raccolto nulla. Qui, a Dengxian, p. Massa e io abbiamo pensato di aprire ai piu'affamati i locali della scuola, ora abbandonata dai comunisti. Misurando le nostre forze non volevamo raccoglierne piu'di una trentina... ma, aperta la porta, chi la puo' richiudere? Ora ne abbiamo un centinaio e più. Le nostre risorse, pero', sono terminate, quindi abbiamo messo l'affare nelle mani della Provvidenza, e con questa fiducia tiriamo avanti».
P. Barosi si da' un gran da fare e riesce a ottenere una buona quantita' di grano dal paesino cattolico. Il ventisettenne Tonino comincia, cosi', a rivelare le sue doti di organizzatore e diplomatico. Ma e' proprio quando a nulla puo' servire la diplomazia, che p. Barosi dimostra la qualita' della sua fede. Infatti il 9 febbraio 1929 giunge a Dengxian una grossa banda di briganti che sottopone a crudeli sevizie i ricchi della citta', nella speranza di poter ottenere grosse somme di denaro... e tutto cio' sotto gli occhi dei padri, minacciati dello stesso trattamento se non pagano in contanti. Il mattino seguente, all'avvicinarsi dei soldati regolari, la banda cerca di raggiungere i suoi rifugi sui monti, trascinando con se' tremila ostaggi e i due missionari, legati e costretti a camminare in mezzo ai cavalli scalpitanti. P. Massa e p. Barosi si vedono ormai perduti. Invece, durante la violenta battaglia che oppone i briganti alle truppe regolari, nella confusione generale, riescono a liberarsi dalle funi e a nascondersi. Terminati i combattimenti, stremati e impauriti, passando tra i cadaveri abbandonati sulla strada, riescono a mettersi in salvo.
Ma sembra che per p. Barosi non ci sia mai pace. «Dopo essere stato preso dai briganti, rimasi ancora nel distretto di Dengxian fino ai primi di maggio, sono dovuto poi tornare a Kaifeng, nella residenza vescovile, perche' nel mio ultimo giro di missione mi presi il vaiolo. Guarito, gia' stavo preparando i miei tre stracci per ritornare al mio distretto, quando il vescovo decise di cambiarmi incarico... non volevo accettare tanto delicato ufficio, ma alla fine, confidando nel Signore, ubbidii. Ora sono qui da dieci mesi. Ho bisogno di un grande aiuto del Signore, per portare la mia croce non troppo leggera».
E' nominato, infatti, economo di Nanyang, la missione piu'importante della provincia, deve cioe' «amministrare quanto non e' mai necessario neppure ai bisogni piu'urgenti». A lui fanno capo i cristiani per le loro questioni, i catechisti per rifornirsi di libri e sussidi didattici, i padri per tutto l'occorrente delle residenze, scuole e chiese. Deve badare ai coloni che coltivano i pochi terreni della missione, ai muratori e agli artigiani che lavorano in questa o quella stazione. Deve pensare al pane quotidiano per gli orfani e alla loro educazione, alle suore addette alla cucina, al guardaroba, all'assistenza dei ricoverati, alla direzione delle scuole femminili. Inoltre e' l'economo del seminario.
Ma tutto questo non basta: deve provvedere vitto e alloggio per i soldati di passaggio e foraggio per le loro bestie. Dagli agenti governativi, che pretendono il pagamento di tasse e dazi assurdi, deve lasciarsi "alleggerire" il meno possibile. Non e' mai imbarazzato. Non si spaventa neppure di fronte alle immense necessita' della sua gente, ne' davanti alla cronica mancanza di fondi, anzi, sembra che siano proprio le difficolta' a stimolarlo nel tentare l'impossibile. P. Barosi ha appena assunto il nuovo incarico, nell'estate del 1929, che gia' progetta di costruire una nuova scuola, e questo nonostante la missione debba affrontare notevoli problemi finanziari e fare i conti con la persecuzione accanita contro "tutto cio' che sa di Chiesa cattolica". E sempre nello stesso momento, che noi, umanamente, giudicheremmo inopportuno, si decide di: «aprire nella nostra residenza principale di Jingang, unica non occupata dai soldati, una scuola-collegio, che raccogliesse i nostri giovani dei distretti desiderosi di studiare. Non c'era da pensarci due volte, e senza tener conto delle difficolta', si diede principio alla tanto desiderata scuola». Gli inizi sono modesti: casette cinesi adattate, arredamento riciclato, tavoli e sgabelli sgangherati. Ma, con il passare degli anni, la scuola raggiunge un buon livello, sia per il numero degli alunni che per la qualita' dell'insegnamento impartito, tanto che il vescovo decide di rinnovarne completamente le strutture, per renderle piu'adatte alle nuove esigenze.
Dunque e' un successo, tanto che le tre universita' cattoliche di Pechino, Tianjin e Shanghai si impegnano ad ammettere senza esami gli alunni della Scuola Volonteri, cosi' chiamata in onore del primo vescovo di Nanyang, mons. Simeone Volonteri. Tutto, percio', sembra procedere a gonfie vele, eppure la situazione non e' poi cosi' rosea. Il 18 gennaio 1931 p. Barosi scrive ai seminaristi cremonesi: «Sono tre anni che facciamo una vita sempre con una tensione di nervi che se non ci fosse stato un aiuto tutto speciale del Signore, certo saremmo gia' fuori uso. Sapranno quanti dei nostri confratelli furono portati in prigionia dai briganti e quanti trucidati. Ma purtroppo non e' terminata la storia! Si vive alla giornata confidando nel Signore; anche noi qui a Jingang si e' sempre circondati da briganti, tutte le notti si deve vegliare per timore di essere assaliti all'improvviso; senza poi parlare delle angherie che continuamente i soldati e i capi della citta' ci fanno in guanti gialli. Questo lo dico non per spoetizzare la vita missionaria, ma perche' sappiate in che condizioni ci troviamo e possiate con piu'ardore pregare il cuore eucaristico di Gesu'per un po' di pace e tranquillita' su questa povera Cina. Pero', nonostante questi trambusti e prove, il Signore ci consola e ci benedice nell'opera nostra».
Uomo dalle mille capacita', si deve continuamente impegnare in nuove mansioni. Sembra infaticabile e il pro-vicario apostolico mons. Pietro Massa, conoscendo la sua grande disponibilita', nel 1936 gli affida un ulteriore incarico: «L'anno scorso il vescovo mi chiama e mi dice: "Caro padre, so che e' gia' molto occupato, ma, cosa vuole, mi faccia un vero favore: diriga, in qualita' di vicario foraneo, le tre sottoprefetture occidentali (un'estensione come mezza Lombardia)". Come si puo' dire di no? Anzi, proprio in questi giorni sto per mettermi a cavallo di un mulo e fare il giro del mio vicariato. Oltre a questo "poco" da fare, quest'anno ho anche la direzione della costruzione della cattedrale della citta' di Nanyang. Come vedete anche ingegnere, capomastro e manovale. Qui si diventa laureati in tutte le scienze. Voi penserete: "Come fa a seguire tante cose?". Si fa tutto quello che si puo'. E' certo che non si fanno le cose a perfezione. Cosa si potrebbe fare se ci fosse qualche sacerdote in più! Si comincia la giornata alle quattro del mattino e la si finisce alle dieci della sera. Senza contare le peripezie e i viaggi da fare».
Intanto l'obbedienza spinge p. Barosi ad assumersi sempre nuove e piu'grandi responsabilita'. Infatti, nel 1939, il nuovo vescovo Pietro Massa, suo primo parroco in Cina, lo nomina pro-vicario apostolico, ben sapendo che il suo antico coadiutore di Dengxian ha le spalle robuste. E il padre Antonio comincia a sostituire il vescovo durante le sue assenze, sbrigando la corrispondenza con Roma e Milano, curando le relazioni con le autorita' locali, vigilando sul seminario, sulle attivita' pastorali, sull'orfanotrofio.
Ma non basta ancora. A p. Barosi sono riservate ancora maggiori responsabilita' in piu'vasto campo di lavoro. Dopo 45 anni di missione, mons. Giuseppe Tacconi, vicario apostolico del Henan Orientale, chiede alla Santa Sede che il vicariato, da lui fondato nel 1916, sia affidato a qualcuno piu'giovane di lui. Roma, accogliendo la domanda, nella primavera del 1940 nomina p. Antonio Barosi amministratore apostolico di Kaifeng, capitale del Henan e centro della missione, aspettando tempi migliori per eleggere il nuovo vescovo. Ancora una volta p. Tonino obbedisce.
Mons. Barosi, pero', a causa della difficolta' di comunicazioni non puo' raggiungere subito la nuova sede. Per recarsi a Kaifeng, deve attraversare il nuovo vasto letto del Fiume Giallo e passare dal territorio in mano ai cinesi a quello occupato dai giapponesi. Infatti questo vicariato e' diviso in due dalle acque e dal fronte di guerra: passare dall'una all'altra parte non solo e' difficile e pericoloso, ma pressoche' impossibile. Solo dopo due mesi, per opera di p. Vitali, missionario di Kaifeng, conosciutissimo dalle autorita' cinesi militari e civili delle due sponde, Barosi puo' mettersi in viaggio per raggiungere la sua nuova destinazione.
Il suo primo impegno e' quello di visitare tutti i distretti posti sotto la sua giurisdizione, per avere una visione completa delle comunita' cristiane presenti, consolarle, incoraggiarle e riorganizzarle, dove necessario.
Nel novembre 1941 a mons. Barosi non rimane da visitare che il distretto di Dingcunji, situato a sud della citta' di Luyi, quasi totalmente sommerso dalle acque del Fiume Giallo che quell'anno, a causa delle violente piogge estive, aveva addirittura cambiato il percorso e formato un lago dalle acque basse e limacciose di parecchi chilometri quadrati.
I giapponesi si sono spinti tre volte fino a Dingcunji, ma si sono sempre ritirati; al contrario i soldati cinesi sono riusciti ad avere il controllo permanente del territorio. Dingcunji, a ragione, puo' essere definito "terra di nessuno" perche', in assenza di una vera autorita' centrale, e' perennemente in bali'a dei vari occupanti che successivamente vi spadroneggiano a loro piacimento. Essendo un territorio di confine, incuneato tra due province, i briganti filo-comunisti, fatta razzia nella provincia di Henan, si rifugiano in quella di Anhui, dove si possono ritenere al sicuro, e viceversa.
Anche mons. Barosi teme i pericoli che questo distretto puo' nascondere, tanto che la visita, alla fine, diventa quasi un'ossessione carica di cupi presentimenti. Eppure, e per gli stessi motivi, non puo' rimanere tranquillo nella sicura residenza centrale, situata in una zona controllata dai giapponesi, sapendo i suoi missionari esposti a disagi e pericoli d'ogni genere.
Cosi' il 10 novembre parte, in treno, da Kaifeng e il 17 raggiunge la citta' di Luyi, sotto controllo giapponese e residenza di p. Zanardi. Il mattino del 18 novembre, in compagnia di questi, lascia la citta'. Prima di arrivare a destinazione, incontrano p. Zanella che sta loro venendo incontro e alle quattro del pomeriggio sono a Dingcunji. L'accoglienza della gente e' festosa; la presenza del vescovo, in un momento cosi' critico, non puo' non rappresentare un motivo di speranza. Ma la gioia e la fraternita' rinsaldate sembrano destinate a durare troppo poco in Cina, un paese che, almeno in quegli anni, sembrava cosi' avaro di speranza.
MARTIRIO A DINGCUNJI
(19 novembre 1941)
E' il 19 novembre 1941: una domenica di tardo autunno, i primi venti che soffiano dal nord raggelano l'aria. Ma a Dingcunji c'e' aria di festa, nonostante il grigiore autunnale: c'e' mons. Barosi in visita pastorale. Ogni cristiano ha fatto il possibile perche' il paese, nonostante i tempi difficili, sia degno di questo giorno solenne... non capita tutti gli anni che il vescovo in persona visiti la comunita'. Del resto p. Zanella, il parroco, ha tanto insistito perche' fosse lo stesso vescovo a impartire le cresime. Anche i cresimandi dei villaggi vicini si sono riuniti a Dingcunji, ospitati presso parenti o amici, e gia' dalla sera del sabato si nota un gran movimento tra chi arriva e chi cerca di sistemarsi. I piu'lontani, o quelli che abitano nei villaggi piu'disagiati e che avrebbero dovuto attraversare le localita' inondate dal Fiume Giallo, nel pomeriggio della domenica saranno raggiunti dal vescovo accompagnato dai pp. Zanella, Lazzaroni e Zanardi.
Conclusa, in mattinata, la celebrazione delle cresime, il vescovo si trattiene con i catechisti, i cresimandi e i loro parenti. Poi tutti si ritirano per il pranzo. Alle tredici, un ufficiale con una decina di soldati entra nella residenza dei missionari e, dopo averne scacciato i cristiani, chiude la porta d'ingresso e la fa piantonare da un gruppo di soldati ben armati. All'intero villaggio di Dingcunji viene imposto una specie di coprifuoco. P. Pollio (divenuto poi vescovo di Kaifeng nel 1947) descrive l'accaduto prima nelle pagine del suo diario, in seguito stende una relazione piu'organica che spedisce al superiore generale del Pime, mons. Lorenzo Maria Balconi. Ci serviamo di questo scritto per conoscere i particolari dell'omicidio.
L'ufficiale e i soldati, entrati in residenza, prima chiedono di p. Zanella, il quale si presenta subito; i soldati lo conducono in una stanza di fronte a quella nella quale i padri hanno appena finito di pranzare, con la scusa di fargli alcune domande. Quasi contemporaneamente chiedono anche di p. Lazzaroni che conducono in sacrestia, con la proibizione di muoversi e con le sentinelle alla porta. L'ufficiale e altri soldati vanno direttamente nella stanza dove il vescovo sta chiacchierando con l'altro missionario. Mons. Barosi ha con se' una carta d'identita' rilasciatagli dai giapponesi, un lasciapassare necessario per potersi muovere nelle zone controllate dalle forze nipponiche. E' questo il pretesto di cui si servono i soldati per sostenere l'accusa, rivolta ai quattro, d'essere "spie del nemico e agenti del capitalismo". Egli usa parole gentili con l'ufficiale, ma i soldati, a un suo cenno, legano mani e piedi a mons. Barosi e a p. Zanardi. Si sente gridare p. Zanella. Subito alcuni soldati trascinano in chiesa i due appena legati e li buttano a terra, chiudono loro bocca e orecchie con della carta.
A questo punto i soldati bendano gli occhi al domestico di mons. Barosi, Han, che aveva seguito i padri da Kaifeng, percio' di tutto quello che succede dopo non puo' essere testimone. Il cuoco pero' e' in grado di raccontare altri particolari. Egli e' in cucina e, avendo paura, si nasconde in un angolo ben protetto da paglia e legna: da li' assiste al martirio di p. Zanella. I soldati portano p. Bruno fuori dalla stanza e da grandi recipienti gli versano in bocca acqua bollente e petrolio. Piu'volte il padre grida tra la morte e la vita, in una lingua sconosciuta al servo, e piu'volte afferma di non avere denaro e armi. Invoca con forti urla l'aiuto di mons. Barosi e p. Zanardi, ma non riceve alcuna risposta. Finalmente quei soldati, dopo avergli fatto bere piu'volte acqua bollente e petrolio, lasciano il suo corpo privo di sensi o senza vita nel cortiletto. Non si puo' precisare se p. Zanella sia morto li' o in fondo al pozzo nel quale verra' gettato. Il cuoco, intanto, vede che i soldati trascinano con forza il vescovo e p. Mario verso l'altro cortile.
Svaligiata la residenza degli oggetti piu'preziosi e utili, i soldati, verso le diciotto, se ne vanno da Dingcunji. Saliti sulle barche scompaiono nell'oscurita', mentre una gelida pioggerella scende col silenzio della sera. Solo allora i cristiani si dirigono alla residenza dei missionari. Forzata la porta, entrano e in portineria trovano il servo Han legato. Lo slegano e tutti insieme si mettono a cercare i padri. Chiamano, ma nessuno risponde. Nel disordine nessuna traccia di sangue, nessun corpo. Non sospettano ancora la tragedia, tanto piu'che non si e' sentito nessun colpo d'arma da fuoco. Contro ogni speranza, pensano che i missionari siano stati presi in ostaggio. Continuano a chiamare, a cercare in ogni angolo, ma nulla... Finalmente alcuni si accorgono che il muricciolo intorno al pozzo e' crollato e i mattoni ne ostruiscono completamente l'imboccatura (i pozzi cinesi sono molto stretti, per cui una simile operazione diventa molto facile). Si guardano muti, nessuno osa manifestare apertamente il sospetto che tiene nel cuore: certo sotto i mattoni ci deve essere qualcosa. Si comincia l'opera di sgombero e compaiono i corpi delle vittime. Per mezzo di lunghe pertiche di bambù, munite di un uncino, si cerca di estrarre i cadaveri. Il primo e' quello di p. Zanella, poi quello di p. Zanardi, quindi quello di mons. Barosi. E' ormai tardi e non si riesce a trovare il corpo di p. Lazzaroni. Inutilmente si lavora ancora per qualche ora, poi si rimanda tutto al giorno successivo. Alle prime luci dell'alba, finalmente, si riesce a recuperare anche il corpo di p. Lazzaroni, che quasi certamente e' stato gettato ancora vivo nel pozzo. Girolamo aveva 27 anni e solo due di missione. Padre Bruno Zanella 32 anni e cinque di missione, padre Mario Zanardi aveva da poco compiuto i 37 anni, di cui quattordici in missione e monsignor Antonio Barosi di 40 anni, ne aveva trascorsi sedici in Cina.

PADRE GIROLAMO LAZZARONI
(24 settembre 1914 - 19 novembre 1941)

Colere: uno sperduto paesino della bergamasca, nell'incantevole Valle di Scalve, ai piedi del versante nord della Presolana. Siamo nei primi anni del 1900: le famiglie di questa zona, per poter sopravvivere, coltivano l'orto, producono un po' di fieno, durante l'inverno affittano una o due mucche, che assicurano il latte e un po' di calore nel grande gelo invernale; spesso pero' questo non basta e i capofamiglia sono costretti ad andare altrove, lontano, in cerca di qualche lavoro.
Anche i Lazzaroni conducono questa vita e Girolamo, fin da piccolo, aiuta a raccogliere le patate, tagliare l'erba, sistemare il fieno, mungere e portare al pascolo le pecore. Insieme ai suoi tre fratelli maggiori, deve aiutare la mamma a portare avanti la famiglia: suo padre, infatti, per lunghi periodi emigra in Australia, dove cerca di guadagnare qualcosa come minatore.
Percio', quando Girolamo confida alla mamma il desiderio di proseguire gli studi in seminario, inevitabilmente si sente rispondere un secco "no". E' davvero una cosa impensabile: il costo del suo trasferimento a Bergamo non puo' essere sostenuto dal magro bilancio familiare, e' meglio per lui archiviare il suo sogno. La povera famiglia Lazzaroni non puo' permettersi di pagare la retta e di preparargli il corredo richiesto (abituato com'e' a indossare pantaloni rattoppati e zoccoli)... La madre spera che sia solo una fantasia passeggera.
Ma nel 1927, dopo il rientro definito del padre dall'Australia, Girolamo, ormai tredicenne, ripropone il suo desiderio. La presenza del papa' assicura un aiuto in piu'alla famiglia, e i risparmi portati dall'Australia possono garantire un maggior, seppure limitato, respiro. Cosi', con l'attestato di terza elementare e con le poche nozioni di latino insegnategli dal parroco, Girolamo, nel novembre del 1927, lascia Colere per il seminario diocesano di Bergamo. Abituato a lunghe passeggiate in montagna, sempre all'aria aperta, inizialmente trova dura la vita del seminario. Quelle lunghe ore trascorse seduto a un banco ad ascoltare cose a lui incomprensibili... qualche volta gli sembra persino di trovarsi in prigione. Non poter cantare a squarciagola come faceva quando andava a raccogliere la legna nei boschi con i suoi fratelli, dover restare fermo, chiuso in un'aula quando il cielo e' azzurro e tutto invita a correre nell'aria, con i capelli sollevati dal vento, a salire in montagna, ad arrampicarsi in vetta alla Presolana.
Di fronte alle difficolta' rappresentate dagli studi e dalla vita di gruppo, vuole lasciar perdere tutto e tornare a casa. Ma la sua vocazione non puo' finire come una bolla di sapone, confida nel Signore e piu'volte gli ritorna in mente la frase del suo parroco: «Senza sacrificio e senza fatica non si realizza nulla di buono nella vita». Con la testa tra le mani, allora, si accanisce sui libri sicuro che anche cosi' sta realizzando, fin d'ora, il suo servizio a Dio. Intanto l'ambiente e i compagni, cosi' lontani dalla sua cultura, cominciano a diventargli familiari: gli viene affidata la responsabilita' di guidare le passeggiate in montagna, di organizzare partite di calcio e di animare le serate per vincere la nostalgia di casa. Vivace e amante degli scherzi, rivoluziona il seminario con le sue trovate. Anche gli studi proseguono, tanto che, quando un compagno non comprende qualche argomento, si rivolge a lui per averne una spiegazione chiara.
Nel frattempo, durante gli anni del liceo, matura la scelta di essere missionario e nel 1935 si trasferisce nel seminario del Pime a Genova e poi a Milano. Pochi mesi prima della sua ordinazione sacerdotale, nel 1938, gli muoiono, a breve distanza, entrambi i genitori. E' un duro colpo per lui, cosi' affezionato alla sua famiglia, ma anche in questa difficile occasione sa affidare tutto a Dio. Alle condoglianze ha il coraggio di rispondere: «Il Signore ha loro anticipato il premio per il sacrificio che avevano gia' compiuto offrendomi a Lui per le missioni». Ordinato sacerdote il 24 settembre del 1938, nel duomo di Milano, celebra la sua prima messa a Colere, dove, al tramonto, i suoi amici gli fanno un'insolita sorpresa: nello sfondo della vallata brillano enormi linee luminose... una grandiosa fiaccolata raffigurante un'ostia e un calice di smisurate proporzioni!
Ha 24 anni quando, finalmente, viene a sapere la sua destinazione: insieme al confratello Valentino Corti e' assegnato alla missione di Hanzhong nella provincia dello Shaanxi in Cina, la piu'lontana di tutte le missioni del Pime. E il 16 agosto 1939 parte da Genova per una meta che non raggiungera' mai a causa della guerra cino-giapponese. Dopo essere sbarcato a Shanghai, raggiunge Kaifeng e li' si ferma un anno con altri nove missionari per imparare il cinese e anche qui l'allegria e la voglia di scherzare non gli vengono mai meno. Per rompere la monotonia dello studio, gli studenti fanno qualche gita fuori citta', visitando questo o quel centro cristiano, ma il suo tormento resta sempre l'inafferrabile idioma, benche' cominci a gustarne le bellezze. Se gli capita di sentire un cinese che, appassionatamente, narra qualche cosa, lo ascolta attento ai modi di dire, piu'che al soggetto del racconto, preso com'e' dallo stupore per la facilita' con cui quello descrive ogni minimo dettaglio ed esprime ogni sfumatura del pensiero. Presto si azzardera' a predicare, fara' il missionario "davvero". E' il suo piu'grande desiderio, come appare evidente da una lettera scritta alla sorella: «Prega molto perche' io impari meglio possibile il cinese cosi' potro' fare tanto bene qui, dove Lui mi ha voluto. Ogni giorno mi accorgo quanto sono ancora impreparato alla missione che il Signore mi vuole affidare. Non sono le belle prediche che convertono le anime, ma tutti quei sacrifici quotidiani dei quali la Provvidenza ci presenta l'occasione».
Nel giugno del 1940 termina l'anno dedicato allo studio del cinese e i giovani missionari lasciano la casa regionale di Kaifeng per raggiungere ciascuno la propria missione. Ma p. Girolamo e p. Valentino Corti, destinati al vicariato di Hanzhong (Shaanxi), non possono muoversi. Quel lungo viaggio e' pericoloso anche in tempi normali; ora, a causa della guerra cino-giapponese, risulta addirittura impossibile. P. Girolamo deve attendere. Ma si sente un pesce fuor d'acqua: «Io qui sto bene e sono lontano da ogni pericolo, ma non sono al mio posto. Io desidero tanto partire per raggiungere la mia missione, lontana, segregata lassù, verso le frontiere del Tibet dove si trova ancora la vera e autentica Cina di Confucio... Continuo a sperare che si apra un passaggio per Hanzhong. Ah, se potessi andare in bicicletta!». L'entusiasmo del giovane non e' affatto smorzato dalla prospettiva dei rischi da affrontare, tanto che, se fosse per lui, partirebbe per la sua missione con qualsiasi mezzo.
Purtroppo, pero', deve rinunciare e, aspettando tempi migliori, resta nel vicariato di Kaifeng, dove viene assegnato alla missione di Dingcunji, di cui e' appena stato nominato parroco p. Bruno Zanella. Cosi', con p. Bruno, finalmente lascia la citta'. Dopo il primo tratto in ferrovia, non si sa piu'con quali mezzi continuare: non ci sono piu'le strade, solo zone allagate da attraversare con zattere di fortuna per evitare i terreni melmosi e argillosi. Superati i trecento chilometri che lo separano da Dingcunji, p. Girolamo puo' scrivere: «Ho viaggiato in treno, in biciclette, a piedi, in barca, e... in carretta. Ma sono arrivato, finalmente, dove il Signore voleva che arrivassi!».
Intanto giunge da loro anche p. Edoardo Piccinini, gia' responsabile del distretto e destinato a Taikang, per dare ai suoi successori tutte le informazioni necessarie. Cosi', solo due giorni dopo l'arrivo, i tre missionari sono di nuovo in viaggio per visitare le varie comunita' cristiane. P. Girolamo, pur in mezzo alla desolazione provocata dall'inondazione, dal brigantaggio e dalla guerra, gusta la felicita' sognata durante i duri anni dello studio e nei momenti di preghiera. Rientrato a Dingcunji, p. Lazzaroni riceve l'incarico di catechizzare ogni giorno i ragazzi nell'ultima ora di scuola.
Girolamo si trova bene con i bambini cinesi: sono pochi gli anni che lo separano dalla sua infanzia e comprende bene cosa significa non avere scarpe adatte durante il freddo dell'inverno, o spostarsi sotto un acquazzone senza l'ombrello, o non poter cambiare un quaderno ormai tutto scritto. Sente di amare questi ragazzi, si sente capace di comprenderli e di dare la vita per loro.
Intanto la miseria aumenta: «Sono molto contento dei miei cristiani, solo mi fanno compassione per la loro miseria - scrive in una lettera. - In autunno avevano seminato un po' di frumento. Ma ora, in primavera, con lo scioglimento delle nevi, i fiumi hanno straripato recando danni immensi. Salvo qualche rara eccezione, abitano miseri tuguri oscuri e affumicati, aperti ai quattro venti, con certe notti di vento fortissimo. Il cibo e' scarso e miserabile. Ora poi che i giapponesi hanno ritirato il riso, non c'e' piu'neppure quello. Il piu'miserabile d'Europa e' piu'ricco di questi cinesi».
Soffre con la sua gente e per la sua gente: «Questo e' territorio di nessuno. Come se non bastasse tutto il resto, le truppe giapponesi, quelle cinesi e i briganti in grigioverde. E tutti non fanno che angariare il popolo». I briganti grigioverdi: i veri padroni del territorio. Sono di casa, nessuno cerca di eliminarli. E' piu'comodo ignorare il problema e fingere di non sapere che esiste. Il distretto di Dingcunji e' sul confine di tre province, ciascuna delle quali scarica la responsabilita' sull'altra, sostenendo che non e' di propria competenza. Una massa di sbandati: disertori, mercenari, delinquenti comuni, radunati in gruppi senza regola ne' disciplina, spinti alla violenza dalla fame e dal malcontento. Insomma, uomini da temere e di cui aver paura. Invece, malgrado questa situazione di estrema insicurezza, i missionari restano e viaggiano qua e la' nei pericoli, solidali con la loro gente. Padre Girolamo non teme le difficolta', la fatica e i viaggi disagevoli: e' forte, coraggioso, e non e' tipo da subire passivamente ogni sorta di angherie. Eppure, anche i piu'forti, a volte, devono cedere agli avvenimenti che li sovrastano, e alle ragioni superiori della "debolezza".
Il 18 novembre, p. Lazzaroni e' solo a Dingcunji. P. Zanella e' andato incontro al vescovo. Tutto e' pronto, nella piccola comunita'. La speranza ha disegnato un arco all'entrata del villaggio.

MARTIRIO A DINGCUNJI
(19 novembre 1941)

E' il 19 novembre 1941: una domenica di tardo autunno, i primi venti che soffiano dal nord raggelano l'aria. Ma a Dingcunji c'e' aria di festa, nonostante il grigiore autunnale: c'e' mons. Barosi in visita pastorale. Ogni cristiano ha fatto il possibile perche' il paese, nonostante i tempi difficili, sia degno di questo giorno solenne... non capita tutti gli anni che il vescovo in persona visiti la comunita'. Del resto p. Zanella, il parroco, ha tanto insistito perche' fosse lo stesso vescovo a impartire le cresime. Anche i cresimandi dei villaggi vicini si sono riuniti a Dingcunji, ospitati presso parenti o amici, e gia' dalla sera del sabato si nota un gran movimento tra chi arriva e chi cerca di sistemarsi. I piu'lontani, o quelli che abitano nei villaggi piu'disagiati e che avrebbero dovuto attraversare le localita' inondate dal Fiume Giallo, nel pomeriggio della domenica saranno raggiunti dal vescovo accompagnato dai pp. Zanella, Lazzaroni e Zanardi.
Conclusa, in mattinata, la celebrazione delle cresime, il vescovo si trattiene con i catechisti, i cresimandi e i loro parenti. Poi tutti si ritirano per il pranzo. Alle tredici, un ufficiale con una decina di soldati entra nella residenza dei missionari e, dopo averne scacciato i cristiani, chiude la porta d'ingresso e la fa piantonare da un gruppo di soldati ben armati. All'intero villaggio di Dingcunji viene imposto una specie di coprifuoco. P. Pollio (divenuto poi vescovo di Kaifeng nel 1947) descrive l'accaduto prima nelle pagine del suo diario, in seguito stende una relazione piu'organica che spedisce al superiore generale del Pime, mons. Lorenzo Maria Balconi. Ci serviamo di questo scritto per conoscere i particolari dell'omicidio.
L'ufficiale e i soldati, entrati in residenza, prima chiedono di p. Zanella, il quale si presenta subito; i soldati lo conducono in una stanza di fronte a quella nella quale i padri hanno appena finito di pranzare, con la scusa di fargli alcune domande. Quasi contemporaneamente chiedono anche di p. Lazzaroni che conducono in sacrestia, con la proibizione di muoversi e con le sentinelle alla porta. L'ufficiale e altri soldati vanno direttamente nella stanza dove il vescovo sta chiacchierando con l'altro missionario. Mons. Barosi ha con se' una carta d'identita' rilasciatagli dai giapponesi, un lasciapassare necessario per potersi muovere nelle zone controllate dalle forze nipponiche. E' questo il pretesto di cui si servono i soldati per sostenere l'accusa, rivolta ai quattro, d'essere "spie del nemico e agenti del capitalismo". Egli usa parole gentili con l'ufficiale, ma i soldati, a un suo cenno, legano mani e piedi a mons. Barosi e a p. Zanardi. Si sente gridare p. Zanella. Subito alcuni soldati trascinano in chiesa i due appena legati e li buttano a terra, chiudono loro bocca e orecchie con della carta.
A questo punto i soldati bendano gli occhi al domestico di mons. Barosi, Han, che aveva seguito i padri da Kaifeng, percio' di tutto quello che succede dopo non puo' essere testimone. Il cuoco pero' e' in grado di raccontare altri particolari. Egli e' in cucina e, avendo paura, si nasconde in un angolo ben protetto da paglia e legna: da li' assiste al martirio di p. Zanella. I soldati portano p. Bruno fuori dalla stanza e da grandi recipienti gli versano in bocca acqua bollente e petrolio. Piu'volte il padre grida tra la morte e la vita, in una lingua sconosciuta al servo, e piu'volte afferma di non avere denaro e armi. Invoca con forti urla l'aiuto di mons. Barosi e p. Zanardi, ma non riceve alcuna risposta. Finalmente quei soldati, dopo avergli fatto bere piu'volte acqua bollente e petrolio, lasciano il suo corpo privo di sensi o senza vita nel cortiletto. Non si puo' precisare se p. Zanella sia morto li' o in fondo al pozzo nel quale verra' gettato. Il cuoco, intanto, vede che i soldati trascinano con forza il vescovo e p. Mario verso l'altro cortile.
Svaligiata la residenza degli oggetti piu'preziosi e utili, i soldati, verso le diciotto, se ne vanno da Dingcunji. Saliti sulle barche scompaiono nell'oscurita', mentre una gelida pioggerella scende col silenzio della sera. Solo allora i cristiani si dirigono alla residenza dei missionari. Forzata la porta, entrano e in portineria trovano il servo Han legato. Lo slegano e tutti insieme si mettono a cercare i padri. Chiamano, ma nessuno risponde. Nel disordine nessuna traccia di sangue, nessun corpo. Non sospettano ancora la tragedia, tanto piu'che non si e' sentito nessun colpo d'arma da fuoco. Contro ogni speranza, pensano che i missionari siano stati presi in ostaggio. Continuano a chiamare, a cercare in ogni angolo, ma nulla... Finalmente alcuni si accorgono che il muricciolo intorno al pozzo e' crollato e i mattoni ne ostruiscono completamente l'imboccatura (i pozzi cinesi sono molto stretti, per cui una simile operazione diventa molto facile). Si guardano muti, nessuno osa manifestare apertamente il sospetto che tiene nel cuore: certo sotto i mattoni ci deve essere qualcosa. Si comincia l'opera di sgombero e compaiono i corpi delle vittime. Per mezzo di lunghe pertiche di bambù, munite di un uncino, si cerca di estrarre i cadaveri. Il primo e' quello di p. Zanella, poi quello di p. Zanardi, quindi quello di mons. Barosi. E' ormai tardi e non si riesce a trovare il corpo di p. Lazzaroni. Inutilmente si lavora ancora per qualche ora, poi si rimanda tutto al giorno successivo. Alle prime luci dell'alba, finalmente, si riesce a recuperare anche il corpo di p. Lazzaroni, che quasi certamente e' stato gettato ancora vivo nel pozzo. Girolamo aveva 27 anni e solo due di missione. Padre Bruno Zanella 32 anni e cinque di missione, padre Mario Zanardi aveva da poco compiuto i 37 anni, di cui quattordici in missione e monsignor Antonio Barosi di 40 anni, ne aveva trascorsi sedici in Cina.

PADRE MARIO ZANARDI
(8 agosto 1904 - 19 novembre 1941)

A Soncino, paesotto tra Cremona e Treviglio, l'8 ottobre 1904 nasce Mario, il secondo dei tredici figli di Luigi Zanardi, mercante ambulante nei cascinali e nei paesi vicini. Figlio di commercianti, dunque, e' proprio dal padre che eredita lo spirito di intraprendenza e la vivacita' di carattere.
Sereno, esuberante ed espansivo, Mariolino ha una grande fantasia, tanto che, frequentando l'oratorio, riesce a coinvolgere gli altri ragazzi ingegnandosi con la musica, la pittura e la meccanica. E' all'oratorio che, a servizio dei piu'piccoli, matura la sua formazione spirituale e la sua vocazione al sacerdozio. Cosi', a sedici anni, dopo un anno dalla morte della mamma, decide di entrare nel seminario diocesano di Cremona. Ma a poco a poco cresce in lui il desiderio di essere missionario. Il 9 febbraio 1925, nel seminario di Cremona viene ufficialmente costituito il Circolo Missionario, con lo scopo dichiarato di far maturare nei seminaristi un'autentica sensibilita' missionaria. Mario Zanardi ne rimane pienamente coinvolto e anche quando, dopo la seconda teologia, passa al seminario del Pime a Monza, non si dimentica delle sue "origini". Rimarra' sempre legato cosi' profondamente a questo Circolo che, anche dalla Cina, non gli fara' mai mancare le sue lettere.
Nella casa del Pime a Monza, pur essendo impegnato nello studio, Mario non smette di manifestare la sua creativita' e durante il tempo libero, si esercita in mille "esperimenti" con il legno e con la plastica, attivita' che gli saranno utili in missione e che lo aiuteranno ad abbellire le povere cappelle delle comunita' cristiane. Anche la musica e il teatro continuano ad appassionarlo, tanto che compone un dramma missionario, rappresentato con successo.
L'11 giugno 1927 e' ordinato sacerdote. Poche settimane per i saluti e i festeggiamenti, poi la partenza per la Cina. E' il 17 agosto, e a bordo del piroscafo Venezia inizia quello che chiama il suo "viaggio di nozze", malgrado il mal di mare che, per tutto il tragitto, lo fa soffrire tanto da impedirgli di celebrare quotidianamente l'Eucaristia. Il viaggio faticosissimo dura tre mesi durante i quali, nelle lunghe conversazioni con il medico di bordo, con gli indiani confinati giu'in quarta classe, con l'equipaggio, parla spesso della sua fede cristiana. Finalmente sbarca a Shanghai. L'ultimo tratto del viaggio, da Hankou a Kaifeng, dove e' destinato, e' il piu'emozionante. I treni sono requisiti dai soldati comunisti e i civili sono stipati in vagoni bestiame, con fermate eterne. Ma p. Mario si consola: «Vada come vuole, qui non c'e' il mal di mare! E poi, cosa sono questi disagi in confronto alle rischiose spedizioni dei nostri primi padri missionari!».
A Kaifeng la sua prima occupazione e' quella d'imparare la lingua: «Il vescovo mi ha dato un libro e un maestro: domani comincio a studiare! Se non fosse per il Signore, credo non arriverei mai a imparare il cinese. Ma, per amor suo e con il suo aiuto, voglio non solo parlarlo, ma leggerlo, scriverlo e persino cantarlo... qui i cristiani lo cantano sempre cosi' bene!».
Solo quattro mesi dopo, cio' che sembrava impossibile diventa realta': puo' confessare in cinese e nelle comunita' cristiane i fedeli si stupiscono che sappia parlare la loro lingua come un anziano... e pensare che deve ringraziare i bambini e la loro pazienza nel ripetergli mille volte la pronuncia d'un monosillabo! Nel 1928, dopo un anno dal suo arrivo, il vescovo gli affida il distretto di Weishe: tutto da creare e organizzare. Ci vuole un grande entusiasmo e p. Mario e' il tipo adatto.
Weiche e' un distretto molto vasto, costituito solo da poche centinaia di cristiani molto poveri e dispersi in piccoli villaggi lontani uno dall'altro quindici, venti chilometri, in luoghi infestati da briganti. «La poesia del missionario e' bella vederla scritta... pero' io sono contento di essere missionario anche in mezzo a mille difficolta'. Quando ho proprio il cuore gonfio, vado in chiesa a sfogarmi con Dio. A volte e' l'unico che mi possa comprendere... Dopo un po' riprendo le mie occupazioni e tiro avanti».
Si procura catechisti, apre scuole, inizia un dispensario e, a giorni e ore stabiliti, e' lui stesso che assiste gli ammalati. Anche in questa occasione dimostra un'eccezionale prontezza nell'organizzare le risposte piu'adatte ai problemi che deve affrontare. Ma proprio quando il distretto e' nel pieno delle attivita', gli viene comunicato l'ordine di trasferimento in un altro "campo di lavoro": e' il giugno 1931. P. Mario e' disposto, come sempre, a obbedire, ma non lo sono i suoi fedeli che, per trattenerlo, inviano al vescovo numerose suppliche e addirittura un'ambasceria composta dalle persone piu'ragguardevoli ed eloquenti del distretto. Ma tutto e' inutile e padre Zanardi organizza, di nascosto, la sua partenza: mentre un'ennesima rappresentanza e' in viaggio per Kaifeng, il padre ne approfitta per andarsene. Di buon mattino esce dalla citta', inforca la motocicletta che il vescovo gli ha regalato e si dirige a Dingcunji, la sua nuova destinazione.
«Ci sono stati gli altri, ci staro' anch'io!», aveva risposto al vescovo che gli proponeva quel distretto, dove tutti andavano a malincuore perche' dislocato all'estrema periferia della missione, situato sul confine di tre province e infestato dai banditi. Il vescovo preferisce mandare lui non solo per la sua intraprendenza, ma perche' e' giovane e, inoltre, e' un ottimo motociclista, il che, laggiù, puo' rappresentare la salvezza. Quante volte, infatti, p. Zanardi deve ringraziare la velocita' della sua moto!
Certamente, nell'affrontare i pericoli, e' aiutato anche dal suo carattere gioviale e aperto che riesce a conquistare perfino la durezza dei soldati e dei banditi. Nell'autunno 1936, p. Mario viene nominato vicario foraneo del vasto distretto di Luyi, di cui fa parte anche Dingcunji e che conta comunita' cristiane molto antiche. Ma le ripercussioni della guerra, l'incertezza della situazione, il rincaro delle derrate, la miseria del popolo si fanno sentire anche troppo, cosi' che, a contatto con questa realta', i bei progetti che ha in mente vengono accantonati. Le bande di briganti imperversano, seminando rovine e saccheggiando, tanto che p. Mario scrive ai seminaristi membri del Circolo missionario di Cremona: «...Voi nella pace e nella serenita' del seminario, noi in mezzo ai pericoli di ogni guerra, che talvolta ci fanno sospirare il Paradiso come luogo di dolce riposo: stiamo sempre uniti nella preghiera. Noi soprattutto abbiamo bisogno della vostra carita' perche' invochiate dal Signore misericordia e perdono su tante deficienze... Seguitemi sempre con le vostre preghiere, specialmente in questi momenti poiche' siamo in mezzo agli orrori della guerra e del brigantaggio».
Infatti nella primavera del 1938, come se non bastassero i briganti, arrivano i giapponesi con il seguito abituale di saccheggi, rapine e violenze. P. Zanardi riesce a stento a mettere in salvo le suore cinesi e le catechiste. Passati quelli, i briganti, tornati padroni del campo, finiscono di dissanguare la povera gente gia' immiserita dalla guerra e dall'inondazione del Fiume Giallo, che riduce le capanne dei villaggi a mucchi di melma coperti di paglia marcia. L'inverno successivo provoca, in una situazione gia' disperata, una quantita' immensa di disperati che cercano alla missione cattolica un po' di cibo: una scodella di brodaglia nera, distribuita due volte al giorno, ma che ha prosciugato tutte le risorse di p. Mario desideroso solo di alleviare, almeno in minima parte, tante sofferenze.
P. Mario, intanto, si trova sballottato da un padrone all'altro e non sa piu'chi comanda. Nel 1939 scrive: «In tre giorni abbiamo cambiato tre padroni: cinesi, giapponesi e briganti si susseguono depredando le ultime scorte di viveri... Viviamo ogni giorno completamente abbandonati nelle mani del Signore». Ed e' questa la forza che lo fa andare avanti e che gli fa trovare anche dei motivi di gioia. Nell'estate 1939, mentre i giapponesi occupano per la terza volta la citta', p. Mario riceve un tandem, regalatogli dagli amici di Soncino. Nessun dono potrebbe essergli piu'gradito! Puo' finalmente viaggiare insieme al proprio "factotum", il catechista, che all'occasione diventa chierichetto, segretario e interprete, avvocato nelle liti tra cristiani e non cristiani e, in assenza di p. Mario, anche giudice. Sempre e dovunque animatore pastorale e conferenziere. Sul tandem p. Zanardi puo' portare con se' tutto l'occorrente per la celebrazione della Messa, la catechesi e l'animazione: libri, oggetti devozionali, stampa cattolica. Le comunita' cristiane possono essere visitate piu'spesso e a Natale puo' spostarsi piu'facilmente per celebrare la messa in comunita' diverse. E' davvero felice! Il tandem. Un regalo caro, che gli ricorda la patria lontana, a cui e' molto legato. Contento di aver potuto impiantare un apparecchio radio rudimentale, puo' anche seguire le vicende dell'Italia e, pur di tenersi al corrente con le notizie italiane, si alza alle tre di notte per ascoltare il giornale radio. Cio' gli costa un enorme sacrificio: per svegliarsi al mattino, non solo punta due sveglie che trillano da far sfondare i timpani, ma deve persino ordinare ai suoi domestici di bussargli ripetutamente alla porta. «Eppure, voi che vivete in mezzo alle comodita' moderne, non potete neppure comprendere che dolce compagnia sia per me la radio, che mi porta notizie di "casa". Ieri ho avuto la fortuna di ascoltare il papa e vi dico che per me fu una grande commozione sentire in mezzo a questa immensa Cina la sua "dolce" voce».
Forte, spiritoso, allegro, ma anche molto sensibile e affezionato alla sua famiglia, p. Mario vive intensamente i legami affettivi e non riesce a nascondere a lungo la sua nostalgia: «Ieri - scrive ai suoi familiari il 3 giugno del 1940, - il mio spirito era triste e grigio come il cielo. Pensai a tutti voi, alle cose presenti e passate; ai miei amici morti o perduti per la via. Lessi qua e la' il lungo vostro epistolario, che mi ricorda tante e tante cose ormai lontane piu'di vent'anni e i miei occhi, a tanti ricordi, si inumidirono di lacrime. Non sono riuscito a trattenere il pianto. Ho vegliato fino a notte tarda. Poi, finalmente, sono riuscito ad addormentarmi».
Il 1940 si era aperto con molti problemi, anche se per nulla diversi da quelli, purtroppo, abituali. E nessuna speranza: «Mandatemi quanto potete: qui la miseria e' molta; a uscir di casa vengono le lacrime agli occhi». In autunno, pero', ha una grande consolazione: arriva a Kaifeng mons. Barosi, suo concittadino e compagno di studi. Finalmente si possono riabbracciare dopo quindici anni! In autunno celebrano insieme il centenario del beato Giovanni Gabriele Perboyre, un missionario francese martirizzato nel Henan nel 1840. L'anno dopo, quando mons. Barosi decide di recarsi a Dingcunji, p. Zanardi lo accompagna. Il 18 luglio 1941, non avendo ricevuto notizie allarmanti e benche' p. Zanardi sappia che in quel distretto, considerato "terra di nessuno", gli italiani sono malvisti, di buon mattino lasciano la citta' di Luyi in tandem, seguiti da due domestici in bicicletta. Entrambi sono consci del pericolo cui vanno incontro, eppure p. Mario e' contento di poter rivedere tante persone amiche. Lungo la strada viene loro incontro p. Zanella e tutti e tre, alle quattro del pomeriggio, arrivano a Dingcunji dove c'e' ad aspettarli p. Lazzaroni.
Tutto sembra tranquillo. Ma la situazione generale e' troppo compromessa perche' si possa scommettere sul giorno dopo.

MARTIRIO A DINGCUNJI
(19 novembre 1941)

E' il 19 novembre 1941: una domenica di tardo autunno, i primi venti che soffiano dal nord raggelano l'aria. Ma a Dingcunji c'e' aria di festa, nonostante il grigiore autunnale: c'e' mons. Barosi in visita pastorale. Ogni cristiano ha fatto il possibile perche' il paese, nonostante i tempi difficili, sia degno di questo giorno solenne... non capita tutti gli anni che il vescovo in persona visiti la comunita'. Del resto p. Zanella, il parroco, ha tanto insistito perche' fosse lo stesso vescovo a impartire le cresime. Anche i cresimandi dei villaggi vicini si sono riuniti a Dingcunji, ospitati presso parenti o amici, e gia' dalla sera del sabato si nota un gran movimento tra chi arriva e chi cerca di sistemarsi. I piu'lontani, o quelli che abitano nei villaggi piu'disagiati e che avrebbero dovuto attraversare le localita' inondate dal Fiume Giallo, nel pomeriggio della domenica saranno raggiunti dal vescovo accompagnato dai pp. Zanella, Lazzaroni e Zanardi.
Conclusa, in mattinata, la celebrazione delle cresime, il vescovo si trattiene con i catechisti, i cresimandi e i loro parenti. Poi tutti si ritirano per il pranzo. Alle tredici, un ufficiale con una decina di soldati entra nella residenza dei missionari e, dopo averne scacciato i cristiani, chiude la porta d'ingresso e la fa piantonare da un gruppo di soldati ben armati. All'intero villaggio di Dingcunji viene imposto una specie di coprifuoco. P. Pollio (divenuto poi vescovo di Kaifeng nel 1947) descrive l'accaduto prima nelle pagine del suo diario, in seguito stende una relazione piu'organica che spedisce al superiore generale del Pime, mons. Lorenzo Maria Balconi. Ci serviamo di questo scritto per conoscere i particolari dell'omicidio.
L'ufficiale e i soldati, entrati in residenza, prima chiedono di p. Zanella, il quale si presenta subito; i soldati lo conducono in una stanza di fronte a quella nella quale i padri hanno appena finito di pranzare, con la scusa di fargli alcune domande. Quasi contemporaneamente chiedono anche di p. Lazzaroni che conducono in sacrestia, con la proibizione di muoversi e con le sentinelle alla porta. L'ufficiale e altri soldati vanno direttamente nella stanza dove il vescovo sta chiacchierando con l'altro missionario. Mons. Barosi ha con se' una carta d'identita' rilasciatagli dai giapponesi, un lasciapassare necessario per potersi muovere nelle zone controllate dalle forze nipponiche. E' questo il pretesto di cui si servono i soldati per sostenere l'accusa, rivolta ai quattro, d'essere "spie del nemico e agenti del capitalismo". Egli usa parole gentili con l'ufficiale, ma i soldati, a un suo cenno, legano mani e piedi a mons. Barosi e a p. Zanardi. Si sente gridare p. Zanella. Subito alcuni soldati trascinano in chiesa i due appena legati e li buttano a terra, chiudono loro bocca e orecchie con della carta.
A questo punto i soldati bendano gli occhi al domestico di mons. Barosi, Han, che aveva seguito i padri da Kaifeng, percio' di tutto quello che succede dopo non puo' essere testimone. Il cuoco pero' e' in grado di raccontare altri particolari. Egli e' in cucina e, avendo paura, si nasconde in un angolo ben protetto da paglia e legna: da li' assiste al martirio di p. Zanella. I soldati portano p. Bruno fuori dalla stanza e da grandi recipienti gli versano in bocca acqua bollente e petrolio. Piu'volte il padre grida tra la morte e la vita, in una lingua sconosciuta al servo, e piu'volte afferma di non avere denaro e armi. Invoca con forti urla l'aiuto di mons. Barosi e p. Zanardi, ma non riceve alcuna risposta. Finalmente quei soldati, dopo avergli fatto bere piu'volte acqua bollente e petrolio, lasciano il suo corpo privo di sensi o senza vita nel cortiletto. Non si puo' precisare se p. Zanella sia morto li' o in fondo al pozzo nel quale verra' gettato. Il cuoco, intanto, vede che i soldati trascinano con forza il vescovo e p. Mario verso l'altro cortile.
Svaligiata la residenza degli oggetti piu'preziosi e utili, i soldati, verso le diciotto, se ne vanno da Dingcunji. Saliti sulle barche scompaiono nell'oscurita', mentre una gelida pioggerella scende col silenzio della sera. Solo allora i cristiani si dirigono alla residenza dei missionari. Forzata la porta, entrano e in portineria trovano il servo Han legato. Lo slegano e tutti insieme si mettono a cercare i padri. Chiamano, ma nessuno risponde. Nel disordine nessuna traccia di sangue, nessun corpo. Non sospettano ancora la tragedia, tanto piu'che non si e' sentito nessun colpo d'arma da fuoco. Contro ogni speranza, pensano che i missionari siano stati presi in ostaggio. Continuano a chiamare, a cercare in ogni angolo, ma nulla... Finalmente alcuni si accorgono che il muricciolo intorno al pozzo e' crollato e i mattoni ne ostruiscono completamente l'imboccatura (i pozzi cinesi sono molto stretti, per cui una simile operazione diventa molto facile). Si guardano muti, nessuno osa manifestare apertamente il sospetto che tiene nel cuore: certo sotto i mattoni ci deve essere qualcosa. Si comincia l'opera di sgombero e compaiono i corpi delle vittime. Per mezzo di lunghe pertiche di bambù, munite di un uncino, si cerca di estrarre i cadaveri. Il primo e' quello di p. Zanella, poi quello di p. Zanardi, quindi quello di mons. Barosi. E' ormai tardi e non si riesce a trovare il corpo di p. Lazzaroni. Inutilmente si lavora ancora per qualche ora, poi si rimanda tutto al giorno successivo. Alle prime luci dell'alba, finalmente, si riesce a recuperare anche il corpo di p. Lazzaroni, che quasi certamente e' stato gettato ancora vivo nel pozzo. Girolamo aveva 27 anni e solo due di missione. Padre Bruno Zanella 32 anni e cinque di missione, padre Mario Zanardi aveva da poco compiuto i 37 anni, di cui quattordici in missione e monsignor Antonio Barosi di 40 anni, ne aveva trascorsi sedici in Cina.

PADRE BRUNO ZANELLA
(27 agosto 1909 - 19 novembre 1941)

Bruno Zanella nasce il 27 agosto 1909 a Piovene di Vicenza. A sette anni si trasferisce, con la famiglia, a Povegliano di Treviso. Ben presto pero', partito il padre per la guerra, durante "i giorni di Caporetto", la famiglia Zanella e' costretta a sfollare, scappando di notte in fretta e furia. E Bruno, la mamma, i suoi fratelli e le sue sorelle attraversano, come profughi, tutta l'Italia, fino a giungere a Castelvetrano, in provincia di Trapani. Tornata la pace, gli Zanella possono finalmente rientrare a Povegliano e riunirsi al padre, che pero', irrimediabilmente provato dai lunghi anni di guerra, muore nel marzo del 1919. La famiglia e' numerosa e ha bisogno di ogni possibile aiuto. Anche Bruno, terminate le elementari, e' assunto come apprendista meccanico. Lavora fino a tardi, eppure, andando a riposare, immancabilmente raccomanda alla mamma di svegliarlo presto la mattina, volendo servire la Messa prima di andare in officina. La sua vocazione missionaria matura tra lavoro e preghiera.
Proprio in questo periodo il vescovo di Treviso, mons. Andrea Longhin, offre all'Istituto delle Missioni Estere il vicariato di S. Martino, nel centro della citta', perche' la canonica diventi la sede di un piccolo seminario. Cosi' il 1 ottobre 1923 i missionari del Seminario per le Missioni Estere aprono il ginnasio a Treviso e Bruno Zanella e' uno dei primi alunni.
Poco abituato a usare carta e penna, Bruno non trova facile dedicarsi allo studio. E' dotato, pero', se non di una gran intelligenza certamente di una forte volonta' e di molto buon senso, che gli consentono di applicarsi nello studio con serieta' e costanza, nonostante le difficolta' permanenti causate anche dalla salute debole, che lo costringe a interrompere spesso le lezioni. Riesce pero' a concludere gli anni di seminario non solo con buoni risultati, ma anche conquistandosi la simpatia e l'amicizia dei compagni, per la sua discrezione e disponibilita'.
Nell'ottobre del 1933, ormai studente di teologia, si trasferisce a Ducenta come assistente dei seminaristi piu'giovani. Due anni piu'tardi, il 21 settembre 1935, nel duomo di Milano, viene ordinato sacerdote. Finalmente l'anno seguente p. Bruno puo' scrivere ai suoi famigliari: «Andro' in Cina, la terra da me tanto sognata!». E' destinato a Kaifeng, capitale del Henan.
La partenza dei missionari avviene a scadenze diverse, a seconda dei luoghi di destinazione, ma il saluto ai parenti e' fissato, per tutti, il 30 luglio 1936 a S. Maria alla Fontana in Milano, dove mons. Giuseppe Tacconi, vescovo della futura missione di p. Bruno, presiede la cerimonia della consegna del crocifisso. E il 2 settembre p. Zanella salpa da Genova, con altri due compagni, diretto in Cina.
Attento osservatore, nelle sue lettere descrive con precisione i luoghi incontrati durante il viaggio e i suoi sentimenti: a Port Said, Suez e Aden guarda stupito il mondo musulmano; a Bombay rimane a bocca aperta di fronte alla "Torre del silenzio", dove i parsi espongono agli uccelli i corpi dei loro defunti; a Colombo, capitale dell'odierno Sri Lanka, rimane sconcertato nel vedere un fanatico che, durante una processione in onore della sua divinita', si butta sotto le ruote di un carro, lasciandosi stritolare. E poi un episodio curioso, ma nello stesso tempo imbarazzante: a Shanghai il funzionario della dogana, preoccupato di non lasciar entrare droga nel paese, perquisisce ogni straniero e, scoperte delle buste sospette nel bagaglio di p. Zanella, pretende di assaggiarne a tutti i costi il contenuto... Quale smacco nel constatare che e' semplicemente la magnesia S. Pellegrino che p. Bruno deve portare sempre con se'!
Finalmente i tre missionari raggiungono Kaifeng. Il loro cuore e' colmo di gioia, vorrebbero subito "mettersi al lavoro", ma prima devono fare, come tutti, i conti con la lingua. E p. Bruno trascorre un anno intero, nella Casa Regionale, a studiare il cinese. Nella sua prima lettera alla mamma, scrive: «I versi che si devono fare per pronunciare bene questi caratteri, sono inimmaginabili... la pronuncia svariatissima diventa a volte inafferrabile!». Anche stavolta, pero', la sua forte volonta' lo sostiene e cosi', alla fine dell'anno di studio, riesce a cavarsela dignitosamente. In giugno le lezioni di cinese finiscono e gli studenti aspettano con ansia la loro destinazione. Anche p. Zanella si presenta a mons. Tacconi, ma, anziche' essere mandato in qualche distretto, viene trattenuto in citta'. A settembre p. Bruno viene informato dal vescovo che, presto, sarebbe andato nella missione di p. Filippin come suo coadiutore. Ma, anche questa volta, il progetto va a monte: le scorrerie dei briganti impensieriscono il vescovo che non se la sente di esporre a pericoli imprevedibili p. Bruno che ha solo 28 anni.
A sessanta chilometri a sud ovest da Kaifeng la citta' di Zhongmou e' gia' in mano ai giapponesi e il sacerdote cinese, parroco di quella comunita' cristiana, si trova a disagio per i dissidi sorti tra cinesi e giapponesi; gli viene affiancato, percio', proprio p. Zanella, per rappresentarlo e difenderlo davanti all'autorita' nipponica. Dopo solo sei mesi, pero', a p. Bruno viene affidato un nuovo incarico: nel distretto di Yejigang p. Lanzano e' da tempo ammalato e bisognoso di cure, il vescovo vi manda provvisoriamente p. Bruno che, pur nell'incertezza della durata del suo incarico, si da' un gran da fare nella visita e nel sostegno delle comunita' cristiane del suo nuovo distretto. Inoltre deve fare da spola con la vicina citta' di Lanfeng per aiutare il sacerdote cinese, li' residente, contro le prepotenze giapponesi. P. Bruno riesce a instaurare un buon rapporto con gli invasori. Per gli affamati e i sinistrati, apre un centro di accoglienza nei locali della sua residenza e mette a disposizione tutto quello che possiede. I giapponesi ne rimangono ammirati, tanto che contribuiscono al sostentamento dei rifugiati, inviandogli numerose casse di gallette per l'esercito!
27 ottobre 1940. Sono appena terminati gli esercizi spirituali e i missionari vanno a ricevere gli ordini dal loro nuovo superiore, mons. Antonio Barosi. P. Bruno si augura di ottenere un impegno permanente. Il suo superiore ha pensato, per lui, al distretto piu'lontano e difficile, spesso tormentato dai briganti e ora, per di più, inondato dal Fiume Giallo: Dingcunji. Padre Bruno sa di addossarsi un bel peso, ma accetta. «Risposi un si' forzato», scrive alla mamma, quasi rimproverandosi di non averlo detto con gioia.
Mons. Barosi, ringraziandolo, gli assegna come compagno p. Lazzaroni e gli promette di far loro una visita presto, mentre lo assicura che laggiu'trovera' ottimi cristiani. Il 6 novembre del 1940, dopo un viaggio lungo e difficile, arriva alla sua missione e senza perdere tempo esce subito a fare un giro d'ispezione nelle diverse comunita', accompagnato dal coadiutore e dal predecessore, p. Piccinini, che gli fornisce le opportune informazioni. Tornati a Dingcunji dopo un giro di quindici giorni, e partito p. Piccinini per il suo nuovo posto di lavoro, i due missionari si aspettano che mons. Barosi, arrivato a Luyi per il centenario del martirio del beato Perboyre, mantenga la promessa. Invece, chiamato d'urgenza a Shanghai, deve rinviare l'impegno. P. Zanella e p. Lazzaroni, allora, riprendono le loro visite in barca, tra i villaggi cristiani delle zone allagate, in bicicletta o a piedi.
Il 13 gennaio 1941 p. Bruno parte per Kaifeng, chiamato da mons. Barosi, che, appena rientrato da Shanghai e non potendo subito intraprendere il viaggio di trecento chilometri per Dingcunji, vuole sapere come procede il lavoro e verificare di persona come sta il missionario del "distretto dei briganti, la terra di nessuno". Rinnova inoltre la promessa di una sua visita. P. Zanella, quindici giorni piu'tardi, ritorna alla sua missione e comincia i preparativi, intensificando la catechesi per la cresima che mons. Barosi avrebbe amministrato.
Finalmente e' novembre: sembrano non esserci piu'intoppi per la venuta del vescovo, ma p. Bruno, intuendo i tentennamenti di mons. Barosi, si affretta a raggiungerlo a Luyi, dove nel frattempo il vescovo si era spostato. Ma il 18 novembre, giunto nei pressi della citta', lo trova gia' in viaggio con p. Zanardi e si incammina con loro alla volta di Dingcunji, dove c'e' p. Lazzaroni ad aspettarli.
Finalmente il vescovo sta per arrivare.

MARTIRIO A DINGCUNJI
(19 novembre 1941)

E' il 19 novembre 1941: una domenica di tardo autunno, i primi venti che soffiano dal nord raggelano l'aria. Ma a Dingcunji c'e' aria di festa, nonostante il grigiore autunnale: c'e' mons. Barosi in visita pastorale. Ogni cristiano ha fatto il possibile perche' il paese, nonostante i tempi difficili, sia degno di questo giorno solenne... non capita tutti gli anni che il vescovo in persona visiti la comunita'. Del resto p. Zanella, il parroco, ha tanto insistito perche' fosse lo stesso vescovo a impartire le cresime. Anche i cresimandi dei villaggi vicini si sono riuniti a Dingcunji, ospitati presso parenti o amici, e gia' dalla sera del sabato si nota un gran movimento tra chi arriva e chi cerca di sistemarsi. I piu'lontani, o quelli che abitano nei villaggi piu'disagiati e che avrebbero dovuto attraversare le localita' inondate dal Fiume Giallo, nel pomeriggio della domenica saranno raggiunti dal vescovo accompagnato dai pp. Zanella, Lazzaroni e Zanardi.
Conclusa, in mattinata, la celebrazione delle cresime, il vescovo si trattiene con i catechisti, i cresimandi e i loro parenti. Poi tutti si ritirano per il pranzo. Alle tredici, un ufficiale con una decina di soldati entra nella residenza dei missionari e, dopo averne scacciato i cristiani, chiude la porta d'ingresso e la fa piantonare da un gruppo di soldati ben armati. All'intero villaggio di Dingcunji viene imposto una specie di coprifuoco. P. Pollio (divenuto poi vescovo di Kaifeng nel 1947) descrive l'accaduto prima nelle pagine del suo diario, in seguito stende una relazione piu'organica che spedisce al superiore generale del Pime, mons. Lorenzo Maria Balconi. Ci serviamo di questo scritto per conoscere i particolari dell'omicidio.
L'ufficiale e i soldati, entrati in residenza, prima chiedono di p. Zanella, il quale si presenta subito; i soldati lo conducono in una stanza di fronte a quella nella quale i padri hanno appena finito di pranzare, con la scusa di fargli alcune domande. Quasi contemporaneamente chiedono anche di p. Lazzaroni che conducono in sacrestia, con la proibizione di muoversi e con le sentinelle alla porta. L'ufficiale e altri soldati vanno direttamente nella stanza dove il vescovo sta chiacchierando con l'altro missionario. Mons. Barosi ha con se' una carta d'identita' rilasciatagli dai giapponesi, un lasciapassare necessario per potersi muovere nelle zone controllate dalle forze nipponiche. E' questo il pretesto di cui si servono i soldati per sostenere l'accusa, rivolta ai quattro, d'essere "spie del nemico e agenti del capitalismo". Egli usa parole gentili con l'ufficiale, ma i soldati, a un suo cenno, legano mani e piedi a mons. Barosi e a p. Zanardi. Si sente gridare p. Zanella. Subito alcuni soldati trascinano in chiesa i due appena legati e li buttano a terra, chiudono loro bocca e orecchie con della carta.
A questo punto i soldati bendano gli occhi al domestico di mons. Barosi, Han, che aveva seguito i padri da Kaifeng, percio' di tutto quello che succede dopo non puo' essere testimone. Il cuoco pero' e' in grado di raccontare altri particolari. Egli e' in cucina e, avendo paura, si nasconde in un angolo ben protetto da paglia e legna: da li' assiste al martirio di p. Zanella. I soldati portano p. Bruno fuori dalla stanza e da grandi recipienti gli versano in bocca acqua bollente e petrolio. Piu'volte il padre grida tra la morte e la vita, in una lingua sconosciuta al servo, e piu'volte afferma di non avere denaro e armi. Invoca con forti urla l'aiuto di mons. Barosi e p. Zanardi, ma non riceve alcuna risposta. Finalmente quei soldati, dopo avergli fatto bere piu'volte acqua bollente e petrolio, lasciano il suo corpo privo di sensi o senza vita nel cortiletto. Non si puo' precisare se p. Zanella sia morto li' o in fondo al pozzo nel quale verra' gettato. Il cuoco, intanto, vede che i soldati trascinano con forza il vescovo e p. Mario verso l'altro cortile.
Svaligiata la residenza degli oggetti piu'preziosi e utili, i soldati, verso le diciotto, se ne vanno da Dingcunji. Saliti sulle barche scompaiono nell'oscurita', mentre una gelida pioggerella scende col silenzio della sera. Solo allora i cristiani si dirigono alla residenza dei missionari. Forzata la porta, entrano e in portineria trovano il servo Han legato. Lo slegano e tutti insieme si mettono a cercare i padri. Chiamano, ma nessuno risponde. Nel disordine nessuna traccia di sangue, nessun corpo. Non sospettano ancora la tragedia, tanto piu'che non si e' sentito nessun colpo d'arma da fuoco. Contro ogni speranza, pensano che i missionari siano stati presi in ostaggio. Continuano a chiamare, a cercare in ogni angolo, ma nulla... Finalmente alcuni si accorgono che il muricciolo intorno al pozzo e' crollato e i mattoni ne ostruiscono completamente l'imboccatura (i pozzi cinesi sono molto stretti, per cui una simile operazione diventa molto facile). Si guardano muti, nessuno osa manifestare apertamente il sospetto che tiene nel cuore: certo sotto i mattoni ci deve essere qualcosa. Si comincia l'opera di sgombero e compaiono i corpi delle vittime. Per mezzo di lunghe pertiche di bambù, munite di un uncino, si cerca di estrarre i cadaveri. Il primo e' quello di p. Zanella, poi quello di p. Zanardi, quindi quello di mons. Barosi. E' ormai tardi e non si riesce a trovare il corpo di p. Lazzaroni. Inutilmente si lavora ancora per qualche ora, poi si rimanda tutto al giorno successivo. Alle prime luci dell'alba, finalmente, si riesce a recuperare anche il corpo di p. Lazzaroni, che quasi certamente e' stato gettato ancora vivo nel pozzo. Girolamo aveva 27 anni e solo due di missione. Padre Bruno Zanella 32 anni e cinque di missione, padre Mario Zanardi aveva da poco compiuto i 37 anni, di cui quattordici in missione e monsignor Antonio Barosi di 40 anni, ne aveva trascorsi sedici in Cina.

PADRE CARLO OSNAGHI
(26 ottobre 1899 - 2 febbraio 1942)

Ormai il sole e' calato da un pezzo sulla landa sperduta di Yejigang. Fa molto freddo in questa notte del 1° febbraio 1942. Pioviggina e tira un forte vento dal nord. Padre Carlo Osnaghi continua a rigirarsi inquieto sulla stuoia.
Fin da ragazzo ha sempre sofferto di insonnia e anche in missione ha trascorso numerose notti in bianco. Le ore della notte sono le piu'lunghe, ma anche le piu'"fruttuose", soprattutto per chi si immerge facilmente nei ricordi. E p. Carlo ricorda le nottate trascorse curvo sui quaderni sgualciti, a correggere le versioni di latino e i problemi di matematica, quando nel 1924, appena giunto a Kaifeng, il vescovo gli aveva affidato l'incarico di insegnare latino e matematica agli alunni del seminario. Mai avrebbe pensato, durante gli anni di formazione, che la sua vita missionaria si sarebbe "impantanata" sui bassifondi delle lezioni di latino o del teorema di Pitagora...
Questa volta, pero', le cose vanno diversamente. Non e', infatti, la solita notte divisa tra lo studio, la preparazione delle lezioni e la cappella. E non e' la scolaresca indisciplinata a preoccuparlo con le sue risate irriverenti, quando lui, il professore, inciampa su un monosillabo cinese dal significato mutevole e inafferrabile. Sono le voci che provengono dall'altro angolo della capanna a non lasciarlo tranquillo. Voci roche e irose, alle quali l'ennesimo bicchiere di vino di riso infonde una violenza, se possibile, maggiore. Imprecano contro di lui, contro il vescovo e tutti i preti che hanno cosi' poca considerazione della sua vita, tanto da non aderire alla loro richiesta di riscatto. Cerca di non pensarci. Si volta urtando il catechista cinese, il compagno di sventura che lo fissa ininterrottamente con gli occhi sgranati. Neanche lui puo' prendere sonno. Ha ben presente che da un momento all'altro i rapitori potrebbero decidere la loro sorte. Solo Huang San, il ragazzetto di dodici anni sdraiato poco lontano, sembra dormire beato. Come puo' essere cosi' incosciente? Forse e' certo che suo padre, l'eminente mandarino del luogo, escogitera' qualcosa per venirlo a salvare o paghera' fino all'ultimo centesimo la somma richiesta per la sua liberazione. Padre Carlo, invece, sa bene che per lui e' diverso: e' sicuro che il suo superiore sta facendo il possibile per liberarlo dalla prigionia e da piu'giorni ci sono trattative in corso, ma sa anche che e' impossibile per i suoi confratelli riuscire a racimolare quei 500.000 dollari richiesti per pagare il suo riscatto.
L'ansia si fa sempre piu'angosciante. Ancora una volta volge lo sguardo al suo domestico; prova una profonda ammirazione per questo cristiano semplice e coraggioso che ha voluto seguirlo e rimanere con lui, pur avendo la possibilita' di andarsene libero. I briganti, che li tengono in ostaggio, cominciano a litigare. Padre Carlo tra le urla percepisce il suo nome. L'agitazione aumenta sempre più. Fruga tra le tasche del suo pigiama, lo stesso che indossava quando l'hanno sequestrato nel pieno della notte. Cerca il rosario e, trovatolo, affannosamente comincia a sgranare Ave Marie. I suoi occhi stanchi si perdono nel vuoto.
Benche' siano gia' passati quasi venti giorni dal sequestro, non riesce ancora a capacitarsi di quanto gli stia succedendo. Gli sembra di udire ancora quegli insistenti colpi alla porta della missione, a Yejigang. Era la notte del 12 gennaio quando, balzando dal letto, si era precipitato al portone per vedere chi avesse cosi' urgentemente bisogno. Per un attimo aveva pensato si trattasse della richiesta di un'estrema unzione. Ma, appena inforcati gli occhiali e abituato lo sguardo al buio della notte, si era dovuto ricredere: un folto gruppo di uomini armati lo aveva immediatamente afferrato e immobilizzato. Erano quindi entrati in casa e l'avevano svuotata di tutto. Avevano messo a soqquadro anche la chiesa, rubando tutto il possibile. Poi il missionario, il catechista e il ragazzino erano stati portati in una capanna, in aperta campagna, tra le steppe al confine nord-est del Henan, in modo che, al minimo accenno di pericolo, la banda avrebbe potuto, con un breve spostamento, mettersi al sicuro cambiando semplicemente provincia.
Padre Carlo, ancora intontito e incredulo, si era lasciato trascinare senza opporre resistenza. Piu'volte, durante i suoi diciotto anni di missione in Cina, aveva pensato, e anche desiderato, una morte violenta come quella di Gesu'per la "causa" del vangelo. E questo pensiero lo stupiva, non tanto perche' fosse fuori posto, ma perche' lo trovava in evidente contrasto con la sua cronica timidezza. Lui, che aveva "paura della sua ombra", come avrebbe potuto all'occasione trovare il coraggio necessario? Ma, col passare del tempo, aveva imparato a convivere con quei sentimenti e a far emergere la sua nascosta temerarieta'. Sapeva bene di non essere un eroe, d'altra parte a lui, dell'eroismo non era mai importato nulla. Gli bastava essere un bravo missionario, e questo era tutto. Cosi' aveva scoperto il silenzioso martirio che sa infliggere, ogni giorno, la consapevole accettazione della propria fragilita'.
Intanto il rosario scorre tra le sue dita, velocemente. Ha sempre avuto una gran paura dei briganti. Lo sapeva bene il suo vescovo che, nel 1926, dopo solo pochi mesi di missione nel distretto di Yuanzhai, a causa del pullulare di bande armate aveva richiamato p. Osnaghi a Kaifeng affidandogli l'incarico di coadiutore in cattedrale e cappellano dell'orfanotrofio. Ma questa volta non ci sono "uscite di sicurezza". Non deve piu'misurarsi con le ipotesi, ma deve affrontare la realta'. E i briganti, che discutono concitatamente sono la sua realta'. E' nelle loro mani. Il pensiero va ai suoi confratelli appena uccisi a Dingcunji. Un brivido gli scorre per il corpo. Il pensiero, istintivamente, ripercorre gli ultimi tragici avvenimenti, quando, a capodanno, era giunta a Kaifeng la notizia dell'assassinio dei suoi quattro confratelli. Conosceva bene soprattutto padre Zanella, perche' aveva svolto la sua attivita' missionaria proprio a Yejigang, lo stesso distretto dove, dal 1937, era stato mandato a sostituirlo. Un vero shock sentire quel racconto raccapricciante.
Padre Carlo non aveva potuto fare a meno di raccontare i suoi sentimenti alla madre, alla quale era legatissimo: «Tutti siamo scombussolati - aveva scritto a Milano, dove viveva sua mamma. - Ci sembra quasi un sogno... Il sangue di queste vittime possa essere l'ultimo. Le vittime dal cielo stenderanno su di noi tutti, rimasti in questo campo tanto tribolato e pieno di spine, il loro manto e ci proteggeranno. Ma, se sara' il caso, ci daranno la forza di morire generosamente al pari loro».
La mamma. Mentre continua a pregare, in padre Carlo si fa sempre piu'nitida la sua immagine. E' a lei che confida, per iscritto, ogni gioia, difficolta', preoccupazione. Come quando, dopo le varie esperienze a Kaifeng, nel 1930 venne inviato a Fengjiao, centro di tre villaggi cristiani di antica data, poco lontani dalla citta' di Luyi. Con la mamma si rallegrava per le sue comunita' cristiane, le comunicava il suo lavoro pastorale, le confidava i suoi desideri. Si trovava bene li' e ci sarebbe rimasto per sempre. Invece, nel novembre 1937 era stato trasferito nel distretto di Yejigang, anticamente un fiorente mercato, quando il Fiume Giallo gli scorreva vicino. Non per niente era stato chiamato "Colle dei fagiani", anche se ora, a ricordare quel nome non c'era piu'nulla. Solo poverta' e squallore, causati dalla deviazione del fiume.
Per padre Carlo erano stati tempi duri. Il ricordo corre ai suoi numerosi viaggi nelle diverse comunita', alle lunghe distanze percorse a piedi a causa della sua forte miopia che gli impediva di andare in bicicletta, alle soste nelle malandate locande, o presso le povere famiglie cristiane. E poi, al ritorno in missione, c'era sempre qualche sorpresa. Come quella volta che aveva trovato tutta la casa svaligiata dai ladri. Ma questi problemi concreti non erano i soli.
A causa dell'aggravarsi della guerra cino-giapponese, scoppiata nel 1937, p. Carlo veniva sempre piu'visto come un pericoloso nemico, per il solo fatto di essere straniero. Il senso di ospitalita' cominciava a diminuire e serpeggiavano il sospetto e i timori nei suoi confronti. Eppure lui, ne e' sicuro, non ha mai smesso di amare questo popolo: «Povera Cina infelice! Quanto sentiamo di amarti, noi ultimi apostoli, pronti a tutto pur di salvarti dall'abisso. E se Iddio vuole vittime di espiazione, eccoci!».
Mentre il forte vento continua a sibilare tra le fessure della baracca, la sua preghiera si fa piu'pacata. Non si ode piu'nessuna voce. Forse tutti si