CONGREGAZIONE PER IL CLERO
DIRETTORIO
PER IL MINISTERO E LA VITA
DEI PRESBITERI
LIBRERIA EDITRICE VATICANA
INTRODUZIONE
La ricca esperienza della Chiesa sul ministero e la vita dei presbiteri,
condensata in diversi documenti del Magistero,(1) ha ricevuto ai nostri
giorni un nuovo impulso grazie agli insegnamenti contenuti nell'Esortazione
apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis.(2)
La pubblicazione di tale documento - in cui il Sommo Pontefice ha voluto
unire la sua voce di Vescovo di Roma e Successore di Pietro a quella dei Padri
sinodali - ha significato per i presbiteri e per tutta la Chiesa, l'inizio di un
fedele e fecondo cammino di approfondimento e di applicazione dei suoi
contenuti.
« Oggi, in particolare, il prioritario compito pastorale della
nuova evangelizzazione, che investe tutto il Popolo di Dio e postula un nuovo
ardore, nuovi metodi e una nuova espressione per l'annuncio e la testimonianza
del Vangelo, esige dei sacerdoti radicalmente e integralmente immersi nel
mistero di Cristo e capaci di realizzare un nuovo stile di vita pastorale ».(3)
I primi responsabili di questa nuova evangelizzazione del terzo
Millennio sono i presbiteri, i quali, però, per poter realizzare la loro
missione, hanno bisogno di alimentare in se stessi una vita che sia pura
trasparenza della propria identità, e di vivere una unione di amore con
Gesù Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote, Capo e Maestro, Sposo e Pastore
della sua Chiesa, nutrendo la propria spiritualità e il proprio ministero
con una formazione permanente e completa.
Per rispondere a tali esigenze, è nato questo Direttorio,
richiesto da numerosi Vescovi, sia durante del Sinodo del 1990, sia in occasione
della consultazione generale dell'Episcopato promossa da questo Dicastero.
Nel delineare i diversi contenuti, si sono tenuti presenti sia i
suggerimenti dell'intero Episcopato mondiale, appositamente consultato, sia
guanto emerso nel corso dei lavori della Congregazione plenaria, svoltasi in
Vaticano nell'ottobre 1993; sia, infine, le riflessioni di non pochi teologi,
canonisti ed esperti in materia, provenienti da diverse aree geografiche e
inseriti nelle attuali situazioni pastorali.
Si è cercato di offrire elementi pratici che possano servire per
iniziative, il più possibile unitarie, evitando tuttavia di entrare in
quei dettagli che soltanto le legittime prassi locali e le condizioni reali di
ciascuna Diocesi e Conferenza episcopale potranno utilmente suggerire alla
prudenza e allo zelo dei pastori. Data, poi, la natura di Direttorio del
presente documento è sembrato opportuno, nelle circostanze attuali,
richiamare solo quegli elementi dottrinali che sono a fondamento dell'identità,
della spiritualità e della formazione permanente dei presbiteri.
Il documento, pertanto, non intende offrire una esposizione esaustiva
sul sacerdozio, né essere una pura e semplice ripetizione di guanto già
autenticamente dichiarato dal Magistero della Chiesa; esso vuole piuttosto
rispondere ai principali interrogativi di ordine sia dottrinale che disciplinare
e pastorale, posti ai sacerdoti dall'impegno della nuova evangelizzazione.
Così, per esempio, si è voluto chiarire che la vera
identità sacerdotale, come il Divino Maestro l'ha voluta e la Chiesa l'ha
sempre vissuta, non è conciliabile con quelle tendenze che vorrebbero
svuotare o annullare la realtà del sacerdozio ministeriale. Particolare
enfasi si è voluto dare al tema specifico della comunione, esigenza oggi
particolarmente sentita, attesa la sua incidenza sulla vita del sacerdote. Lo
stesso può dirsi della spiritualità presbiterale che, nei nostri
tempi, ha subito non pochi contraccolpi a causa, soprattutto, del secolarismo e
di un errato antropologismo. È apparso, infine, necessario offrire alcuni
consigli per una adeguata formazione permanente che aiuti i sacerdoti a vivere
con gioia e responsabilità la loro vocazione.
Il testo è naturalmente destinato, attraverso i Vescovi, a tutti
i presbiteri della Chiesa di Rito Latino. Le direttive in esso contenute
riguardano, in particolare, i presbiteri del clero secolare diocesano, sebbene
di molte di esse, con i dovuti adattamenti, debbano tener conto anche i
presbiteri membri di Istituti religiosi e di Società di vita apostolica.
Ci si augura che questo Direttorio possa essere, per ogni sacerdote, un aiuto
nell'approfondimento della propria identità e per incrementare la propria
spiritualità; un incoraggiamento nel ministero e nella realizzazione
della propria formazione permanente, della quale ciascuno è il primo
agente; un punto di riferimento per un apostolato ricco e autentico, a vantaggio
della Chiesa e del mondo intero.
Dalla Congregazione per il Clero, Giovedì Santo
1994.
JOSÉ T. Card. SANTCHEZ
Prefetto
+ CRESCENZIO SEPE
Arcivescovo titolare di Grado
Segretario
Capitolo I
IDENTITÀ DEL PRESBITERO
1. Il sacerdozio come dono
L'intera Chiesa è stata resa partecipe dell'unzione sacerdotale di
Cristo nello Spirito Santo. Nella Chiesa, infatti, « tutti i fedeli formano
un sacerdozio santo e regale, offrono a Dio ostie spirituali per mezzo di Gesù
Cristo e annunziano le grandezze di colui che li ha chiamati per trarli dalle
tenebre e accoglierli nella sua luce meravigliosa (cf 1 Pt 2, 5.9) ».(4)
In Cristo, tutto il suo Corpo mistico è unito al Padre per lo Spirito
Santo, in vista della salvezza di tutti gli uomini.
La Chiesa però non può condurre da sola tale missione:
L'intera sua attività necessita intrinsecamente della comunione con
Cristo, Capo del suo Corpo. Essa, indissolubilmente unita al suo Signore, da
Egli stesso ne riceve costantemente l'influsso di grazia e di verità, di
guida e di sostegno, perché possa essere per tutti e per ciascuno «
il segno e lo strumento dell'intima unione dell'uomo con Dio e dell'unità
di tutto il genere umano ».(5)
Il sacerdozio ministeriale trova la sua ragione d'essere in questa
prospettiva dell'unione vitale e operativa della Chiesa con Cristo. In effetti,
mediante tale ministero, il Signore continua a esercitare in mezzo al suo Popolo
quella attività che soltanto a Lui appartiene in quanto Capo del suo
Corpo. Pertanto, il sacerdozio ministeriale rende tangibile l'azione propria di
Cristo Capo e testimonia che Cristo non si è allontanato dalla sua
Chiesa, ma continua a vivificarla col suo perenne sacerdozio. Per questo motivo,
la Chiesa considera il sacerdozio ministeriale come un dono a Lei
elargito nel ministero di alcuni suoi fedeli.
Tale dono, istituito da Cristo per continuare la sua propria missione di
salvezza, fu conferito inizialmente agli Apostoli e continua nella Chiesa,
attraverso i Vescovi loro successori.
2. Radice sacramentale
Mediante l'ordinazione sacramentale, fatta per mezzo dell'imposizione delle
mani e della preghiera consacratoria da parte del Vescovo, si determina nel
presbitero « un legame ontologico specifico che unisce il sacerdote a
Cristo Sommo Sacerdote e Buon Pastore ».(6)
L'identità del sacerdote, quindi, deriva dalla partecipazione
specifica al Sacerdozio di Cristo, per cui l'ordinato diventa, nella Chiesa e
per la Chiesa, immagine reale, vivente e trasparente di Cristo Sacerdote, «
una ripresentazione sacramentale di Cristo Capo e Pastore ».(7) Attraverso
la consacrazione, il sacerdote « riceve in dono un "potere spirituale"
che è partecipazione all'autorità con la quale Gesù Cristo,
mediante il Suo Spirito, guida la Chiesa ».(8)
Questa sacramentale identificazione con il Sommo ed Eterno Sacerdote
inserisce specificamente il presbitero nel mistero trinitario e, attraverso il
mistero di Cristo, nella comunione ministeriale della Chiesa per servire il
Popolo di Dio.(9)
Dimensione trinitaria
3. In comunione col Padre, col Figlio e con lo Spirito
Se è vero che ogni cristiano, per mezzo del Battesimo, è in
comunione con Dio Uno e Trino, è altrettanto vero che, in forza della
consacrazione ricevuta col sacramento dell'Ordine, il sacerdote è posto
in una particolare e specifica relazione col Padre, col Figlio e con lo Spirito
Santo. Infatti, « la nostra identità ha la sua sorgente ultima nella
carità del Padre. Al Figlio da lui mandato, Sacerdote Sommo e Buon
Pastore, siamo uniti sacramentalmente con il sacerdozio ministeriale per
l'azione dello Spirito Santo. La vita e il ministero del sacerdote sono
continuazione della vita e dell'azione dello stesso Cristo. Questa è la
nostra identità, la nostra vera dignità, la sorgente della nostra
gioia, la certezza della nostra vita ».(10)
L'identità, il ministero e l'esistenza del presbitero sono, dunque,
essenzialmente relazionate alle Tre Persone divine, in vista del servizio
sacerdotale alla Chiesa.
4. Nella dinamica trinitaria della salvezza
Il sacerdote, « come prolungamento visibile e segno sacramentale di
Cristo nel suo stesso stare di fronte alla Chiesa e al mondo come origine
permanente e sempre nuova della salvezza »,(11) si trova inserito nella
dinamica trinitaria della salvezza con una particolare responsabilità. La
sua identità scaturisce dal ministerium verbi et sacramentorum,
il quale è in relazione essenziale al mistero dell'amore salvifico del
Padre (cf Gv 17, 6-9.24; 1 Cor 1, 1; 2 Cor 1, 1),
all'essere sacerdotale di Cristo che sceglie e chiama personalmente il suo
ministro a stare con Lui (cf Mc 3, 15), e al dono dello Spirito (cfGv
20, 21), che comunica al sacerdote la forza necessaria per dar vita ad una
moltitudine di figli di Dio, convocati nel suo unico Popolo e incamminati verso
il Regno del Padre.
5. Intima relazione con la Trinità
Da ciò si percepisce la caratteristica essenzialmente relazionale (cfGv
17, 11.21)(12) dell'identità del sacerdote.
La grazia e il carattere indelebile conferiti con la sacramentale unzione
dello Spirito Santo13 pongono il sacerdote in relazione personale con la Trinità,
giacché costituiscono la sorgente dell'essere e dell'agire sacerdotale.
Tale relazione, pertanto, deve essere necessariamente vissuta dal sacerdote in
maniera intima e personale, in dialogo di adorazione e di amore con le Tre
Persone divine, consapevole che il dono ricevuto gli è stato dato per il
servizio di tutti.
Dimensione cristologica
6. Identità specifica
La dimensione cristologica, come quella trinitaria, scaturisce direttamente
dal sacramento che configura ontologicamente a Cristo Sacerdote, Maestro,
Santificatore e Pastore del suo Popolo.(14)
Ai fedeli che, rimanendo innestati nel sacerdozio comune, sono eletti e
costituiti nel sacerdozio ministeriale, è data una partecipazione
indelebile allo stesso ed unico sacerdozio di Cristo, riguardo alla
santificazione, all'insegnamento e alla guida di tutto il Popolo di Dio. Così,
se da una parte, il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o
gerarchico sono necessariamente ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e
l'altro, ognuno a suo modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo,
dall'altra parte, essi differiscono essenzialmente tra di loro.(15)
In questo senso, l'identità del sacerdote è nuova rispetto a
quella di tutti i cristiani che, mediante il Battesimo, partecipano, nel loro
insieme, all'unico sacerdozio di Cristo e sono chiamati a dargli testimonianza
su tutta la terra.(16) La specificità del sacerdozio ministeriale si
situa di fronte al bisogno che tutti i fedeli hanno di aderire alla mediazione e
alla signoria di Cristo, resa visibile dall'esercizio del sacerdozio
ministeriale.
In questa sua peculiare identità cristologica, il sacerdote deve aver
coscienza che la sua vita è un mistero inserito totalmente nel mistero di
Cristo e della Chiesa in un modo nuovo e specifico e che questo lo impegna
totalmente nell'attività pastorale e lo gratifica.(17)
7. In seno al Popolo di Dio
Cristo associa gli Apostoli alla sua stessa missione. « Come il Padre
ha mandato me, anch'io mando voi » (Gv 20, 21). Nella stessa sacra
Ordinazione, è ontologicamente presente la dimensione missionaria. n
sacerdote è scelto, consacrato ed inviato per rendere efficacemente
attuale questa missione eterna di Cristo, di cui diventa autentico
rappresentante e messaggero: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza
voi, disprezza me e chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato»
(Lc 10, 16).
Si può quindi dire che la configurazione a Cristo, tramite la
consacrazione sacramentale, definisce il sacerdote in seno al Popolo di Dio,
facendolo partecipare in modo suo proprio alla potestà santificatrice,
magisteriale e pastorale dello stesso Gesù Cristo, Capo e Pastore della
Chiesa.(18)
Agendo in persona Christi Capitis, il presbitero diventa il ministro
delle azioni salvifiche essenziali, trasmette le verità necessarie alla
salvezza e pasce il Popolo di Dio, conducendolo verso la santità.(19)
Dimensione pneumatologica
8. Carattere sacramentale
Nell'ordinazione presbiterale, il sacerdote ha ricevuto il sigillo dello
Spirito Santo che ha fatto di lui un uomo segnato dal carattere sacramentale per
essere per sempre ministro di Cristo e della Chiesa. Assicurato dalla promessa
per cui il Consolatore rimarrà « con lui per sempre » (Gv 14,
16-17), il sacerdote sa che non perderà mai la presenza e il potere
efficace dello Spirito Santo, per poter esercitare il suo ministero e vivere la
carità pastorale come dono totale di sè per la salvezza dei propri
fratelli.
9. Comunione personale con lo Spirito Santo
È ancora lo Spirito Santo che, nell'Ordinazione, conferisce al
sacerdote il compito profetico di annunciare e spiegare, con autorità, la
Parola di Dio. Inserito nella comunione della Chiesa con tutto l'ordine
sacerdotale, il presbitero verrà guidato dallo Spirito di Verità,
che il Padre ha mandato per mezzo di Cristo, e che gli insegna ogni cosa,
ricordando tutto ciò che Gesù ha detto agli Apostoli. Pertanto il
presbitero, con l'aiuto dello Spirito Santo e con lo studio della Parola di Dio
nelle Scritture, alla luce della Tradizione e del Magistero,(20) scopre la
ricchezza della Parola da annunciare alla comunità ecclesiale a lui
affidata.
10. Invocazione dello Spirito
Mediante il carattere sacramentale e identificando la sua intenzione con
quella della Chiesa, il sacerdote è sempre in comunione con lo Spirito
Santo nella celebrazione della liturgia, soprattutto dell'Eucaristia e degli
altri sacramenti.
In ogni sacramento, infatti, è Cristo che agisce a favore della
Chiesa, per mezzo dello Spirito Santo invocato nella sua potenza efficace dal
sacerdote celebrante in persona Christi.(21)
La celebrazione sacramentale, pertanto, trae la sua efficacia dalla parola
di Cristo che l'ha istituita e dalla potenza dello Spirito che spesso la Chiesa
invoca mediante l'epiclesi.
Questo è particolarmente evidente nella Preghiera eucaristica nella
quale il sacerdote, invocando la potenza dello Spirito Santo sul pane e sul
vino, pronunzia le parole di Gesù e attualizza il mistero del Corpo e del
Sangue di Cristo realmente presente.
11. Forza per guidare la comunità
È, infine, nella comunione dello Spirito Santo che il sacerdote trova
la forza per guidare la comunità a lui affidata e per mantenerla
nell'unità voluta dal Signore.(22) La preghiera del sacerdote nello
Spirito Santo può modellarsi sulla preghiera sacerdotale di Gesù
Cristo (cf Gv 17). Egli, pertanto, deve pregare per l'unità dei
fedeli affinché siano una cosa sola perché il mondo creda che il
Padre ha mandato il Figlio per la salvezza di tutti.
Dimensione ecclesiologica
12. « Nella » e « di fronte » alla Chiesa
Cristo, origine permanente e sempre nuova della salvezza, è il
mistero fontale da cui deriva il mistero della Chiesa, suo Corpo e sua Sposa,
chiamata dal suo Sposo ad essere segno e strumento di redenzione. Per mezzo
dell'opera affidata agli Apostoli e ai loro Successori, Cristo continua a dare
vita alla sua Chiesa.
Attraverso il mistero di Cristo, il sacerdote, esercitando il suo molteplice
ministero, è inserito anche nel mistero della Chiesa, la quale «
prende coscienza, nella fede, di non essere da se stessa, ma dalla grazia di
Cristo nello Spirito Santo ».(23) In tal modo, il sacerdote, mentre è
nella Chiesa, si trova anche di fronte ad essa.(24)
13. Partecipe, in qualche modo, della sponsalità di Cristo
Il sacramento dell'Ordine, infatti, fa partecipe il sacerdote non solo del
mistero di Cristo Sacerdote, Maestro, Capo e Pastore ma, in qualche modo, anche
di Cristo « Servo e Sposo della Chiesa » (25) Questa è il «
Corpo » di Lui, che l'ha amata e l'ama al punto da dare se stesso per lei
(cf Ef 5, 25); la rigenera e la purifica continuamente per mezzo della
parola di Dio e dei sacramenti (cf ibid. 5, 26); si adopera per renderla
sempre più bella (cf ibid. 5, 27) e, infine, la nutre e la tratta
con cura (cf ibid. 5, 29).
I presbiteri che - collaboratori dell'Ordine Episcopale - costituiscono con
il loro Vescovo un unico presbiterio26 e partecipano, in grado subordinato,
dell'unico sacerdozio di Cristo, in qualche modo partecipano pure, a somiglianza
del Vescovo, di quella dimensione sponsale nei riguardi della Chiesa che è
bene significata nel rito dell'ordinazione episcopale con la consegna
dell'anello.(27)
I presbiteri, che « nelle singole comunità locali di fedeli
rendono, per così dire, presente il Vescovo, cui sono uniti con animo
fiducioso e grande »,(28) dovranno essere fedeli alla Sposa e, quasi icone
viventi del Cristo Sposo, rendere operante la multiforme donazione di Cristo
alla sua Chiesa.
Per questa comunione con Cristo Sposo, anche il sacerdozio ministeriale è
costituito - come Cristo, con Cristo e in Cristo - in quel mistero d'amore
salvifico di cui il matrimonio tra cristiani è una partecipazione.
Chiamato con atto d'amore soprannaturale, assolutamente gratuito, il
sacerdote deve amare la Chiesa come Cristo l'ha amata, consacrando ad essa tutte
le sue energie e donandosi con carità pastorale fino a dare
quotidianamente la sua stessa vita.
14. Universalità del sacerdozio
Il comando del Signore di andare a tutte le genti (Mt 28, 18-20) costituisce
un'altra modalità dello stare del sacerdote di fronte alla
Chiesa.(29) Inviato - missus - dal Padre per mezzo di Cristo, il
sacerdote appartiene « in modo immediato » alla Chiesa universale30
che ha la missione di annunziare la Buona Novella fino agli ff estremi confini
della terra » (Atti 1, 8).(31)
« Il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'ordinazione,
li prepara ad una vastissima e universale missione di salvezza ».(32) Per
l'Ordine e il ministero ricevuto, infatti, tutti i sacerdoti sono associati al
Corpo Episcopale e, in comunione gerarchica con esso, secondo la loro vocazione
e grazia, servono al bene di tutta la Chiesa.(33) L'appartenenza, quindi, ad
una Chiesa particolare mediante l'incardinazione34 non deve rinchiudere il
sacerdote in una mentalità ristretta e particolaristica, ma aprirlo al
servizio anche di altre Chiese, perché ogni Chiesa è la
realizzazione particolare dell'unica Chiesa di Gesù Cristo, tanto che la
Chiesa universale vive e compie la sua missione nelle e dalle Chiese particolari
in comunione effettiva con essa. Tutti i sacerdoti, quindi, debbono avere cuore
e mentalità missionaria, essendo aperti ai bisogni della Chiesa e del
mondo.(35)
15. Missionarietà del sacerdozio
E' importante che il presbitero abbia piena coscienza e viva profondamente
questa realtà missionaria del suo sacerdozio, in piena sintonia con la
Chiesa che, oggi come ieri, sente il bisogno di inviare i suoi ministri nei
luoghi dove più urgente è la loro missione e di impegnarsi a
realizzare una più equa distribuzione del clero,(36)
Questa esigenza della vita della Chiesa nel mondo contemporaneo, dev'essere
sentita e vissuta da ogni sacerdote innanzitutto ed essenzialmente come il dono
da vivere dentro la sua istituzione e al suo servizio.
Non sono, pertanto, ammissibili tutte quelle opinioni che, in nome di un
malinteso rispetto delle culture particolari, tendono a snaturare l'azione
missionaria della Chiesa, chiamata a compiere lo stesso ministero universale di
salvezza, che trascende e deve vivificare tutte le culture.(37)
Bisogna anche dire che la dilatazione universale intrinseca al ministero
sacerdotale, e pertanto sempre irrinunciabile, trova una corrispondenza nelle
caratteristiche socio-culturali del mondo contemporaneo nel quale si sente
l'esigenza di eliminare le barriere che dividono i popoli e le nazioni e che,
soprattutto attraverso la comunicazione delle culture, vuole affratellare le
genti, nonostante le distanze geografiche che le dividono.
Mai come oggi, perciò, il clero deve sentirsi apostolicamente
impegnato a unire tutti gli uomini in Cristo, nella sua Chiesa.
16. Autorità come «amoris officium»
Un'ulteriore manifestazione del porsi del sacerdote di fronte alla
Chiesa è il suo essere guida che conduce alla santificazione dei fedeli
affidati al suo ministero, che è essenzialmente pastorale.
Questa realtà, da vivere con umiltà e coerenza, può
essere soggetta a due opposte tentazioni.
La prima è quella di esercitare il proprio ministero spadroneggiando
sul gregge (cf Lc 22, 24-27; 1 Pt 5, 1-4), mentre la seconda è
quella di vanificare, in una non corretta accezione di comunità, la
propria configurazione a Cristo Capo e Pastore.
La prima tentazione è stata forte anche per gli stessi discepoli ed
ha ricevuto da Gesù una puntuale e ripetuta correzione: ogni autorità
va esercitata in spirito di servizio, come amoris officium38 e dedizione
disinteressata per il bene del gregge (cf Gv 13, 14; 10, 11).
Il sacerdote dovrà sempre ricordare che il Signore e Maestro «
non è venuto per essere servito ma per servire » (Mc 10, 45); che si
è chinato a lavare i piedi ai suoi discepoli (cf Gv 13, 5) prima
di morire in Croce e prima di mandarli in tutto il mondo (cf Gv 20, 21).
I sacerdoti daranno autentica testimonianza al Signore Risorto, al quale è
stato dato « ogni potere in cielo e sulla terra » (cf Mt 28,
18), se eserciteranno il proprio potere spendendolo nell'umile quanto autorevole
servizio al proprio gregge39 e nel rispetto dei compiti che Cristo e la Chiesa
affidano ai fedeli laici40 e ai fedeli consacrati per la professione dei
consigli evangelici.(41)
17. Tentazione del democraticismo
Spesso succede che, per evitare questa prima deviazione, si cada nella
seconda, tendente ad eliminare ogni differenza di ruolo fra i membri del Corpo
Mistico di Cristo che è la Chiesa, negando in pratica la dottrina certa
della Chiesa circa la distinzione fra il sacerdozio comune e quello
ministeriale.(42)
Tra le diverse insidie che oggi si notano, si trova il cosiddetto «
democraticismo ». Giova ricordare a questo proposito che la Chiesa
riconosce tutti quei meriti e valori che la cultura democratica ha portato con sé
nella società civile. D'altra parte, la Chiesa si è sempre battuta
con tutti i mezzi a sua disposizione per il riconoscimento dell'uguale dignità
di tutti gli uomini. Forte di questa tradizione ecclesiale, il Concilio Vaticano
II si è espresso apertamente circa la comune dignità di tutti i
battezzati nella Chiesa.(43)
Tuttavia è anche necessario affermare che non sono trasferibili
automaticamente alla Chiesa stessa la mentalità e la prassi esistenti in
alcune correnti culturali socio-politiche del nostro tempo. La Chiesa, infatti,
deve il suo esistere e la sua struttura al disegno salvifico di Dio. Essa
contempla se stessa come dono della benevolenza di un Padre, che l'ha
liberata mediante l'umiliazione del suo Figlio sulla croce. La Chiesa, pertanto,
vuole essere - nello Spirito Santo - totalmente conforme e fedele alla volontà
libera e liberante del suo Signore Gesù Cristo. Questo mistero di
salvezza fa sì che la Chiesa sia, per sua propria natura, una realtà
diversa dalle semplici società umane.
Costituisce perciò una tentazione gravissima il cosiddetto «
democraticismo », giacché esso porta a non riconoscere l'autorità
e la grazia capitale di Cristo e a snaturare la Chiesa, quasi che questa altro
non fosse se non una società umana. Una tale concezione ne intacca la
stessa costituzione gerarchica, come è stata voluta dal suo Divino
Fondatore, come il Magistero ha sempre chiaramente insegnato e come la Chiesa
stessa ha ininterrottamente vissuto.
La partecipazione nella Chiesa è basata sul mistero della comunione
che, di natura sua, contempla in se stessa la presenza e l'azione della
Gerarchia ecclesiastica.
Di conseguenza, non è ammissibile nella Chiesa una certa mentalità,
che si manifesta talvolta soprattutto in alcuni organismi di partecipazione
ecclesiale, e che tende sia a confondere i compiti dei presbiteri e quelli dei
fedeli laici, sia a non distinguere l'autorità propria del Vescovo da
quella dei presbiteri come collaboratori dei Vescovi, sia a negare la specificità
del ministero petrino nel Collegio Episcopale.
Bisogna ricordare a questo proposito che il presbiterio e il Consiglio
Presbiterale non sono espressioni del diritto di associazione dei chierici, e
tanto meno possono essere intesi secondo visioni di stampo sindacalistico che
comportano rivendicazioni e interessi di parte, alieni dalla comunione
ecclesiale.(44)
18. Distinzione tra sacerdozio comune e ministeriale
La distinzione tra il sacerdozio comune e quello ministeriale, lungi dal
comportare separazione o divisione tra i membri della comunità cristiana,
armonizza e unifica la vita della Chiesa. Questa, infatti, in quanto Corpo di
Cristo, è comunione organica tra tutte le membra, in cui ciascuno serve
alla vita dell'insieme se vive pienamente il proprio distinto ruolo e la propria
specifica vocazione (1 Cor 12, 12ss.).(45)
A nessuno, pertanto, è lecito cambiare ciò che Cristo ha
voluto per la sua Chiesa. Essa è indissolubilmente legata al suo
Fondatore e Capo che è l'unico a donarle, tramite la potenza dello
Spirito Santo, ministri al servizio dei suoi fedeli. Al Cristo che chiama,
consacra ed invia, tramite i legittimi Pastori, non può sostituirsi
alcuna comunità che, pur in situazione di particolare necessità,
volesse darsi il proprio sacerdote in modo difforme dalle disposizioni della
Chiesa.(46) La risposta per risolvere i casi di necessità è la
preghiera di Gesù: « pregate il padrone della messe che mandi operai
alla sua messe » (Mt 9, 38). Se a questa preghiera fatta con fede si unirà
l'intensa vita di carità della comunità, allora saremo sicuri che
il Signore non mancherà di dare pastori secondo il suo cuore (cf Ger
3, 15).(47)
19. Solo i sacerdoti sono pastori
Un modo per non cadere nella tentazione « democraticistica » è
quello di evitare la cosiddetta « clericalizzazione » del laicato48
che tende a comprimere il sacerdozio ministeriale del presbitero al quale, solo,
dopo il Vescovo, in virtù del ministero sacerdotale ricevuto con l
ordinazione, si può attribuire in modo proprio e univoco il termine di «
pastore ». La qualifica di « pastorale », infatti, si riferisce
sia alla potestas docendi et sanctificandi, sia alla potestas
regendi.(49)
Del resto, va ricordato che tali tendenze non favoriscono la vera promozione
del laicato giacché esse portano spesso a dimenticare l'autentica
vocazione e missione ecclesiale dei laici nel mondo.
Comunione sacerdotale
20. Comunione con la Trinità e con Cristo
Alla luce di quanto già detto sulla identità, la comunione del
sacerdote si realizza innanzitutto con il Padre, origine ultima di ogni potestà;
con il Figlio, alla cui missione redentrice partecipa; e con lo Spirito Santo,
che gli dona la forza per vivere e realizzare quella carità pastorale che
lo qualifica sacerdotalmente.
Infatti, « non si può definire la natura e la missione del
sacerdozio ministeriale se non in questa molteplice e ricca trama di relazioni
che sgorgano dalla SS. Trinità e Si prolungano nella comunione della
Chiesa come segno, in Cristo, dell'unione con Dio e dell'unità di tutto
il genere umano ».(50)
21. Comunione con la Chiesa
Da questa fondamentale unione-comunione con Cristo e con la Trinità
deriva, per il presbitero, la sua comunione-relazione con la Chiesa nei suoi
aspetti di mistero e di comunità ecclesiale.(51) Infatti è
all'interno del mistero della Chiesa, come mistero di comunione trinitaria in
tensione missionaria, che si rivela ogni identità cristiana e, quindi,
anche la specifica e personale identità del presbitero e del suo
ministero.
Concretamente, la comunione ecclesiale del presbitero si realizza in diversi
modi. Con l'ordinazione sacramentale, infatti, egli entra in speciali legami con
il Papa, con il Corpo episcopale, con il proprio Vescovo,
con gli altri presbiteri, con i fedeli laici.
22. Comunione gerarchica
La comunione come caratteristica del sacerdozio si fonda sull'unicità
del Capo, Pastore e Sposo della Chiesa, che è Cristo.(52)
In tale comunione ministeriale prendono forma anche alcuni precisi vincoli
in relazione anzitutto con il Papa, con il Collegio episcopale e con il proprio
Vescovo. « Non si dà ministero sacerdotale se non nella comunione
con il Sommo Pontefice e con il Collegio episcopale, in particolare con il
proprio Vescovo diocesano, ai quali sono da riservarsi "il filiale rispetto
e l'obbedienza" promessi nel rito dell'ordinazione ».(53) Si tratta,
dunque, di una comunione gerarchica, cioè di una comunione in quella
gerarchia così come questa è strutturata al suo interno.
In virtù della partecipazione in grado subordinato ai Vescovi
nell'unico sacerdozio ministeriale, tale comunione implica anche il vincolo
spirituale ed organico-strutturale dei presbiteri con tutto l'ordine dei
Vescovi, con il proprio Vescovo,(54) e col Romano Pontefice, in quanto Pastore
della Chiesa universale55 e di ciascuna Chiesa particolare. Ciò viene
rafforzato dal fatto che tutto l'ordine dei Vescovi nel suo insieme e ogni
singolo Vescovo debbono essere nella comunione gerarchica con il Capo del
Collegio.(56) Tale Collegio, infatti, è costituito solo dai Vescovi
consacrati che sono nella comunione gerarchica col Capo e con i membri di esso.
23. Comunione nella celebrazione eucaristica
La comunione gerarchica si trova espressa significativamente nella Prece
eucaristica, quando il sacerdote, nel pregare per il Papa, per il Collegio
episcopale e per il proprio Vescovo, non esprime soltanto un sentimento di
devozione, ma testimonia l'autenticità della sua celebrazione.(57)
La stessa concelebrazione eucaristica, nelle circostanze e condizioni
previste,(58) soprattutto quando è presieduta dal Vescovo e con la
partecipazione dei fedeli, bene manifesta l'unità del sacerdozio di
Cristo nella pluralità dei suoi ministri, nonché l'unità
del sacrificio e del Popolo di Dio.(59) Essa, inoltre, concorre a consolidare
la fraternità ministeriale esistente tra i presbiteri.(60)
24. Comunione nell'attività ministeriale
Ogni presbitero abbia un profondo, umile e filiale legame di carità
con la persona del Santo Padre ed aderisca al suo ministero petrino di
magistero, di santificazione e di governo, con docilità esemplare.(61)
Nella fedeltà poi e nel servizio all'autorità del proprio
Vescovo, egli realizzerà la comunione richiesta per l'esercizio del suo
ministero sacerdotale. Per i pastori più esperti è facile
constatare la necessità di evitare ogni forma di soggettivismo
nell'esercizio del ministero e di aderire corresponsabilmente ai programmi
pastorali. Tale adesione, oltre ad essere espressione di maturità,
contribuisce ad edificare quell'unità nella comunione che è
indispensabile all'opera di evangelizzazione.(62)
Nel pieno rispetto della subordinazione gerarchica, il presbitero si farà
promotore di un rapporto schietto con il proprio Vescovo, connotato da sincera
fiducia, da cordiale amicizia, da vero sforzo di consonanza e convergenza ideale
e programmatica, che nulla toglie all'intelligente capacità di iniziativa
personale e all'intraprendenza pastorale.(63)
25. Comunione nel presbiterio
In forza del sacramento dell'Ordine « ciascun sacerdote è unito
agli altri membri del presbiterio da particolari vincoli di carità
apostolica, di ministero e di fraternità »,(64) Egli, infatti, è
inserito nell'Ordo Presbyterorum costituendo quell'unità
che può definirsi una vera famiglia nella quale i legami non vengono
dalla carne o dal sangue ma dalla grazia dell'Ordine.(65)
L'appartenenza ad un concreto presbiterio66 avviene sempre nell'ambito di
una Chiesa particolare, di un Ordinariato o di una Prelatura personale. A
differenza, infatti, del Collegio Episcopale, sembra che non ci siano le basi
teologiche per affermare l'esistenza di un presbiterio universale.
Fraternità sacerdotale e appartenenza al presbiterio sono, pertanto,
elementi caratterizzanti il sacerdote. Particolarmente significativo, in merito,
è, nell'ordinazione presbiterale, il rito dell'imposizione delle mani da
parte del Vescovo, al quale prendono parte tutti i presbiteri presenti, a
indicare sia la partecipazione allo stesso grado del ministero, sia che il
sacerdote non può agire da solo, ma sempre all'interno del presbiterio,
divenendo confratello di tutti coloro che lo costituiscono.(67)
26. Incardinazione in una Chiesa particolare
L'incardinazione in una determinata Chiesa particolare68 costituisce un
autentico vincolo giuridico69 che ha anche valore spirituale, giacché da
essa scaturisce « il rapporto con il Vescovo nell'unico presbiterio, la
condivisione della sollecitudine ecclesiale, la dedicazione alla cura evangelica
del Popolo di Dio nelle con crete condizioni storiche e ambientali ».(70)
In questa prospettiva, il legame con la Chiesa particolare è fonte di
significati anche per l'azione pastorale.
Non va dimenticato, a tale proposito, che i sacerdoti secolari non
incardinati nella Diocesi e i sacerdoti membri di un Istituto religioso o di una
Società di vita apostolica, i quali dimorano nella Diocesi ed esercitano,
per il suo bene, qualche ufficio, sebbene siano sottoposti ai loro legittimi
Ordinari, appartengono a pieno o a diverso titolo al presbiterio di tale
Diocesi71 dove « hanno voce sia attiva che passiva per costituire il
consiglio presbiterale ».(72) I sacerdoti religiosi, in particolare, in
unità di forze, condividono la sollecitudine pastorale offrendo il
contributo di specifici carismi e « stimolando con la loro presenza la
Chiesa particolare a vivere più intensamente la sua apertura universale »(73)
I presbiteri, poi, incardinati in una Diocesi, ma per il servizio di qualche
movimento ecclesiale approvato dalla competente Autorità
ecclesiastica,(74) siano consapevoli di essere membri del presbiterio della
Diocesi in cui svolgono il loro ministero e di dover sinceramente collaborare
con esso. Il Vescovo di incardinazione, a sua volta, rispetti lo stile di vita
richiesto dall'appartenenza al movimento e sia pronto, a norma del diritto, a
permettere che il presbitero possa prestare il suo servizio in altre Chiese, se
questo fa parte del carisma del movimento stesso.(75)
27. Presbiterio luogo di santificazione
Il presbiterio è il luogo privilegiato nel quale il sacerdote
dovrebbe poter trovare i mezzi specifici di santificazione e di evangelizzazione
ed essere aiutato a superare i limiti e le debolezze che sono propri della
natura umana e che oggi sono particolarmente sentiti.
Egli, pertanto, farà ogni sforzo per evitare di vivere il proprio
sacerdozio in modo isolato e soggettivistico, e cercherà di favorire la
comunione fraterna dando e ricevendo - da sacerdote a sacerdote - il calore
dell'amicizia, dell'assistenza affettuosa, dell'accoglienza, della correzione
fraterna, ben consapevole che la grazia dell'Ordine « assume ed eleva i
rapporti umani, psicologici, affettivi, amicali e spirituali... e si concretizza
nelle più varie forme di aiuto reciproco, non solo quelle spirituali, ma
anche quelle materiali ».(76)
Tutto questo è bene espresso nella liturgia della Messa In Cena
Domini del Giovedì Santo la quale mostra come dalla comunione
eucaristica - nata nell'Ultima Cena - i sacerdoti ricevono la capacità di
amarsi gli uni gli altri, come il Maestro li ama.(77)
28. Amicizia sacerdotale
Il profondo ed ecclesiale senso del presbiterio, non solo non impedisce ma
agevola le responsabilità personali di ogni presbitero nell'espletamento
del ministero particolare affidatogli dal Vescovo.(78) La capacità di
coltivare e vivere mature e profonde amicizie sacerdotali si rivela fonte di
serenità e di gioia nell'esercizio del ministero, sostegno decisivo nelle
difficoltà e aiuto prezioso per l'incremento della carità
pastorale, che il presbitero deve esercitare in modo particolare proprio verso
quei confratelli in difficoltà che hanno bisogno di comprensione, aiuto e
sostegno.(79)
29. Vita comune
Una manifestazione di questa comunione è anche la vita comune
da sempre favorita dalla Chiesa,(80) di recente caldeggiata dagli stessi
documenti del Concilio Vaticano II81 e del Magistero successivo,(82) ed
applicata positivamente in non poche diocesi.
Tra le diverse forme di essa (casa comune, comunità di mensa, ecc. )
si deve ritenere come sovraeminente il partecipare comunitariamente alla
preghiera liturgica.(83) Le diverse modalità devono essere favorite
secondo le possibilità e le convenienze pratiche, senza necessariamente
ricalcare lodevoli modelli propri della vita religiosa. In modo particolare sono
da lodare quelle associazioni che favoriscono la fraternità sacerdotale,
la santità nell'esercizio del ministero, la comunione col Vescovo e con
tutta la Chiesa.(84)
Si auspica che i parroci siano disponibili a favorire la vita comune nella
casa parrocchiale con i loro vicari,(85) stimandoli effettivamente come loro
cooperatori e partecipi della sollecitudine pastorale; da parte loro i vicari,
per costruire la comunione sacerdotale, debbono riconoscere e rispettare
l'autorità del parroco.(86)
30. Comunione con i fedeli laici
Uomo di comunione, il sacerdote non potrà esprimere il suo amore per
il Signore e per la Chiesa senza tradurlo in amore fattivo e incondizionato per
il popolo cristiano, oggetto della sua cura pastorale.(87)
Come Cristo, egli deve farsi a quasi sua trasparenza in mezzo al gregge »
che gli è affidato,(88) ponendosi in relazione positiva e promovente con
i fedeli laici. Riconoscendone la dignità di figli di Dio, ne promuove il
ruolo proprio nella Chiesa, e al loro servizio mette tutto il suo ministero
sacerdotale e la sua carità pastorale.(89) Nella consapevolezza della
profonda comunione che lo lega ai fedeli laici e ai religiosi, il sacerdote
compirà ogni sforzo per « suscitare e sviluppare la corresponsabilità
nella comune e unica missione di salvezza, con la pronta e cordiale
valorizzazione di tutti i carismi e i compiti che lo Spirito offre ai credenti
per l'edificazione della Chiesa ».(90)
Più concretamente, il parroco, ricercando sempre il bene comune nella
Chiesa, favorirà le associazioni di fedeli e i movimenti che si
propongono finalità religiose,(91) accogliendole tutte ed aiutandole a
trovare tra di loro unità di intenti, nella preghiera e nell'azione
apostolica.
In quanto riunisce la famiglia di Dio e realizza la Chiesa - comunione, il
presbitero diventa il pontefice, colui che unisce l'uomo a Dio, facendosi
fratello degli uomini nell'atto stesso con cui vuole essere loro pastore, padre
e maestro.(92) All'uomo di oggi che cerca il senso del suo esistere, egli è
guida che porta all'incontro con Cristo, incontro che si realizza come annuncio
e come realtà già presente, anche se in modo non definitivo nella
Chiesa. In tale modo il presbitero, posto al servizio del Popolo di Dio, si
presenterà come esperto in umanità, uomo di verità e di
comunione, testimone della sollecitudine dell'Unico Pastore per tutte e per
ciascuna delle sue pecorelle. La comunità potrà contare con
sicurezza sulla sua dedizione, sulla sua disponibilità, sulla sua
infaticabile opera di evangelizzazione e, soprattutto, sul suo amore fedele e
incondizionato.
Egli, pertanto, eserciterà la sua missione spirituale con amabilità
e fermezza, con umiltà e spirito di servizio,(93) piegandosi alla
compassione, partecipando alle sofferenze che derivano agli uomini dalle varie
forme di povertà, spirituale e materiale, vecchie e nuove. Saprà
anche chinarsi con misericordia sul difficile ed incerto cammino di conversione
dei peccatori, ai quali riserverà il dono della verità e la
paziente e incoraggiante benevolenza del Buon Pastore, che non rimprovera la
pecora smarrita, ma la carica sulle spalle e fa festa per il suo ritorno
all'ovile (cf Lc 15, 4-7).(94)
31. Comunione con i membri degli Istituti di vita consacrata
Particolare attenzione riserverà alle relazioni con i fratelli e le
sorelle impegnati nella vita di speciale consacrazione a Dio in tutte le sue
forme, mostrando loro apprezzamento sincero e fattivo spirito di collaborazione
apostolica, rispettando e promuovendo i carismi specifici. Coopererà,
inoltre, affinché la vita consacrata appaia sempre più luminosa a
vantaggio della Chiesa intera e sempre più persuasiva e attraente per le
nuove generazioni.
In tale spirito di stima per la vita consacrata, il sacerdote, porrà
particolare cura per quelle comunità che, per diversi motivi, sono
maggiormente bisognose di buona dottrina, di assistenza e di incoraggiamento
nella fedeltà.
32. Pastorale vocazionale
Ogni sacerdote riserverà particolare cura alla pastorale vocazionale,
non mancando di incentivare la preghiera per le vocazioni, di prodigarsi nella
catechesi, di curare la formazione dei ministranti, di favorire appropriate
iniziative mediante un rapporto personale che faccia scoprire i talenti e sappia
individuare la volontà di Dio per una scelta coraggiosa nella sequela di
Cristo.(95)
Certamente la chiara coscienza della propria identità, la coerenza di
vita, la trasparente gioia e l'ardore missionario costituiscono altrettanti
imprescindibili elementi di quella pastorale delle vocazioni che deve integrarsi
nella pastorale organica e ordinaria.
Con il seminario, culla della propria vocazione e palestra di prima
esperienza di vita comunionale, il sacerdote manterrà sempre rapporti di
cordiale collaborazione e di sincero affetto.
È « esigenza insopprimibile della carità pastorale »(96)
che ogni presbitero - assecondando la grazia dello Spirito Santo - si preoccupi
di suscitare almeno una vocazione sacerdotale che ne possa continuare il
ministero.
33. Impegno politico e sociale
Il sacerdote, servitore della Chiesa che per la sua universalità e
cattolicità non può legarsi ad alcuna contingenza storica, starà
al di sopra di qualsiasi parte politica. Egli non può aver parte attiva
in partiti politici o nella conduzione di associazioni sindacali, a meno che, a
giudizio dell'autorità ecclesiastica competente, lo richiedano la difesa
dei diritti della Chiesa e la promozione del bene comune.(97) Infatti, pur
essendo queste cose buone in se stesse, tuttavia sono aliene dallo stato
clericale, in quanto possono costituire un grave pericolo di rottura della
comunione ecclesiale.(98)
Come Gesù (cf Gv 6, 15 ss), il presbitero « deve
rinunciare ad impegnarsi in forme di politica attiva, specialmente quando essa è
di parte, come quasi inevitabilmente avviene, per rimanere l'uomo di tutti in
chiave di fraternità spirituale ».(99) Ogni fedele, perciò,
deve sempre poter accedere al sacerdote senza sentirsi escluso per alcuna
ragione.
Il presbitero ricorderà che « non spetta ai Pastori della Chiesa
intervenire direttamente nell'azione politica e nell'organizzazione sociale.
Questo compito, infatti, fa parte della vocazione dei fedeli laici, i quali
operano di propria iniziativa insieme con i loro concittadini ».(100)
Egli, tuttavia, non mancherà di applicarsi « nello sforzo di formare
rettamente la loro coscienza».(101)
La riduzione della sua missione a compiti temporali, puramente sociali o
politici o comunque alieni dalla sua identità, non è una conquista
ma una perdita gravissima per la fecondità evangelica della Chiesa
intera.
Capitolo II
SPIRITUALITA' SACERDOTALE
Contesto storico attuale
34. Interpretare i segni dei tempi
La vita e il ministero dei sacerdoti si sviluppano sempre nel contesto
storico, di volta in volta carico di nuovi problemi e di inedite risorse, nel
quale si trova a vivere la Chiesa pellegrina nel mondo.
Il sacerdozio non nasce dalla storia, ma dalla immutabile volontà del
Signore. Tuttavia esso si confronta con le circostanze storiche e - pur
rimanendo sempre fedele a se stesso - si configura, nella concretezza delle
scelte, anche attraverso una relazione critica e una ricerca di evangelica
risposta ai « segni dei tempi ». Per tale motivo, i presbiteri hanno
il dovere di interpretare tali « segni » alla luce della fede e di
sottoporli a prudente discernimento. In ogni caso non potranno ignorarli,
soprattutto se si vuole orientare in modo efficace e pertinente la propria vita
in modo che il loro servizio e la loro testimonianza siano sempre più
fecondi per il regno di Dio.
Nell'attuale fase della vita della Chiesa e della società, i
presbiteri sono chiamati a vivere con profondità il loro ministero,
attese le sempre più profonde, numerose e delicate esigenze di ordine non
solo pastorale ma anche sociale e culturale, alle quali devono far fronte. (102)
Essi, pertanto, sono oggi impegnati nei diversi campi di apostolato che
richiedono generosità e dedizione completa, preparazione intellettuale e,
soprattutto, una vita spirituale matura e profonda radicata nella carità
pastorale, che è la loro specifica via alla santità e che
costituisce anche un autentico servizio ai fedeli nel ministero pastorale.
35. L'esigenza della nuova evangelizzazione
Da ciò deriva che il sacerdote è coinvolto, in maniera del
tutto speciale, nell'impegno dell'intera Chiesa per la nuova evangelizzazione.
Partendo dalla fede in Gesù Cristo, Redentore dell'uomo, ha la certezza
che in Lui vi è una « imperscrutabile ricchezza » (Ef 3, 8) che
nessuna cultura, nessuna epoca può esaurire e alla quale possono
attingere sempre gli uomini per arricchirsi.(103)
È questa, pertanto, l'ora di un rinnovamento della nostra fede in Gesù
Cristo, che è lo stesso « ieri, oggi e sempre » (Ebr
13, 8). Pertanto, « la chiamata alla nuova evangelizzazione è
innanzitutto una chiamata alla conversione ». (104) Al tempo stesso, è
una chiamata a quella speranza, « che poggia sulle promesse di Dio, sulla
fedeltà alla sua Parola, e che ha come certezza incrollabile la risurrezione
di Cristo, la sua vittoria definitiva sul peccato e sulla morte, primo
annuncio e radice di ogni evangelizzazione, fondamento di ogni promozione umana,
principio di ogni autentica cultura cristiana ». (105)
In tale contesto, il sacerdote deve anzittutto ravvivare la sua fede, la sua
speranza e il suo amore sincero al Signore, in modo tale da poterlo offrire alla
contemplazione dei fedeli e di tutti gli uomini come veramente è: una
Persona viva, affascinante, che ci ama più di tutti perché ha dato
la sua vita per noi; « nessuno ha un amore più grande di questo:
dare la vita per i propri amici » (Gv 15, 13).
Nello stesso tempo, il sacerdote, consapevole che ogni persona è, in
diverso modo, alla ricerca di un amore capace di portarla oltre gli angusti
confini della sua debolezza, del proprio egoismo e, soprattutto, della stessa
morte, proclamerà che Gesù Cristo è la risposta a tutte
queste ansie.
Nella nuova evangelizzazione, il sacerdote è chiamato ad essere l'araldo
della speranza.(106)
36. La sfida delle sette e dei nuovi culti
Il proliferare delle sette e dei nuovi culti, nonché la loro
diffusione anche fra i fedeli cattolici, costituisce una particolare sfida al
ministero pastorale.
Alla base di un tale fenomeno ci sono motivazioni complesse. In ogni caso,
il ministero dei presbiteri viene sollecitato a rispondere con prontezza e
incisività alla ricerca del sacro e dell'autentica spiritualità
che oggi emerge in modo particolare.
In questi ultimi anni, infatti, si è reso evidente che sono
eminentemente pastorali le motivazioni che richiedono il sacerdote come uomo di
Dio e maestro di preghiera.
Al tempo stesso, si impone la necessità di far sì che la
comunità affidata alle sue cure pastorali sia realmente accogliente in
modo che nessuno appartenente ad essa possa sentirsi anonimo o oggetto di
indifferenza.
Si tratta di una responsabilità che ricade certamente su ogni fedele
ma, in modo del tutto particolare, sul presbitero, che è l'uomo di
comunione.
Se egli saprà accogliere con stima e rispetto chiunque lo avvicini,
valorizzandone la personalità, allora creerà uno stile di
autentica carità che diventerà contagioso e si estenderà
gradualmente all'intera comunità.
Per vincere la sfida delle sette e dei nuovi culti, è particolarmente
importante una catechesi matura e completa, la quale richiede oggi uno speciale
sforzo da parte del sacerdote affinché tutti i suoi fedeli conoscano
realmente il significato della vocazione cristiana e della fede cattolica. In
modo particolare, i fedeli devono essere educati a conoscere bene il rapporto
che intercorre tra la loro specifica vocazione in Cristo e l'appartenenza alla
sua Chiesa, che devono imparare ad amare filialmente e tenacemente.
Tutto questo si realizzerà se il sacerdote, nella sua vita e nel suo
ministero, eviterà quanto potrebbe provocare tiepidezza, freddezza o
identificazione selettiva nei confronti della Chiesa.
37. Luci e ombre dell'attività ministeriale
È motivo di grande conforto rilevare che oggi i presbiteri di tutte
le età e nella stragrande maggioranza svolgono con gioioso impegno,
spesso frutto di silenzioso eroismo, il loro ministero, lavorando fino al limite
delle proprie forze senza vedere, alle volte, i frutti del loro lavoro.
Per questo loro impegno, essi costituiscono oggi un annuncio vivente di
quella grazia divina che, elargita al momento dell'ordinazione, continua a
donare forza sempre nuova per il sacro ministero.
Assieme a queste luci, che illuminano la vita del sacerdote, non mancano
ombre che tendono ad indebolirne la bellezza e a renderne meno efficace
l'esercizio del ministero.
Il ministero pastorale è impresa affascinante ma ardua, sempre
esposta all'incomprensione e all'emarginazione, e, oggi soprattutto, alla
stanchezza, alla sfiducia, all'isolamento e, qualche volta, alla solitudine.
Per vincere le sfide che la mentalità secolaristica continuamente gli
pone, il sacerdote avrà cura di riservare il primato assoluto alla vita
spirituale, allo stare sempre con Cristo e a vivere con generosità la
carità pastorale, intensificando la comunione con tutti e, in primo
luogo, con gli altri presbiteri.
Stare con Cristo nella preghiera
38. Primato della sita spirituale
Il sacerdote è stato, per così dire, concepito in quella lunga
preghiera durante la quale il Signore Gesù ha parlato al Padre dei suoi
Apostoli e, certamente, di tutti coloro che nel corso dei secoli sarebbero stati
fatti partecipi della Sua stessa missione (cf Lc 6, 12; Gv 17,
15-20). La stessa orazione di Gesù nel Getsemani (cf Mt 26, 36-44
par.), tutta protesa verso il sacrificio sacerdotale del Golgota, manifesta in
modo paradigmatico « come il nostro sacerdozio debba essere profondamente
vincolato alla preghiera: radicato nella preghiera »,(107)
Nati da queste preghiere e chiamati a rinnovare un Sacrificio che da esse è
inseparabile, i presbiteri manterranno vivo il loro ministero con una vita
spirituale, alla quale daranno l'assoluta preminenza, evitando di trascurarla a
motivo delle diverse attività. Proprio per poter svolgere fruttuosamente
il ministero pastorale, il sacerdote ha bisogno di entrare in una particolare e
profonda sintonia con Cristo buon Pastore, il quale, solo, resta il protagonista
principale di ogni azione pastorale.
39. Mezzi per la sita spirituale
Tale vita spirituale dev'essere incarnata nell'esistenza di ogni presbitero
attraverso la liturgia, la preghiera personale, lo stile di vita e la pratica
delle virtù cristiane, che contribuiscono alla fecondità
dell'azione ministeriale. La stessa conformazione a Cristo esige, per così
dire, di respirare un clima di amicizia e di incontro personale con il Signore
Gesù e di servizio alla Chiesa, suo Corpo, che il sacerdote dimostrerà
di amare attraverso l'adempimento fedele e indefesso dei doveri del ministero
pastorale.(108)
È necessario, pertanto, che il presbitero programmi la sua vita di
preghiera in modo da comprendere: la celebrazione eucaristica quotidiana,(109)
con adeguata preparazione e ringraziamento; la confessione frequente110 e la
direzione spirituale già praticata in seminario;(111) la celebrazione
integra e fervorosa della liturgia delle ore,(112) alla quale è
quotidianamente tenuto;(113) l'esame della propria coscienza;(114) l'orazione
mentale propriamente detta;(115) la lectio divina;(116) i prolungati momenti
di silenzio e di colloquio, soprattutto negli Esercizi e Ritiri Spirituali
periodici;(117) le preziose espressioni della devozione mariana, come il
Rosario;(118) la Via Crucis e gli altri pii esercizi;(119) la
fruttuosa lettura agiografica.(120)
Ogni anno, come segno di duraturo desiderio di fedeltà, durante la
Messa crismale, i presbiteri rinnovino, davanti al Vescovo e insieme con lui, le
promesse fatte nel momento dell'ordinazione.(121)
La cura della vita spirituale deve essere sentita come un gioioso dovere da
parte dello stesso sacerdote, ma anche come un diritto dei fedeli che cercano in
lui consciamente o inconsciamente, l'uomo di Dio, il consigliere, il
mediatore di pace, l'amico fedele e prudente, la guida sicura a cui affidarsi
nei momenti più duri della vita per trovare conforto e sicurezza.(122)
40. Imitare Cristo che prega
A causa di numerosi impegni provenienti in larga misura dall'attività
pastorale, la vita dei presbiteri è esposta, oggi più che mai, ad
una serie di sollecitazioni che potrebbero condurla verso un crescente attivismo
esteriore, sottomettendola ad un ritmo, alle volte, frenetico e travolgente.
Contro tale tentazione, non bisogna dimenticare che la prima intenzione di
Gesù fu quella di convocare intorno a sé degli Apostoli che
anzitutto « stessero con lui » (Mc 3, 14).
Lo stesso Figlio di Dio ha voluto anche lasciarci testimonianza della sua
preghiera.
Con grande frequenza, infatti, i Vangeli ci presentano Cristo in preghiera:
nella rivelazione della sua missione da parte del Padre (cf Lc 3,
21-22), prima della chiamata degli Apostoli (cf Lc 6, 12), nel rendere
grazie a Dio nella moltiplicazione dei pani (cf Mt 14, 19; 15, 36;Mc
6, 41; 8, 7; Lc 9, 16; Gv 6, 11), nella trasfigurazione sul
monte (cf Lc 9, 28-29), quando risana il sordomuto (cf Mc 7, 34)
e risuscita Lazzaro (cf Gv 11, 41 ss), prima della confessione di Pietro
(cf Lc 9, 18), quando insegna ai discepoli a pregare (cf Lc
11, 1), e quando questi ritornano dall'aver compiuto la loro missione (cfMt
11, 25 ss.; Lc 10, 21 ss.), nel benedire i fanciulli (cf Mt
19, 13) e nel pregare per Pietro (cf Lc 22, 32).
Tutta la sua attività quotidiana derivava dalla preghiera. Così
egli si ritirava nel deserto o sul monte a pregare (cf Mc 1, 35; 6, 46;Lc
5, 16; Mt 4, 1; Mt 14, 23), si alzava al mattino presto (cfMc
1, 35) e passava la notte intera in orazione a Dio (cf Mt
14, 23.25; Mc 6, 46.48; Lc 6, 12). Fino al termine della sua
vita, nell'ultima Cena (cf Gv 17, 1-26), nell'agonia (cf Mt 26,
36-44 par.) e sulla Croce (cf Lc 23, 34.46; Mt 27, 46; Mc
15, 34), il Maestro divino dimostrò che la preghiera animava il suo
ministero messianico e il suo esodo pasquale. Risuscitato da morte, vive per
sempre e prega per noi (cf Eb 7, 25).(123)
Sull'esempio di Cristo, il sacerdote deve saper mantenere la vivacità
e l'abbondanza dei momenti di silenzio e di preghiera nei quali coltivare e
approfondire il proprio rapporto esistenziale con la persona vivente del Signore
Gesù.
41. Imitare la Chiesa che prega
Per rimanere fedele all'impegno di « stare con Gesù »,
occorre che il presbitero sappia imitare la Chiesa che prega.
Nel dispensare la Parola di Dio, che lui stesso ha ricevuto con gioia, il
sacerdote sia memore dell'esortazione rivoltagli dal Vescovo il giorno della sua
ordinazione: « Per questo, facendo della Parola l'oggetto della tua
continua riflessione, credi sempre quel che leggi, insegna quel che credi,
realizza nella vita quel che insegni. In questo modo, mentre con la dottrina
darai nutrimento al Popolo di Dio e con la buona testimonianza della vita gli
sarai di conforto e sostegno, diventerai costruttore del tempio di Dio, che è
la Chiesa ». Similmente riguardo alla celebrazione dei sacramenti e, in
particolare dell'Eucaristia: « Sii dunque consapevole di quel che fai,
imita ciò che compi e poiché celebri il mistero della morte e
della risurrezione del Signore, porta la morte di Cristo nel tuo corpo e cammina
nella sua novità di vita ». E, infine, riguardo alla guida pastorale
del Popolo di Dio perché lo conduca fino al Padre: « Per questo non
cessare mai di tenere lo sguardo rivolto a Cristo, Pastore buono, che è
venuto non per essere servito, ma per servire, e per cercare e salvare quelli
che si sono perduti ».(124)
42. Preghiera come comunione
Forte dello speciale legame con il Signore, il presbitero saprà
affrontare i momenti in cui potrebbe sentirsi solo in mezzo agli uomini;
rinnovando con forza il suo stare con Cristo che nell'Eucaristia è suo
rifugio e suo miglior riposo.
Come Gesù, che mentre era solo stava continuamente con il Padre (cfLc
3, 21; Mc 1, 35), anche il presbitero deve essere l'uomo che nella
solitudine trova la comunione con Dio,(125) per cui potrà dire con S.
Ambrogio: « Io non sono mai così poco solo come quando sono solo »
(126)
Accanto al Signore, il presbitero troverà la forza e gli strumenti
per riavvicinare gli uomini a Dio, per accendere la loro fede, per suscitare
impegno e condivisione.
Carità pastorale
43. Manifestazione della carità di Cristo
La carità pastorale costituisce il principio interiore e dinamico
capace di unificare le molteplici e diverse attività pastorali del
presbitero e, dato il contesto socio-culturale e religioso nel quale egli vive,
è strumento indispensabile per portare gli uomini alla vita della Grazia.
Plasmata da tale carità, l'attività ministeriale deve essere
una manifestazione della carità di Cristo, di cui il presbitero saprà
esprimere atteggiamenti e comportamenti, fino alla donazione totale di sé
a favore del gregge che gli è stato affidato.(127)
Assimilare la carità pastorale di Cristo in modo da farla diventare
forma della propria vita, è una meta che richiede dal sacerdote impegni e
sacrifici continui, giacché essa non si improvvisa, non conosce soste né
può essere raggiunta una volta per sempre. Il ministro di Cristo si
sentirà obbligato a vivere e a testimoniare questa realtà sempre e
dovunque, anche quando, a ragione dell'età, fosse sgravato da incarichi
pastorali concreti.
44. Funzionalismo
La carità pastorale corre, oggi soprattutto, il pericolo di essere
svuotata del suo significato dal cosiddetto funzionalismo. Non è
raro, infatti, percepire, anche in alcuni sacerdoti, l'influsso di una mentalità
che tende erroneamente a ridurre il sacerdozio ministeriale ai soli aspetti
funzionali. « Fare » il prete, svolgere singoli servizi e garantire
alcune prestazioni d'opera sarebbe il tutto dell'esistenza sacerdotale. Tale
concezione riduttiva dell'identità e del ministero del sacerdote, rischia
di spingere la vita di questi verso un vuoto, che viene spesso riempito da forme
di vita non consone al proprio ministero.
Il sacerdote, che sa di essere ministro di Cristo e della sua Sposa, troverà
nella preghiera, nello studio e nella lettura spirituale la forza necessaria per
vincere anche questo pericolo.(128)
Predicazione della Parola
45. Fedeltà alla Parola
Cristo ha affidato agli Apostoli e alla Chiesa la missione di predicare la
Buona Novella a tutti gli uomini.
Trasmettere la fede è svelare, annunziare e approfondire la vocazione
cristiana; cioè la chiamata che Dio rivolge ad ogni uomo nel
manifestargli il mistero della salvezza e, contemporaneamente, il posto che egli
deve occupare in riferimento a tale mistero, come figlio di adozione nel
Figlio.(129) Questo duplice aspetto si evidenzia sinteticamente nel Simbolo
della Fede, una delle espressioni più autorevoli di quella fede con cui
la Chiesa ha sempre risposto all'appello di Dio.(130)
Si pongono, allora, al ministero presbiterale due esigenze che sono quasi le
due facce della stessa medaglia. Vi è, in primo luogo, il carattere
missionario della trasmissione della fede. Il ministero della parola non può
essere astratto o lontano dalla vita della gente; al contrario, esso deve far
diretto riferimento al senso della vita dell'uomo, di ogni uomo e, quindi, dovrà
entrare nelle questioni più vive che si pongono alla coscienza umana.
D'altra parte vi è una esigenza di autenticità e di conformità
con la fede della Chiesa, custode della verità su Dio e sull'uomo. Ciò
deve essere fatto con senso di estrema responsabilità, nella
consapevolezza che si tratta di una questione della massima importanza in quanto
é in gioco la vita dell'uomo e il senso della sua esistenza.
Per un fruttuoso ministero della Parola, tenendo presente tale contesto, il
presbitero darà il primato alla testimonianza della vita, che fa scoprire
la potenza dell'amore di Dio e rende persuasiva la sua parola. Inoltre, terrà
conto della predicazione esplicita del mistero di Cristo ai credenti, ai non
credenti e ai non cristiani; della catechesi, che é l'esposizione
ordinata e organica della dottrina della Chiesa; dell'applicazione della verità
rivelata alla soluzione dei casi concreti.(131)
La consapevolezza dell'assoluta necessità di « rimanere »
fedeli e ancorati alla Parola di Dio e alla Tradizione per essere veramente
discepoli di Cristo e conoscere la verità (cf Gv 8, 31-32) ha
sempre accompagnato la storia della spiritualità sacerdotale ed è
stata autorevolmente ribadita anche dal Concilio Ecumenico Vaticano II.(132)
Soprattutto per la società contemporanea, contrassegnata dal
materialismo teorico e pratico, dal soggettivismo e dal problematicismo, è
necessario che il Vangelo sia presentato come « la potenza di Dio per
salvare coloro che credono » (Rm 1, 16). I presbiteri, ricordando
che « la fede dipende dalla predicazione e la predicazione, a sua volta, si
attua per la Parola di Cristo » (Ibid. 10, 17), impegneranno tutte
le loro energie per corrispondere a questa missione che è primaria nel
loro ministero. Essi, infatti, sono non soltanto i testimoni, ma anche gli
annunciatori e i trasmettitori della fede.(133)
Tale ministero - svolto nella comunione gerarchica - li abilita ad esprimere
con autorità la fede cattolica e a dare testimonianza ufficiale
della fede della Chiesa. Il Popolo di Dio, in effetti, « viene adunato
innanzitutto per mezzo della parola del Dio vivente, che tutti hanno il diritto
di cercare sulle labbra dei sacerdoti ». (134)
Per essere autentica, la Parola deve essere trasmessa « senza doppiezza
e senza alcuna falsificazione, ma manifestando con franchezza la verità
davanti a Dio » (2 Cor 4, 2). Il presbitero eviterà con
responsabile maturità di contraffare, ridurre, distorcere o diluire i
contenuti del messaggio divino. Suo compito, infatti, « non è di
insegnare una propria sapienza, bensì di insegnare la parola di Dio e di
invitare tutti insistentemente alla conversione e alla santità ».(135)
La predicazione, pertanto, non può ridursi alla comunicazione di
pensieri propri, alla manifestazione dell'esperienza personale, a semplici
spiegazioni di carattere psicologico,(136) sociologico o filantropico; neppure
può indulgere eccessivamente al fascino della retorica, così
spesso presente nella comunicazione di massa. Si tratta di annunciare una Parola
di cui non si può disporre, in quanto è stata data alla Chiesa,
affinché la custodisca, la scruti e fedelmente la trasmetta.(137)
46. Parola e vita
La coscienza della propria missione di annunciatore del Vangelo dovrà
sempre più concretizzarsi pastoralmente in modo che il presbitero possa
vivificare, alla luce della Parola di Dio, le diverse situazioni e i diversi
ambienti nei quali svolge il suo ministero.
Per essere efficace e credibile è, perciò, importante che il
presbitero - nella prospettiva della fede e del suo ministero - conosca, con
costruttivo senso critico, le ideologie, il linguaggio, gli intrecci culturali,
le tipologie diffuse attraverso i mezzi di comunicazione e che, in larga parte,
condizionano le mentalità.
Stimolato dall'Apostolo che esclamava: « Guai a me se non predicassi il
Vangelo! » (1 Cor 9, 16), egli saprà utilizzare tutti quei
mezzi di trasmissione che le scienze e la tecnologia moderna gli offrono.
Certamente non tutto dipende da tali mezzi o dalle capacità umane,
giacché la grazia divina può raggiungere il suo effetto
indipendentemente dall'opera degli uomini. Ma, nel piano di Dio, la predicazione
della Parola è, normalmente, il canale privilegiato per la trasmissione
della fede e per la missione evangelizzatrice.
Per i tanti che oggi sono fuori o lontani dall'annuncio di Cristo, il
presbitero sentirà come particolarmente urgente ed attuale l'angoscioso
interrogativo: « come potranno credere, senza averne sentito parlare? E
come potranno sentirne parlare senza uno che annunzi? » (Rm 10,
14).
Per rispondere a tali interrogativi, egli si sentirà personalmente
impegnato a coltivare in maniera particolare la Sacra Scrittura con lo studio di
una sana esegesi, soprattutto patristica, e con la meditazione fatta secondo i
diversi metodi comprovati dalla tradizione spirituale della Chiesa, in modo da
ottenerne una comprensione animata dall'amore.(138) A tale scopo, il presbitero
sentirà il dovere di riservare particolare attenzione alla preparazione,
sia remota che prossima, dell'omelia liturgica, ai suoi contenuti,
all'equilibrio tra parte espositiva e applicativa, alla pedagogia e alla tecnica
del porgere, fino alla buona dizione, rispettosa della dignità dell'atto
e dei destinatari.(139)
47. Parola e catechesi
La catechesi è parte rilevante di questa missione evangelizzatrice,
essendo strumento privilegiato dell'insegnamento e della maturazione della
fede.(140)
Il presbitero, in quanto collaboratore e per mandato del Vescovo, ha la
responsabilità di animare, coordinare e dirigere l'attività
catechistica della comunità che gli è affidata. È
importante che egli sappia integrare tale attività in un progetto
organico di evangelizzazione garantendo, innanzitutto, la comunione della
catechesi della propria comunità con la persona del Vescovo, con la
Chiesa particolare e con la Chiesa universale.(141)
In particolare, egli saprà suscitare la giusta e opportuna
responsabilità e collaborazione nei riguardi della catechesi, sia dei
membri degli Istituti di Vita consacrata e delle Società di vita
apostolica, sia dei fedeli laici,(142) adeguatamente preparati, mostrando ad
essi il riconoscimento e la stima per il compito catechistico.
Singolare premura egli porrà nella cura della formazione iniziale e
permanente dei catechisti, delle associazioni e dei movimenti. Nella misura del
possibile, il sacerdote dovrà essere il catechista dei catechisti,
formando con questi una vera comunità di discepoli del Signore che serva
come punto di riferimento per i catechizzandi.
Maestro143 ed educatore della fede,(144) il presbitero farà sì
che la catechesi sia parte privilegiata nella educazione cristiana in famiglia,
nell'insegnamento religioso, nella formazione dei movimenti apostolici, ecc., e
che essa sia rivolta a tutte le categorie dei fedeli: fanciulli e giovani,
adolescenti, adulti, anziani. Egli, inoltre, saprà trasmettere
l'insegnamento catechistico facendo uso di tutti quegli aiuti, sussidi didattici
e strumenti di comunicazione che possano essere efficaci affinché i
fedeli, in modo adatto alla loro indole, capacità, età e alle
condizioni pratiche di vita, siano in grado di apprendere più pienamente
la dottrina cristiana e di tradurla in pratica nel modo più
conveniente.(145)
A tale scopo, il presbitero non mancherà di avere come principale
punto di riferimento, il Catechismo della Chiesa Cattolica. Tale testo,
infatti, costituisce norma sicura e autentica dell'insegnamento della
Chiesa.(146)
Il sacramento dell'Eucaristia
48. Il mistero eucaristico
Se il servizio della Parola è elemento fondamentale del ministero
presbiterale, il cuore e il centro vitale di esso è costituito, senza
dubbio, dall'Eucaristia, che è, soprattutto, la presenza reale nel tempo
dell'unico ed eterno sacrificio di Cristo.(147)
Memoriale sacramentale della morte e risurrezione di Cristo, ripresentazione
reale ed efficace dell'unico Sacrificio redentore, fonte e culmine della vita
cristiana e di tutta l'evangelizzazione,(148) l'Eucaristia è principio
mezzo e fine del ministero sacerdotale, giacché « tutti i ministeri
ecclesiastici e le opere d'apostolato sono strettamente uniti alla sacra
Eucaristia e ad essa sono ordinati ».(149) Consacrato per perpetuare il
santo Sacrificio, il presbitero manifesta così, nel modo più
evidente, la sua identità.
Esiste, infatti, un'intima connessione tra la centralità
dell'Eucaristia, la carità pastorale e l'unità di vita del
presbitero,(150) il quale trova in essa le indicazioni decisive per
l'itinerario di santità al quale è specificamente chiamato.
Se il presbitero presta a Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, l'intelligenza,
la volontà, la voce e le mani perché, mediante il proprio
ministero, possa offrire al Padre il sacrificio sacramentale della redenzione,
dovrà fare proprie le disposizioni del Maestro e, come Lui, vivere quale
dono per i propri fratelli. Egli dovrà perciò imparare ad
unirsi intimamente all'offerta, deponendo sull'altare del sacrificio l'intera
vita come segno manifestativo dell'amore gratuito e preveniente di Dio.
49. Celebrazione dell'Eucaristia
È necessario richiamare il valore insostituibile che per il sacerdote
ha la celebrazione quotidiana della Santa Messa, anche quando non vi fosse
concorso di alcun fedele.(151) Egli la vivrà come il momento centrale
della giornata e del ministero quotidiano, frutto di sincero desiderio e
occasione di incontro profondo ed efficace con Cristo, e porrà la massima
cura nel celebrarla con devozione ed intima partecipazione della mente e del
cuore.
In una civiltà sempre più sensibile alla comunicazione
mediante i segni e le immagini, il sacerdote darà adeguata attenzione a
tutto ciò che può esaltare il decoro e la sacralità della
celebrazione eucaristica. È importante che, in tale celebrazione, si
pongano in giusto risalto la proprietà e la pulizia del luogo,
l'architettura dell'altare e del tabernacolo,(152) la nobiltà dei vasi
sacri dei paramenti,(153) del canto,(154) della musica,(155) il sacro
silenzio,(156) ecc. Questi sono tutti elementi che possono contribuire ad una
migliore partecipazione al Sacrificio eucaristico. Infatti, la scarsa attenzione
agli aspetti simbolici della liturgia e, ancor più, la trascuratezza e la
fretta, la superficialità e il disordine, ne svuotano il significato e
indeboliscono la funzione di incremento della fede.(157) Chi celebra male
manifesta la debolezza della sua fede e non educa gli altri alla fede. Celebrare
bene, invece, costituisce una prima importante catechesi sul santo Sacrificio.
Il sacerdote, allora, pur mettendo a servizio della celebrazione eucaristica
tutte le sue doti per renderla viva nella partecipazione di tutti i fedeli, deve
attenersi al rito stabilito nei libri liturgici approvati dalla competente
autorità, senza aggiungere, togliere o mutare alcunché.(158)
Tutti gli Ordinari, i Superiori degli Istituti di vita consacrata e i
Moderatori delle Società di vita apostolica hanno il grave dovere, oltre
che di precedere nell'esempio, di vigilare affinché le norme liturgiche
riguardanti la celebrazione dell'Eucaristia vengano fedelmente osservate in
tutti i luoghi.
I sacerdoti che celebrano o anche concelebrano sono tenuti ad indossare le
vesti sacre prescritte dalle rubriche.(159)
50. Adorazione eucaristica
La centralità dell'Eucaristia dovrà apparire non solo dalla
degna e sentita celebrazione del Sacrificio, ma altresì dalla frequente
adorazione del Sacramento in modo che il presbitero appaia modello del gregge
anche nell'attenzione devota e nell'assidua meditazione fatta - sempre che ciò
sia possibile - alla presenza del Signore nel tabernacolo. È da
auspicarsi che i presbiteri incaricati della guida di comunità dedichino
larghi spazi all'adorazione comunitaria e riservino al Santissimo Sacramento
dell'altare, anche fuori della Santa Messa, attenzioni e onori superiori a
qualsiasi altro rito e gesto. a La fede e l'amore per l'Eucaristia non possono
permettere che la presenza di Cristo nel Tabernacolo rimanga solitaria ».(160)
Momento privilegiato dell'adorazione eucaristica può essere la
celebrazione della Liturgia delle Ore, la quale costituisce il vero
prolungamento, durante la giornata, del sacrificio di lode e di ringraziamento
che ha nella santa Messa il centro e la fonte sacramentale. La Liturgia delle
Ore, nella quale il sacerdote, unito a Cristo, è voce della Chiesa per il
mondo intero, sarà celebrata, anche comunitariamente, quando ciò è
possibile e nelle forme opportune, in modo da essere « interprete e veicolo
della voce universale che canta la gloria di Dio e chiede la salvezza dell'uomo
»,(161) Esemplare solennità a tale celebrazione sarà
riservata dai Capitoli canonicali. Si dovrà comunque sempre evitare, sia
nella celebrazione comunitaria che in quella individuale, di ridurla ad un puro
« dovere » da eseguire meccanicamente come semplice e affrettata
lettura senza la necessaria attenzione al senso del testo.
Il Sacramento della Penitenza
51. Ministro della Riconciliazione
Dono della risurrezione agli Apostoli è lo Spirito Santo per la
remissione dei peccati: « Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i
peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi »
(Gv 20, 21-23). Cristo ha affidato l'opera di riconciliazione dell'uomo
con Dio esclusivamente ai suoi Apostoli e a coloro che succedono loro nella
stessa missione. I sacerdoti, allora, per volontà di Cristo, sono gli
unici ministri del sacramento della riconciliazione.(162) Come Cristo, sono
inviati a chiamare i peccatori alla conversione e a riportarli al Padre,
mediante il giudizio di misericordia.
La Riconciliazione sacramentale ristabilisce l'amicizia con Dio Padre e con
tutti i suoi figli nella sua famiglia che è la Chiesa, la quale,
pertanto, ringiovanisce e viene edificata in tutte le sue dimensioni:
universale, diocesana, parrocchiale.(163)
Nonostante la triste constatazione della perdita del senso del peccato, che è
largamente presente nelle culture del nostro tempo, il sacerdote deve praticare,
con gioia e dedizione, il ministero della formazione delle coscienze, del
perdono e della pace.
Occorre, pertanto, che egli sappia identificarsi, in un certo senso, con
questo sacramento e, assumendo l'atteggiamento di Cristo, sappia chinarsi con
misericordia, come buon samaritano, sull'umanità ferita, facendo
trasparire la novità cristiana della dimensione medicinale della
Penitenza, che è in vista della guarigione e del perdono.(164)
52. Dedizione al ministero della Riconciliazione
Sia a motivo del suo ufficio,(165) sia anche a motivo dell'ordinazione
sacramentale, il presbitero dovrà dedicare tempo ed energie all'ascolto
delle confessioni dei fedeli, i quali, come dimostra l'esperienza, si recano
volentieri a ricevere questo sacramento laddove sanno che vi sono sacerdoti
disponibili. Ciò vale ovunque ma, soprattutto, per le chiese delle zone
maggiormente frequentate e per i Santuari, dove è possibile una fraterna
e responsabile collaborazione con i sacerdoti religiosi e con quelli anziani.
Ogni sacerdote si atterrà alla normativa ecclesiale che difende e
promuove il valore della confessione individuale e della personale, integra
accusa dei peccati nel colloquio diretto con il confessore,(166) riservando
l'uso della confessione e della assoluzione comunitaria ai soli casi
straordinari e con le condizioni richieste, contemplate dalle disposizioni
vigenti.(167) Il confessore avrà modo di illuminare la coscienza del
penitente con una parola che, per quanto breve, sia appropriata alla sua
situazione concreta, in modo da favorire un rinnovato orientamento personale
verso la conversione ed incidere profondamente sul suo cammino spirituale, anche
attraverso l'imposizione di un'opportuna soddisfazione.(168)
In ogni caso, il presbitero saprà mantenere la celebrazione della
Riconciliazione a livello sacramentale, superando il pericolo di ridurla ad una
attività puramente psicologica o semplicemente formalistica.
Ciò si manifesterà, fra l'altro, nel vivere fedelmente la
disciplina vigente anche circa il luogo e la sede per le confessioni.(169)
53. Necessità di confessarsi
Come ogni buon fedele, anche il presbitero ha necessità di confessare
i propri peccati e le proprie debolezze. Egli è il primo a sapere che la
pratica di questo sacramento lo rafforza nella fede e nella carità verso
Dio e i fratelli.
Per trovarsi nelle migliori condizioni di mostrare con efficacia la bellezza
della Penitenza, è essenziale che il ministro del sacramento offra una
testimonianza personale precedendo gli altri fedeli nel fare l'esperienza del
perdono. Ciò costituisce anche la prima condizione per la rivalutazione
pastorale del sacramento della Riconciliazione. In questo senso, è buona
cosa che i fedeli sappiano e vedano che anche i loro sacerdoti si confessano con
regolarità:(170) « tutta l'esistenza sacerdotale subisce un
inesorabile scadimento, se viene a mancarle, per negligenza o per qualsiasi
altro motivo, il ricorso, periodico e ispirato da autentica fede e devozione, al
sacramento della Penitenza. In un prete che non si confessasse più o si
confessasse male, il suo essere prete e il suo fare il prete ne risentirebbero
molto presto, e se ne accorgerebbe anche la comunità, di cui egli è
pastore ».(171)
54. Direzione spirituale per sé e per gli altri
Parallelamente al sacramento della Riconciliazione, il presbitero non
mancherà di esercitare il ministero della direzione spirituale.
La riscoperta e la diffusione di questa pratica, anche in momenti diversi
dall'amministrazione della Penitenza, è un grande beneficio per la Chiesa
nel tempo presente.(172) L'atteggiamento generoso e attivo dei presbiteri nel
praticarla costituisce anche un'occasione importante per individuare e sostenere
le vocazioni al sacerdozio e alle varie forme di vita consacrata.
Per contribuire al miglioramento della loro spiritualità è
necessario che i presbiteri pratichino essi stessi la direzione spirituale.
Ponendo nelle mani di un saggio confratello la formazione della loro anima,
matureranno la coscienza, fin dai primi passi del ministero, dell'importanza di
non camminare da soli per le vie della vita spirituale e dell'impegno pastorale.
Nel far uso di questo efficace mezzo di formazione, tanto sperimentato nella
Chiesa, i presbiteri avranno piena libertà nella scelta della persona che
li deve guidare.
Guida della comunità
55. Sacerdote per la comunità
Il sacerdote è chiamato a misurarsi con le esigenze tipiche di un
altro aspetto del suo ministero, oltre a quelli esaminati. Si tratta della cura
per la vita della comunità che gli è affidata e che si esprime
soprattutto nella testimonianza della carità.
Pastore della comunità, il sacerdote esiste e vive per essa; per essa
prega, studia, lavora e si sacrifica; per essa è disposto a dare la vita,
amandola come Cristo, riversando su di essa tutto il suo amore e la sua
stima,(173) prodigandosi con tutte le forze e senza limiti di tempo per
renderla, a immagine della Chiesa Sposa di Cristo, sempre più bella e
degna della compiacenza del Padre e dell'amore dello Spirito Santo.
Questa dimensione sponsale della vita del presbitero come pastore, farà
sì che egli guiderà la sua comunità servendo con dedizione
tutti e ciascuno dei suoi membri, illuminando le loro coscienze con la luce
della verità rivelata, custodendo autorevolmente l'autenticità
evangelica della vita cristiana, correggendo gli errori, perdonando, sanando le
ferite, consolando le afflizioni, promuovendo la fraternità.(174)
Questo insieme di attenzioni, delicate e complesse, oltre a garantire una
testimonianza di carità sempre più trasparente ed efficace,
manifesterà anche la profonda comunione che deve realizzarsi tra il
presbitero e la sua comunità, come prolungamento e attualizzazione della
comunione con Dio, con Cristo e con la Chiesa.(175)
56. Sentire con la Chiesa
Per essere buona guida del suo Popolo, il presbitero sarà anche
attento a conoscere i segni dei tempi: da quelli più vasti e profondi che
riguardano la Chiesa universale e il suo cammino nella storia degli uomini, a
quelli più vicini alla situazione concreta della singola comunità.
Questo discernimento richiede il costante e corretto aggiornamento nello
studio dei problemi teologici e pastorali, l'esercizio di una sapiente
riflessione sui dati sociali, culturali e scientifici che connotano il nostro
tempo.
Nello svolgimento del loro ministero, i presbiteri sapranno tradurre questa
esigenza in una costante e sincera attitudine a sentire con la Chiesa,
cosicché lavoreranno sempre nel vincolo della comunione con il Papa, con
i Vescovi, con gli altri confratelli nel sacerdozio, nonché con i fedeli
consacrati per la professione dei consigli evangelici e con i fedeli laici.
Essi, inoltre, non mancheranno di richiedere, nelle forme legittime e
tenendo conto delle capacità di ciascuno, la cooperazione dei fedeli
consacrati e dei fedeli laici, nell'esercizio della loro attività.
Il celibato sacerdotale
57. Ferma volontà della Chiesa
Convinta delle profonde motivazioni teologiche e pastorali che sostengono il
rapporto tra celibato e sacerdozio e illuminata dalla testimonianza che ne
conferma anche oggi, nonostante dolorosi casi negativi, la validità
spirituale ed evangelica in tante esistenze sacerdotali, la Chiesa ha ribadito
nel Concilio Vaticano II e ripetutamente nel successivo Magistero Pontificio la
« ferma volontà di mantenere la legge che esige il celibato
liberamente scelto e perpetuo per i candidati all'ordinazione sacerdotale nel
rito latino».(176)
Il celibato, infatti, é un dono che la Chiesa ha ricevuto e vuole
custodire, convinta che esso è un bene per se stessa e per il mondo.
58. Motivazione teologico-spirituale del celibato
Come ogni valore evangelico, anche il celibato deve essere vissuto quale
novità liberante, come particolare testimonianza di radicalismo nella
sequela di Cristo e segno della realtà escatologica. « Non tutti
possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono,
infatti, eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono
alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini e vi sono altri che si sono
fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca » (Mt
19,10-12).(177)
Per vivere con amore e generosità il dono ricevuto, è
particolarmente importante che il sacerdote comprenda fin dalla formazione
seminaristica la motivazione teologica e spirituale della disciplina
ecclesiastica sul celibato.(178) Questo, quale dono e carisma particolare di
Dio, richiede l'osservanza della continenza perfetta e perpetua per il Regno dei
cieli, perché i ministri sacri possano aderire con maggior facilità
a Cristo con cuore indiviso e dedicarsi più liberamente al servizio di
Dio e degli uomini.(179) La disciplina ecclesiastica manifesta, prima ancora
che la volontà del soggetto espressa dalla sua disponibilità, la
volontà della Chiesa e trova la sua ultima ragione nel legame stretto che
il celibato ha con l'ordinazione sacra, che configura il sacerdote a Gesù
Cristo Capo e Sposo della Chiesa.(180)
La Lettera agli Efesini (cf 5, 25-27) pone in stretto rapporto l'oblazione
sacerdotale di Cristo (cf 5, 25) con la santificazione della Chiesa (cf 5, 26),
amata con amore sponsale. Inserito sacramentalmente in questo sacerdozio d'amore
esclusivo di Cristo per la Chiesa, sua Sposa fedele, il presbitero esprime con
il suo impegno celibatario tale amore, che diventa anche sorgente feconda di
efficacia pastorale.
Il celibato, pertanto, non è un influsso che dall'esterno ricade sul
ministero sacerdotale, né può essere considerato semplicemente
un'istituzione imposta per legge, anche perché chi riceve il sacramento
dell'Ordine vi si impegna con piena coscienza e libertà,(181) dopo una
preparazione pluriennale, una profonda riflessione e l'assidua preghiera. Giunto
alla ferma convinzione che Cristo gli concede questo dono per il bene
della Chiesa e per il servizio degli altri, il sacerdote lo assume per tutta la
vita, rafforzando questa sua volontà nella promessa già fatta
durante il rito dell'ordinazione diaconale.(182)
Per queste ragioni, la legge ecclesiastica, da una parte conferma il carisma
del celibato, mostrando come esso sia in intima connessione col ministero sacro
nella sua duplice dimensione di relazione a Cristo e alla Chiesa; dall'altra
tutela la libertà di colui che lo assume.(183) Il presbitero, allora,
consacrato a Cristo con un nuovo ed eccelso titolo,(184) deve essere ben
conscio che ha ricevuto un dono sancito da un preciso vincolo giuridico, da cui
deriva l'obbligo morale dell'osservanza. Tale vincolo, assunto liberamente, ha
carattere teologale ed è segno di quella realtà sponsale che si
attua nell'ordinazione sacramentale. Con esso il presbitero acquista anche
quella paternità spirituale, ma reale, che ha dimensione universale e si
concretizza, in modo particolare, nei confronti della comunità che gli è
affidata.(185)
59. Esempio di Gesù
Il celibato allora, è dono di sé « in » e « con
» Cristo alla sua Chiesa ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa «
in » e « con » il Signore.(186)
Si rimarrebbe in una permanente immaturità se il celibato fosse
vissuto come a un tributo che si paga al Signore » per accedere agli Ordini
sacri e non, piuttosto, come « un dono che si riceve dalla sua misericordia
»,(187) come scelta di libertà e accoglienza grata di una
particolare vocazione di amore per Dio e per gli uomini.
L'esempio è il Signore stesso il quale, andando contro quella che si
può considerare la cultura dominante del suo tempo, ha scelto liberamente
di vivere celibe. Alla sua sequela i discepoli hanno lasciato « tutto »
per compiere la missione loro affidata (cf Lc 18, 28-30).
Per tale motivo la Chiesa, fin dai tempi apostolici, ha voluto conservare il
dono della continenza perpetua dei chierici e si è orientata a scegliere
i candidati all'Ordine sacro tra i celibi (cf 2 Ts 2, 15; 1 Cor 7,
5; 9, 5; 1 Tm 3, 2.12; 5, 9; Tt 1, 6.8).(188)
60. Difficoltà e obiezioni
Nell'attuale clima culturale, condizionato spesso da una visione dell'uomo
carente di valori e, soprattutto, incapace di dare un senso pieno, positivo e
liberante alla sessualità umana, si ripresenta spesso la domanda sul
valore e sul significato del celibato sacerdotale o, quanto meno,
sull'opportunità di affermare il suo stretto legame e la sua profonda
sintonia con il sacerdozio ministeriale.
Difficoltà e obiezioni hanno sempre accompagnato, lungo i secoli, la
scelta della Chiesa Latina e di alcune Chiese Orientali di conferire il
sacerdozio ministeriale solo a quegli uomini che hanno ricevuto da Dio il dono
della castità nel celibato. La disciplina delle altre Chiese Orientali
che ammettono il sacerdozio uxorato, non è contrapposta a quella della
Chiesa Latina. Infatti, le stesse Chiese orientali esigono comunque il celibato
dai Vescovi. Inoltre, non consentono il matrimonio dei sacerdoti e non
permettono successive nozze a quelli rimasti vedovi. Si tratta comunque sempre e
soltanto dell'ordinazione di uomini già sposati.
Le difficoltà che alcuni anche oggi presentano,(189) si fondano
spesso su argomenti pretestuosi, come per esempio l'accusa di spiritualismo
disincarnato o che la continenza comporti diffidenza o disprezzo della sessualità,
oppure prendono le mossa dalla considerazione di casi difficili e dolorosi, o
anche generalizzano casi particolari. Si dimentica, invece, la testimonianza
offerta dalla stragrande maggioranza dei sacerdoti, che vivono il proprio
celibato con libertà interiore, con ricche motivazioni evangeliche, con
fecondità spirituale, in un orizzonte di fedeltà convinta e
gioiosa alla propria vocazione e missione.
È chiaro che, per garantire e custodire questo dono m un clima di
sereno equilibrio e di spirituale progresso, devono essere praticate tutte
quelle misure che allontanano il sacerdote da possibili difficoltà.(190)
È necessario, pertanto, che i presbiteri si comportino con la dovuta
prudenza nei rapporti con le persone la cui familiarità può
mettere in pericolo la fedeltà al dono oppure suscitare lo scandalo dei
fedeli.(191) Nei casi particolari si deve sottostare al giudizio del Vescovo,
che ha l'obbligo di impartire norme precise in materia.(192)
I sacerdoti, poi, non trascurino di seguire quelle regole ascetiche che sono
garantite dall'esperienza della Chiesa e che sono ancor più richieste
dalle circostanze odierne, per cui prudentemente evitino di frequentare luoghi e
assistere a spettacoli o praticare letture che costituiscono un'insidia
all'osservanza della castità celibataria.(193) Nel fare uso, come agenti
o come fruitori, dei mezzi di comunicazione sociale, osservino la necessaria
discrezione ed evitino tutto quanto può nuocere alla vocazione.
Per custodire con amore il dono ricevuto, in un clima di esasperato
permissivismo sessuale, essi dovranno trovare nella comunione con Cristo e con
la Chiesa, nella devozione alla Beata Vergine Maria e nella considerazione degli
esempi dei sacerdoti santi di tutti i tempi, la forza necessaria per superare le
difficoltà che incontrano nel loro cammino ed agire con quella maturità
che li rende credibili innanzi al mondo.(194)
L'obbedienza
61. Fondamento dell'obbedienza
L'obbedienza è un valore sacerdotale di primaria importanza. Lo
stesso sacrificio di Gesù sulla Croce acquistò valore e
significato salvifico a causa della sua obbedienza e della sua fedeltà
alla volontà del Padre. Egli fu « obbediente fino alla morte, alla
morte di Croce » (Fil 2, 8). La Lettera agli Ebrei sottolinea anche
che Gesù « imparò per esperienza l'obbedienza dalle cose che
patì » (Eb 5, 8). Si può dire, allora, che
l'obbedienza al Padre è nel cuore stesso del Sacerdozio di Cristo.
Come per Cristo, anche per il presbitero, l'obbedienza esprime la volontà
di Dio che gli viene manifestata attraverso i legittimi Superiori. Questa
disponibilità deve essere intesa come vera attuazione della libertà
personale, conseguenza di una scelta maturata costantemente al cospetto di Dio
nella preghiera. La virtù dell'obbedienza, intrinsecamente richiesta dal
sacramento e dalla struttura gerarchica della Chiesa, è chiaramente
promessa dal chierico, prima nel rito di ordinazione diaconale, e poi in quello
di ordinazione presbiterale. Con essa il presbitero rafforza la sua volontà
di sottomissione, entrando, così, nella dinamica dell'obbedienza di
Cristo fattosi Servo obbediente fino alla morte di Croce (cf Fil 2,
7-8).(195)
Nella cultura contemporanea viene sottolineato il valore della soggettività
e dell'autonomia della singola persona, come intrinseco alla sua dignità.
Questo valore, in se stesso positivo, se assolutizzato e rivendicato al di fuori
del suo giusto contesto, assume una valenza negativa.(196) Ciò può
manifestarsi anche nell'ambito ecclesiale e nella stessa vita del sacerdote
qualora le attività che egli svolge a favore della comunità,
venissero ridotte ad un fatto puramente soggettivo.
In realtà il presbitero è, per la natura stessa del suo
ministero, a servizio di Cristo e della Chiesa. Egli, pertanto, si renderà
disponibile ad accogliere quanto gli è giustamente indicato dai Superiori
e, in modo particolare, se non è legittimamente impedito, deve accettare
ed adempiere fedelmente l'incarico che gli è affidato dal suo
Ordinario.(197)
62. Obbedienza gerarchica
Il presbitero è tenuto ad un « obbligo speciale di rispetto e
obbedienza » nei confronti del Sommo Pontefice e del proprio
Ordinario.(198) In virtù dell'appartenenza ad un determinato
presbiterio, egli è addetto al servizio di una Chiesa particolare, il cui
principio e fondamento di unità è il Vescovo199 che ha su di essa
tutta la potestà ordinaria, propria e immediata, necessaria per
l'esercizio del suo ufficio pastorale.(200) La subordinazione gerarchica,
richiesta dal sacramento dell'Ordine, trova la sua attuazione
ecclesiologico-strutturale in riferimento al proprio Vescovo e al Romano
Pontefice, il quale detiene il primato (principatus) della potestà
ordinaria su tutte le Chiese particolari.(201)
L'obbligo dell'adesione al Magistero in materia di fede e di morale è
intrinsecamente legato a tutte le funzioni che il sacerdote deve svolgere nella
Chiesa. n dissenso in questo campo è da considerarsi grave, in quanto
produce scandalo e disorientamento tra i fedeli.
Nessuno più del presbitero è consapevole del fatto che la
Chiesa ha bisogno di norme. Poiché, infatti, la sua struttura gerarchica
ed organica è visibile, l'esercizio delle funzioni a lei divinamente
affidate, specialmente quella della guida e della celebrazione dei sacramenti,
deve essere adeguatamente organizzato.(202)
In quanto ministro di Cristo e della sua Chiesa, il presbitero si assume
generosamente l'impegno di osservare fedelmente tutte e singole le norme,
evitando quelle forme di adesione parziale, secondo criteri soggettivi, che
creano divisione e si ribaltano, con notevole danno pastorale, anche sui fedeli
laici e sulla pubblica opinione. Infatti « le leggi canoniche, per loro
stessa natura, esigono l'osservanza » e richiedono « che quanto viene
comandato dal capo venga osservato nelle membra».(203)
Ubbidendo all'Autorità costituita, il sacerdote, fra l'altro, favorirà
la mutua carità all'interno del presbiterio e quell'unità, che ha
il suo fondamento nella verità.
63. Autorità esercitata con carità
Affinché l'osservanza dell'obbedienza sia reale e possa alimentare la
comunione ecclesiale, quanti sono costituiti in autorità - gli Ordinari,
i Superiori religiosi, i Moderatori di Società di vita apostolica -,
oltre ad offrire il necessario e costante esempio personale, devono esercitare
con carità il proprio carisma istituzionale, sia prevenendo, sia
richiedendo, nei modi e nei tempi dovuti, l'adesione ad ogni disposizione nell'ambito
magisteriale e disciplinare.(204)
Tale adesione è fonte di libertà, in quanto non impedisce, ma
stimola la matura spontaneità del presbitero, che saprà assumere
un atteggiamento pastorale sereno ed equilibrato, creando l'armonia nella quale
la genialità personale si fonde in una superiore unità.
64. Rispetto delle norme liturgiche
Tra i vari aspetti del problema, oggi maggiormente avvertiti, merita di
essere posto in evidenza quello del convinto rispetto delle norme liturgiche.
La liturgia è l'esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo,(205)
« il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, insieme, la fonte da
cui promana tutta la sua virtù ».(206) Essa costituisce un ambito
dove il sacerdote deve avere particolare consapevolezza di essere ministro e di
ubbidire fedelmente alla Chiesa. « Regolare la sacra liturgia compete
unicamente all'autorità della Chiesa, che risiede nella Sede Apostolica
e, a norma del diritto, nel Vescovo »,(207) n sacerdote, pertanto, in tale
materia, non aggiungerà, toglierà o muterà alcunché
di sua iniziativa.(208)
Questo vale in particolar modo per la celebrazione dei sacramenti, che sono
per eccellenza atti di Cristo e della Chiesa, e che il sacerdote amministra in
persona di Cristo e a nome della Chiesa per il bene dei fedeli.(209) Questi
hanno un vero diritto a partecipare alle celebrazioni liturgiche così
come le vuole la Chiesa e non secondo i gusti personali del singolo ministro e
neppure secondo particolarismi rituali non approvati, espressioni di singoli
gruppi che tendono a chiudersi all'universalità del Popolo di Dio.
65. Unità nei piani pastorali
E' necessario che i sacerdoti, nell'esercizio del loro ministero, non solo
partecipino responsabilmente alla definizione dei piani pastorali che il Vescovo
- con la collaborazione del Consiglio Presbiterale210 - determina, ma anche
armonizzino con essi le realizzazioni pratiche nella propria comunità.
La sapiente creatività, lo spirito di iniziativa propri della maturità
dei presbiteri, non solo non verranno mortificati ma potranno essere
adeguatamente valorizzati a tutto vantaggio della fecondità pastorale.
Intraprendere strade separate in questo campo può significare infatti
indebolimento della stessa opera di evangelizzazione.
66. Obbligo dell'abito ecclesiastico
In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista, dove
anche i segni esterni delle realtà sacre e soprannaturali tendono a
scomparire, è particolarmente sentita la necessità che il
presbitero - uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri - sia riconoscibile agli
occhi della comunità, anche per l'abito che porta, come segno
inequivocabile della sua dedizione e della sua identità di detentore di
un ministero pubblico.(211) Il presbitero dev'essere riconoscibile anzitutto
per il suo comportamento, ma anche per il suo vestire in modo da rendere
immediatamente percepibile ad ogni fedele, anzi ad ogni uomo,(212) la sua
identità e la sua appartenenza a Dio e alla Chiesa.
Per questa ragione, il chierico deve portare « un abito ecclesiastico
decoroso, secondo le norme emanate dalla Conferenza episcopale e secondo le
legittime consuetudini locali »,(213) Ciò significa che tale abito,
quando non è quello talare, deve essere diverso dalla maniera di vestire
dei laici, e conforme alla dignità e alla sacralità del ministero.
La foggia e il colore debbono essere stabiliti dalla Conferenza dei Vescovi,
sempre in armonia con le disposizioni del diritto universale.
Per la loro incoerenza con lo spirito di tale disciplina, le prassi
contrarie non si possono considerare legittime consuetudini e devono essere
rimosse dalla competente autorità.(214)
Fatte salve situazioni del tutto eccezionali, il non uso dell'abito
ecclesiastico da parte del chierico può manifestare un debole senso della
propria identità di pastore interamente dedicato al servizio della
Chiesa.(215)
Spirito sacerdotale di povertà
67. Povertà come disponibilità
La povertà di Gesù ha uno scopo salvifico. Cristo, da ricco
che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi
per mezzo della sua povertà (cf 2 Cor 8, 9).
La Lettera ai Filippesi mostra il rapporto tra la spogliazione di sé
e lo spirito di servizio che deve animare il ministero pastorale. Dice, infatti,
san Paolo che Gesù non considerò a un bene prezioso l'essere
uguale a Dio, ma umiliò se stesso assumendo la forma di servo » (Fil
2, 6-7). In verità, difficilmente il sacerdote si renderà vero
servo e ministro dei suoi fratelli, se sarà preoccupato delle sue comodità
e di un eccessivo benessere.
Attraverso la condizione di povero, Cristo manifesta che tutto ha ricevuto
fin dall'eternità dal Padre e tutto a Lui restituisce fino all'offerta
totale della sua vita.
L'esempio di Cristo povero deve portare il presbitero a conformarsi a Lui,
nella libertà interiore rispetto a tutti i beni e le ricchezze del
mondo.(216) Il Signore ci insegna che il vero bene è Dio e che la vera
ricchezza è guadagnare la vita eterna: « Che giova, infatti,
all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa
potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima? » (Mc 8,
36-37).
Il sacerdote, la cui parte di eredità è il Signore (cf Nm
18, 20), sa che la sua missione, come quella della Chiesa, si svolge in mezzo al
mondo e che i beni creati sono necessari per lo sviluppo personale dell'uomo.
Egli però userà tali beni con senso di responsabilità,
moderazione, retta intenzione e distacco, proprio di chi ha il suo tesoro nei
cieli e sa che tutto deve essere usato per l'edificazione del Regno di Dio (Lc
10, 7; Mt 10, 9-10; 1 Cor 9, 14; Gal 6, 6).(217)
Pertanto, si asterrà da quelle attività lucrative, che non sono
consone al suo ministero.(218)
Ricordando, inoltre, che il dono che ha ricevuto è gratuito, sia
disposto a dare gratuitamente (Mt 10, 8; At 8, 18-25),(219) e
ad impiegare per il bene della Chiesa e per opere di carità quanto riceve
in occasione dell'esercizio del suo ufficio, dopo aver provveduto al proprio
onesto sostentamento e all'adempimento di tutti i doveri del proprio stato.(220)
Il presbitero, infine, pur non assumendo la povertà con una promessa
pubblica, è tenuto a condurre una vita semplice e ad astenersi da quanto
può avere sapore di vanità,(221) abbracciando così la
povertà volontaria per seguire più da vicino Cristo.(222) In
tutto (abitazione, mezzi di trasporto, vacanze, ecc.), il presbitero elimini
ogni tipo di ricercatezza e di lusso.(223)
Amico dei più poveri, egli riserverà a questi le più
delicate attenzioni della sua carità pastorale, con una opzione
preferenziale, non esclusiva e non escludente, per tutte le povertà
vecchie e nuove, tragicamente presenti nel mondo, ricordando sempre che la prima
miseria da cui deve essere liberato l'uomo è il peccato, radice ultima di
ogni male.
Devozione a Maria
68. Le virtù della Madre
Esiste una « relazione essenziale... tra la Madre di Gesù e il
sacerdozio dei ministri del Figlio », derivante da quella che c'è
tra la divina maternità di Maria e il sacerdozio di Cristo.(224)
In tale relazione è radicata la spiritualità mariana di ogni
presbitero. La spiritualità sacerdotale non può dirsi completa se
non prende seriamente in considerazione il testamento di Cristo crocifisso, che
volle consegnare la Madre al discepolo prediletto e, tramite lui, a tutti i
sacerdoti chiamati a continuare la Sua opera di redenzione.
Come a Giovanni ai piedi della Croce, così ad ogni presbitero è
affidata, in modo speciale, Maria come Madre (cf Gv 19, 26-27).
I sacerdoti, che sono tra i discepoli più amati da Gesù
crocifisso e risorto, devono accogliere Maria come loro Madre nella propria
vita, facendola oggetto di continua attenzione e preghiera. La sempre Vergine
diventa allora la Madre che li conduce a Cristo, che fa loro amare
autenticamente la Chiesa, che intercede per essi e che li guida verso il Regno
dei cieli.
Ogni presbitero sa che Maria, perché Madre, è anche la più
eminente formatrice del suo sacerdozio, giacché è Lei che sa
modellare il suo cuore sacerdotale, proteggerlo dai pericoli, dalle stanchezze,
dagli scoraggiamenti e vegliare, con materna sollecitudine, affinché egli
possa crescere in sapienza e grazia, davanti a Dio e agli uomini (cf Lc 2,
40).
Ma non si è figli devoti se non si sanno imitare le virtù
della Madre. A Maria, quindi, il presbitero guarderà per essere ministro
umile, obbediente, casto e per testimoniare la carità nella donazione
totale al Signore e alla Chiesa.(225)
Capolavoro del Sacrificio sacerdotale di Cristo, la Madonna rappresenta la
Chiesa nel modo più puro, « senza macchia né ruga »,
tutta « santa e immacolata » (Ef 5, 27). Questa contemplazione
della beata Vergine pone dinanzi al presbitero l'ideale a cui tendere nel
ministero della propria comunità, affinché pure questa sia «
Chiesa tutta gloriosa » (ibid.) mediante il dono sacerdotale della
propria vita.
Capitolo III
FORMAZIONE PERMANENTE
Principi
69. Necessità della formazione permanente, oggi
La formazione permanente è esigenza che nasce e si sviluppa a partire
dalla recezione del sacramento dell'Ordine, con il quale il sacerdote viene non
solo « consacrato » dal Padre, « inviato » dal Figlio, ma
anche » animato » dallo Spirito Santo. Essa, quindi, scaturisce da una
grazia che sprigiona una forza soprannaturale, destinata ad assimilare
progressivamente, e in termini sempre più ampi e profondi, tutta la vita
e l'azione del presbitero nella fedeltà al dono ricevuto: « Ti
ricordo - scrive san Paolo a Timoteo - di ravvivare il dono di Dio che è
in te » (2 Tm 1, 6).
Si tratta di una necessità intrinseca allo stesso dono divino226 che
va continuamente « vivificato » perché il presbitero possa
rispondere adeguatamente alla sua vocazione. Egli, infatti, in quanto uomo
storicamente situato, ha bisogno di perfezionarsi in tutti gli aspetti della sua
esistenza umana e spirituale per poter giungere a quella conformazione a Cristo
che è il principio unificante di tutto.
Le rapide e diffuse trasformazioni e un tessuto sociale spesso
secolarizzato, tipici del mondo contemporaneo, sono altrettanti fattori che
rendono assolutamente ineludibile il dovere del presbitero di essere
adeguatamente preparato per non disperdere la propria identità e per
rispondere alle necessità della nuova evangelizzazione. A questo già
grave dovere corrisponde un preciso diritto da parte dei fedeli sui quali
ricadono positivamente gli effetti della buona formazione e della santità
dei sacerdoti.(227)
70. Continuo lavoro sa se stessi
La vita spirituale del sacerdote e il suo ministero pastorale vanno uniti a
quel continuo lavoro su se stessi in modo da approfondire e raccogliere in
armonica sintesi sia la formazione spirituale, sia quella umana, intellettuale e
pastorale. Questo lavoro, che deve iniziare fin dal tempo del seminario, deve
essere favorito dai Vescovi ai vari livelli: nazionale, regionale e,
soprattutto, diocesano.
È motivo di incoraggiamento poter constatare che sono già
molte le Diocesi e le Conferenze episcopali attualmente coinvolte con
promettenti iniziative per attuare una vera formazione permanente dei propri
sacerdoti. Si auspica che tutte le Diocesi possano rispondere a questa necessità.
Tuttavia, dove ciò non fosse momentaneamente possibile, è
consigliabile che esse si accordino tra di loro o prendano contatto con quelle
istituzioni o persone, particolarmente preparate a svolgere un compito tanto
delicato.(228)
71. Strumento di santificazione
La formazione permanente si presenta come un mezzo necessario al presbitero
di oggi per raggiungere il fine della sua vocazione, che è il servizio di
Dio e del suo Popolo.
Essa, in pratica, consiste nell'aiutare tutti i sacerdoti a rispondere
generosamente all'impegno richiesto dalla dignità e dalla responsabilità
che Dio ha conferito loro per mezzo del sacramento dell'Ordine; nel custodire,
difendere e sviluppare la loro specifica identità e vocazione; nel
santificare se stessi e gli altri mediante l'esercizio del ministero.
Ciò significa che il presbitero deve evitare qualsiasi dualismo tra
spiritualità e ministerialità, origine profonda di talune crisi.
È chiaro che per raggiungere queste finalità di ordine
soprannaturale, devono essere scoperti ed analizzati i criteri generali sui
quali si deve strutturare la formazione permanente dei presbiteri.
Tali criteri o principi generali di organizzazione devono essere pensati a
partire dalla finalità che ci si è proposti o, per meglio dire,
vanno ricercati in essa.
72. Impartita dalla Chiesa
La formazione permanente è un diritto - dovere del presbitero e
impartirla è un diritto - dovere della Chiesa, stabilito nella legge
universale.(229) Infatti, come la vocazione al ministero sacro si riceve nella
Chiesa, così, solo alla Chiesa compete impartire la specifica formazione
secondo la responsabilità propria di tale ministero. La formazione
permanente, pertanto, essendo un'attività legata all'esercizio del
sacerdozio ministeriale, appartiene alla responsabilità del Papa e dei
Vescovi. La Chiesa ha quindi il dovere e il diritto di continuare a formare i
suoi ministri, aiutandoli a progredire nella risposta generosa al dono che Dio
ha loro concesso.
A sua volta, il ministro ha ricevuto anche, come esigenza del dono connesso
con l'ordinazione, il diritto di avere l'aiuto necessario da parte della Chiesa
per realizzare efficacemente e santamente il suo servizio.
73. Formazione permanente
L'attività di formazione si basa su un'esigenza dinamica, intrinseca
al carisma ministeriale, che è in sé stesso permanente ed
irreversibile. Essa, pertanto, non può mai essere considerata terminata,
né da parte della Chiesa che la impartisce, né da parte del
ministro che la riceve. È necessario, quindi, che essa sia pensata e
sviluppata in modo che tutti i presbiteri possano riceverla sempre,
tenendo conto di quelle possibilità e caratteristiche che si collegano al
variare dell'età, della condizione di vita e dei compiti affidati.(230)
74. Completa:
Tale formazione deve comprendere e armonizzare tutte le dimensioni della
formazione sacerdotale; deve cioè tendere ad aiutare ogni presbitero: a
raggiungere lo sviluppo di una personalità umana maturata nello spirito
di servizio agli altri, qualunque sia l'incarico ricevuto; ad essere
intellettualmente preparato nelle scienze teologiche e anche in quelle umane in
quanto connesse con il proprio ministero, in modo da svolgere con maggiore
efficacia la sua funzione di testimone della fede; a possedere una vita
spirituale profonda, nutrita dall'intimità con Gesù Cristo e
dall'amore per la Chiesa; a svolgere il suo ministero pastorale con impegno e
dedizione.
In pratica, tale formazione dev'essere completa: umana, spirituale,
intellettuale, pastorale, sistematica e personalizzata.
75. Umana
La formazione umana è estremamente importante nel mondo d'oggi, come
del resto lo è sempre stato. Il presbitero non deve dimenticare di essere
un uomo scelto tra gli uomini per essere al servizio dell'uomo.
Per santificarsi e per riuscire nella sua missione sacerdotale, egli dovrà
presentarsi con un bagaglio di virtù umane che lo rendano degno della
stima dei suo fratelli.
In particolare dovrà praticare la bontà del cuore, la
pazienza, l'amabilità, la forza d'animo, l'amore per la giustizia,
l'equilibrio, la fedeltà alla parola data, la coerenza con gli impegni
liberamente assunti, ecc.(231)
È altresì importante che il sacerdote rifletta sul suo
comportamento sociale, sulla correttezza delle varie forme di relazioni umane,
sui valori dell'amicizia, sulla signorilità del tratto, ecc.
76. Spirituale
Tenendo presente quanto già ampiamente esposto circa la vita
spirituale, ci si limita qui a presentare alcuni mezzi pratici di formazione.
Sarebbe necessario innanzitutto approfondire gli aspetti principali
dell'esistenza sacerdotale facendo riferimento, in particolare, all'insegnamento
biblico, patristico e agiografico, nel quale il presbitero deve continuamente
aggiornarsi, non solo tramite le letture di buoni libri, ma anche partecipando a
corsi di studio, congressi, ecc.(232)
Sessioni particolari potrebbero essere dedicate alla cura della celebrazione
dei sacramenti, come anche allo studio di questioni di spiritualità,
quali le virtù cristiane e umane, il modo di pregare, il rapporto tra la
vita spirituale e il ministero liturgico, pastorale, ecc.
Più concretamente, è auspicabile che ogni presbitero, magari
in concomitanza ai periodici esercizi spirituali, elabori un concreto progetto
di vita personale, concordato possibilmente col proprio direttore spirituale,
per il quale si segnalano, alcuni punti: 1. meditazione quotidiana sulla Parola
o su un mistero della fede; 2. quotidiano incontro personale con Gesù
nell'Eucaristia, oltre alla devota celebrazione della Santa Messa; 3. devozione
mariana (rosario, consacrazione o affidamento, intimo colloquio); 4. momento
formativo dottrinale e agiografico; 5. doveroso riposo; 6. rinnovato impegno
sulla messa in pratica degli indirizzi del proprio Vescovo e di verifica della
propria convinta adesione al Magistero e alla disciplina ecclesiastica; 7. cura
della comunione e dell'amicizia sacerdotale.
77. Intellettuale
Atteso l'enorme influsso che le correnti umanistico-filosofiche hanno nella
cultura moderna, nonché il fatto che alcuni presbiteri non hanno ricevuto
adeguata preparazione in tali discipline, anche perché provenienti da
indirizzi scolastici diversi, si rende necessario che, negli incontri, siano
tenute presenti le più rilevanti tematiche di carattere umanistico e
filosofico o che comunque « hanno un rapporto con le scienze sacre,
particolarmente in quanto possono essere utili nell'esercizio del ministero
pastorale ».(233) Tali tematiche costituiscono anche un valido aiuto per
trattare correttamente i principali argomenti di teologia fondamentale,
dogmatica e morale, di Sacra Scrittura, di liturgia, di diritto canonico, di
ecumenismo, ecc., tenendo presente che l'insegnamento di queste materie non
dev'essere problematico né solo teorico o informativo, ma deve portare
all'autentica formazione, cioè alla preghiera, alla comunione e
all'azione pastorale.
Si faccia in modo che negli incontri sacerdotali i documenti del Magistero
siano approfonditi comunitariamente, sotto autorevole guida, in modo da
facilitare, nella pastorale diocesana, quell'unità di interpretazione e
di prassi che tanto giova all'opera di evangelizzazione.
Particolare importanza, nella formazione intellettuale, va data alla
trattazione di temi che hanno oggi maggior rilievo nel dibattito culturale e
nella prassi pastorale, come, ad esempio, quelli relativi all'etica sociale,
alla bioetica, ecc.
Una trattazione speciale deve essere riservata alle questioni poste dal
progresso scientifico, particolarmente influente sulla mentalità e sulla
vita degli uomini contemporanei. I presbiteri non dovranno esimersi dal tenersi
adeguatamente aggiornati e pronti nel rispondere agli interrogativi che la
scienza può porre nel suo progredire, non mancando di consultare esperti
preparati e sicuri.
È del massimo interesse studiare, approfondire e diffondere la
dottrina sociale della Chiesa. Seguendo la spinta dell'insegnamento
magisteriale, bisogna che l'interesse di tutti i sacerdoti e, per mezzo di essi,
di tutti i fedeli a favore dei bisognosi, non rimanga al livello di pio
desiderio, ma si converta in un concreto impegno di vita. « Oggi più
che mai la Chiesa è cosciente che il suo messaggio sociale troverà
credibilità nella testimonianza delle opere, prima che nella sua
coerenza e logica interna ».(234)
Un'esigenza imprescindibile per la formazione intellettuale dei sacerdoti è
la conoscenza e l'utilizzazione, nella loro attività ministeriale, dei
mezzi di comunicazione sociale. Questi, se bene adoperati, costituiscono
un provvidenziale strumento di evangelizzazione, potendo raggiungere non solo
una massa enorme di fedeli e di lontani, ma anche incidere profondamente sulla
loro mentalità e sul loro modo di agire.
A tal proposito, sarebbe opportuno che il Vescovo o la stessa Conferenza
Episcopale preparassero programmi e strumenti tecnici atti allo scopo.
78. Pastorale
Per una adeguata formazione pastorale, è necessario realizzare
incontri aventi come obiettivo principale la riflessione sul piano pastorale
della Diocesi. In essi, non dovrebbe mancare anche la trattazione di tutte le
questioni attinenti alla vita e alla pratica pastorale dei presbiteri come, per
esempio, la morale fondamentale, l'etica nella vita professionale e sociale,
ecc.
Particolare cura dovrà essere data alla conoscenza della vita e della
spiritualità dei diaconi permanenti - laddove esistono -, dei religiosi e
delle religiose, nonché dei fedeli laici.
Altri temi, particolarmente utili da trattare, possono essere quelli
riguardanti la catechesi, la famiglia, le vocazioni sacerdotali e religiose, i
giovani, gli anziani, gli infermi, l'ecumenismo, i « lontani », ecc.
È molto importante per la pastorale, nelle attuali circostanze,
organizzare cicli speciali per approfondire ed assimilare il Catechismo
della Chiesa Cattolica che, soprattutto per i sacerdoti, costituisce un
prezioso strumento di formazione sia per la predicazione, sia, in genere, per
l'opera di evangelizzazione.
79. Sistematica
Perché la formazione permanente sia completa, bisogna che essa sia
strutturata « non come qualcosa di episodico, ma come una proposta
sistematica di contenuti, che si snod