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PONTIFICIA OPERA PER LE VOCAZIONI ECCLESIASTICHE NUOVE VOCAZIONI (In verbo tuo...) Documento finale del Congresso Roma, 5-10 maggio 1997 * A cura delle Congregazioni INTRODUZIONE Rendiamo grazie a Dio 1. Benedetto sia l'Onnipotente Dio che ha benedetto la terra d'Europa con ogni benedizione spirituale, in Cristo e nel suo santo Spirito (cfr. Ef 1, 3). Noi Gli rendiamo grazie per aver chiamato dagli inizi dell'era cristiana questo continente a essere centro d'irradiazione della buona novella della fede, e a manifestare nel mondo la Sua universale paternità. Gli rendiamo grazie perché ha benedetto questo suolo con il sangue dei martiri e il dono di innumerevoli vocazioni al sacerdozio, al diaconato, alla vita consacrata nelle sue varie forme, dalla vita monastica agl'istituti secolari. Gli rendiamo grazie perché il Suo santo Spirito non cessa ancor oggi di chiamare i figli di questa Chiesa a farsi annunciatori del messaggio di salvezza in ogni parte del mondo, ed altri ancora a testimoniare la verità del Vangelo che salva, nella vita matrimoniale e professionale, nella cultura e nella politica, nell'arte e nello sport, nei rapporti umani e di lavoro, ognuno secondo il dono e la missione ricevuti. Gli rendiamo grazie perché Lui è la voce che chiama e dà il coraggio di rispondere, è il pastore che guida e sostiene la fedeltà d'ogni giorno, è via, verità e vita per tutti coloro che sono chiamati a realizzare in sé il progetto del Padre. Il Congresso Europeo Vocazionale 2. Riuniti in Roma, dal 5 al 10 maggio 1997, per il Congresso sulle Vocazioni al Sacerdozio e alla Vita Consacrata in Europa,(1) abbiamo posto nelle mani del Padrone della messe i lavori del Congresso stesso, ma soprattutto l'ansia della Chiesa che è in Europa, in questo tempo difficile e pure formidabile, assieme alla gratitudine verso il Dio che è fonte d'ogni consolazione e autore d'ogni vocazione. Riuniti in Roma abbiamo affidato a Maria, l'immagine riuscita della creatura chiamata dal Creatore, coloro che Dio ancor oggi continua a chiamare. Ai santi Pietro e Paolo e a tutti i santi e martiri di questa e d'ogni città e Chiesa europea, del passato e del presente, affidiamo ora questo documento. Riesca esso a esprimere e condividere quella ricchezza che ci è stata donata nei giorni dell'assemblea romana, così come un tempo i martiri e i santi hanno reso testimonianza dell'amore dell'Eterno. Il Congresso, in effetti, è stato un evento di grazia: la condivisione fraterna, l'approfondimento dottrinale, l'incontro dei vari carismi, lo scambio delle diverse esperienze e fatiche in atto nelle Chiese dell'Est e dell'Ovest hanno arricchito tutti e ognuno. Hanno confermato in ciascun partecipante la volontà di continuare a lavorare con passione nel campo vocazionale, nonostante l'esiguità dei risultati in alcune Chiese del vecchio continente. La forza della speranza 3. Dal Documento di lavoro del Congresso alle Proposizioni conclusive, dal Discorso del S. Padre ai partecipanti al Messaggio per le comunità ecclesiali, dagli interventi in aula alle discussioni nei gruppi di studio, dagli scambi informali alle testimonianze, c'è stato come un filo rosso che ha legato tra loro tutti gli atti e ogni momento di questo convegno: la speranza. Una speranza più forte d'ogni timore e d'ogni dubbio, quella speranza che ha sostenuto la fede dei nostri fratelli delle Chiese dell'Est in tempi in cui duro e rischioso era credere e sperare, e che ora è premiata da una rinnovata fioritura di vocazioni, com'è stato testimoniato al convegno. A questi fratelli siamo profondamente grati, come a tutti quei credenti che continuano a testimoniare che la « speranza è il segreto della vita cristiana. Essa è il respiro assolutamente necessario sul fronte della missione della Chiesa e in particolare della pastorale vocazionale (...). Occorre quindi rigenerarla nei presbiteri, negli educatori, nelle famiglie cristiane, nelle famiglie religiose, negli Istituti Secolari. Insomma in tutti coloro che devono servire la vita accanto alle nuove generazioni ».(2) Scriviamo a voi, ragazzi, adolescenti e giovani ... 4. Forti di questa speranza ci rivolgiamo a voi, ragazzi, adolescenti e giovani, anzitutto, perché nella scelta del vostro futuro accogliate il progetto che Dio ha su di voi: sarete felici e pienamente realizzati solo disponendovi a realizzare il sogno del Creatore sulla creatura. Quanto vorremmo che questo scritto fosse come una lettera indirizzata a ciascuno di voi, in cui possiate sentire, con l'aiuto dei vostri educatori, la premura della madre-Chiesa per ciascuno dei suoi figli, quella premura tutta particolare che una madre ha per i più giovani dei suoi figli. Una lettera in cui possiate riconoscere i vostri problemi, le domande che abitano il vostro cuore giovane e le risposte che vengono da Colui che è l'amico perennemente giovane delle anime vostre, l'unico che può dirvi la verità! Sappiatelo, cari giovani, la Chiesa segue trepida i vostri passi e le vostre scelte. E come sarebbe bello se questa lettera suscitasse in voi una qualche risposta, per un dialogo da continuare con chi vi guida... ... a voi, genitori ed educatori ... 5. Ricchi della medesima speranza ci rivolgiamo a voi genitori, da Dio chiamati a collaborare con la sua volontà di dare la vita, e a voieducatori, insegnanti, catechisti e animatori, da Dio chiamati a collaborare in vario modo al suo disegno di formare alla vita. Vorremmo dirvi quanto la Chiesa apprezzi la vostra vocazione, e quanto s'affidi a essa per promuovere la vocazione dei vostri figli e una vera e propria cultura vocazionale. Voi genitori siete anche i primi naturali educatori vocazionali, mentre voi formatori non siete solo istruttori che introducono alle scelte esistenziali: siete chiamati voi pure a generare la vita nelle giovani esistenze che aprite al futuro. La vostra fedeltà alla chiamata di Dio è mediazione preziosa e insostituibile perché i vostri figli e alunni possano scoprire la loro personale vocazione, perché « abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza » (Gv 10, 10). ... a voi, pastori e presbiteri, consacrati e consacrate ... 6. Sempre con la speranza in cuore ci rivolgiamo a voi presbiteri e a voi consacrati e consacrate, nella vita religiosa e negli istituti secolari. Voi che avete sentito una particolare chiamata a seguire il Signore in una vita tutta dedicata a Lui, siete anche particolarmente chiamati, tutti senz'alcuna eccezione, a testimoniare la bellezza della sequela. Sappiamo quanto oggi sia difficile questo annuncio e quanto sia facile la tentazione dello scoraggiamento quando la fatica sembra inutile. « La pastorale vocazionale costituisce il ministero più difficile e più delicato ».(3) Ma vorremmo anche ricordare che non c'è nulla di più esaltante d'una testimonianza così appassionata della propria vocazione da saperla rendere contagiosa. Nulla è più logico e coerente d'una vocazione che genera altre vocazioni e vi rende a pieno titolo « padri » e « madri ». In particolare vorremmo con questo scritto rivolgerci non solo a chi ha un incarico esplicito nella promozione vocazionale, ma anche a chi di voi non è impegnato direttamente in essa, o a chi ritiene di non aver alcun obbligo in tale direzione. Vorremmo ricordare a costoro che solo una testimonianza corale rende efficace l'animazione vocazionale, e che la cosiddetta crisi vocazionale è prima di tutto legata alla latitanza di qualche testimone che rende debole il messaggio. In una Chiesa tutta vocazionale, tutti sono animatori vocazionali. Beati voi, allora, se saprete dire con la vostra vita che servire Dio è bello e appagante, e svelare che in Lui, il Vivente, è nascosta l'identità d'ogni vivente (cfr. Col 3, 3). ... a tutto il popolo di Dio che è in Europa 7. Infine vorremmo essere « samaritani della speranza » per quei fratelli e sorelle con cui condividiamo la fatica del cammino. Vorremmo indirizzare a tutto il popolo di Dio, peregrinante in questa terra antica e benedetta, nelle Chiese dell'Est e dell'Ovest, lo stesso messaggio di speranza. Da qui un tempo si diffuse l'annuncio della buona novella, grazie al coraggio di molti evangelizzatori che pagarono anche con il sangue la loro testimonianza. Ancora oggi, noi vogliamo credere, lo Spirito del Padre chiama. Egli invia per le strade del mondo i figli di questa terra generosa dalle radici cristiane, ma bisognosa essa stessa di nuova evangelizzazione e di nuovi evangelizzatori. Anche noi, allora, ci presentiamo al Signore, come gli Apostoli un tempo, con la coscienza della nostra povertà e dei bisogni di questa Chiesa: « Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla » (Lc 5, 5). Ma vogliamo soprattutto, « sulla sua parola », credere e sperare che, come allora, il Signore può riempire anche oggi con una pesca miracolosa le barche dei suoi apostoli e trasformare ogni credente in pescatore di uomini. Dal Congresso alla vita 8. Scopo, allora, del presente documento è quello di condividere con tutti voi l'evento di grazia che il Congresso è stato. Senza pretendere di farne una sintesi accurata, né presumere di esporre un trattato sistematico sulla vocazione, vorremmo fraternamente mettere a disposizione della Chiesa tutta, che è in Europa e fuori d'Europa, nelle sue varie denominazioni cristiane, i frutti più significativi del Congresso stesso. Lo stile cercherà di esprimere il più possibile la volontà di farci capire da tutti, poiché tutti indistintamente sono chiamati a realizzare la propria vocazione e a promuovere quella di chi è loro prossimo. Sarà tale soprattutto da coniugare tra loro riflessione teologica e prassi pastorale, proposta teorica e indicazione pedagogica, per offrire un aiuto concreto e pratico a quanti operano nell'animazione vocazionale. Non abbiamo alcuna pretesa di dire tutto, non solo per non ripetere quanto altri documenti hanno già ottimamente detto al riguardo,(4) ma per rimanere aperti al mistero, a quel mistero che avvolge la vita e la chiamata d'ogni essere umano, a quel mistero che è anche il cammino di discernimento vocazionale e che solo nel momento della morte si compirà. O la pastorale vocazionale è mistagogica, e dunque parte e riparte dal Mistero (di Dio) per ricondurre al mistero (dell'uomo), o non è. Le parti del documento 9. Concretamente il presente testo segue la logica che ha guidato i lavori del Congresso: dal concreto dell'esistenza alla riflessione, per tornare ancora al concreto esistenziale. È con la realtà d'ogni giorno che deve misurarsi la pastorale vocazionale, proprio perché è pastorale in funzione e al servizio della vita. Di conseguenza partiremo con un tentativo di rilevamento della situazione, per poi analizzare il tema della vocazione dal punto di vista teologico, e dare dunque un fondamento, una indispensabile struttura di riferimento a tutto il seguito del discorso. A questo punto inizia la parte più applicativa: di tipo pastorale, anzitutto, o di grandi strategie d'intervento, e poi di tipo più pedagogico. Sarà utile per identificare almeno alcune piste orientative sul piano del metodo e della prassi quotidiana. E forse proprio questo aspetto è il più carente e il più atteso dagli operatori pastorali. PARTE PRIMA LA SITUAZIONE VOCAZIONALE EUROPEA OGGI « La messe è molta, Questa prima parte costituisce uno sguardo sapienziale sull'Europa, nella consapevolezza della sua complessità culturale, in cui sembra essere egemone un modello antropologico di « uomo senza vocazione ». La nuova evangelizzazione deve riannunciare il senso forte della vita come « vocazione », nel suo fondamentale appello alla santità, ricreando una cultura favorevole alle diverse vocazioni ed atta a promuovere un vero salto di qualità nella pastorale vocazionale. « Nuove vocazioni per una nuova Europa » 10. Il tema del Congresso (« Nuove vocazioni per una nuova Europa ») va direttamente al cuore del problema: oggi in un'Europa nuova rispetto al passato c'è bisogno di vocazioni altrettanto « nuove ». È necessario giustificare l'affermazione per capire il senso di questa novità, e coglierne il rapporto con la pastorale « tradizionale » delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Non ci accontenteremo allora di fotografare la situazione e di enumerare dati, ma vedremo di cogliere in quale direzione vada la novità e il bisogno di vocazioni che da essa scaturisce. Allo stesso tempo leggeremo la situazione che s'è determinata al presente, a partire dall'espressione di Gesù dinanzi alla missione che l'attendeva: « La messe è molta, ma gli operai sono pochi » (Mt 9, 37). Queste parole continuano a essere vere e costituiscono una preziosa chiave di lettura dell'attualità. In qualche maniera ritroviamo in esse la giusta misura della nostra azione e la giusta proporzione (o sproporzione) tra una messe che sarà sempre eccedente e le nostre poche forze. Al riparo da ogni interpretazione pessimista dell'oggi, come pure da ogni pretesa d'autosufficienza per il domani. Nuova Europa 11. Già il Documento di lavoro aveva offerto un quadro della situazione europea, riguardo alla problematica vocazionale, fortemente segnato da elementi di novità. Qui li riassumiamo appena, secondo l'analisi che ne ha fatto il Congresso stesso, cercando di cogliere quelli più significativi, destinati a condizionare nei tempi lunghi mentalità e sensibilità giovanili, e dunque anche prassi pastorali e strategie vocazionali. a) Un'Europa diversificata e complessa Anzitutto un dato appare ormai scontato: è praticamente impossibile definire in modo univoco e statico la situazione europea, sul piano della condizione giovanile e degli inevitabili riflessi vocazionali. Siamo di fronte a una Europa diversificata, resa tale dalle diverse vicende storico-politiche (vedi la differenza tra Est e Ovest), ma anche dalla pluralità di tradizioni e culture (greco-latina, anglosassone e slava). Esse tuttavia ne costituiscono anche la ricchezza e rendono significative, in contesti diversi, esperienze e scelte. Così, se nei paesi del versante orientale si avverte il problema di come gestire la ritrovata libertà, in quelli del versante occidentale ci s'interroga su come vivere l'autentica libertà. Tale eterogeneità è pure confermata dall'andamento delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, non solo per la differenza marcata tra la fioritura vocazionale dell'Europa orientale e la crisi generale che pervade l'Occidente, ma perché, all'interno di tale crisi, vi sono anche segni di ripresa vocazionale, particolarmente in quelle Chiese, in cui il lavoro postconciliare assiduo e costante ha tracciato un solco profondo ed efficace.(5) Se dunque in Oriente è necessario avviare una vera pastorale organica al servizio della promozione vocazionale, dall'animazione alla formazione, soprattutto, delle vocazioni, in Occidente è indispensabile una diversa attenzione. Ci si deve interrogare sulla reale consistenza teologica e sulla linearità applicativa di certi progetti vocazionali, sul concetto di vocazione che ne è alla base e sul tipo di vocazioni che ne derivano. Al Congresso è tornata insistente la domanda: « Perché determinate teologie o prassi pastorali non producono vocazioni, mentre altre le producono? ».(6) Un altro aspetto caratterizza l'attualità socio-culturale europea: l'eccedenza di possibilità, di occasioni, di sollecitazioni, a fronte della carenza di focalizzazione, di propositività, di progettualità. È come un ulteriore contrasto che aumenta il grado di complessità di questa stagione storica, con ricaduta negativa sul piano vocazionale. Come la Roma antica, l'Europa moderna sembra simile a un pantheon, a un grande « tempio » in cui tutte le « divinità » son presenti, o in cui ogni « valore » ha il suo posto e la sua nicchia. « Valori » diversi e contrastanti sono copresenti e coesistenti, senza una gerarchizzazione precisa; codici di lettura e di valutazione, d'orientamento e di comportamento del tutto dissimili tra loro. Risulta difficile, in tale contesto, avere una concezione o una visione del mondo unitaria, e diventa dunque debole anche la capacità progettuale della vita. Quando una cultura, infatti, non definisce più le supreme possibilità di significato, o non riesce a creare convergenza attorno ad alcuni valori come particolarmente capaci di dar senso alla vita, ma pone tutto sullo stesso piano, cade ogni possibilità di scelta progettuale e tutto diviene indifferente e piatto. b) I giovani e l'Europa I giovani europei vivono in questa cultura pluralista e ambivalente, « politeista » e neutra. Da un lato cercano appassionatamente autenticità, affetto, rapporti personali, grandezza d'orizzonti, dall'altro sono fondamentalmente soli, « feriti » dal benessere, delusi dalle ideologie, confusi dal disorientamento etico. E ancora: « da più parti del mondo giovanile si rileva una chiara simpatia per la vita intesa come valore assoluto, sacro... »,(7) ma spesso e in molte parti d'Europa tale apertura nei confronti dell'esistenza è smentita da politiche non rispettose del diritto alla vita stessa, soprattutto, per i più deboli. Politiche che stanno rischiando di rendere il « vecchio continente » sempre più vecchio. Se dunque, per un verso, questi giovani sono un notevole capitale per l'Europa d'oggi, che su di loro investe notevolmente per costruire il suo futuro, dall'altro non sempre le aspettative giovanili sono coerentemente accolte dal mondo degli adulti o dei responsabili della società civile. Due aspetti, comunque, ci sembrano centrali per capire l'atteggiamento giovanile odierno: la rivendicazione della soggettività e il desiderio di libertà. Sono due istanze degne d'attenzione e tipicamente umane. Spesso tuttavia in una cultura debole e complessa quale l'attuale, danno luogo incontrandosi a combinazioni che ne deformano il senso: la soggettività diventa allora soggettivismo, mentre la libertà degenera in arbitrio. In tale contesto merita attenzione il rapporto che i giovani europei stabiliscono con la Chiesa. Rileva con coraggio e realismo il Congresso in una delle sue Proposizioni conclusive: « I giovani spesso non vedono nella Chiesa l'oggetto della loro ricerca ed il luogo di risposta della loro domanda e attesa. Si rileva che non è Dio il problema, ma la Chiesa. La Chiesa ha coscienza della difficoltà a comunicare con i giovani, della carenza di veri progetti pastorali..., della debolezza teologico-antropologica di certe catechesi. Da parte di tanti giovani perdura il timore che un'esperienza nella Chiesa limiti la loro libertà »,(8) mentre da parte di molti altri la Chiesa resta o sta diventando il più autorevole punto di riferimento. c) « Uomo senza vocazione » Questo gioco di contrasti si riflette inevitabilmente sul piano della progettazione del futuro, che è visto da parte dei giovani in un'ottica conseguente, limitata alle proprie vedute, in funzione d'interessi strettamente personali (l'autorealizzazione). È una logica che riduce il futuro alla scelta d'una professione, alla sistemazione economica, o all'appagamento sentimentale-emotivo, entro orizzonti che di fatto riducono la voglia di libertà e le possibilità del soggetto a progetti limitati, con l'illusione d'esser liberi. Sono scelte senza alcun'apertura al mistero e al trascendente, e fors'anche con scarsa responsabilità nei confronti della vita, propria e altrui, della vita ricevuta in dono e da generare negli altri. È, in altre parole, una sensibilità e mentalità che rischia di delineare una sorta di cultura antivocazionale. Come dire che nell'Europa culturalmente complessa e priva di precisi punti di riferimento, simile a un grande pantheon, il modello antropologico prevalente sembra esser quello dell'« uomo senza vocazione ». Eccone una possibile descrizione. « Una cultura pluralista e complessa tende a generare dei giovani con un'identità incompiuta e debole con la conseguente indecisione cronica di fronte alla scelta vocazionale. Molti giovani non hanno neppure la « grammatica elementare » dell'esistenza, sono dei nomadi: circolano senza fermarsi a livello geografico, affettivo, culturale, religioso, essi « tentano »! In mezzo alla grande quantità e diversità delle informazioni, ma con povertà di formazione, appaiono dispersi, con poche referenze e pochi referenti. Per questo hanno paura del loro avvenire, hanno ansia davanti ad impegni definitivi e si interrogano circa il loro essere. Se da una parte cercano autonomia e indipendenza ad ogni costo, dall'altra, come rifugio, tendono a essere molto dipendenti dall'ambiente socioculturale ed a cercare la gratificazione immediata dei sensi: di ciò che « mi va », di ciò che « mi fa sentire bene » in un mondo affettivo fatto su misura ».(9) Fa un'immensa tristezza incontrare giovani, pur intelligenti e dotati, in cui sembra spenta la voglia di vivere, di credere in qualcosa, di tendere verso obiettivi grandi, di sperare in un mondo che può diventare migliore anche grazie ai loro sforzi. Sono giovani che sembrano sentirsi superflui nel gioco o nel dramma della vita, quasi dimissionari nei confronti d'essa, smarriti lungo sentieri interrotti e appiattiti sui livelli minimi della tensione vitale. Senza vocazione, ma anche senza futuro, o con un futuro che, tutt'al più, sarà una fotocopia del presente. d) La vocazione dell'Europa Eppure, quest'Europa dalle molte anime e dalla cultura così debole (ma che tuttavia s'impone spesso con forza) mostra d'avere energie insospettate, è quanto mai viva e chiamata a giocare un ruolo importante nel contesto mondiale. Mai come in questo tempo il vecchio continente, nonostante mostri ancora le ferite di recenti conflitti e di contrapposizioni anche violente al suo interno, ha avvertito forte la chiamata all'unità. Una unità che si deve ancora costruire, nonostante certi muri siano caduti, e che dovrà estendersi a tutta l'Europa e a chi a essa chiede ospitalità e accoglienza. Unità che non potrà essere solo politica o economica, ma anche e prima di tutto spirituale e morale. Unità, ancora, che dovrà superare vecchi rancori e antiche diffidenze, e che potrebbe ritrovare proprio nelle primitive radici cristiane un motivo di convergenza e una garanzia d'intesa. Unità, in particolare, che toccherà all'attuale generazione giovanile realizzare e render solida e completa, dall'Ovest all'Est, dal Nord al Sud, difendendola da ogni tentazione contraria d'isolamento e ripiegamento sui propri interessi, e proponendola al mondo intero come esempio di serena convivenza nella diversità. Saranno questi giovani capaci di assumere tale responsabilità? Se è vero che il giovane d'oggi rischia d'essere disorientato e di ritrovarsi senza un preciso punto di riferimento, la « nuova Europa » che sta nascendo potrebbe forse diventare un traguardo e offrire un adeguato stimolo a giovani che, in realtà, « hanno nostalgia di libertà e cercano la verità, la spiritualità, l'autenticità, la propria originalità personale e la trasparenza, che insieme hanno desiderio di amicizia e di reciprocità », che cercano « compagnia » e vogliono « costruire una nuova società, fondata su valori quali la pace, la giustizia, il rispetto per l'ambiente, l'attenzione alle diversità, la solidarietà, il volontariato e la pari dignità della donna ».(10) In ultima analisi, le più recenti ricerche descrivono i giovani europei come smarriti, ma non disperati; impregnati di relativismo etico, ma anche desiderosi di vivere una « vita buona »; coscienti del loro bisogno di salvezza, sia pur senza sapere dove cercarla. Il loro più grave problema è probabilmente la società eticamente neutra nella quale è capitato loro di vivere, ma le risorse in loro non si sono spente. Specie in un tempo di transizione verso nuovi traguardi come il nostro. Ne fanno fede i tanti giovani animati da sincera ricerca di spiritualità e coraggiosamente impegnati nel sociale, fiduciosi in se stessi e negli altri e distributori di speranza e di ottimismo. Noi crediamo che questi giovani, nonostante le contraddizioni e il « peso » d'un certo ambiente culturale, possano costruire questa nuova Europa. Nella vocazione della loro madre-terra s'adombra anche la loro personale vocazione. Nuova evangelizzazione 12. Tutto questo apre nuove strade e chiede nuovo impulso allo stesso processo di evangelizzazione della vecchia e nuova Europa. Da tempo la Chiesa e l'attuale Pontefice vanno chiedendo un profondo rinnovamento dei contenuti e del metodo dell'annuncio del vangelo, « per rendere la Chiesa del XX secolo sempre più idonea ad annunciare il vangelo all'umanità del XX secolo ».(11) E, come ci ha ricordato il Congresso, « non bisogna aver paura di essere in un periodo di passaggio da una sponda all'altra ».(12) a) Il « semper » e il « novum » Si tratta di coniugare il « semper » e il « novum » del vangelo, per offrirlo alle nuove domande e condizioni dell'uomo e della donna d'oggi. È dunque urgente riproporre il cuore o il centro del kerigma come « notizia perennemente buona », ricca di vita e di senso per il giovane che vive in Europa, come annuncio capace di rispondere alle sue aspettative e d'illuminare la sua ricerca. Specie attorno a questi punti si concentrano la tensione e la sfida. Di qui dipendono l'immagine d'uomo che si vuole realizzare e le grandi decisioni della vita, del futuro della persona e dell'umanità: dal significato della libertà, del rapporto tra soggettività e oggettività, del mistero della vita e della morte, dell'amare e del soffrire, del lavoro e della festa. Occorre chiarire la relazione tra prassi e verità, tra istante storico personale e futuro definitivo universale o tra bene ricevuto e bene donato, tra coscienza del dono e scelta di vita. Noi sappiamo che è proprio attorno a questi punti che si concentra anche una certa crisi di significato, da cui derivano poi una cultura antivocazionale e un'immagine d'uomo senza vocazione. Dunque di qui deve partire o qui deve approdare il cammino della nuova evangelizzazione, per evangelizzare la vita e il significato della vita, l'esigenza di libertà e di soggettività, il senso del proprio essere al mondo e del relazionarsi con gli altri. Di qui potrà emergere una cultura vocazionale e un modello d'uomo aperto alla chiamata. Perché a un'Europa che va ridisegnando in profondità il suo volto non venga a mancare la buona novella della pasqua del Signore, nel cui sangue i popoli dispersi si sono riuniti e i lontani sono diventati vicini, « abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia » (Ef 2, 14). Possiamo anzi dire che la vocazione è il cuore stesso della nuova evangelizzazione alle soglie del terzo millennio, è l'appello di Dio all'uomo per una nuova stagione di verità e libertà, e per una rifondazione etica della cultura e della società europea. b) Nuova santità In questo processo di inculturazione della buona novella, la Parola di Dio si fa compagna di viaggio dell'uomo e lo incrocia lungo le vie per rivelargli il progetto del Padre come condizione della sua felicità. Ed è esattamente la Parola tratta dalla lettera di Paolo ai cristiani della Chiesa di Efeso, che conduce anche noi oggi, popolo di Dio in Europa, a scoprire quanto forse non è subito visibile a prima vista, ma che pure è evento, è dono, è vita nuova: « Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio » (Ef 2, 19). Non è, evidentemente, parola nuova, ma è parola che ci fa guardare in modo nuovo alla realtà della Chiesa del vecchio continente, che è tutt'altro che « Chiesa vecchia ». Essa è comunità di credenti chiamati alla « giovinezza della santità », alla vocazione universale alla santità, sottolineata con forza dal Concilio (13) e ribadita in svariate circostanze dal Magistero successivo. È tempo, ora, che quell'appello riprenda forza e raggiunga ogni credente, perché ognuno sia « in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità » (Ef 3, 18) del mistero di grazia affidato alla propria vita. È tempo ormai che quell'appello susciti nuovi disegni di santità, perché l'Europa ha bisogno soprattutto di quella particolare santità che il momento presente esige, originale quindi e in qualche modo senza precedenti. Occorrono persone, capaci di « gettare ponti » per unire sempre più le Chiese e i popoli d'Europa e per riconciliare gli animi. Occorrono « padri » e « madri » aperti alla vita e al dono della vita; sposi e spose che testimonino e celebrino la bellezza dell'amore umano benedetto da Dio; persone capaci di dialogo e di « carità culturale », per la trasmissione del messaggio cristiano mediante i linguaggi della nostra società; professionisti e persone semplici capaci d'imprimere all'impegno nella vita civile e ai rapporti di lavoro e d'amicizia la trasparenza della verità e l'intensità della carità cristiana; donne che riscoprano nella fede cristiana la possibilità di vivere in pieno il loro genio femminile; presbiteri dal cuore grande, come quello del Buon Pastore; diaconi permanenti che annuncino la Parola e la libertà del servizio per i più poveri; apostoli consacrati capaci d'immergersi nel mondo e nella storia con cuore di contemplativo, e mistici così familiari col mistero di Dio da saper celebrare l'esperienza del divino e indicare Dio presente nel vivo dell'azione. L'Europa ha bisogno di nuovi confessori della fede e della bellezza del credere, di testimoni che siano credenti credibili, coraggiosi fino al sangue, di vergini che non siano tali solo per se stessi, ma che sappiano indicare a tutti quella verginità che è nel cuore d'ognuno e che rimanda immediatamente all'Eterno, fonte d'ogni amore. La nostra terra è avida non solo di persone sante, ma di comunità sante, così innamorate della Chiesa e del mondo da saper presentare al mondo stesso una Chiesa libera, aperta, dinamica, presente nella storia odierna d'Europa, vicina ai dolori della gente, accogliente verso tutti, promotrice della giustizia, attenta ai poveri, non preoccupata della sua minoranza numerica né di porre paletti di confine alla propria azione, non spaventata dal clima di scristianizzazione sociale (reale ma forse non così radicale e generale) né dalla scarsità (spesso solo apparente) dei risultati. Sarà questa la nuova santità capace di rievangelizzare l'Europa e di costruire la nuova Europa! Nuove vocazioni 13. S'impone allora un discorso nuovo sulla vocazione e sulle vocazioni, sulla cultura e sulla pastorale vocazionale. Il Congresso ha inteso recepire una certa sensibilità, ormai largamente diffusa riguardo a questi temi, proponendo però, al tempo stesso, un « «sussulto» idoneo ad aprire stagioni nuove nelle nostre Chiese ».(14) a) Vocazione e vocazioni Come la santità è per tutti i battezzati in Cristo, così esiste una vocazione specifica per ogni vivente; e come la prima è radicata nel Battesimo, così la seconda è connessa al semplice fatto d'esistere. La vocazione è il pensiero provvidente del Creatore sulla singola creatura, è la sua idea-progetto, come un sogno che sta a cuore a Dio perché gli sta a cuore la creatura. Dio-Padre lo vuole diverso e specifico per ogni vivente. L'essere umano, infatti, è « chiamato » alla vita, e come viene alla vita porta e ritrova in sé l'immagine di Colui che l'ha chiamato. Vocazione è la proposta divina di realizzarsi secondo quest'immagine, ed è unica-singola irripetibile proprio perché tale immagine è inesauribile. Ogni creatura dice ed è chiamata a esprimere un aspetto particolare del pensiero di Dio. Lì trova il suo nome e la sua identità; afferma e mette al sicuro la sua libertà e originalità. Se dunque ogni essere umano ha la propria vocazione fin dal momento della nascita, esistono nella Chiesa e nel mondo varie vocazioni che, mentre su un piano teologico esprimono la somiglianza divina impressa nell'uomo, a livello pastorale-ecclesiale rispondono alle varie esigenze della nuova evangelizzazione, arricchendo la dinamica e la comunione ecclesiale: « La Chiesa particolare è come un giardino fiorito, con grande varietà di doni e carismi, movimenti e ministeri. Di qui l'importanza della testimonianza della comunione tra loro, abbandonando ogni spirito di «concorrenza» ».(15) Anzi, è stato detto esplicitamente al Congresso, « c'è bisogno di apertura a nuovi carismi e ministeri, forse diversi da quelli consueti. La valorizzazione ed il posto del laicato è un segno dei tempi che è ancora in parte da scoprire. Esso si sta rivelando sempre più fruttuoso ».(16) b) Cultura della vocazione Questi elementi stanno progressivamente penetrando la coscienza dei credenti, ma non ancora fino a creare una vera e propria cultura vocazionale,(17) capace di varcare i confini della comunità credente. Per questo il S. Padre, nel suo Discorso ai partecipanti al Congresso auspica che la costante e paziente attenzione della comunità cristiana al mistero della divina chiamata promuova una « nuova cultura vocazionale nei giovani e nelle famiglie ».(18) Essa è una componente della nuova evangelizzazione. È cultura della vita e dell'apertura alla vita, del significato del vivere, ma anche del morire. In particolare fa riferimento a valori forse un po' dimenticati da certa mentalità emergente (« cultura di morte », secondo alcuni), come la gratitudine, l'accoglienza del mistero, il senso dell'incompiutezza dell'uomo e assieme della sua apertura al trascendente, la disponibilità a lasciarsi chiamare da un altro (o da un Altro) e a farsi interpellare dalla vita, la fiducia in sé e nel prossimo, la libertà di commuoversi di fronte al dono ricevuto, di fronte all'affetto, alla comprensione, al perdono, scoprendo che quello che si è ricevuto è sempre immeritato ed eccedente la propria misura, e fonte di responsabilità verso la vita. Fa parte ancora di questa cultura vocazionale la capacità di sognare e desiderare in grande, quello stupore che consente d'apprezzare la bellezza e sceglierla per il suo valore intrinseco, perché rende bella e vera la vita, quell'altruismo che non è solo solidarietà d'emergenza, ma che nasce dalla scoperta della dignità di qualsiasi fratello. Alla cultura della distrazione, che rischia di perder di vista e annullare gl'interrogativi seri nel macero delle parole, va opposta una cultura capace di ritrovare coraggio e gusto per le domande grandi, quelle relative al proprio futuro: sono le domande grandi, infatti, che rendono grandi anche le risposte piccole. Ma son poi le risposte piccole e quotidiane che provocano le grandi decisioni, come quella della fede; o che creano cultura, come quella della vocazione. In ogni caso la cultura vocazionale, in quanto complesso di valori, deve passare sempre più dalla coscienza ecclesiale a quella civile, dalla consapevolezza del singolo o della comunità credente alla convinzione universale di non poter costruire alcun futuro, per l'Europa del duemila, su un modello d'uomo senza vocazione. Continua infatti il Papa: « Il disagio che attraversa il mondo giovanile rivela, anche nelle nuove generazioni, pressanti domande sul significato dell'esistenza, a conferma del fatto che nulla e nessuno può soffocare nell'uomo la domanda di senso e il desiderio di verità. Per molti è questo il terreno sul quale si pone la ricerca vocazionale ».(19) Proprio questa domanda e questo desiderio fanno nascere un'autentica cultura della vocazione; e se domanda e desiderio sono nel cuore d'ogni uomo, anche di chi li nega, allora questa cultura potrebbe diventare una sorta di terreno comune ove la coscienza credente incontra la coscienza laica e con essa si confronta. Ad essa donerà con generosità e trasparenza quella sapienza che ha ricevuto dall'alto. Tale nuova cultura diverrà così vero e proprio terreno di nuova evangelizzazione, ove potrebbe nascere un nuovo modello d'uomo e potrebbero fiorire anche nuova santità e nuove vocazioni per l'Europa del duemila. La penuria, infatti, delle vocazioni specifiche le vocazioni al plurale è soprattutto assenza di coscienza vocazionale della vita la vocazione al singolare , ovvero assenza di cultura della vocazione. Questa cultura diventa oggi, probabilmente, il primo obiettivo della pastorale vocazionale (20) o, forse, della pastorale in genere. Che pastorale è, infatti, quella che non coltiva la libertà di sentirsi chiamati da Dio, né fa nascere novità di vita? c) Pastorale delle vocazioni: il « salto di qualità » C'è un altro elemento che lega tra loro la riflessione precongressuale con l'analisi congressuale. È la consapevolezza che la pastorale delle vocazioni si trova di fronte all'esigenza di un cambiamento radicale, di un « "sussulto" idoneo », secondo il documento preparatorio,(21) o di « un salto di qualità », come il Papa ha raccomandato nel suo Messaggio a fine Congresso.(22) Ancora una volta ci troviamo dinanzi a una convergenza evidente e da intendere nel suo significato autentico, in questa analisi della situazione che stiamo proponendo. Non si tratta solo d'un invito a reagire a una sensazione di stanchezza o di sfiducia per i pochi risultati; né s'intende con queste parole provocare a rinnovare semplicemente certi metodi o a recuperare energia ed entusiasmo, ma si vuole indicare, in sostanza, che la pastorale vocazionale in Europa è giunta a uno snodo storico, a un passaggio decisivo. C'è stata una storia, con una preistoria e poi delle fasi che si sono lentamente succedute, lungo questi anni, come stagioni naturali, e che ora devono necessariamente procedere verso lo stato « adulto » e maturo della pastorale vocazionale. Non si tratta dunque né di sottovalutare il senso di questo passaggio, né d'incolpare alcuno per quello che non si sarebbe fatto nel passato; anzi, il sentimento nostro e di tutta la Chiesa è di sincera riconoscenza verso quei fratelli e sorelle che, in condizioni di notevole difficoltà, hanno con generosità aiutato tanti ragazzie e giovani a cercare e a trovare la propria vocazione. Ma si tratta, in ogni caso, di comprendere ancora una volta la direzione che Dio, il Signore della storia, sta imprimendo alla nostra storia, anche alla ricca storia delle vocazioni in Europa, oggi dinanzi a un crocevia decisivo. Se la pastorale delle vocazioni è nata come emergenza legata a una situazione di crisi e indigenza vocazionale, oggi non può più pensarsi con la stessa precarietà e motivata da una congiuntura negativa, ma al contrario appare come espressione stabile e coerente della maternità della Chiesa, aperta al piano inarrestabile di Dio, che sempre in essa genera vita; se un tempo la promozione vocazionale si riferiva solo o soprattutto ad alcune vocazioni, ora si dovrebbe tendere sempre più verso la promozione di tutte le vocazioni, poiché nella Chiesa del Signore o si cresce insieme o non cresce nessuno; se ai suoi inizi la pastorale vocazionale provvedeva a circoscrivere il suo campo d'intervento ad alcune categorie di persone (« i nostri », quelli più vicini agli ambienti di chiesa o coloro che sembravano mostrare subito un certo interesse, i più buoni e meritevoli, quelli che avevano già fatto un'opzione di fede, e così via), adesso s'avverte sempre più la necessità d'estendere con coraggio a tutti, almeno in teoria, l'annuncio e la proposta vocazionale, in nome di quel Dio che non fa preferenza di persone, che sceglie peccatori in un popolo di peccatori, che fa di Amos, che non era figlio di profeti ma solo raccoglitore di sicomori, un profeta, e chiama Levi e va in casa di Zaccheo, ed è capace di far sorgere figli di Abramo anche dalle pietre (cfr. Mt 3, 9); se prima l'attività vocazionale nasceva in buona parte dalla paura (dell'estinzione o di contare di meno) e dalla pretesa di mantenere determinati livelli di presenze o di opere, ora la paura, che è sempre pessima consigliera, cede il posto alla speranza cristiana, che nasce dalla fede ed è proiettata verso la novità e il futuro di Dio; se una certa animazione vocazionale è, o era, perennemente incerta e timida, da sembrar quasi in condizione d'inferiorità rispetto a una cultura antivocazionale, oggi fa vera promozione vocazionale solo chi è animato dalla certezza che in ogni persona, nessuno escluso, c'è un dono originale di Dio che attende d'essere scoperto; se l'obiettivo un tempo sembrava essere il reclutamento, e il metodo la propaganda, spesso con esiti forzosi sulla libertà dell'individuo o con episodi di « concorrenza », ora deve essere sempre più chiaro che lo scopo è il servizio da dare alla persona, perché sappia discernere il progetto di Dio sulla sua vita per l'edificazione della Chiesa, e in esso riconosca e realizzi la sua propria verità; (23) se in epoca non proprio lontana c'era chi s'illudeva di risolvere la crisi vocazionale con scelte discutibili, ad esempio « importando vocazioni » da altrove (spesso sradicandole dal loro ambiente), oggi nessuno dovrebbe illudersi di risolvere la crisi vocazionale aggirandola, poiché il Signore continua a chiamare in ogni Chiesa e in ogni luogo; e così, sulla stessa linea, il « cireneo vocazionale », volonteroso e spesso solitario improvvisatore, dovrebbe sempre più passare da un'animazione fatta d'iniziative ed esperienze episodiche a un'educazione vocazionale che s'ispiri alla sapienza d'un metodo collaudato d'accompagnamento, per poter dare un aiuto appropriato a chi è in ricerca; di conseguenza, lo stesso animatore vocazionale dovrebbe diventare sempre più educatore alla fede e formatore di vocazioni, e l'animazione vocazionale divenire sempre più azione corale,(24) di tutta la comunità, religiosa o parrocchiale, di tutto l'istituto o di tutta la diocesi, di ogni presbitero o consacratoa o credente, e per tutte le vocazioni in ogni fase della vita; è ora, infine, che si passi decisamente dalla « patologia della stanchezza » (25) e della rassegnazione, che si giustifica attribuendo all'attuale generazione giovanile la causa unica della crisi vocazionale, al coraggio di porsi gl'interrogativi giusti, per capire gli eventuali errori e inadempienze, per arrivare a un nuovo slancio creativo fervido di testimonianza. d) Piccolo gregge e grande missione (26) Sarà la coerenza con cui si procede in questa linea che aiuterà sempre più a riscoprire la dignità della pastorale vocazionale e la sua naturale posizione di centralità e sintesi nell'ambito pastorale. Anche qui veniamo da esperienze e concezioni che hanno rischiato di emarginare, in qualche modo, nel passato, la stessa pastorale delle vocazioni, considerandola come meno importante. Essa talvolta presenta un volto non vincente della Chiesa attuale o viene giudicata come un settore della pastorale meno teologicamente fondato rispetto ad altri, prodotto recente d'una situazione critica e contingente. La pastorale vocazionale vive forse ancora in una situazione d'inferiorità, che da un lato può nuocere alla sua immagine e indirettamente all'efficacia della sua azione, ma dall'altro può anche diventare un contesto favorevole per individuare e sperimentare con creatività e libertà libertà anche di sbagliare nuovi cammini pastorali. Soprattutto tale situazione può ricordare quell'altra « inferiorità » o povertà di cui parlava Gesù osservando le folle che lo seguivano: « La messe è molta, ma gli operai sono pochi » (Mt 9, 37). Di fronte alla messe del Regno di Dio, di fronte alla messe della nuova Europa e della nuova evangelizzazione, gli « operai » sono e saranno sempre pochi, « piccolo gregge e grande missione », perché risalti meglio che la vocazione è iniziativa di Dio, dono del Padre, Figlio e Spirito Santo. PARTE SECONDA TEOLOGIA DELLA VOCAZIONE « Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito... » (1 Cor 12, 4) Lo scopo fondamentale di questa parte teologica è di far cogliere il senso della vita umana in rapporto a Dio comunione trinitaria. Il mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo fonda l'esistenza piena dell'uomo, come chiamata all'amore nel dono di sé e nella santità; come dono nella Chiesa per il mondo. Ogni antropologia sganciata da Dio è illusoria. Si tratta ora di cogliere gli elementi strutturali della vocazione cristiana, la sua architettura essenziale che, evidentemente, non può che essere teologica. Questa realtà, già oggetto di molte analisi anche del Magistero, è ricca d'una tradizione spirituale, biblico-teologica, che ha formato non solo generazioni di chiamati, ma anche una spiritualità della chiamata. La domanda di senso per la vita 14. Alla scuola della parola di Dio la comunità cristiana accoglie la risposta più alta alla domanda di senso che insorge, più o meno chiaramente, nel cuore dell'uomo. È una risposta che non viene dalla ragione umana, pur sempre drammaticamente provocata dal problema dell'esistere e del suo destino, ma da Dio. É Lui stesso a consegnare all'uomo la chiave di lettura per chiarire e risolvere i grandi interrogativi che fanno dell'uomo un soggetto interrogante: « Perché siamo al mondo? Che cos'è la vita? Quale l'approdo oltre il mistero della morte? ». Non va però dimenticato che nella cultura della distrazione, in cui si trovano imbarcati soprattutto i giovani di questo tempo, le domande fondamentali corrono il rischio di essere soffocate, o di essere rimosse. Il senso della vita, oggi, più che cercato viene imposto: o da ciò che si vive nell'immediato o da ciò che gratifica i bisogni, soddisfatti i quali, la coscienza diventa sempre più ottusa e gli interrogativi più veri restano elusi.(27) È dunque compito della teologia pastorale e dell'accompagnamento spirituale aiutare i giovani a interrogare la vita, per giungere a formulare, nel dialogo decisivo con Dio, la stessa domanda di Maria di Nazaret: « Come è possibile? » (Lc 1, 34). L'icona trinitaria 15. In ascolto della Parola, non senza stupore, scopriamo che la categoria biblico-teologica più comprensiva e più aderente per esprimere il mistero della vita, alla luce di Cristo, è quella di « vocazione ».(28) « Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del Suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione ».(29) Per questo la figura biblica della comunità di Corinto presenta i doni dello Spirito, nella Chiesa, in subordine al riconoscimento di Gesù come il Signore. Davvero la cristologia sta a fondamento di ogni antropologia ed ecclesiologia. Cristo è il progetto dell'uomo. Solo dopo che il credente ha riconosciuto che Gesù è il Signore « sotto l'azione dello Spirito Santo » (1 Cor 12, 3) può accogliere lo statuto della nuova comunità dei credenti: « Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti » (1 Cor 12, 4-6). L'immagine paolina mette in chiara evidenza tre aspetti fondamentali dei doni vocazionali nella Chiesa, strettamente connessi con la loro origine dal grembo della comunione trinitaria e con riferimento specifico alle singole Persone. Alla luce dello Spirito i doni sono espressione della Sua infinita gratuità. Egli stesso è carisma (Atti 2, 38), sorgente di ogni dono ed espressione dell'incontenibile creatività divina. Alla luce di Cristo i doni vocazionali sono « ministeri », esprimono la poliforme diversità del servizio che il Figlio ha vissuto sino al dono della vita. Egli infatti « non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita... » (Mt 20, 28). Gesù pertanto è il modello di ogni ministero. Alla luce del Padre i doni sono « operazioni », perché da Lui, fonte della vita, ogni essere sprigiona il proprio dinamismo creaturale. La Chiesa dunque riflette, come icona, il mistero di Dio Padre, di Dio Figlio e di Dio Spirito Santo; ed ogni vocazione reca in sé i tratti caratteristici delle tre Persone della comunione trinitaria. Le Persone divine sono sorgente e modello d'ogni chiamata. Anzi, la Trinità, in se stessa, è un misterioso intreccio di chiamate e risposte. Solo lì, all'interno di quel dialogo ininterrotto, ogni vivente ritrova non solo le sue radici, ma anche il suo destino e il suo futuro, ciò che è chiamato a essere e a diventare, nella verità e libertà, nella concretezza della sua storia. I doni, infatti, nello statuto ecclesiologico della 1 Corinzi, hanno una destinazione storica e concreta: « A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune » (1 Cor 12, 7). C'è un bene superiore che scavalca regolarmente il dono personale: costruire nell'unità il Corpo di Cristo; rendere epifanica la sua presenza nella storia « perché il mondo creda » (Gv 17, 21). Pertanto la comunità ecclesiale, da una parte, è afferrata dal mistero di Dio, ne è icona visibile, e, dall'altra, è totalmente coinvolta con la storia dell'uomo nel mondo, in stato di esodo, verso « i cieli nuovi ». La Chiesa, ed ogni vocazione in essa, esprimono un identico dinamismo: essere chiamati per una missione. Il Padre chiama alla vita 16. L'esistenza di ciascuno è frutto dell'amore creativo del Padre, del suo desiderio efficace, della sua parola generativa. L'atto creatore del Padre ha la dinamica di un appello, di una chiamata alla vita. L'uomo viene alla vita perché amato, pensato e voluto da una Volontà buona che l'ha preferito alla non esistenza, che l'ha amato ancor prima che fosse, conosciuto prima di formarlo nel seno materno, consacrato prima che uscisse alla luce (cfr. Ger 1, 5; Is 49, 1.5; Gal 1, 15). La vocazione, allora, è ciò che spiega alla radice il mistero della vita dell'uomo, ed è essa stessa un mistero, di predilezione e gratuità assoluta. a) « ...a sua immagine » Nella « chiamata creativa » l'uomo appare subito in tutta la pregnanza della sua dignità quale soggetto chiamato alla relazione con Dio, a stare di fronte a Lui, con gli altri, nel mondo, con un volto che riflette le stesse fattezze divine: « Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza » (Gn 1, 26). Questa triplice relazione appartiene al disegno originario, perché il Padre « in Lui, in Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi ed immacolati al suo cospetto nella carità » (Ef 1, 4). Riconoscere il Padre significa che noi esistiamo alla maniera Sua, avendoci creati a Sua immagine (Sap 2, 23). In questo, dunque, è contenuta la fondamentale vocazione dell'uomo: la vocazione alla vita e a una vita subito concepita a somiglianza di quella divina. Se il Padre è l'eterna sorgività, la totale gratuità, la fonte perenne dell'esistenza e dell'amore, l'uomo è chiamato, nella misura piccola e limitata del suo esistere, a essere come Lui; e dunque a « dare la vita », a farsi carico della vita di un altro. L'atto creatore del Padre, allora, è ciò che provoca la consapevolezza che la vita è una consegna alla libertà dell'uomo, chiamato a dare una risposta personalissima e originale, responsabile e colma di gratitudine. b) L'amore, senso pieno della vita In questa prospettiva della chiamata alla vita una cosa è da escludersi: che l'uomo possa considerare l'esistere come una cosa ovvia, dovuta, casuale. Forse non risulta facile, nella cultura odierna, provare stupore dinanzi al dono della vita.(30) Mentre è più facile percepire il senso d'una vita donata, quella che ridonda a beneficio degli altri, ci vuole invece una coscienza più matura, una qualche formazione spirituale, per percepire che la vita di ciascuno, in ogni caso e prima di qualsiasi scelta, è amore ricevuto, e che in tale amore è già nascosto un consequenziale progetto vocazionale. Il semplice fatto di esserci dovrebbe anzitutto riempire tutti di meraviglia e di gratitudine immensa verso Colui che in modo del tutto gratuito ci ha tratti dal nulla pronunciando il nostro nome. E allora la percezione che la vita è un dono non dovrebbe suscitare soltanto un atteggiamento riconoscente, ma dovrebbe lentamente suggerire la prima grande risposta alla domanda fondamentale di senso: la vita è il capolavoro dell'amore creativo di Dio ed è in se stessa una chiamata ad amare. Dono ricevuto che tende per natura sua a divenire bene donato. c) L'amore, vocazione d'ogni uomo L'amore è il senso pieno della vita. Dio ha tanto amato l'uomo da dargli la sua stessa vita e da renderlo capace di vivere e voler bene alla maniera divina. In questo eccesso di amore, l'amore degli inizi, l'uomo trova la sua radicale vocazione, che è « vocazione santa » (2 Tim 1, 9), e scopre la propria inconfondibile identità, che lo rende subito simile a Dio, « a immagine del Santo » che lo ha chiamato (1 Pt 1, 15). « Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell'essere commenta Giovanni Paolo II Dio inscrive nell'umanità dell'uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell'amore e della comunione. L'amore è pertanto la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano ».(31) d) Il Padre educatore Grazie a quell'amore che l'ha creato nessuno può sentirsi « superfluo », poiché è chiamato a rispondere secondo un progetto da Dio pensato apposta per lui. E allora l'uomo sarà felice e pienamente realizzato stando al suo posto, cogliendo la proposta educativa divina, con tutto il timore e tremore che una simile pretesa suscita in un cuore di carne. Dio creatore che dà la vita, è anche il Padre che « educa », tira fuori dal nulla ciò che ancora non è per farlo essere; tira fuori dal cuore dell'uomo quello che Lui vi ha posto dentro, perché sia pienamente se stesso e quello che Lui lo ha chiamato a essere, alla maniera Sua. Di qui la nostalgia di infinito che Dio ha messo nel mondo interiore di ciascuno. Come un sigillo divino. e) La chiamata del Battesimo Questa vocazione alla vita e alla vita divina viene celebrata nel Battesimo. In questo sacramento il Padre si china con tenerezza premurosa sulla creatura, figlio o figlia dell'amore di un uomo e d'una donna, per benedire il frutto di quell'amore e renderlo pienamente figlio suo. Da quel momento la creatura è chiamata alla santità dei figli di Dio. Niente e nessuno potrà mai cancellare questa vocazione. Con la grazia del Battesimo, Dio Padre interviene per manifestare che Lui, e solo Lui è l'autore del piano di salvezza, entro cui ogni essere umano trova il suo personale ruolo. Il Suo atto è sempre precedente, anteriore, non aspetta l'iniziativa dell'uomo, non dipende dai suoi meriti, né si configura a partire dalle sue capacità o disposizioni. È il Padre che conosce, designa, imprime un impulso, mette un sigillo, chiama ancora « prima della creazione del mondo » (Ef 1, 4). E poi dà forza, cammina vicino, sostiene la fatica, è Padre e Madre per sempre... La vita cristiana acquista così il significato d'una esperienza responsoriale: diventa risposta responsabile nel far crescere un rapporto filiale con il Padre e un rapporto fraterno nella grande famiglia dei figli di Dio. Il cristiano è chiamato a favorire, attraverso l'amore, quel processo di somiglianza con il Padre che si chiama vita teologale. Pertanto la fedeltà al Battesimo spinge a porre alla vita, e a se stessi, domande sempre più precise; soprattutto per disporsi a vivere l'esistenza non solo in base alle attitudini umane, che pure sono doni di Dio, ma in base alla Sua volontà; non secondo prospettive mondane, troppe volte da piccolo cabotaggio, ma secondo i desideri e i progetti di Dio. La fedeltà al Battesimo significa allora guardare in alto, da figli, per fare discernimento della Sua volontà sulla propria vita e sul proprio futuro. Il Figlio chiama alla sequela 17. « Signore mostraci il Padre e ci basta » (Gv 14, 8). È la domanda di Filippo a Gesù, la sera vigilia della passione. È la struggente nostalgia di Dio, presente nel cuore di ogni uomo: conoscere le proprie radici, conoscere Dio. L'uomo non è infinito, è immerso nella finitezza, ma il suo desiderio gravita attorno all'infinito. E la risposta di Gesù sorprende i discepoli: « Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre » (Gv 14, 9). a) Mandato dal Padre per chiamare l'uomo Il Padre ci ha creati nel Figlio, « che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza » (Ebr 1, 3), predestinandoci a essere conformi all'immagine Sua (cfr. Rom 8, 29). Il Verbo è l'immagine perfetta del Padre. Questi è Colui nel quale il Padre si è reso visibile, il Logos per mezzo del quale « ha parlato a noi » (Ebr 1, 2). Tutto il suo essere è di « essere inviato », per rendere Dio, in quanto Padre, vicino agli uomini, per svelare il Suo volto e il Suo nome agli uomini (Gv 17, 6). Se l'uomo è chiamato a essere figlio di Dio, di conseguenza nessuno meglio del Verbo Incarnato può « parlare » all'uomo di Dio e raffigurare l'immagine riuscita del figlio. Per questo il Figlio di Dio, venendo su questa terra, ha chiamato a seguirLo, a essere come Lui, a condividere la Sua vita, la Sua parola, la Sua pasqua di morte e risurrezione; addirittura i Suoi sentimenti. Il Figlio, il mandato di Dio s'è fatto uomo per chiamare l'uomo: il mandato dal Padre è il chiamante degli uomini. Per questo non esiste un brano del vangelo, o un incontro, o un dialogo, che non abbia un significato vocazionale, che non esprima, direttamente o indirettamente, una chiamata da parte di Gesù. É come se i Suoi appuntamenti umani, provocati dalle più diverse circostanze, fossero per lui un'occasione per mettere comunque la persona di fronte alla domanda strategica: « Che cosa fare della mia vita? », « Qual è la mia strada? ». b) L'amore più grande: dare la vita A che cosa chiama Gesù? A seguirLo per essere e agire come Lui. Più in particolare, a vivere la medesima Sua relazione nei confronti del Padre e degli uomini: ad accogliere la vita come dono dalle mani del Padre per « perdere » e riversare questo dono su coloro che il Padre gli ha affidati.(32) C'è un tratto unificante nella identità di Gesù che costituisce il senso pieno dell'amore: la missione. Essa esprime l'oblatività, che raggiunge la sua epifania suprema sulla croce: « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 15, 13). Pertanto ogni discepolo è chiamato a ripetere e rivivere i sentimenti del Figlio, che trovano una sintesi nell'amore, motivazione decisiva di ogni chiamata. Ma soprattutto ogni discepolo è chiamato a rendere visibile la missione di Gesù, è chiamato per la missione: « Come il Padre ha mandato me, così anch'io mando voi » (Gv 20, 21). La struttura di ogni vocazione, anzi la sua maturità, sta nel continuare Gesù nel mondo, per fare, come Lui, della vita un dono. L'invio-missione è infatti la consegna della sera di Pasqua (Gv 20, 21) ed è l'ultima parola prima di salire al Padre (Mt 28, 16-20). c) Gesù, il formatore Ogni chiamato è segno di Gesù: in qualche modo il Suo cuore e le Sue mani continuano ad abbracciare i piccoli, a sanare i malati, a riconciliare i peccatori e a lasciarsi inchiodare in croce per amore di tutti. L'essere per gli altri, con il cuore di Cristo, è il volto maturo di ogni vocazione. Per questo è il Signore Gesù il formatore di coloro che chiama, l'unico che può plasmare in loro i Suoi stessi sentimenti. Ogni discepolo, rispondendo alla Sua chiamata e lasciandosi da Lui formare, esprime i tratti più veri della propria scelta. Per questo « il riconoscimento di Lui come il Signore della vita e della storia comporta l'auto-riconoscimento del discepolo (...) L'atto di fede coniuga necessariamente insieme il riconoscimento cristologico con l'auto-riconoscimento antropologico ».(33) Di qui la pedagogia dell'esperienza vocazionale cristiana evocata dalla Parola di Dio: « Gesù ne costituì dodici che stessero con Lui e anche per mandarli a predicare » (Mc 3, 14). La vita cristiana per essere vissuta in pienezza, nella dimensione del dono e della missione, ha bisogno di motivazioni forti, e soprattutto di comunione profonda con il Signore: nell'ascolto, nel dialogo, nella preghiera, nella interiorizzazione dei sentimenti, nel lasciarsi ogni giorno formare da Lui e soprattutto nel desiderio ardente di comunicare al mondo la vita del Padre. d) L'Eucaristia: la consegna per la missione In tutte le catechesi della comunità cristiana delle origini è palese la centralità del mistero pasquale: annunciare Cristo morto e risorto. Nel mistero del pane spezzato e del sangue versato per la vita del mondo la comunità credente contempla l'epifania suprema dell'amore, la vita donata del Figlio di Dio. Per questo nella celebrazione dell'Eucaristia, « culmine e fonte » (34) della vita cristiana, viene celebrata la massima rivelazione della missione di Gesù Cristo nel mondo; ma nel contempo si celebra anche l'identità della comunità ecclesiale convocata per essere inviata, chiamata per la missione. Nella comunità celebrante il mistero pasquale ogni cristiano prende parte ed entra nello stile del dono di Gesù, diventando come Lui pane spezzato per l'offerta al Padre e per la vita del mondo. L'Eucaristia diventa così sorgente di ogni vocazione cristiana; in essa ogni credente è chiamato a conformarsi al Cristo Risorto totalmente offerto e donato. Diventa icona di ogni risposta vocazionale; come in Gesù, in ogni vita e in ogni vocazione, c'è una difficile fedeltà da vivere sino alla misura della croce. Colui che vi prende parte accoglie l'invito-chiamata di Gesù a « fare memoria » di Lui, nel sacramento e nella vita, a vivere « ricordando » nella verità e libertà delle scelte quotidiane il memoriale della croce, a riempire l'esistenza di gratitudine e di gratuità, a spezzare il proprio corpo e versare il proprio sangue. Come il Figlio. L'Eucaristia genera al fine la testimonianza, prepara la missione: « Andate in pace ». Si passa dall'incontro con Cristo nel segno del Pane, all'incontro con Cristo nel segno di ogni uomo. L'impegno del credente non si esaurisce nell'entrare, ma nell'uscire dal tempio. La risposta alla chiamata incontra la storia della missione. La fedeltà alla propria vocazione attinge alle sorgenti dell'Eucaristia e si misura nella Eucaristia della vita. Lo Spirito chiama alla testimonianza 18. Ogni credente, illuminato dall'intelligenza della fede, è chiamato a conoscere e riconoscere Gesù come il Signore; e in Lui a riconoscere se stesso. Ma ciò non è frutto solo di un desiderio umano o della buona volontà dell'uomo. Anche dopo aver vissuto l'esperienza prolungata con il Signore, i discepoli hanno sempre bisogno di Dio. Anzi, la vigilia della passione, essi provano un certo turbamento (Gv 14, 1), paventano la solitudine; e Gesù li incoraggia con una promessa inaudita: « Non vi lascerò orfani » (Gv 14, 18). I primi chiamati del vangelo non resteranno soli: Gesù assicura loro la solerte compagnia dello Spirito. a) Consolatore e amico, guida e memoria « Egli è il "Consolatore", lo Spirito di bontà, che il Padre manderà nel nome del Figlio, dono del Signore risorto »,(35) « perché rimanga con voi sempre » (Gv 14, 16). Lo Spirito diventa così l'amico di ogni discepolo, la guida dallo sguardo geloso su Gesù e sui chiamati, per farne dei testimoni contro-corrente dell'evento più sconvolgente del mondo: il Cristo morto e risorto. Egli, infatti, è « memoria » di Gesù e della sua Parola: « Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto » (Gv 14, 26); anzi « vi guiderà alla verità tutta intera » (Gv 16, 13). La permanente novità dello Spirito consiste nel guidare verso un'intelligenza progressiva e profonda della verità, quella verità che non è nozione astratta, ma il progetto di Dio nella vita di ogni discepolo. È la trasformazione della Parola in vita e della vita secondo la Parola. b) Animatore e accompagnatore vocazionale In tal modo lo Spirito diventa il grande animatore di ogni vocazione, Colui che accompagna il cammino perché giunga alla meta, l'iconografo interiore che plasma con fantasia infinita il volto di ciascuno secondo Gesù. La Sua presenza è sempre accanto ad ogni uomo e donna, per condurre tutti al discernimento della propria identità di credenti e di chiamati, per plasmare e modellare tale identità esattamente secondo il modello dell'amore divino. Questo « stampo divino » lo Spirito santificatore cerca di riprodurre in ciascuno, quale paziente artefice delle anime nostre e « consolatore perfetto ». Ma soprattutto lo Spirito abilita i chiamati alla « testimonianza »: « Egli mi renderà testimonianza e anche voi mi renderete testimonianza » (Gv 15, 26-27). Questo modo di essere di ogni chiamato costituisce la parola convincente, il contenuto stesso della missione. La testimonianza non consiste solo nel suggerire le parole dell'annuncio come nel vangelo di Matteo (Mt 10, 20); bensì nel custodire Gesù nel cuore e nell'annunciare Lui come vita del mondo. c) La santità, vocazione di tutti E allora la domanda circa il salto di qualità da imprimere alla pastorale vocazionale oggi diviene interrogativo che senza dubbio impegna all'ascolto dello Spirito: perché è Lui l'annunciatore delle « cose future » (Gv 16, 13), è Lui a donare un'intelligenza spirituale nuova per capire la storia e la vita a partire dalla Pasqua del Signore, nella cui vittoria c'è il futuro di ogni uomo. Diventa così legittimo chiedersi: dove sta la chiamata dello Spirito Santo per questi nostri anni? Dove dobbiamo correggere i cammini della pastorale vocazionale? Ma la risposta verrà solo se accogliamo il grande appello alla conversione, rivolto alla comunità ecclesiale e a ciascuno in essa, come un vero itinerario di ascetica e di rinascita interiore, per ricuperare ognuno alla fedeltà alla propria vocazione. C'è un primato della vita nello Spirito, che sta alla base di ogni pastorale vocazionale. Ciò richiede il superamento di un diffuso pragmatismo e di quell'esteriorismo sterile che porta a dimenticare la vita teologale della fede, della speranza e della carità. L'ascolto profondo dello Spirito è il nuovo respiro di ogni azione pastorale della comunità ecclesiale. Il primato della vita spirituale è la premessa per rispondere a quella nostalgia di santità che, come abbiamo già ricordato, attraversa pure questo tempo della Chiesa d'Europa. La santità è la vocazione universale di ogni uomo,(36) è la via maestra in cui convergono i tanti sentieri delle vocazioni particolari. Pertanto il grande appuntamento dello Spirito per questa curva di storia postconciliare è la santità dei chiamati. d) Le vocazioni al servizio della vocazione della Chiesa Ma il tendere efficacemente verso questa meta significa aderire all'azione misteriosa dello Spirito in alcune precise direzioni, che preparano e costituiscono il segreto di una vera vitalità della Chiesa del duemila. Allo Spirito Santo si addice anzitutto l'eterno protagonismo della comunione che si riflette nell'icona della comunità ecclesiale, visibile attraverso la pluralità dei doni e dei ministeri.(37) È proprio nello Spirito, infatti, che ogni cristiano scopre la sua assoluta originalità, l'unicità della sua chiamata e, al tempo stesso, la sua naturale e incancellabile tendenza all'unità. È nello Spirito che le vocazioni nella Chiesa sono tante e assieme sono una stessa unica vocazione, all'unità dell'amore e della testimonianza. È ancora l'azione dello Spirito che rende possibile la pluralità delle vocazioni nell'unità della struttura ecclesiale: le vocazioni nella Chiesa sono necessarie nella loro varietà per realizzare la vocazione della Chiesa, e la vocazione della Chiesa a sua volta è quella di rendere possibili e praticabili le vocazioni della e nella Chiesa. Tutte le diverse vocazioni sono dunque protese verso la testimonianza dell'agape, verso l'annuncio di Cristo unico salvatore del mondo. Proprio questa è l'originalità della vocazione cristiana: far coincidere il compimento della persona con la realizzazione della comunità; ciò vuol dire ancora una volta far prevalere la logica dell'amore su quella degli interessi privati, la logica della condivisione su quella dell'appropriazione narcisistica dei talenti (cfr. 1 Cor 12-14). La santità diventa pertanto la vera epifania dello Spirito santo nella storia. Se ogni persona della Comunione Trinitaria ha il suo volto, e se è vero che i volti del Padre e del Figlio sono abbastanza familiari perché Gesù facendosi uomo come noi ha rivelato il volto del Padre, i santi diventano la più parlante icona del mistero dello Spirito. Così pure ogni credente fedele al vangelo, nella propria vocazione particolare e nella chiamata universale alla santità, nasconde e rivela il volto dello Spirito Santo. e) Il « sì » allo Spirito nella Cresima Il sacramento della Cresima è il momento che esprime in modo più evidente e consapevole il dono e l'incontro con lo Spirito Santo. Il cresimando di fronte a Dio e al Suo gesto d'amore (« Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono » (38), ma dinanzi anche alla propria coscienza e alla comunità cristiana risponde « amen ». È importante recuperare a livello formativo e catechistico il senso pregnante di questo « amen ».(39) Esso vuole anzitutto significare il « sì » allo Spirito Santo, e con lui a Gesù. Ecco perché la celebrazione del sacramento della Cresima prevede la rinnovazione delle promesse battesimali e chiede al cresimando l'impegno a rinunciare al peccato e alle opere del maligno, sempre al varco per sfigurare l'immagine cristiana; e soprattutto l'impegno a vivere il vangelo di Gesù e in particolare il grande precetto dell'amore. Si tratta di confermare e rinnovare la fedeltà vocazionale alla propria identità di figli di Dio. L'« amen » è un « sì » anche alla Chiesa. Nella Cresima il giovane dichiara di farsi carico della missione di Gesù continuata dalla comunità. Impegnandosi in due direzioni, per dare concretezza al suo « amen »: la testimonianza e la missione. Il cresimato sa che la fede è un talento da trafficare; è un messaggio da trasmettere agli altri con la vita, con la testimonianza coerente di tutto il suo essere; e con la parola, con il coraggio missionario di diffondere la buona novella. Ed infine l'« amen » esprime la docilità allo Spirito santo nel pensare e decidere il futuro secondo il progetto di Dio. Non solo secondo le proprie aspirazioni e attitudini; non solo negli spazi messi a disposizione dal mondo; ma soprattutto in sintonia con il disegno, sempre inedito e imprevedibile, che Dio ha su ciascuno. Dalla Trinità alla Chiesa nel mondo 19. Ogni vocazione cristiana è « particolare » perché interpella la libertà di ogni uomo e genera una risposta personalissima in una storia originale ed irripetibile. Per questo ciascuno nella propria esperienza vocazionale trova una vicenda irriducibile a schemi generali; la storia d'ogni uomo è una piccola storia, ma sempre parte, inconfondibile e unica, d'una grande storia. Nel rapporto tra queste due storie, tra il suo piccolo e quel grande che gli appartiene e lo supera, l'essere umano gioca la sua libertà. a) Nella Chiesa e nel mondo, per la Chiesa e per il mondo Ogni vocazione nasce in un luogo preciso, in un contesto concreto e limitato, ma non torna su se stessa, non tende verso la privata perfezione o l'autorealizzazione psicologica o spirituale del chiamato, bensì fiorisce nella Chiesa, in quella Chiesa che cammina nel mondo verso il Regno compiuto, verso la realizzazione d'una storia che è grande perché è di salvezza. La stessa comunità ecclesiale ha una struttura profondamente vocazionale: essa è chiamata per la missione; è segno di Cristo missionario del Padre. Come dice la Lumen Gentium: « è in Cristo come un sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano ».(40) Da una parte la Chiesa è segno che riflette il mistero di Dio; è icona che rimanda alla comunione trinitaria nel segno della comunità visibile, e al mistero di Cristo nel dinamismo della missione universale. Dall'altra la Chiesa è immersa nel tempo degli uomini, vive nella storia in condizione di esodo, è in missione al servizio del Regno per trasformare l'umanità nella comunità dei figli di Dio. Pertanto l'attenzione alla storia chiede alla comunità ecclesiale di porsi in ascolto delle attese degli uomini, di leggere quei segni dei tempi che costituiscono codice e linguaggio dello Spirito Santo, di entrare in dialogo critico e fecondo con il mondo contemporaneo, accogliendo con benevolenza tradizioni e culture per rivelare in esse il disegno del Regno e gettarvi il lievito dell'evangelo. Con la storia della Chiesa nel mondo si intreccia, così, la piccola grande storia di ogni vocazione. Come è nata nella Chiesa e nel mondo, così ogni chiamata è al servizio della Chiesa e del mondo. b) La Chiesa, comunità e comunione di vocazioni Nella Chiesa, comunità di doni per l'unica missione, si realizza quel passaggio dalla condizione in cui si trova il credente inserito in Cristo attraverso il Battesimo, alla sua vocazione « particolare » come risposta al dono specifico dello Spirito. In tale comunità ogni vocazione è « particolare » e si specifica in un progetto di vita; non esistono vocazioni generiche. E nella sua particolarità ogni vocazione è « necessaria » e « relativa » insieme. « Necessaria », perché Cristo vive e si rende visibile nel suo corpo che è la Chiesa e nel discepolo che ne è parte essenziale. « Relativa », perché nessuna vocazione esaurisce il segno testimoniale del mistero di Cristo, ma ne esprime solo un aspetto. Soltanto l'insieme dei doni rende epifanico l'intero corpo del Signore. Nell'edificio ogni pietra ha bisogno dell'altra (1 Pt 2, 5); nel corpo ogni membro ha bisogno dell'altro per far crescere l'intero organismo e giovare all'utilità comune (1 Cor 12, 7). Ciò richiede che la vita di ciascuno venga progettata a partire da Dio che ne è la sorgente unica e tutto provvede per il bene del tutto; esige che la vita venga riscoperta come veramente significativa solo se aperta alla sequela di Gesù. Ma è anche importante che vi sia una comunità ecclesiale che aiuti di fatto ogni chiamato a scoprire la propria vocazione. Il clima di fede, di preghiera, di comunione nell'amore, di maturità spirituale, di coraggio dell'annuncio, d'intensità della vita sacramentale fa della comunità credente un terreno adatto non solo allo sbocciare di vocazioni particolari, ma alla creazione d'una cultura vocazionale e d'una disponibilità nei singoli a recepire la loro personale chiamata. Quando un giovane percepisce la chiamata e decide nel suo cuore il santo viaggio per realizzarla, lì, normalmente, c'è una comunità che ha creato le premesse per questa disponibilità obbedienziale.(41) Come dire: la fedeltà vocazionale d'una comunità credente è la prima e fondamentale condizione per il fiorire della vocazione nei singoli credenti, specie nei più giovani. c) Segno, ministero, missione Pertanto ogni vocazione, come scelta stabile e definitiva di vita, si apre in una triplice dimensione: in rapporto a Cristo ogni chiamata è « segno »; in rapporto alla Chiesa è « ministero »; in rapporto al mondo è « missione » e testimonianza del Regno. Se la Chiesa è « in Cristo come un sacramento », ogni vocazione rivela la dinamica profonda della comunione trinitaria, l'azione del Padre, del Figlio e dello Spirito, come evento che fa essere in Cristo creature nuove e modellate su di Lui. Ogni vocazione, allora, è segno, è un modo particolare di rivelare il volto del Signore Gesù. « L'amore di Cristo ci spinge » (2 Cor 5, 14). Gesù diventa così movente e modello decisivo di ogni risposta agli appelli di Dio. In rapporto alla Chiesa ogni vocazione è ministero, radicato nella pura gratuità del dono. La chiamata di Dio è un dono per la comunità, per l'utilità comune, nel dinamismo dei molti servizi ministeriali. Ciò è possibile in docilità allo Spirito che fa essere la Chiesa come « comunità dei volti » (42) e genera nel cuore del cristiano l'agape, non solo come etica dell'amore, ma anche come struttura profonda della persona, chiamata e abilitata a vivere in relazione con gli altri, nell'atteggiamento del servizio, secondo la libertà dello Spirito. Ogni vocazione, infine, in rapporto al mondo, è missione. È vita vissuta in pienezza perché vissuta per gli altri, come quella di Gesù, e dunque generatrice di vita: « la vita genera la vita ».(43) Di qui l'intrinseca partecipazione di ogni vocazione all'apostolato e alla missione della Chiesa, germe del Regno. Vocazione e missione costituiscono due facce dello stesso prisma. Definiscono il dono e il contributo di ciascuno al progetto di Dio, a immagine e somiglianza di Gesù. d) La Chiesa, madre di vocazioni La Chiesa è madre di vocazioni perché le fa nascere al suo interno, con la potenza dello Spirito, le protegge, le nutre e le sostiene. É madre, in particolare, perché esercita una preziosa funzione mediatrice e pedagogica. « La Chiesa, chiamata da Dio, costituita nel mondo come comunità di chiamati, è a sua volta strumento della chiamata di Dio. La Chiesa è appello vivente, per volontà del Padre, per i meriti del Signore Gesù, per la forza dello Spirito Santo (...). La comunità, che prende coscienza di essere chiamata, allo stesso tempo prende coscienza che deve continuamente chiamare ».(44) Attraverso e lungo questa chiamata, nelle sue varie forme, scorre anche l'appello che viene da Dio. Questa funzione mediatrice la Chiesa esercita quando aiuta e stimola ogni credente a prendere coscienza del dono ricevuto e della responsabilità che il dono porta con sé. La esercita, ancora, quando si fa interprete autorevole dell'appello esplicito vocazionale e chiama essa stessa, presentando le necessità legate alla sua missione e alle esigenze del popolo di Dio, e invitando a rispondere generosamente. La esercita, ancora, quando chiede al Padre il dono dello Spirito che suscita l'assenso nel cuore dei chiamati, e quando li accoglie e riconosce in loro la chiamata stessa, dando esplicitamente e affidando con fiducia e trepidazione assieme una missione concreta e sempre difficile tra gli uomini. Potremmo, infine, aggiungere che la Chiesa manifesta la sua maternità quando, oltre a chiamare e riconoscere l'idoneità dei chiamati, provvede perché costoro abbiano una formazione adeguata, iniziale e permanente, e perché siano di fatto accompagnati lungo la via d'una risposta sempre più fedele e radicale. La maternità ecclesiale non può certo esaurirsi nel tempo dell'appello iniziale. Né può dirsi madre quella comunità di credenti che semplicemente « attende » demandando totalmente all'azione divina la responsabilità della chiamata, quasi timorosa di rivolgere appelli; o che dà per scontato che i ragazzi e i giovani, in particolare, sappiano recepire immediatamente l'appello vocazionale; o che non offre cammini mirati per la proposta e l'accoglienza della proposta. La crisi vocazionale dei chiamati è anche crisi, oggi, dei chiamanti, a volte latitanti e poco coraggiosi. Se non c'è nessuno che chiama, come potrebbe esserci chi risponde? La dimensione ecumenica 20. L'Europa odierna, ha bisogno di nuovi santi e di nuove vocazioni, di credenti capaci di « gettare ponti » per unire sempre più le Chiese. È un tipico aspetto di novità, questo, un segno dei tempi della pastorale vocazionale di fine millennio. In un continente segnato da una profonda aspirazione unitaria, le Chiese devono dare per prime l'esempio d'una fraternità più forte di qualsiasi divisione e pur sempre da costruire e ricostruire. « La pastorale vocazionale oggi in Europa deve avere una dimensione ecumenica. Tutte le vocazioni, presenti in ogni Chiesa d'Europa, sono impegnate insieme ad assumere la grande sfida dell'evangelizzazione alle soglie del terzo millennio, dando una testimonianza di comunione e di fede in Gesù Cristo, unico salvatore del mondo ».(45) In tale spirito d'unità ecclesiale vanno promossi e favoriti la condivisione dei beni che lo Spirito di Dio ha seminato ovunque e l'aiuto reciproco tra le Chiese. Le Chiese Cattoliche d'Oriente 21. Maggiore attenzione, da parte delle Chiese dell'Europa occidentale, deve essere data ai cammini spirituali e formativi delle Chiese Cattoliche Orientali; questo non può che esercitare un benefico influsso sulla pastorale vocazionale di tutte le Chiese. Singolare importanza ha la santa Liturgia in ordine alla formazione delle vocazioni per le Chiese d'Oriente. Essa è il luogo dove si fa la proclamazione e l'adorazione del Mistero della salvezza e dove nasce la comunione e si costruisce la fraternità fra i credenti, sino a diventare la vera formatrice della vita cristiana, la sintesi più completa dei suoi vari aspetti. Nella Liturgia la confessione gioiosa di appartenere alla tradizione delle Chiese d'Oriente è unita alla piena comunione con la Chiesa di Roma. Non si può essere suscitatori di vocazioni al sacerdozio e alla vita monastica se non si ritorna alle fonti delle proprie tradizioni originarie, in sintonia con i Santi Padri e con il loro profondo senso della Chiesa. Questo processo di grande respiro richiede tempo, pazienza, rispetto della sensibilità dei fedeli, ma anche determinazione. Per questo i Vescovi, i Superiori religiosi e gli Operatori pastorali delle Chiese Cattoliche Orientali d'Europa sono sollecitati a sentire l'urgenza per tutte le loro Chiese, ricuperando e custodendo integro il rispettivo patrimonio liturgico, che contribuisce in modo insostituibile alla nascita e allo sviluppo della teologia e della catechesi. Questo, sull'esempio del metodo mistagogico dei Padri, apre all'esperienza della chiamata e della vita spirituale, e matura un sicuro e forte spirito ecumenico.(46) Nelle esperienze ecclesiali diversificate, e attraverso studi che presentano il patrimonio storico, teologico, giuridico e spirituale delle proprie Chiese d'appartenenza, i giovani orientali possono opportunamente trovare ambienti educativi adatti a maturare il senso universale della loro dedizione a Cristo e alla Chiesa. È compito dei Vescovi promuovere, accostare con simpatia e accompagnare con cura paterna i giovani che singolarmente o in gruppo domandano di dedicarsi alla vita monastica valorizzando il carisma delle comunità monastiche, ricche di formatori e di guide spirituali. Il ministero ordinato e le vocazioni nella reciprocità della comunione 22. « In molte Chiese particolari, la pastorale vocazionale ha bisogno ancora di fare chiarezza attorno al rapporto tra ministero ordinato, vocazione di speciale consacrazione e tutte le altre vocazioni. La pastorale vocazionale unitaria si fonda sulla vocazionalità della Chiesa e di ogni vita umana come chiamata e risposta. Ciò sta alla base dell'impegno unitario di tutta la Chiesa per tutte le vocazioni e in particolare per le vocazioni di speciale consacrazione ».(47) a) Il ministero ordinato Entro questa sensibilità generale una particolare attenzione pastorale sembra doversi dare oggi al ministero ordinato, che rappresenta la prima modalità specifica di annuncio del vangelo. Esso rappresenta « la garanzia permanente della presenza sacramentale di Cristo Redentore nei diversi tempi e luoghi »,(48) ed esprime proprio la dipendenza diretta della Chiesa da Cristo, che continua a inviare il suo Spirito perché essa non resti chiusa in se stessa, nel suo cenacolo, ma cammini per le vie del mondo ad annunciare la buona notizia. Questa modalità vocazionale si può esprimere secondo tre gradi: episcopale (cui è legata la garanzia della successione apostolica), presbiterale (che è la « ripresentazione sacramentale di Cristo come pastore ») (49) e diaconale (segno sacramentale di Cristo servo).(50) Ai vescovi è affidato il ministero della chiamata nei riguardi di coloro che aspirano agli Ordini sacri, per divenire loro cooperatori nell'ufficio apostolico. Il ministero ordinato fa essere la Chiesa, soprattutto attraverso la celebrazione dell'Eucaristia, « culmen et fons » (51) della vita cristiana e della comunità chiamata a fare memoria del Risorto. Ogni altra vocazione nasce nella Chiesa e fa parte della sua vita. Pertanto il ministero ordinato ha un servizio di comunione nella comunità e, in forza di questo, ha l'inderogabile compito di promuovere ogni vocazione. Di qui la traduzione pastorale: il ministero ordinato per tutte le vocazioni e tutte le vocazioni per il ministero ordinato nella reciprocità della comunione. Il vescovo, dunque, con il suo presbiterio, è chiamato a discernere e a coltivare tutti i doni dello Spirito. Ma in modo particolare la cura del seminario deve diventare preoccupazione di tutta la chiesa diocesana per garantire la formazione dei futuri presbiteri e il costituirsi di comunità eucaristiche come piena espressione della esperienza cristiana. b) L'attenzione a tutte le vocazioni Il discernimento e la cura della comunità cristiana va prestata a tutte le vocazioni, sia a quelle entrate nella tradizione della Chiesa sia ai nuovi doni dello Spirito: la consacrazione religiosa nella vita monastica e nella vita apostolica, la vocazione laicale, il carisma degli istituti secolari, le società della vita apostolica, la vocazione al matrimonio, le varie forme laicali di aggregazione-associazione collegate agli istituti religiosi, le vocazioni missionarie, le nuove forme di vita consacrata. Questi diversi doni dello Spirito sono presenti in vario modo nelle Chiese d'Europa; ma tutte queste Chiese, in ogni caso, sono chiamate a dare testimonianza di accoglienza e di cura di ogni vocazione. Una Chiesa è viva quanto più ricca e varia in essa è l'espressione delle diverse vocazioni. In un tempo, poi, come il nostro, bisognoso di profezia, è saggio favorire quelle vocazioni che sono un segno particolare di « quel che saremo e non ci è stato ancora rivelato » (1 Gv 3, 2), come le vocazioni di speciale consacrazione; ma è pure saggio e indispensabile favorire l'aspetto profetico tipico d'ogni vocazione cristiana, compresa quella laicale, perché la Chiesa sia sempre più, di fronte al mondo, segno delle cose future, di quel Regno che è « già adesso e non ancora ». Maria, madre e modello di ogni vocazione 23. C'è una creatura in cui il dialogo tra la libertà di Dio e la libertà dell'uomo avviene in modo perfetto, così che le due libertà possano interagire realizzando in pieno il progetto vocazionale; una creatura che ci è data perché in lei possiamo contemplare un perfetto disegno vocazionale, quello che dovrebbe compiersi in ciascuno di noi. È Maria, l'immagine riuscita del sogno di Dio sulla creatura! È infatti creatura, come noi, piccolo frammento in cui Dio ha potuto riversare il tutto del suo amore divino; speranza che ci è data, perché vedendo lei possiamo anche noi accogliere la Parola, affinché si compia in noi. Maria è la donna in cui la Trinità Santissima può manifestare pienamente la sua libertà elettiva. Come dice S. Bernardo, commentando il messaggio dell'angelo Gabriele, nell'annunciazione: « Questa non è una Vergine trovata all'ultimo momento, né per caso, ma fu scelta prima dei secoli; l'Altissimo l'ha predestinata e se l'è preparata ».(52) Gli fa eco S. Agostino: « Prima che il Verbo nascesse dalla Vergine, Egli l'aveva già predestinata come sua madre ».(53) Maria è l'immagine della scelta divina d'ogni creatura, scelta che è fin dall'eternità e sovranamente libera, misteriosa e amante. Scelta che va regolarmente al di là di ciò che la creatura può pensare di sé: che le chiede l'impossibile e le domanda solo una cosa, il coraggio di fidarsi. Ma la vergine Maria è anche il modello della libertà umana nella risposta a questa scelta. Ella è il segno di ciò che Dio può fare quando trova una creatura libera d'accogliere la Sua proposta. Libera di dire il suo « sì », libera di incamminarsi lungo il pellegrinaggio della fede, che sarà anche il pellegrinaggio della sua vocazione di donna chiamata a essere Madre del Salvatore e Madre della Chiesa. Quel lungo viaggio si compirà ai piedi della croce, attraverso un « sì » ancor più misterioso e doloroso che la renderà pienamente madre; e poi ancora nel cenacolo, ove genera e continua ancor oggi a generare, con lo Spirito, la Chiesa e ogni vocazione. Maria, infine, è l'immagine perfettamente realizzata della donna, perfetta sintesi della genialità femminile e della fantasia dello Spirito, che in lei trova e sceglie la sposa, vergine madre di Dio e dell'uomo, figlia dell'Altissimo e madre di tutti viventi. In lei ogni donna ritrova la sua vocazione, di vergine, di sposa, di madre! PARTE TERZA PASTORALE DELLE VOCAZIONI « ... Ciascuno li sentiva parlare la propria lingua » (At 2, 6) Gli orientamenti concreti della pastorale vocazionale non discendono soltanto da una corretta teologia della vocazione, ma attraversano alcuni principi operativi, in cui la prospettiva vocazionale è l'anima e criterio unificante di tutta la pastorale. Vengono poi indicati gli itinerari di fede e i luoghi concreti in cui la proposta vocazionale deve diventare impegno quotidiano di ogni pastore ed educatore. L'analisi della situazione ci ha offerto, nella prima parte, il quadro della realtà vocazionale europea attuale; la seconda parte ha invece proposto una riflessione teologica sul significato e sul mistero della vocazione, a partire dalla realtà della Trinità fino a coglierne il senso nella vita della Chiesa. È proprio questo secondo aspetto che ora vorremmo approfondire, specie dal punto di vista dell'applicazione pastorale. Nell'udienza concessa ai partecipanti al Congresso, Giovanni Paolo II ha affermato: « Le mutate condizioni storiche e culturali esigono che la pastorale delle vocazioni sia percepita come uno degli obiettivi primari dell'intera Comunità cristiana ».(54) L'icona della Chiesa primitiva 24. Cambiano le situazioni storiche, ma resta identico il punto di riferimento nella vita del credente e della comunità credente, quel punto di riferimento che è rappresentato dalla Parola di Dio, specie laddove racconta le vicende della Chiesa delle origini. Tali vicende e il modo di viverle della primitiva comunità, costituiscono per noi l'exemplum, il modello dell'essere Chiesa. Anche per quanto concerne la pastorale vocazionale. Cogliamo solo alcuni elementi essenziali e particolarmente esemplari, così come ce li propone il libro degli Atti degli Apostoli, nel momento in cui la Chiesa degli inizi era numericamente molto povera e debole. La pastorale vocazionale ha gli stessi anni della Chiesa; nacque allora, assieme ad essa, in quella povertà improvvisamente abitata dallo Spirito. Agli albori di questa storia singolare, infatti, che è poi quella di tutti noi, c'è la promessa dello Spirito Santo, fatta da Gesù prima di salire al Padre. « Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito santo che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra » (At 1, 7-8). Gli Apostoli sono riuniti nel cenacolo, « assidui e concordi nella preghiera ... con Maria, la madre di Gesù » (1, 14), e subito provvedono a riempire il posto lasciato vuoto da Giuda con un altro scelto tra coloro che sono stati fin dall'inizio con Gesù: perché « divenga insieme con noi testimone della sua risurrezione » (1, 22). E la promessa si compie: scende lo Spirito, con effetti fragorosi, e riempie la casa e la vita di coloro che prima erano timidi e paurosi, come un rombo, un vento, un fuoco... « E cominciarono a parlare in altre lingue..., e ciascuno li sentiva parlare la propria lingua » (2, 4.6). E Pietro proclama il discorso nel quale racconta la storia della salvezza, « in piedi ... e a voce alta » (2, 14), un discorso che « trafigge il cuore » di chi l'ascolta e provoca la domanda decisiva della vita: « che cosa dobbiamo fare? » (2, 37). A questo punto gli Atti descrivono la vita della prima comunità, scandita da alcuni elementi essenziali, come l'assiduità nell'ascolto dell'insegnamento degli Apostoli, l'unione fraterna, la frazione del pane, la preghiera, la condivisione dei beni materiali; ma insieme anche gli affetti e i beni dello Spirito (cfr. 2, 42-48). Nel frattempo Pietro e gli Apostoli continuano a fare prodigi nel nome di Gesù e ad annunciare il kerigma della salvezza, regolarmente rischiando la vita, ma sempre sorretti dalla comunità, entro cui i credenti sono « un cuore solo e un'anima sola » (4, 32). In essa, per altro, cominciano anche ad aumentare e a diversificarsi le esigenze, e così vengono istituiti i diaconi per venire incontro alle necessità anche materiali della comunità, specie dei più deboli (cfr. 6, 1-7). La testimonianza, forte e coraggiosa, non può non provocare il rifiuto delle autorità, e così ecco il primo martire, Stefano, a sottolineare che la causa del vangelo prende tutto dell'uomo, anche la vita (cfr. 6, 8-7, 70). Alla sentenza che condanna Stefano dà pure il suo assenso Saulo, il persecutore dei cristiani, colui che, di lì a poco, sarà scelto da Dio per annunciare ai pagani il mistero nascosto nei secoli e ora rivelato. E la storia continua, sempre più come storia sacra: storia di Dio che sceglie e chiama gli uomini alla salvezza, in modi anche imprevedibili, e storia di uomini che si lasciano chiamare e scegliere da Dio. A noi possono bastare queste note per cogliere nella comunità delle origini le tracce fondamentali della pastorale d'una Chiesa tutta vocazionale: sul piano dei metodi e dei contenuti, dei princìpi generali, degli itinerari da percorrere e delle strategie specifiche per realizzarla. Aspetti teologici della pastorale vocazionale 25. Ma quale teologia fonda, ispira e motiva la pastorale vocazionale in quanto tale? La risposta è importante nel nostro contesto, perché fa da elemento mediatore tra la teologia della vocazione e una prassi pastorale con essa coerente, che nasca da quella teologia e vi ritorni. Su questo interrogativo, in effetti, il Congresso ha espresso l'esigenza di una ulteriore riflessione di studio, nell'intento di scoprire i motivi che legano intrinsecamente persone e comunità all'azione vocazionale e per evidenziare una migliore relazione tra teologia della vocazione, teologia della pastorale vocazionale e prassi pedagogico-pastorale. « La pastorale delle vocazioni nasce dal mistero della Chiesa e si pone al servizio di essa ».(55) Il fondamento teologico della pastorale delle vocazioni quindi « può scaturire solo dalla lettura del mistero della Chiesa come mysterium vocationis ».(56) Giovanni Paolo II ricorda chiaramente, al riguardo, che la « dimensione vocazionale è connaturale ed essenziale alla pastorale della Chiesa », cioè alla sua vita e alla sua missione.(57) La vocazione definisce, dunque, in un certo senso, l'essere profondo della Chiesa, prima ancora che il suo operare. Nello stesso nome, « Ecclesia », è indicata la sua fisionomia vocazionale, poiché essa è veramente assemblea di chiamati.(58) Giustamente, allora, l'Instrumentum laboris del Congresso nota che « la pastorale unitaria si fonda sulla vocazionalità della Chiesa ».(59) Di conseguenza, la pastorale delle vocazioni, per natura sua, è un'attività ordinata all'annuncio di Cristo e all'evangelizzazione dei credenti in Cristo. Ecco allora la risposta alla nostra domanda: proprio nella chiamata della Chiesa a comunicare la fede è radicata la teologia della pastorale vocazionale. Ciò riguarda la Chiesa universale, ma si attribuisce in modo speciale ad ogni comunità cristiana,(60) specie nell'attuale momento storico del vecchio continente. « Per questa sublime missione di far fiorire una nuova età di evangelizzazione in Europa si richiedono oggi evangelizzatori particolarmente preparati ».(61) In proposito conviene richiamare alcuni punti fermi, indicati dall'attuale magistero pontificio, perché divengano punti di partenza della prassi pastorale delle Chiese particolari. a) Una volta evidenziata la dimensione vocazionale della Chiesa, si comprende come la pastorale vocazionale non sia elemento accessorio o secondario, finalizzato semplicemente al reclutamento di operatori pastorali, né momento isolato o settoriale, determinato da una situazione ecclesiale d?emergenza, quanto piuttosto un'attività legata all'essere della Chiesa e dunque anche intimamente inserita nella pastorale generale di ogni Chiesa.(62) b) Ogni vocazione cristiana viene da Dio, ma giunge alla Chiesa e passa sempre attraverso la sua mediazione. La Chiesa (« ecclesia »), che per nativa costituzione è vocazione, è al tempo stesso generatrice ed educatrice di vocazioni.(63) Di conseguenza « la pastorale vocazionale ha come soggetto attivo, come protagonista la comunità ecclesiale come tale, nelle sue diverse espressioni: dalla Chiesa universale alla Chiesa particolare e, analogamente da questa alla parrocchia e a tutte le componenti del popolo di Dio ».(64) c) Tutti i membri della Chiesa, nessuno escluso, hanno la grazia e la responsabilità della cura delle vocazioni. È un dovere che rientra nel dinamismo vitale della Chiesa e nel processo del suo sviluppo. Solo sulla base di questa convinzione la pastorale vocazionale potrà manifestare il suo volto veramente ecclesiale e sviluppare un'azione concorde, servendosi anche di organismi specifici e di adeguati strumenti di comunione e corresponsabilità.(65) d) La Chiesa particolare scopre la propria dimensione esistenziale e terrena nella vocazione di tutti i suoi membri alla comunione, alla testimonianza, alla missione, al servizio di Dio e dei fratelli... Perciò essa rispetterà e promuoverà la varietà dei carismi e dei ministeri, quindi delle diverse vocazioni, tutte manifestazioni dell'unico Spirito. e) Cardine di tutta la pastorale vocazionale è la preghiera comandata dal Salvatore (Mt 9, 38). Essa impegna non solo i singoli ma anche le intere comunità ecclesiali.(66) « Dobbiamo rivolgere insistente preghiera al Padrone della messe, perché invii operai alla sua Chiesa, per far fronte alle urgenze della nuova evangelizzazione ».(67) Ma l'autentica preghiera vocazionale, giova ricordare, merita questo nome e diviene efficace solo quando crea coerenza di vita nell'orante stesso, anzitutto, e s'associa, nel resto della comunità credente, con l'annunzio esplicito e la catechesi adeguata, per favorire nei chiamati al sacerdozio e alla vita consacrata, come a qualsiasi altra vocazione cristiana, quella risposta libera, pronta e generosa, che rende operante la grazia della vocazione.(68) Princìpi generali della pastorale vocazionale 26. Da più parti si avverte la necessità di dare alla pastorale una chiara impronta vocazionale. Per raggiungere questo obiettivo programmatico vediamo di delineare alcuni princìpi teorico-pratici, che deduciamo dalla teologia della pastorale e, in particolare, dai « punti fermi » ad essa collegati. Concentriamo questi princìpi attorno ad alcune affermazioni tematiche. a) La pastorale vocazionale è la prospettiva originaria della pastorale generale L'Instrumentum laboris del Congresso sulle vocazioni lo afferma in modo esplicito: « Tutta la pastorale e in particolare, quella giovanile, è nativamente vocazionale »; (69) in altre parole, dire vocazione significa dire dimensione costitutiva ed essenziale della stessa pastorale ordinaria, perché la pastorale è fin dagl'inizi, per natura sua, orientata al discernimento vocazionale. È questo un servizio reso a ogni persona, affinché possa scoprire il cammino per la realizzazione di un progetto di vita come Dio vuole, secondo le necessità della Chiesa e del mondo d'oggi.(70) Così già si disse al Congresso latino-americano sulle vocazioni del 1994. Ma la prospettiva va allargata: vocazione non è solo il progetto esistenziale, ma lo sono tutte le singole chiamate di Dio, evidentemente sempre correlate su un piano fondamentale di vita, comunque disseminate lungo tutto l'arco dell'esistenza. L'autentica pastorale rende il credente vigilante, attento alle moltissime chiamate del Signore, pronto a captare la sua voce e a risponderGli. È proprio la fedeltà a questo tipo di chiamate quotidiane che rende il giovane oggi capace di riconoscere e accogliere « la chiamata » della sua vita, e l'adulto domani non solo capace di esserle fedele, ma di scoprirne sempre più la freschezza e la bellezza. Ogni vocazione, infatti, è « mattutina », è la risposta di ciascun mattino a un appello nuovo ogni giorno. Per questo la pastorale sarà pervasa di attenzione vocazionale, per destarla in ogni credente; partirà dall'intento esplicito di porre il credente dinanzi alla proposta di Dio; si adoprerà per provocare nel soggetto assunzione di responsabilità in ordine al dono ricevuto o alla Parola di Dio ascoltata; di fatto cercherà di condurre il credente a compromettersi di fronte a questo Dio.(71) b) La pastorale vocazionale è la vocazione della pastorale oggi In tal senso si può ben dire che si deve « vocazionalizzare » tutta la pastorale, o fare in modo che ogni espressione della pastorale manifesti in modo chiaro e inequivocabile un progetto o un dono di Dio fatto alla persona, e stimoli nella stessa una volontà di risposta e di coinvolgimento personale. O la pastorale cristiana conduce a questo confronto con Dio, con tutto ciò che esso implica in termini di tensione, di lotta, a volte di fuga o di rifiuto, ma anche di pace e gioia legate all'accoglienza del dono, o non merita questo nome. Oggi ciò si manifesta in modo del tutto particolare, al punto di poter giungere ad affermare che la pastorale vocazionale è la vocazione della pastorale: ne costituisce forse l'obiettivo principale, come una sfida per la fede delle Chiese d'Europa. La vocazione è il caso serio della pastorale odierna. E allora, se la pastorale in genere è « chiamata » e attesa, oggi, a questa sfida, essa dev'essere probabilmente più coraggiosa e franca, più esplicita nell'andare al centro e al cuore del messaggio-proposta, più diretta alla persona e non solo al gruppo, più fatta di coinvolgimento concreto e non di vaghi richiami a una fede astratta e lontana dalla vita. Forse dovrà anche essere una pastorale più pro-vocante che consolante; capace, in ogni caso, di trasmettere il senso drammatico della vita dell'uomo, chiamato a far qualcosa che nessuno potrà fare al posto suo. Nel brano che abbiamo citato questa attenzione e tensione vocazionale è evidente: nella scelta di Mattia, nel discorso coraggioso (« in piedi e a voce alta ») di Pietro alla folla, nel modo in cui il messaggio cristiano è annunciato e recepito (« si sentirono trafiggere il cuore »). Soprattutto appare chiaro nella sua capacità di cambiare la vita di coloro che vi aderiscono, come risulta dalle conversioni e dal tipo di vita della comunità degli Atti. c) La pastorale vocazionale è graduale e convergente Abbiamo già implicitamente visto che nell'uomo, e lungo la sua vita, esistono vari tipi di chiamata: alla vita, anzitutto, e poi all'amore; alla responsabilità del dono, quindi alla fede; alla sequela di Gesù; alla testimonianza peculiare della propria fede; a essere padre o madre, e a un servizio particolare per la Chiesa o per la società. Fa animazione vocazionale chi tiene presente, per prima cosa, quel ricco complesso di valori e significati umani e cristiani da cui nasce il senso vocazionale della vita e d'ogni vivente. Essi consentono di aprire la vita stessa a numerose possibilità vocazionali, convergendo poi verso la definitiva scelta personale. In altre parole è necessario, per una corretta pastorale vocazionale, rispettare una certa gradualità, e partire dai valori fondamentali e universali (il bene straordinario della vita) e dalle verità che sono tali per tutti (la vita è un bene ricevuto che tende per natura sua a divenire bene donato), per passare poi a una specificazione progressiva, sempre più personale e concreta, credente e rivelata, della chiamata. Sul piano più propriamente pedagogico, prima è importante formare al senso della vita e alla gratitudine per essa, poi, trasmettere quel fondamentale atteggiamento di responsabilità nei confronti dell'esistenza, e che chiede per natura sua una conseguente risposta da parte di ciascuno nella linea della gratuità. Di qui si sale alla trascendenza di Dio, Creatore e Padre. Solo a questo punto è possibile e convincente una proposta forte e radicale (quale sempre dovrebbe essere la vocazione cristiana), come quella di dedizione a Dio nella vita sacerdotale o consacrata. d) La pastorale vocazionale è generica e specifica La pastorale vocazionale, insomma, parte necessariamente da un'idea ampia di vocazione (e di conseguente appello rivolto a tutti), per poi restringersi e precisarsi secondo la chiamata d'ognuno. In tal senso la pastorale vocazionale è prima generica e poi specifica, entro un ordine che non sembra ragionevole invertire e che sconsiglia, in genere, la proposta immediata, senz'alcuna catechesi progressiva, d'una vocazione particolare. D'altro canto, sempre in forza di tale ordine, la pastorale vocazionale non si limita a sottolineare in modo generico il significato dell'esistenza, ma spinge verso un coinvolgimento personale in una scelta precisa. Non vi è stacco, e tanto meno contrasto, tra un appello che sottolinea i valori comuni e fondanti dell'esistenza e un appello a servire il Signore « secondo la misura della grazia ricevuta ». L'animatore vocazionale, ogni educatore nella fede, non deve temere di proporre scelte coraggiose e di donazione totale, anche se difficili e non conformi alla mentalità del secolo. Pertanto, se ogni educatore è animatore vocazionale, ogni animatore vocazionale è educatore, ed educatore di ogni vocazione, rispettandone lo specifico carisma. Ogni chiamata è legata all'altra, infatti, la suppone e la sollecita, mentre tutte assieme rimandano alla stessa fonte e al medesimo obiettivo, che è la storia della salvezza. Ma ognuna ha una sua modalità particolare. L'autentico educatore vocazionale non solo indica le differenze tra una chiamata e l'altra, rispettando le diverse tendenze nei singoli chiamati, ma lascia intravedere e richiama quelle « supreme possibilità », di radicalità e dedizione, che sono aperte alla vocazione d'ognuno e insite in essa. Educare in profondità ai valori della vita, ad esempio, significa proporre (e imparare a proporre) un cammino che naturalmente sfocia nella sequela di Cristo e che può condurre alla scelta della sequela tipica dell'apostolo, del presbitero o del religiosoa, del monaco che abbandona il mondo, come del laico consacrato nel mondo. D'altro lato proporre tale sequela qualificata come obiettivo di vita esige, per natura sua, un'attenzione e formazione previa ai valori elementari della vita, della fede, della gratitudine, dell'imitazione di Cristo richiesti a ogni cristiano. Ne risulta una strategia vocazionale teologicamente meglio fondata e anche più efficace sul piano pedagogico. C'è chi teme che l'allargamento dell'idea di vocazione possa nuocere alla specifica promozione delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata; in realtà è esattamente il contrario. La gradualità nell'annuncio vocazionale, infatti, consente di muoversi dall'oggettivo al soggettivo e dal generico allo specifico, senza anticipare né bruciare le proposte, ma facendole convergere tra loro e verso la proposta decisiva per la persona, da indicare al tempo giusto e da calibrare con accortezza, secondo un ritmo che tenga conto del destinatario in situazione. L'ordine armonico e progressivo rende molto più provocante e accessibile la proposta decisiva alla persona. In concreto, quanto più il giovane viene formato a passare con naturalezza dalla gratitudine per il dono ricevuto della vita alla gratuità del bene donato, tanto più sarà possibile proporgli il dono totale di sé a Dio come esito naturale e per taluni inevitabile. e) La pastorale vocazionale è universale e permanente Si tratta d'una duplice universalità: in riferimento alle persone cui è diretta, e in riferimento all'età della vita in cui è fatta. Anzitutto la pastorale vocazionale non conosce frontiere. Come già detto sopra, essa non si rivolge solo ad alcune persone privilegiate o che già hanno fatto un'opzione di fede, né unicamente a coloro da cui sembra lecito attendersi un assenso positivo, ma è rivolta a tutti, proprio perché fondata sui valori elementari dell'esistenza. Non è pastorale d'élite, ma di popolo; non è un premio per i più meritevoli, ma grazia e dono di Dio per ogni persona, perché ogni vivente è chiamato da Dio. Né va intesa come qualcosa che solo alcuni potrebbero comprendere o ritenere interessante per la loro vita, perché ogni essere umano è inevitabilmente desideroso di conoscersi e di conoscere il senso della vita e il proprio posto nella storia. Inoltre, non è proposta che venga fatta una sola volta nella vita (all'insegna del « prendere o lasciare ») e che venga in pratica ritirata dopo un rifiuto da parte del destinatario. Essa dev'essere invece come una continua sollecitazione, fatta in modi diversi e con intelligenza propositiva, che non s'arrende dinanzi a un iniziale disinteresse, che spesso è solo apparente o difensivo. Va anche corretta l'idea che la pastorale vocazionale sia esclusivamente giovanile, poiché in ogni età della vita risuona un invito del Signore a seguirLo, e solo in punto di morte una vocazione può dirsi realizzata completamente. Anzi, la morte è la chiamata per eccellenza, così come c'è una chiamata nella vecchiaia, nel passaggio da una stagione all'altra della vita, nelle situazioni di crisi. C'è una giovinezza dello spirito che permane nel tempo, nella misura in cui l'individuo si sente continuamente chiamato e cerca e trova ad ogni ciclo vitale un compito diverso da svolgere, un modo specifico di essere, di servire e di amare, una novità di vita e di missione da svolgere.(72) In tal senso la pastorale vocazionale è legata alla formazione permanente della persona, ed è essa stessa permanente. « Tutta la vita e ogni vita è una risposta ».(73) Negli Atti, Pietro e gli Apostoli non fanno assolutamente differenza di persone, parlano a tutti, giovani e vecchi, ebrei e stranieri: Parti, Medi, Elamiti stanno proprio a indicare la grande massa senza differenze né esclusioni cui sono rivolti l'annuncio e la pro-vocazione, con l'arte di parlare a ognuno « nella sua propria lingua », secondo le sue esigenze, problemi, attese, difese, età o fase della vita. È il miracolo di Pentecoste e dunque dono straordinario, dello Spirito. Ma lo Spirito è sempre con noi... f) La pastorale vocazionale è personale e comunitaria Può sembrare una contraddizione, ma in realtà questo principio dice la natura ambivalente, in certo senso, della pastorale vocazionale, capace quando è autentica di comporre le due polarità del soggetto e della comunità. Dal punto di vista dell'animatore vocazionale è urgente oggi passare da una pastorale vocazionale gestita da un singolo operatore a una pastorale concepita sempre più come azione comunitaria, di tutta la comunità nelle sue diverse espressioni: gruppi, movimenti, parrocchie, diocesi, istituti religiosi e secolari... La Chiesa è sempre più chiamata a essere oggi tutta vocazionale: all'interno di essa « ogni evangelizzatore deve prendere coscienza di diventare una "lampada" vocazionale, capace di suscitare un'esperienza religiosa che porti i bambini, gli adolescenti, i giovani e gli adulti al contatto personale con Cristo, nel cui incontro si rivelano le vocazioni specifiche ».(74) Allo stesso modo il destinatario della pastorale vocazionale è ancora tutta la Chiesa. Se è tutta la comunità ecclesiale che chiama, è ancora tutta la comunità ecclesiale che è chiamata, senz'alcuna eccezione. Polo emittente e polo ricevente in qualche modo s'identificano, all'interno delle diverse articolazioni ministeriali del tessuto ecclesiale. Ma il principio è importante; è il riflesso di quella misteriosa identificazione tra chiamante e chiamato all'interno della realtà trinitaria. In tal senso la pastorale vocazionale è comunitaria. Ed è bello, sempre in tal senso, che siano tutti gli Apostoli, il giorno di Pentecoste, a rivolgersi alla folla, e che poi Pietro prenda la parola a nome dei dodici. Anche quando si tratta di scegliere sia Mattia che Stefano e poi ancora Barnaba e Saulo, tutta la comunità prende parte al discernimento con la preghiera, il digiuno, l'imposizione delle mani. Al tempo stesso, però, è il singolo che deve farsi interprete della proposta vocazionale, è il credente che, in forza della sua fede, deve in qualche modo farsi carico della vocazione dell'altro. Non tocca, dunque, solo ai presbiteri o ai consacratie il ministero dell'appello vocazionale, ma a ogni credente, ai genitori, ai catechisti, agli educatori. Se è vero che l'appello va rivolto a tutti, tuttavia è altrettanto vero che lo stesso appello va personalizzato, indirizzato a una precisa persona, alla sua coscienza, all'interno d'una relazione del tutto personale. C'è un momento nella dinamica vocazionale in cui la proposta va da persona a persona, e ha bisogno di tutto quel clima particolare che solo la relazione individuale può garantire. È vero, allora, che Pietro e Stefano parlano alla folla; ma Saulo ha poi bisogno di Anania per discernere ciò che Dio vuole da lui (9, 13-17), come poi l'eunuco con Filippo (8, 26-39). g) La pastorale vocazionale è la prospettiva unitario-sintetica della pastorale Come è il punto di partenza così è anche il punto d'arrivo. In quanto tale, la pastorale vocazionale si pone come la categoria unificante della pastorale in genere, come la destinazione naturale d'ogni fatica, il punto d'approdo delle varie dimensioni, quasi una sorta di elemento di verifica della pastorale autentica. Ripetiamo: se la pastorale non arriva a « trafiggere il cuore » e a porre l'ascoltatore dinanzi alla domanda strategica (« che cosa devo fare? »), non è pastorale cristiana, ma ipotesi innocua di lavoro. Di conseguenza la pastorale vocazionale è e dev'essere in rapporto con tutte le altre dimensioni, ad esempio con quella familiare e culturale, liturgica e sacramentale, con la catechesi e il cammino di fede nel catecumenato; coi vari gruppi d'animazione e formazione cristiana (non solo coi ragazzi e giovani, ma anche coi genitori, coi fidanzati, |