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CONGREGAZIONE PER I VESCOVI

DIRETTORIO
PER IL MINISTERO PASTORALE
DEI VESCOVI

“APOSTOLORUM SUCCESSORES”

 

Introduzione

Cap. I. Identità e Missione del Vescovo nel Mistero di Cristo e della Chiesa

1. Il Vescovo nel Mistero di Cristo
Identità e missione del Vescovo
Immagini espressive del Vescovo

2. Il Vescovo nel Mistero della Chiesa
La Chiesa, Corpo mistico di Cristo e Popolo di Dio
Sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale
Le Chiese particolari
La Chiesa comunione e missione
Il Vescovo visibile principio di unità e di comunione

3. Il Collegio dei Dodici e il Collegio dei Vescovi
La missione pastorale dei Dodici
Gli Apostoli fondamenti della Chiesa
Continuità della missione dei Dodici nel Collegio episcopale
Appartenenza e forme di azione del Vescovo nel Collegio episcopale

Cap. II. La sollecitudine del Vescovo per la Chiesa Universale e la collaborazione dei Vescovi tra loro

1. La sollecitudine del Vescovo per la Chiesa Universale
Collaborazione per il bene della Chiesa Universale
Collaborazione con la Sede Apostolica
La visita “ad limina
I Vescovi diocesani membri dei Dicasteri della Curia Romana
L’opera missionaria
L’impegno ecumenico
Relazioni con l’Ebraismo
Il dialogo interreligioso
Appoggio alle iniziative della Santa Sede in ambito internazionale

2. La Cooperazione Episcopale e gli Organi Sovradiocesani di Collaborazione

A. La cooperazione episcopale
L’esercizio congiunto del ministero episcopale

B. Gli organi sovradiocesani e il Metropolita
Le diverse assemblee episcopali sovradiocesane

a) Assemblea dei Vescovi della provincia ecclesiastica
b)
Compiti dell’Arcivescovo Metropolita
c)
Assemblea dei Vescovi della regione ecclesiastica
d)
La Conferenza Episcopale
e)
Le Riunioni internazionali di Conferenze Episcopali

C. I Concili Particolari
L’esperienza storica conciliare
Natura
Membri
Potestà legislativa

D. La Conferenza Episcopale
Finalità della Conferenza Episcopale
I membri della Conferenza Episcopale
Materie affidate concretamente alla Conferenza
Le competenze giuridiche e dottrinali della Conferenza Episcopale
Le Commissioni della Conferenza

Cap. III. La Spiritualità e la Formazione permanente del Vescovo

1. Gesù Cristo fonte della spiritualità del Vescovo
Gesù Cristo sorgente della spiritualità del Vescovo
Spiritualità tipicamente ecclesiale
Spiritualità mariana
La preghiera

2. Le virtù del Vescovo
L’esercizio delle virtù teologali
La carità pastorale
La fede e lo spirito di fede
La speranza in Dio, fedele alle sue promesse
La prudenza pastorale
La fortezza e l’umiltà
L’obbedienza alla volontà di Dio
Il celibato e la perfetta continenza
La povertà affettiva ed effettiva
Esempio di santità
Le doti umane
L’esempio dei santi Vescovi

3. La formazione permanente del Vescovo
Il dovere della formazione permanente
Formazione umana
Formazione spirituale
Formazione intellettuale e dottrinale
Formazione pastorale
I mezzi della formazione permanente

Cap. IV. Il Ministero del Vescovo nella Chiesa Particolare

1. Principi Generali sul Governo Pastorale del Vescovo
Alcuni principi fondamentali sempre validi
Il principio Trinitario
Il principio della verità
Il principio della comunione
Il principio della collaborazione
Il principio del rispetto delle competenze
Il principio della persona giusta al posto giusto
Il principio di giustizia e di legalità

2. La potestà episcopale
Il Vescovo centro di unità della Chiesa particolare
La potestà episcopale
Indole pastorale della potestà episcopale
Dimensione ministeriale della potestà episcopale
Criteri dell’esercizio della funzione legislativa
Criteri dell’esercizio della funzione giudiziale
Criteri di esercizio della funzione esecutiva

3. Il Vescovo Ausiliare, il Coadiutore e l’Amministratore Apostolico
Il Vescovo Ausiliare
Criteri per la richiesta del Vescovo Ausiliare
Il Vescovo Coadiutore
L’Amministratore Apostolico ‘Sede plena’
Rinuncia all’ufficio

4. Il Presbiterio
Il Vescovo e i sacerdoti della diocesi
Il Vescovo, padre, fratello e amico dei sacerdoti diocesani
Conoscenza personale dei sacerdoti
Ordinamento delle attività
Rapporti dei presbiteri fra loro
Attenzione ai bisogni umani dei presbiteri
Attenzione verso i sacerdoti in difficoltà
Attenzione circa il celibato sacerdotale
Attenzione alla formazione permanente del clero

5. Il Seminario
Istituzione primaria della diocesi
Il Seminario maggiore
Il Seminario minore o istituzioni analoghe
Le vocazioni adulte
Il Vescovo primo responsabile della formazione sacerdotale
Il Vescovo e la comunità educativa del Seminario
La formazione dei seminaristi
La pastorale vocazionale e l’opera diocesana per le vocazioni

6. I Diaconi permanenti
Il ministero di diacono
Funzioni e incarichi affidati al diacono permanente
Rapporti dei diaconi tra loro
I diaconi che esercitano una professione o un’occupazione secolare
I diaconi coniugati
La formazione dei diaconi permanenti

7. La Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica
La vita consacrata e le Società di vita apostolica nella comunità diocesana
Adeguato inserimento nella vita diocesana
La potestà del Vescovo in relazione alla vita consacrata
Diverse forme di cooperazione apostolica e pastorale dei consacrati con la diocesi
Coordinamento degli Istituti
La vita contemplativa
Le donne consacrate
I Monasteri autonomi e le case di Istituti religiosi di diritto diocesano
Gli eremiti
Nuovi carismi della vita consacrata

8. I fedeli laici
I fedeli laici nella Chiesa e nella diocesi
La missione dei fedeli laici
Il ruolo dei fedeli laici nell’evangelizzazione della cultura
Collaborazione dei laici con la Gerarchia ecclesiale
Le attività di supplenza
I ministeri del lettore e dell’accolito
Le aggregazioni laicali
Assistenza ministeriale delle opere laicali
La formazione dei fedeli laici
Il Vescovo e le autorità pubbliche

Cap. V. Il “Munus Docendi” del Vescovo Diocesano

1. Il Vescovo, Dottore autentico nella Chiesa
Caratteristiche della Chiesa particolare
Il Vescovo, maestro della fede
Oggetto della predicazione del Vescovo
Stile della predicazione
Modalità di predicazione

2. Il Vescovo, moderatore del ministero della Parola
Il compito di vigilanza del Vescovo sull’integrità dottrinale
I collaboratori del Vescovo nel ministero della parola
L’ordinamento generale del ministero della parola
L’opera dei teologi

3. Il Vescovo, primo responsabile della catechesi
Dimensioni della catechesi
Il Vescovo, responsabile della catechesi diocesana
Forme di catechesi
Ambienti in cui si svolge la catechesi
Insegnamento della dottrina sociale della Chiesa
La formazione religiosa nella scuola
La scuola cattolica
La formazione dei docenti di religione
Le università e i centri di studi superiori cattolici
Le università e facoltà ecclesiastiche

4. Il Vescovo e gli strumenti della Comunicazione Sociale
I moderni “areopaghi”
Trasmissione della dottrina cristiana mediante gli strumenti di comunicazione sociale
Gli strumenti della comunicazione cattolici
Vigilanza sui mezzi di comunicazione sociale
Vigilanza sui libri e sulle riviste

Cap. VI. Il “Munus Sanctificandi” del Vescovo diocesano

1. Il Vescovo, Pontefice nella Comunità di Culto
L’esercizio della funzione santificante
Il Vescovo, dispensatore dei misteri cristiani
Le celebrazioni liturgiche presiedute dal Vescovo

2. L’ordinamento della Sacra Liturgia
Il Vescovo, moderatore della vita liturgica diocesana
Dignità del culto divino
Adattamenti in campo liturgico
La santificazione della domenica
Carattere comunitario della liturgia
La celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali

3. Gli Esercizi di Pietà
Importanza della pietà popolare
Ordinamento delle forme di pietà
Promozione di alcune pratiche di pietà

4. Le chiese e altri luoghi sacri
Destinazione sacra delle chiese
La chiesa Cattedrale
Norme e orientamenti per l’edificazione e il restauro delle chiese
Raffigurazioni e immagini sacre

Cap. VII. Il ‘Munus Regendi’ del Vescovo diocesano

1. Il governo pastorale
Il Vescovo padre e pastore della diocesi
Il Vescovo, guida del suo popolo
La responsabilità personale del Vescovo
Il dovere della residenza

2. La Missione evangelizzatrice del Vescovo
Il Vescovo guida e coordinatore dell’evangelizzazione
La conoscenza dell’ambiente culturale e sociale
Il coordinamento dell’apostolato e il piano pastorale diocesano

3. Gli Organismi di partecipazione alla funzione pastorale del Vescovo
La partecipazione dei fedeli ai Consigli diocesani

a) Il Sinodo Diocesano
Atto di governo ed evento di comunione
Natura del Sinodo
Applicazione ed adattamento della disciplina universale
Composizione a immagine della Chiesa particolare
Presenza degli osservatori delle altre Chiese o Comunità cristiane
Diritti e doveri del Vescovo nel Sinodo
Preparazione del Sinodo
Suggerimenti, preghiera ed informazioni nella preparazione del Sinodo diocesano
Celebrazione del Sinodo
“Forum” e altre Assemblee ecclesiali similari

b) La Curia diocesana
La Curia diocesana, in generale
Il coordinamento dei diversi uffici
Il Vicario Generale e i Vicari episcopali
Il Cancelliere della Curia e gli altri notai
Il Tribunale diocesano
Gli organi pastorali diocesani

c) I Consigli diocesani
Il Consiglio Presbiterale
Il Collegio dei Consultori
Il Consiglio Pastorale

d) Il Capitolo dei canonici
Compiti del Capitolo e nomina dei canonici
Erezione, modifica e soppressione del Capitolo
Uffici nel Capitolo

e) Il Vescovo amministratore dei beni ecclesiastici della diocesi.
L’Economo ed il Consiglio per gli Affari Economici
Compiti del Vescovo nell’amministrazione dei beni patrimoniali
Principali criteri che debbono guidare l’amministrazione dei beni
Enti patrimoniali per la copertura delle spese della diocesi
Partecipazione dei fedeli al sostentamento della Chiesa
Il Consiglio Diocesano per gli Affari Economici e l’Economo

4. L’esercizio della carità
Seguendo le orme di Cristo
La Chiesa, comunità di carità
Le opere assistenziali della diocesi
Spirito genuino delle opere assistenziali della Chiesa
Rapporti tra l’assistenza della Chiesa e l’assistenza pubblica e privata

5. Importanza del ‘servizio sociale’ e del volontariato
Gli assistenti sociali ed i volontari
Rapporti tra carità e liturgia
Aiuto alle diocesi povere e alle opere cattoliche di carità e di apostolato

6. Alcuni settori in particolare
Alcuni settori pastorali
La famiglia
Gli adolescenti e i giovani
Gli operai e i contadini
I sofferenti
Persone che richiedono una specifica attenzione pastorale
L’emigrazione internazionale
I gruppi dispersi di fedeli
I militari
La pastorale ecumenica
La pastorale in ambito plurireligioso
Il Vescovo operatore di giustizia e di pace

Cap. VIII. La Parrocchia, i Vicariati Foranei e la Visita Pastorale

1. La Parrocchia
La parrocchia, comunità stabile della diocesi
Il modello di parrocchia
Il servizio del parroco e i vicari parrocchiali
L’organizzazione parrocchiale nelle grandi città
Pianificazione dell’erezione di parrocchie
Adattamento dell’assistenza parrocchiale a particolari necessità
Contributo economico dei fedeli

2. Le Foranie
I Vicariati foranei o Decanati o Arcipreture
La missione del Vicario foraneo, dell’Arciprete o Decano
Le zone pastorali

3. La Visita Pastorale
Natura della visita pastorale
Modo di effettuare la visita pastorale alle parrocchie
Preparazione della visita pastorale
Atteggiamento del Vescovo durante la visita
Conclusione della visita

Cap. IX. Il Vescovo Emerito

Invito a presentare la rinuncia all’ufficio
Relazione fraterna con il Vescovo diocesano
Diritti del Vescovo emerito in relazione ai ‘munera’ episcopali
Diritti del Vescovo emerito in relazione alla Chiesa particolare
Diritti del Vescovo emerito in relazione alla Chiesa universale
Il Vescovo emerito e gli organi sovradiocesani

Conclusione

Appendice

La Sede Vacante della Diocesi
Le cause della vacanza della diocesi
Il trasferimento del Vescovo diocesano
Il Vescovo Coadiutore ed il Vescovo Ausiliare nella sede vacante
Il Governo della diocesi ed il Collegio dei Consultori
L’elezione dell’Amministratore diocesano
Condizioni necessarie per la valida elezione dell’Amministratore diocesano
La procedura da seguire per l’elezione dell’Amministratore diocesano
Requisiti richiesti
Facoltà dell’Amministratore diocesano
Doveri dell’Amministratore diocesano
Limiti alla potestà dell’Amministratore diocesano
Cessazione dell’ufficio
L’Amministratore Apostolico “sede vacante”
La morte e le esequie del Vescovo diocesano
Preghiera per l’elezione del nuovo Vescovo

Note

Indice tematico


INTRODUZIONE

Successori degli Apostoli (“Apostolorum Successores”) per istituzione divina, i Vescovi, mediante lo Spirito Santo che è loro conferito nella consacrazione episcopale, sono costituiti Pastori della Chiesa, col compito di insegnare, santificare e guidare, in comunione gerarchica col Successore di Pietro e con gli altri membri del Collegio episcopale.

Il titolo di “Successore degli Apostoli” è alla radice del ministero pastorale del Vescovo e della sua missione nella Chiesa e ben definisce la figura del Vescovo e la sua missione. I Vescovi, in quanto inseriti nel Collegio episcopale, che succede al Collegio apostolico, sono intimamente uniti a Cristo Gesù, che continua a scegliere e a mandare i suoi apostoli. Il Vescovo, come successore degli Apostoli, in forza della consacrazione episcopale e mediante la comunione gerarchica, è il principio visibile e il garante dell’unità della sua Chiesa particolare (1).

Il libro dell’Apocalisse afferma che le mura della nuova Gerusalemme “poggiano su dodici basamenti, sui quali sono i dodici nomi dei dodici Apostoli” (Ap 21, 14). La Costituzione dogmatica Lumen Gentium insegna: “I Vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli Apostoli, quali Pastori della Chiesa, e chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e Colui che ha mandato Cristo” (2).

L’essere successori degli Apostoli dà ai Vescovi la grazia e la responsabilità di assicurare alla Chiesa la nota dell’apostolicità. Affinché il Vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, gli Apostoli lasciarono come successori i Vescovi, affidando ad essi il loro proprio compito di magistero (3). Per questo i Vescovi, lungo il susseguirsi delle generazioni, sono chiamati a custodire e a trasmettere la Sacra Scrittura ed a promuovere la Traditio, cioè l’annuncio dell’unico Vangelo e dell’unica fede, nell’integra fedeltà all’insegnamento degli Apostoli; allo stesso tempo, sono tenuti ad illuminare con la luce del Vangelo le questioni nuove che i cambiamenti delle situazioni storiche dell’umanità continuamente presentano (cambiamenti in questioni culturali, sociali ed economiche, scientifiche e tecnologiche, ecc.) (4). I Vescovi, inoltre, hanno il compito di santificare e di guidare il Popolo di Dio “cum et sub Petro”, in continuità con l’opera svolta dai Vescovi loro predecessori e con dinamismo missionario.

Il presente Direttorio, che riprende, aggiorna e completa quello del 22 febbraio 1973, è stato elaborato dalla Congregazione per i Vescovi al fine di offrire ai “Pastori del gregge di Cristo” uno strumento utile ad un più organico ed efficace esercizio del loro complesso e difficile ministero pastorale nella Chiesa e nella società di oggi. Esso intende aiutare i Vescovi ad affrontare con umile fiducia in Dio e con coerente coraggio le sfide che l’ora presente — caratterizzata da problemi nuovi, grande progresso e repentini cambiamenti — porta con sé, in questo inizio del terzo millennio.

Il Direttorio fa seguito a quella ricca tradizione che, a partire dal XVI secolo, molti autori ecclesiastici crearono, con scritti di diverso nome, quali Enchiridion, Praxis, Statuta, Ordo, Dialogi, Aphorismata, Munera, Institutiones, Officium e altri simili, per fornire ai Vescovi organici sussidi pastorali per un miglior svolgimento del loro ministero.

Le fonti principali di questo Direttorio sono costituite dal Concilio Vaticano II, dai molti documenti ed insegnamenti pontifici pubblicati in questi anni e dal Codice di Diritto Canonico, promulgato nel 1983.

Significativamente, il Direttorio viene pubblicato all’indomani della promulgazione dell’Esortazione apostolica post‑sinodale Pastores gregis, che ha raccolto le proposte e i suggerimenti della X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (anno 2001), la quale ha avuto come tema: “Il Vescovo ministro del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo” e che è stata dedicata al ministero episcopale. Con tale Esortazione apostolica è stata completata la riflessione magisteriale svolta dal Santo Padre, a seguito dei Sinodi relativi, sulle varie vocazioni del Popolo di Dio nell’ambito dell’ecclesiologia di comunione delineata dal Concilio Vaticano II, che ha nel Vescovo diocesano il centro propulsore ed il segno visibile. Pertanto, il Direttorio è strettamente collegato con l’Esortazione apostolica Pastores gregis per quanto concerne i suoi fondamenti dottrinali e pastorali. Esso è stato elaborato dopo un’ampia consultazione, tenendo presenti i suggerimenti ed i voti espressi da vari Vescovi diocesani e da alcuni Vescovi emeriti.

Il Direttorio, infine, ha natura fondamentalmente pastorale e pratica, con indicazioni e direttive concrete per l’attività dei Pastori, salva restando la prudente discrezionalità del singolo Vescovo nell’attuarne l’applicazione, soprattutto in considerazione delle particolari condizioni di luogo, di mentalità, di situazione sociale e di fioritura della fede. Ovviamente, quanto in esso è desunto dalla disciplina della Chiesa conserva lo stesso valore che ha nelle proprie fonti.

 

Capitolo I

IDENTITÀ E MISSIONE DEL VESCOVO
NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA

“Io sono il Buon Pastore,
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”
(Gv 10, 14).

“Le mura della città poggiano su dodici basamenti,
sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello”
(Ap 21, 14).

I. Il Vescovo nel Mistero di Cristo

1. Identità e missione del Vescovo. Il Vescovo, nel considerare se stesso ed i suoi compiti, deve tener presente come centro che delinea la sua identità e la sua missione il mistero di Cristo e le caratteristiche che il Signore Gesù volle per la sua Chiesa, “popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (5). è, infatti, alla luce del mistero di Cristo, Pastore e Vescovo delle anime (cf. 1 Pt 2, 25), che il Vescovo comprenderà sempre più profondamente il mistero della Chiesa, nella quale la grazia della consacrazione episcopale lo ha posto come maestro, sacerdote e pastore per guidarla con la sua stessa potestà.

Vicario (6) del “Pastore grande delle pecore” (Eb 13, 20), il Vescovo deve manifestare con la sua vita e con il suo ministero episcopale la paternità di Dio, la bontà, la sollecitudine, la misericordia, la dolcezza e l’autorevolezza di Cristo, che è venuto per dare la vita e per fare di tutti gli uomini una sola famiglia, riconciliata nell’amore del Padre. Il Vescovo deve manifestare anche la perenne vitalità dello Spirito Santo, che anima la Chiesa e la sostiene nell’umana debolezza. Questa indole trinitaria dell’essere e dell’agire del Vescovo ha la sua radice nella vita stessa di Cristo. Egli è il Figlio eterno ed unigenito del Padre da sempre nel suo seno (cf. Gv 1, 18) e l’unto di Spirito Santo, mandato nel mondo (cf. Mt 11, 27; Gv 15, 26; 16, 13-14) (7).

2. Immagini espressive del Vescovo. Alcune immagini vive del Vescovo tratte dalla Scrittura e dalla Tradizione della Chiesa, quali quella del pastore, del pescatore, del padre, del fratello, dell’amico, del portatore di conforto, del servitore, del maestro, dell’uomo forte, del sacramentum bonitatis, rimandano a Gesù Cristo e mostrano il Vescovo come uomo di fede e di discernimento, di speranza e di impegno reale, di mitezza e di comunione. Tali immagini indicano che entrare nella successione apostolica significa entrare in combattimento per il Vangelo (8).

Tra le diverse immagini quella del pastore, con particolare eloquenza, illustra l’insieme del ministero episcopale, in quanto manifesta il suo significato, il suo fine, il suo stile, ed il suo dinamismo evangelizzatore e missionario. Cristo Buon Pastore indica al Vescovo la quotidiana fedeltà alla propria missione, la piena e serena dedizione alla Chiesa, la gioia di condurre verso il Signore il Popolo di Dio che gli viene affidato e la felicità nell’accogliere nell’unità della comunione ecclesiale tutti i figli di Dio dispersi (cf. Mt 15, 24; 10, 6). Nella contemplazione dell’icona evangelica del Buon Pastore, il Vescovo trova il senso del dono continuo di sé, ricordando che il Buon Pastore ha offerto la vita per il gregge (cf. Gv 10, 11) ed è venuto per servire e non per essere servito (cf. Mt 20, 28) (9); inoltre vi trova la fonte del ministero pastorale per cui le tre funzioni di insegnare, santificare e governare debbono essere esercitate con i tratti caratteristici del Buon Pastore. Per svolgere, dunque, un fecondo ministero episcopale, il Vescovo è chiamato ad uniformarsi a Cristo in maniera tutta speciale nella sua vita personale e nell’esercizio del ministero apostolico, così che il “pensiero di Cristo” (1 Cor 2, 16) pervada totalmente le sue idee, i suoi sentimenti e i suoi comportamenti, e la luce che promana dal volto di Cristo illumini “il governo delle anime che è l’arte delle arti” (10). Questo impegno interiore ravviva nel Vescovo la speranza di ricevere da Cristo, che verrà a radunare e a giudicare tutte le genti come pastore universale (cf. Mt 25, 31-46), la “corona di gloria che non appassisce” (1 Pt 5, 4). Sarà questa speranza a guidare il Vescovo lungo il suo ministero, ad illuminare le sue giornate, ad alimentare la sua spiritualità, a nutrire la sua fiducia, a sostenere la sua lotta contro il male e l’ingiustizia, nella certezza che insieme ai fratelli contemplerà l’Agnello immolato, il Pastore che conduce tutti alle fonti della vita e della beatitudine di Dio (cf. Ap 7, 17).

II. Il Vescovo nel Mistero della Chiesa

3. La Chiesa, Corpo mistico di Cristo e Popolo di Dio. La Costituzione Dogmatica “Lumen Gentium” riporta alcune immagini che illustrano il mistero dellaChiesa e ne evidenziano le note caratteristiche rivelando l’inscindibile legame che il Popolo di Dio ha con Cristo. Tra queste spiccano quella del Corpo mistico, di cui Cristo è il capo (11), e quella di Popolo di Dio, che raccoglie in sè tutti i figli di Dio, sia pastori che fedeli, uniti intimamente dallo stesso Battesimo. Questo popolo ha per capo Cristo, il quale è stato “messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4, 25); ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cui cuore come in un tempio dimora lo Spirito Santo; ha per legge il nuovo comandamento dell’amore e per fine il Regno di Dio iniziato già sulla terra (12).

Questa sua Chiesa, una e unica, il nostro Salvatore la diede da pascere a Pietro (cf. Gv 21, 17) e agli altri Apostoli affidando loro la diffusione e il governo (cf. Mt 28, 18-20) e la costituì per sempre colonna e sostegno della verità (cf. 1 Tim 3, 15).

4. Sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale. Tutti i membri di questo popolo, che Cristo ha dotato di doni gerarchici e carismatici, costituito in una comunione di vita, di carità e di verità, insignito della dignità sacerdotale (cf. Ap 1, 6; 5, 9-10) sono stati da Lui consacrati mediante il Battesimo perché offrano sacrifici spirituali mediante tutta la loro attività, e inviati come luce del mondo e sale della terra (cf. Mt 5, 13-16) per proclamare le opere meravigliose di Colui che li ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce (cf. 1 Pt 2, 4-10). Alcuni membri del Corpo di Cristo, tuttavia vengono consacrati, mediante il sacramento dell’Ordine, per esercitare il sacerdozio ministeriale. Il sacerdozio comune e quello ministeriale o gerarchico differiscono essenzialmente tra loro, anche se sono ordinati l’uno all’altro, poiché ciascuno di essi partecipa a titolo differente all’unico sacerdozio di Cristo. “Il sacerdozio ministeriale, con la potestà sacra con cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico ‘in persona Christi’ e l’offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del regale loro sacerdozio, concorrono all’oblazione dell’Eucaristia e lo esercitano con il ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e l’operosa carità”(13).

5. Le Chiese particolari. Il Popolo di Dio non è solo una comunità di genti diverse, ma nel suo stesso interno si compone anche di diverse parti, le Chiese particolari, formate ad immagine della Chiesa universale, nelle quali e dalle quali è costituita l’una ed unica Chiesa Cattolica (14). La Chiesa particolare è affidata al Vescovo (15), che è principio e fondamento visibile di unità (16), ed è attraverso la sua comunione gerarchica con il capo e gli altri membri del Collegio episcopale che la Chiesa particolare si inserisce nella “plena communio ecclesiarum” dell’unica Chiesa di Cristo.

Per questo, l’intero Corpo mistico di Cristo è anche un corpo di Chiese (17), tra le quali si genera un’ammirevole reciprocità, giacché la ricchezza di vita e di opere di ciascuna ridonda nel bene di tutta la Chiesa e all’abbondanza soprannaturale di tutto il Corpo partecipano lo stesso pastore e il suo gregge.

Queste Chiese particolari sono anche “nella” e “a partire dalla” Chiesa, che in esse “si trova e opera veramente”. Per questo motivo, il Successore di Pietro, Capo del Collegio episcopale, ed il Corpo dei Vescovi sono elementi propri e costitutivi di ciascuna Chiesa particolare (18). Il governo del Vescovo e la vita diocesana debbono manifestare la reciproca comunione con il Romano Pontefice e con il Collegio episcopale, nonché con le Chiese particolari sorelle, particolarmente con quelle che sono presenti nello stesso territorio.

6. La Chiesa Sacramento di salvezza. La Chiesa è Sacramento di salvezza in quanto, per mezzo della sua visibilità, Cristo è presente tra gli uomini e continua la sua missione, donando ai fedeli il suo Spirito Santo. Il corpo della Chiesa si distingue pertanto da tutte le società umane; infatti, non sulle capacità personali dei suoi membri essa si regge, ma sull’intima unione con Cristo, da cui riceve e comunica agli uomini la vita e l’energia. La Chiesa non solo significa l’intima unione con Dio e l’unità di tutto il genere umano, ma ne è segno efficace e per questo è sacramento di salvezza (19).

7. La Chiesa comunione e missione. In pari tempo La Chiesa è comunione. Le immagini della Chiesa e le note essenziali che la definiscono rivelano che essa nella sua dimensione più intima, è un mistero di comunione, innanzitutto nella Trinità, perché come insegna il Concilio Vaticano II “i fedeli, uniti al Vescovo, hanno accesso a Dio Padre per mezzo del Figlio, Verbo incarnato, morto e glorificato, nell’effusione dello Spirito Santo, ed entrano in comunione con la Santissima Trinità” (20). La comunione sta nel cuore dell’autoconoscenza della Chiesa (21) ed è il legame che la esprime come realtà umana, come comunità dei Santi e come corpo di Chiese; la comunione infatti esprime anche la realtà della Chiesa particolare.

La comunione ecclesiale è comunione di vita, di carità e di verità (22) e, in quanto legame dell’uomo con Dio, fonda una nuova relazione tra gli uomini stessi e manifesta la natura sacramentale della Chiesa. La Chiesa è “la casa e la scuola della comunione” (23) che si edifica intorno all’Eucaristia, sacramento della comunione ecclesiale, dove “partecipando realmente del corpo del Signore, siamo elevati alla comunione con Lui e tra di noi” (24); allo stesso tempo, l’Eucaristia è l’epifania della Chiesa, dove viene manifestato il suo carattere trinitario.

La Chiesa ha la missione di annunziare e propagare il Regno di Dio fino agli estremi confini della terra, affinché tutti gli uomini credano in Cristo e così conseguano la vita eterna (25). La Chiesa è pertanto anche missionaria. Infatti, “la missione propria, che Cristo ha affidato alla sua Chiesa, non è di ordine politico o economico e sociale: il fine, infatti, che le ha prefisso è di ordine religioso. Eppure proprio da questa missione religiosa scaturiscono dei compiti, della luce e delle forze che possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la Legge divina” (26).

8. Il Vescovo visibile principio di unità e di comunione. Il Vescovo, visibile principio di unità nella sua Chiesa, è chiamato a edificare incessantemente la Chiesa particolare nella comunione di tutti i suoi membri e, di questi, con la Chiesa universale, vigilando affinchè i diversi doni e ministeri contribuiscano alla comune edificazione dei credenti ed alla diffusione del Vangelo.

Quale maestro della fede, santificatore e guida spirituale, il Vescovo sa di poter contare su una speciale grazia divina, conferitagli nell’ordinazione episcopale. Tale grazia lo sostiene nel suo spendersi per il Regno di Dio, per la salvezza eterna degli uomini e anche nel suo impegno per costruire la storia con la forza del Vangelo, dando senso al cammino dell’uomo nel tempo.

 

III. Il Collegio dei Dodici e il Collegio dei Vescovi

9. La missione pastorale dei Dodici. Il Signore Gesù, all’inizio della sua missione, dopo aver pregato il Padre, costituì dodici Apostoli perché stessero con lui e per mandarli a predicare il Regno di Dio e a scacciare i demoni (27). I Dodici furono voluti da Gesù come un collegio indiviso con a capo Pietro, e proprio come tale adempirono la loro missione, cominciando da Gerusalemme (cf. Lc 24, 46), poi, come testimoni diretti della sua risurrezione verso tutti i popoli della terra (cf. Mc 16, 20). Tale missione, che fu sottolineata come essenziale dall’apostolo Pietro davanti alla prima comunità cristiana di Gerusalemme (cf. At 1, 21-22), fu attuata dagli Apostoli annunciando il Vangelo e facendo discepole tutte le genti (cf. Mt 28, 16-20). Si continuava così l’opera stessa che il Risorto affidò loro la sera stessa di Pasqua: “come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi” (Gv 20, 21) (28).

10. Gli Apostoli fondamenti della Chiesa. Gli Apostoli, con a capo Pietro, sono il fondamento della Chiesa di Cristo, i loro nomi sono scritti sulle fondamenta della Gerusalemme celeste (cf. Ap 21, 14); in quanto architetti del nuovo Popolo di Dio, essi ne garantiscono la fedeltà a Cristo, pietra fondamentale dell’edificio, e al suo Vangelo; insegnano con autorità, dirigono la comunità e ne tutelano l’unità. Così la Chiesa, “costruita sul fondamento degli Apostoli” (Ef 2, 20), ha in sè la nota dell’apostolicità, in quanto conserva e trasmette integro quel buon deposito che attraverso gli Apostoli ha ricevuto da Cristo stesso. L’apostolicità della Chiesa è garanzia di fedeltà al Vangelo ricevuto e al sacramento dell’Ordine che rende permanente nel tempo l’ufficio apostolico.

11. Continuità della missione dei Dodici nel Collegio episcopale. La missione pastorale del Collegio Apostolico perdura nel Collegio episcopale, come nel Romano Pontefice perdura l’ufficio primaziale di Pietro. Il Concilio Vaticano II insegna che “i Vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli Apostoli quali pastori della Chiesa, e chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che ha mandato Cristo” (cf. Lc 10, 16) (29).

Il Collegio episcopale, con a capo il Romano Pontefice e mai senza di esso, è “soggetto di suprema e piena potestà sulla Chiesa universale” (30), mentre lo stesso Pontefice, in quanto “Vicario di Cristo e pastore di tutta la Chiesa” (31), ha la “potestà ordinaria, suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa che può sempre esercitare liberamente” (32). Questo comporta che il Romano Pontefice ottiene anche il primato della potestà ordinaria su tutte le Chiese particolari e i loro raggruppamenti (33). L’episcopato, uno e indiviso, si presenta unito nella stessa fraternità intorno a Pietro, per attuare la missione di annunciare il Vangelo e di guidare pastoralmente la Chiesa, affinché cresca in tutto il mondo e, pur nella diversità di tempo e di luogo, continui ad essere comunità apostolica.

12. Appartenenza e forme di azione del Vescovo nel Collegio episcopale. Il Vescovo diviene membro del Collegio episcopale in forza della consacrazione episcopale, che conferisce la pienezza del sacramento dell’Ordine e configura ontologicamente il Vescovo a Gesù Cristo come pastore nella sua Chiesa. In forza della consacrazione episcopale, il Vescovo diviene sacramento di Cristo stesso presente ed operante nel suo popolo, che mediante il ministero episcopale annunzia la Parola, amministra i sacramenti della fede e guida la sua Chiesa (34). Il “munus” episcopale per poter essere esercitato ha bisogno della “missione canonica” concessa dal Romano Pontefice. Con essa il Capo del Collegio episcopale, affida una porzione del Popolo di Dio o un ufficio a beneficio della Chiesa universale (35). Pertanto, le tre funzioni, che costituiscono il “munus pastorale” ricevuto dal Vescovo nella consacrazione episcopale, debbono essere esercitate nella comunione gerarchica, anche se, per la loro diversa natura e finalità, la funzione di santificare è esercitata in modo distinto da quelle di insegnare e di governare (36). Queste ultime due funzioni, infatti, non possono essere esercitate se non nella comunione gerarchica per la loro intrinseca natura (natura sua), altrimenti gli atti compiuti non sono validi.

La collegialità affettiva fa del Vescovo un uomo che non è mai solo perché sempre e continuamente è con i suoi fratelli nell’episcopato e con colui che il Signore ha scelto come Successore di Pietro. La collegialità affettiva si esprime come collegialità effettiva nel Concilio Ecumenico o con l’azione congiunta dei Vescovi sparsi nel mondo, promossa dal Romano Pontefice o recepita da esso, in modo che si realizzi un vero atto collegiale. L’affetto collegiale, che non è un semplice sentimento di solidarietà, si attua in gradi diversi e gli atti che ne derivano, possono avere conseguenze giuridiche. Tale affetto si concretizza in vari modi, quali ad esempio, il Sinodo dei Vescovi, la Visita ad limina, l’inserimento dei Vescovi diocesani nei Dicasteri della Curia Romana, la collaborazione missionaria, i Concili particolari, le Conferenze episcopali, l’impegno ecumenico, il dialogo interreligioso (37).

Capitolo II

LA SOLLECITUDINE DEL VESCOVO
PER LA CHIESA UNIVERSALE E LA
COLLABORAZIONE DEI VESCOVI TRA LORO

“Tutti i Vescovi, in quanto membri del Collegio episcopale
e legittimi successori degli Apostoli per istituzione e per
comando di Cristo, sono tenuti ad estendere la loro sollecitudine
a tutta la Chiesa”
(Pastores Gregis, 55).

I. La sollecitudine del Vescovo per la Chiesa Universale

13. Collaborazione per il bene della Chiesa Universale. In forza della sua appartenenza al Collegio episcopale, il Vescovo ha la sollecitudine per tutte le Chiese ed è legato agli altri membri del Collegio mediante la fraternità episcopale e lo stretto vincolo che unisce i Vescovi al Capo del Collegio; ciò richiede che ciascun Vescovo collabori con il Romano Pontefice, Capo del Collegio episcopale, al quale, per l’ufficio primaziale su tutta la Chiesa, è affidato il compito di portare a tutti i popoli la luce del Vangelo.

In primo luogo, il Vescovo dovrà effettivamente essere segno e promotore di unità nella Chiesa particolare, che egli rappresenta in seno alla Chiesa universale. Egli dovrà avere quella sollecitudine per tutta la Chiesa, che, anche se non è esercitata individualmente su concreti fedeli con la potestà di giurisdizione, contribuisce al bene di tutto il Popolo di Dio. è per questo motivo che il Vescovo dovrà “promuovere e difendere l’unità della fede e la disciplina comune a tutta la Chiesa” (38), contribuendo al Magistero ordinario della Chiesa e all’adeguata applicazione della disciplina canonica universale, educando i propri fedeli al senso della Chiesa universale e collaborando a promuovere ogni attività comune alla Chiesa. Il Vescovo non dovrà mai dimenticare il principio pastorale secondo il quale, reggendo bene la propria Chiesa particolare, contribuisce al bene di tutto il Popolo di Dio, che è il corpo delle Chiese.

Oltre alla principale forma istituzionale di collaborazione del Vescovo al bene di tutta la Chiesa, nella partecipazione al Concilio Ecumenico, nel quale si esercita in forma solenne e universale la potestà del Collegio episcopale, tale collaborazione si realizza anche nell’esercizio della suprema e universale potestà mediante l’azione congiunta con gli altri Vescovi, se essa è come tale indetta o liberamente recepita dal Romano Pontefice (39). Ogni Vescovo ha il diritto e il dovere di assistere e collaborare attivamente all’una o all’altra azione collegiale con la preghiera, lo studio ed esprimendo il suo voto.

Il Sinodo dei Vescovi offre un prezioso aiuto consultivo alla funzione primaziale del Successore di Pietro, oltre a rafforzare i vincoli di unione tra i membri del Collegio episcopale (40). Se è chiamato a parteciparvi personalmente, il Vescovo compie l’incarico con zelante applicazione, guardando alla gloria di Dio e al bene della Chiesa. Questi stessi sentimenti devono guidarlo nel dare il proprio parere sulle questioni proposte alla riflessione sinodale o quando si tratta di eleggere, nel seno della propria Conferenza Episcopale, i Vescovi impegnati nel ministero o i Vescovi emeriti che, per conoscenza ed esperienza della materia, possano rappresentarlo nel Sinodo.

La medesima sollecitudine per la Chiesa universale spingerà il Vescovo a presentare al Papa consigli, osservazioni e suggerimenti, a segnalargli pericoli per la Chiesa, occasioni per iniziative e altre utili indicazioni: così presta un inestimabile servizio al ministero primaziale e un contributo sicuro all’efficacia del governo universale. Alla richiesta di pareri intorno a questioni pastorali o sollecitato a collaborare nella preparazione di documenti di portata universale — specialmente se ricopre l’ufficio di membro o consultore di qualche Dicastero della Curia Romana — il Vescovo risponda con franchezza, dopo serio studio e meditazione della materia coram Domino (41). Se gli viene richiesto di espletare un incarico per l’interesse di tutta la Chiesa, il Vescovo farà il possibile per accettarlo e lo compirà con diligenza.

Conscio della sua responsabilità per l’unità della Chiesa e tenendo presente con quanta facilità oggi qualunque dichiarazione venga conosciuta da larghi strati dell’opinione pubblica, il Vescovo si guardi dal mettere in discussione aspetti dottrinali del Magistero autentico o disciplinari per non recare danno all’autorità della Chiesa e a quella sua propria; egli ricorra piuttosto agli ordinari canali di comunicazione con la Sede Apostolica e con gli altri Vescovi, se ha questioni da porre al riguardo di tali aspetti dottrinali o disciplinari.

14. Collaborazione con la Sede Apostolica.

Come conseguenza della sua consacrazione episcopale, della comunione gerarchica e della sua appartenenza al Collegio episcopale e quale segno di unione con Gesù Cristo, il Vescovo tenga nel più gran conto e alimenti di cuore la comunione di carità e di ubbidienza col Romano Pontefice, facendo proprie le sue intenzioni, le iniziative, le gioie e le preoccupazioni e incrementando anche nei fedeli i medesimi filiali sentimenti.

Il Vescovo esegua fedelmente le disposizioni della Santa Sede e dei vari Dicasteri della Curia Romana, che aiutano il Romano Pontefice nella sua missione di servizio alle Chiese particolari e ai loro Pastori. Procuri, inoltre, che i documenti della Santa Sede giungano capillarmente a conoscenza dei sacerdoti o, secondo i casi, di tutto il popolo, illustrandone opportunamente il contenuto per renderlo accessibile a tutti.

Per dare attuazione nel modo più appropriato ad ogni documento, oltre alle eventuali indicazioni presenti nel medesimo, il Vescovo dovrà studiarne la natura propria (magisteriale, dispositiva, orientativa, ecc.) e il contenuto pastorale; trattandosi di leggi e altre disposizioni normative, occorre speciale attenzione nell’assicurarne l’immediata osservanza dal momento della loro entrata in vigore, eventualmente mediante opportune norme applicative diocesane. Se si tratta di documenti di altro genere, per esempio di orientamento generale, il Vescovo stesso dovrà valutare con prudenza il modo migliore di procedere, in funzione del bene pastorale del suo gregge.

Rapporti con il Legato Pontificio.

Questi rappresenta il Romano Pontefice davanti alle Chiese particolari e davanti agli Stati (42). La sua missione non si sovrappone alla funzione dei Vescovi e neppure la ostacola o sostituisce, bensí la favorisce in molte maniere e la sostiene con fraterno consiglio. Pertanto, il Vescovo s’impegni a mantenere con il Rappresentante Pontificio rapporti improntati a sentimenti fraterni e di reciproca confidenza, tanto a livello personale come in seno alla Conferenza Episcopale, e utilizzi i suoi uffici per trasmettere informazioni alla Sede Apostolica e per sollecitare i provvedimenti canonici che ad essa competono.

Come forma specifica di collaborazione con il ministero del Romano Pontefice, il Vescovo, insieme agli altri Pastori della provincia ecclesiastica o della Conferenza Episcopale o anche personalmente, segnali alla Sede Apostolica quei presbiteri che giudica idonei per l’episcopato. Nello svolgimento delle previe indagini sui possibili candidati, il Vescovo potrà consultare singolarmente persone informate; ma non consentirà mai che si faccia una consultazione collettiva, in quanto essa metterebbe in pericolo il segreto prescritto dalla legge canonica — necessario quando si tratta del buon nome delle persone — e condizionerebbe la libertà del Romano Pontefice nella scelta del più idoneo (43).

“I Vescovi, in ragione del vincolo di unità e di carità, secondo le disponibilità della propria diocesi, contribuiscano a procurare i mezzi di cui la Sede Apostolica secondo le condizioni dei tempi necessita, per essere in grado di prestare in modo appropriato il suo servizio alla Chiesa universale” (44). Il Vescovo neppure trascuri quella particolare questua che si chiama Obolo di San Pietro, destinata a far sì che la Chiesa di Roma possa validamente adempiere il suo ufficio di presidenza nella carità universale. Quando le possibilità della diocesi lo permettono e vi siano sacerdoti adatti e preparati che vengano richiesti, il Vescovo li metta a disposizione della Santa Sede ad tempus o in maniera illimitata.

15. La visita “ad limina” (45).

Secondo la disciplina canonica, il Vescovo diocesano compie ogni cinque anni l’antica tradizione della Visita “ad limina”, per onorare i sepolcri dei santi Apostoli Pietro e Paolo e incontrare il successore di Pietro, il Vescovo di Roma.

La visita, nei suoi diversi momenti liturgici, pastorali e di fraterno scambio, ha per il Vescovo un preciso significato: accrescere il suo senso di responsabilità come Successore degli Apostoli e rinvigorire la sua comunione con il successore di Pietro. La visita, inoltre, costituisce anche un momento importante per la vita della stessa Chiesa particolare la quale, per mezzo del proprio rappresentante, consolida i vincoli di fede, di comunione e di disciplina che la legano alla Chiesa di Roma e all’intero corpo ecclesiale (46).

Gli incontri fraterni con il Romano Pontefice e i suoi più stretti collaboratori della Curia Romana offrono al Vescovo un’occasione privilegiata non solo per fare presente la situazione della propria diocesi e le sue aspettative, ma anche per avere maggiori informazioni circa le speranze, le gioie e le difficoltà della Chiesa universale e per ricevere opportuni consigli e direttive sui problemi del proprio gregge. Tale visita rappresenta un momento centrale anche per il Successore di Pietro che riceve i pastori delle Chiese particolari per trattare con essi le questioni riguardanti la loro missione ecclesiale. La visita “ad limina” è così espressione della sollecitudine pastorale di tutta la Chiesa (47).

Per tali motivi, è necessaria una diligente preparazione. Con sufficiente anticipo (non meno di sei mesi, se possibile), il Vescovo si preoccuperà di inviare alla Santa Sede la Relazione sullo stato della diocesi, per la cui redazione dispone del relativo Formulario preparato dalla competente Congregazione per i Vescovi. Detta Relazione dovrà fornire al Romano Pontefice e ai Dicasteri romani un’informazione di prima mano — veritiera, sintetica e precisa — che è di grande utilità per l’esercizio del ministero petrino. Al Vescovo, poi, la Relazione offrirà un mezzo idoneo per esaminare lo stato della sua Chiesa e per programmare il lavoro pastorale: perciò, conviene che per la sua elaborazione il Vescovo si avvalga dell’aiuto dei suoi più stretti collaboratori nella funzione episcopale, sebbene il suo contributo personale risulti indispensabile, soprattutto negli aspetti che riguardano più da vicino la sua attività, per dare una visione d’insieme del lavoro pastorale.

La prassi attuale è che le visite si svolgano di regola per Conferenze Episcopali, o divise in vari gruppi se troppo numerose, evidenziando così l’unione collegiale tra i Vescovi. Benché diversi momenti si svolgono in gruppo — visite alle tombe degli Apostoli, discorso del Papa, riunione con i Dicasteri della Curia Romana —, è sempre il singolo Vescovo che presenta la relazione e compie la visita a nome della sua Chiesa, incontrando personalmente il Successore di Pietro, ed avendo sempre il diritto e il dovere di comunicare direttamente con lui e con i suoi collaboratori su tutte le questioni riguardanti il suo ministero diocesano.

16. I Vescovi diocesani membri dei Dicasteri della Curia Romana.

Ulteriore segno dell’affetto collegiale tra i Vescovi ed il Papa è dato dalla presenza di alcuni Vescovi diocesani quali membri dei Dicasteri della Curia Romana. Tale presenza permette ai Vescovi di presentare al Sommo Pontefice la mentalità, i desideri e le necessità di tutte le Chiese. In questo modo, mediante la Curia Romana, il vincolo di unione e di carità che vige nel Collegio episcopale si estende a tutto il Popolo di Dio (48).

17. L’opera missionaria. I Vescovi, insieme al Romano Pontefice, sono direttamente responsabili dell’evangelizzazione del mondo (49); pertanto, ciascun Vescovo attuerà tale responsabilità con la massima sollecitudine.

In quanto coordinatore e centro dell’attività missionaria diocesana, il Vescovo sarà sollecito nell’aprire la Chiesa particolare alle necessità delle altre, suscitando lo spirito missionario nei fedeli, procurando missionari e missionarie, fomentando un fervido spirito apostolico e missionario nel presbiterio e nei religiosi e membri delle Società di vita apostolica, tra gli alunni del suo seminario e nei laici, collaborando con la Sede Apostolica nell’opera di evangelizzazione dei popoli, sostenendo le giovani Chiese con aiuti materiali e spirituali. In questo ed altri modi appropriati alle circostanze di luogo e di tempo, il Vescovo manifesta la sua fraternità con gli altri Vescovi ed adempie il dovere di annunciare il Vangelo a tutte le genti (50).

Secondo le possibilità della diocesi, presi accordi con la Santa Sede e con gli altri Vescovi interessati, il Vescovo provveda ad inviare missionari e mezzi materiali ai territori di missione, tramite accordi particolari o stabilendo vincoli di fratellanza con una determinata Chiesa missionaria. Inoltre, promuova e sostenga nella sua Chiesa particolare le Opere Missionarie Pontificie, procurando il necessario aiuto spirituale ed economico (51). Per conseguire tali obiettivi il Vescovo designerà un sacerdote, un diacono o un laico competente, il quale si occupi di organizzare le diverse iniziative diocesane, come la giornata annuale per le missioni e la colletta annuale in favore delle opere pontificie (52).

Parimenti, il Vescovo associ i propri sforzi con quelli della Santa Sede allo scopo di aiutare le Chiese che soffrono persecuzioni o sono travagliate da grave penuria di clero o di mezzi (53).

Il vincolo di comunione fra le Chiese viene evidenziato dai sacerdoti “fidei donum”, scelti fra quanti adatti e adeguatamente preparati, attraverso i quali le diocesi di antica fondazione contribuiscono efficacemente all’evangelizzazione delle nuove Chiese e, a loro volta, attingono freschezza e vitalità di fede da quelle giovani comunità cristiane (54).

Quando un chierico idoneo (sacerdote o diacono) manifesta il desiderio di essere inserito tra i sacerdoti “fidei donum, il Vescovo, per quanto possibile, non neghi il permesso, anche se ciò possa comportare sacrifici immediati per la sua diocesi, e provveda a determinare i suoi diritti e doveri mediante una convenzione scritta con il Vescovo del luogo di destinazione. Al temporaneo trasferimento si potrà provvedere senza ricorrere all’escardinazione, di modo che al ritorno il chierico conservi tutti i diritti che gli corrisponderebbero se fosse rimasto nella diocesi (55).

Anche i Vescovi delle giovani Chiese di missione incrementeranno il dono di sacerdoti, verso zone dello stesso Paese, dello stesso Continente o di altri Continenti, meno evangelizzati o con meno personale a servizio della Chiesa.

Il Vescovo sarà largamente disponibile ad accogliere nella propria diocesi quei sacerdoti dei Paesi di missione che chiedono temporanea ospitalità per motivi di studio o per altri motivi. In tali casi, i Vescovi interessati stipuleranno una convenzione per concordare i vari settori di vita del presbitero. A tale scopo saranno osservate le norme stabilite dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (56).

18. L’impegno ecumenico.

Consapevole che il ristabilimento dell’unità è stato uno dei principali intenti del Concilio Vaticano II (57) e che esso non è soltanto un’appendice che s’aggiunge all’attività tradizionale della Chiesa (58), il Vescovo sentirà l’urgenza di promuovere l’ecumenismo, settore nel quale la Chiesa cattolica è impegnata in maniera irreversibile.

Sebbene la direzione del movimento ecumenico spetti principalmente alla Santa Sede, ai Vescovi, tuttavia, singolarmente e riuniti in Conferenza Episcopale, spetta stabilire norme pratiche per applicare le superiori disposizioni alle circostanze locali (59).

Seguendo fedelmente le indicazioni e gli orientamenti della Santa Sede, il Vescovo si preoccupi inoltre di mantenere rapporti ecumenici con le diverse Chiese e Comunità cristiane presenti nella diocesi, nominando un suo rappresentante che sia competente in materia, al fine di animare e coordinare le attività della diocesi in questo campo (60). Se le circostanze della diocesi lo consigliano, il Vescovo costituirà un segretariato o una commissione incaricati di proporre al Vescovo quanto possa aiutare l’unità fra i cristiani e realizzare le iniziative che lui stesso indichi, promuovere nella diocesi l’ecumenismo spirituale, proporre sussidi per la formazione ecumenica del clero e dei seminaristi (61), sostenere le parrocchie nell’impegno ecumenico.

19. Relazioni con l’Ebraismo.

Il Concilio Vaticano II ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo (62); è per questo legame che, rispetto alle religioni non cristiane, un posto del tutto particolare nelle attenzioni della Chiesa spetta agli ebrei, i quali “possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne” (Rm 9, 4-5). Il Vescovo deve promuovere fra i cristiani un atteggiamento di rispetto verso questi nostri “fratelli maggiori”, per evitare il prodursi di fenomeni di antigiudaismo, e deve vigilare affinché i ministri sacri ricevano una formazione adeguata sulla religione ebraica e i suoi rapporti con il cristianesimo.

20. Il dialogo interreligioso. La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle altre religioni. “Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini. Essa però annuncia ed è tenuta ad annunziare incessantemente Cristo che è ‘la via, la verità e la vita’ (Gv 14, 6), in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato a sé tutte le cose” (63).

Nel rapporto con le religioni non cristiane, la Chiesa è chiamata a stabilire un dialogo sincero e rispettoso che, senz’ombra di irenismo, aiuti a scoprire i semi di verità che si trovano nelle tradizioni religiose dell’umanità e incoraggi le legittime aspirazioni spirituali degli uomini. Tale dialogo è in stretta connessione con l’irrinunciabile chiamata alla missione, suscitata dal mandato di Cristo: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16, 15), e guidato dal delicato rispetto della coscienza individuale.

21. Appoggio alle iniziative della Santa Sede in ambito internazionale. Il Vescovo, secondo le possibilità della sua Chiesa, contribuisce alle realizzazioni delle finalità delle istituzioni e associazioni internazionali promosse e sostenute dalla Sede Apostolica: per la pace e la giustizia nel mondo, per la tutela della famiglia e della vita umana a partire dal concepimento, per il progresso dei popoli e per altre iniziative.

Come forma particolare di azione apostolica in ambito internazionale, la Santa Sede è rappresentata a pieno titolo in seno ai principali organismi internazionali e interviene attivamente in vari congressi convocati da questi organismi. In queste istanze internazionali, la Chiesa deve farsi ascoltare, in difesa della dignità dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali, della protezione dei più deboli, del giusto assetto dei rapporti internazionali, del rispetto della natura, ecc. Il Vescovo non tralascerà di sostenere tali iniziative davanti ai fedeli e all’opinione pubblica, tenendo presente che il suo ministero pastorale può incidere notevolmente nel consolidamento di un ordine internazionale giusto e rispettoso della dignità dell’uomo (64).

 

II. La Cooperazione Episcopale e gli Organi
Sovradiocesani di Collaborazione

A) La cooperazione episcopale

22. L’esercizio congiunto del ministero episcopale. “Ferma restando la potestà di istituzione divina che il Vescovo ha nella sua Chiesa particolare, la consapevolezza di far parte di un corpo indiviso ha portato i Vescovi, lungo la storia della Chiesa, ad adoperare, nel compimento della loro missione, strumenti, organi o mezzi di comunicazione che manifestano la comunione e la sollecitudine per tutte le Chiese e prolungano la vita stessa del Collegio degli Apostoli: la collaborazione pastorale, le consultazioni, l’aiuto reciproco, ecc” (65). Pertanto, il Vescovo esercita il ministero affidatogli non soltanto quando disimpegna nella diocesi le funzioni che gli sono proprie, ma anche quando coopera con i confratelli nell’Episcopato nei diversi organismi episcopali sovradiocesani. Tra questi, vanno annoverate le riunioni dei Vescovi della Provincia ecclesiastica, della Regione ecclesiastica (là dove siano state costituite dalla Sede Apostolica) e, soprattutto, le Conferenze Episcopali.

Queste assemblee episcopali sono espressione della dimensione collegiale del ministero episcopale e del suo necessario adattamento alle varie forme delle comunità umane tra le quali la Chiesa esercita la sua missione salvifica (66). Hanno come scopo principale il reciproco aiuto per l’esercizio dell’ufficio episcopale e l’armonizzazione delle iniziative di ciascun Pastore, per il bene di ogni diocesi e dell’intera comunità cristiana del territorio. Grazie ad esse, le stesse Chiese particolari stringono i vincoli di comunione con la Chiesa universale attraverso i Vescovi, loro legittimi rappresentanti (67).

A parte i casi in cui la legge della Chiesa o uno speciale mandato della Sede Apostolica abbia loro attribuito potere vincolante, l’azione congiunta propria di queste assemblee episcopali deve avere, come criterio primario di azione, il delicato e attento rispetto della responsabilità personale di ciascun Vescovo in relazione alla Chiesa universale e alla Chiesa particolare a lui affidata, pur nella consapevolezza della dimensione collegiale insita nella funzione episcopale.

B) Gli Organi Sovradiocesani e il Metropolita

23. Le diverse assemblee episcopali sovradiocesane

a) Assemblea dei Vescovi della Provincia ecclesiastica. I Vescovi diocesani della Provincia ecclesiastica si riuniscono intorno al Metropolita per coordinare meglio le loro attività pastorali e per esercitare le comuni competenze concesse dal diritto (68). Le riunioni sono convocate dall’Arcivescovo Metropolita, con la periodicità che a tutti convenga, e ad esse partecipano anche i Vescovi Coadiutori e Ausiliari della Provincia, con voto deliberativo. Se l’utilità pastorale lo consiglia, e ottenuta la licenza della Sede Apostolica, ai lavori comuni possono associarsi i Pastori di una diocesi vicina, immediatamente soggetta alla Santa Sede, compresi i Vicari e i Prefetti apostolici, che governano in nome del Sommo Pontefice.

b) Compiti dell’Arcivescovo Metropolita. Una speciale responsabilità per l’unità della Chiesa compete all’Arcivescovo Metropolita in relazione alle diocesi suffraganee e ai loro Pastori (69). Segno dell’autorità che, in comunione con la Chiesa di Roma, ha il Metropolita nella propria Provincia ecclesiastica è il Pallio che ciascun Metropolita deve chiedere personalmente o tramite un procuratore al Romano Pontefice. Il Pallio viene benedetto dal Romano Pontefice ogni anno nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno) ed imposto ai Metropoliti presenti. Al Metropolita che non può recarsi a Roma il Pallio sarà imposto dal Rappresentante Pontificio. In ogni caso il Metropolita ha le facoltà inerenti alla sua funzione dal momento della presa di possesso dell’arcidiocesi. Il Metropolita può portare il Pallio in tutte le Chiese della sua Provincia ecclesiastica, mentre non può mai portarlo fuori di essa, nemmeno con il consenso del Vescovo diocesano. Quando il Metropolita viene trasferito ad una nuova sede metropolitana deve chiedere un nuovo Pallio al Romano Pontefice (70).

Il Metropolita ha come funzione propria quella di vigilare perché in tutta la Provincia si mantengano con diligenza la fede e la disciplina ecclesiale, e perché il ministero episcopale sia esercitato in conformità alla legge canonica. Nel caso in cui notasse abusi o errori, il Metropolita, attento al bene dei fedeli e all’unità della Chiesa, riferisca accuratamente al Rappresentante Pontificio in quel Paese, affinché la Sede Apostolica possa provvedere. Prima di riferire al Rappresentante Pontificio, il Metropolita, qualora lo ritenga opportuno, potrà confrontarsi con il Vescovo diocesano riguardo alle problematiche emerse nella diocesi suffraganea. La sollecitudine verso le diocesi suffraganee sarà specialmente attenta nel periodo di vacanza della sede episcopale, o in eventuali momenti di particolari difficoltà del Vescovo diocesano.

Ma la funzione del Metropolita non deve limitarsi agli aspetti disciplinari, bensì estendersi, come conseguenza naturale del mandato della carità, all’attenzione discreta e fraterna, alle necessità di ordine umano e spirituale dei Pastori suffraganei, dei quali può considerarsi in una certa misura fratello maggiore, “primus inter pares”. Un ruolo effettivo del Metropolita, come previsto dal Codice di Diritto Canonico, favorisce un maggiore coordinamento pastorale e una più incisiva collegialità a livello locale fra i Vescovi suffraganei.

Insieme ai Vescovi della Provincia ecclesiastica, l’Arcivescovo Metropolita promuove iniziative comuni per rispondere adeguatamente alle necessità delle diocesi della Provincia. In particolare i Vescovi della stessa Provincia ecclesiastica potranno attuare insieme, se le circostanze così consigliano, i corsi per la formazione permanente del clero e i convegni pastorali per la programmazione di orientamenti comuni su questioni che interessano lo stesso territorio. Per la formazione dei candidati al presbiterato potranno istituire il seminario metropolitano, sia maggiore che minore, oppure istituire una casa di formazione delle vocazioni adulte o per la formazione dei diaconi permanenti o di laici impegnati nell’animazione pastorale. Altri settori di impegno pastorale comune potranno essere proposti dal Metropolita ai Vescovi. Se in qualche caso particolare l’Arcivescovo avrà bisogno di facoltà peculiari per lo svolgimento della sua missione, soprattutto per poter attuare la programmazione pastorale comune elaborata insieme ai Vescovi suffraganei, d’intesa con i Vescovi della Provincia ecclesiastica, potrà chiederle alla Santa Sede.

c) Assemblea dei Vescovi della regione ecclesiastica. Dove sia stata costituita una Regione ecclesiastica per varie Province ecclesiastiche (71), i Vescovi diocesani partecipano alle riunioni dell’assemblea regionale dei Vescovi secondo la forma stabilita dai suoi statuti.

d) La Conferenza Episcopale. La Conferenza Episcopale è importante per rinsaldare la comunione fra i Vescovi e promuoverne l’azione comune in un determinato territorio che si estende in linea di principio ai confini di un Paese. Le sono affidate alcune funzioni pastorali proprie, che esercita attraverso atti collegiali di governo, ed è la sede adatta per la promozione di molteplici iniziative pastorali comuni per il bene dei fedeli (72).

e) Le Riunioni internazionali di Conferenze Episcopali. Questi organismi sono naturale conseguenza dell’intensificazione dei rapporti umani e istituzionali tra Paesi appartenenti a una stessa area geografica. Sono stati costituiti per garantire un rapporto stabile tra Conferenze Episcopali, che di essi fanno parte attraverso i propri rappresentanti, in modo da facilitare la collaborazione fra Conferenze e il servizio agli episcopati di varie nazioni.

C) I Concili Particolari

24. L’esperienza storica conciliare. “Fin dai primi secoli della Chiesa, i Vescovi che erano a capo di Chiese particolari … organizzarono i Sinodi, i Concili provinciali e, infine, i Concili plenari nei quali i Vescovi stabilirono una norma uguale per varie Chiese, che doveva osservarsi nell’insegnamento delle verità della fede e nell’ordinamento della disciplina ecclesiastica” (73).

25. Natura. I Concili particolari sono assemblee di Vescovi, cui partecipano anche con voto consultivo altri ministri e fedeli laici, che hanno il fine di provvedere, nel proprio territorio, alle necessità pastorali del Popolo di Dio, stabilendo quanto convenga all’incremento della fede (74), al regolamento della comune attività pastorale, dei buoni costumi e alla tutela della disciplina ecclesiastica (75).

I Concili particolari possono essere provinciali, se il loro ambito corrisponde alla Provincia ecclesiastica, o plenari, se si tratta delle Chiese particolari della stessa Conferenza Episcopale. Se si tratta di un Concilio plenario, oppure provinciale, quando la Provincia coincida con i confini di una nazione, è necessaria la previa approvazione della Sede Apostolica per procedere alla sua celebrazione (76). Per poter prendere una decisione al riguardo, la Sede Apostolica deve conoscere con esattezza il motivo che induce alla celebrazione e anche i temi o le materie che saranno sottoposti alla delibera.

26. Membri. Nei Concili particolari, soltanto ai Vescovi spetta prendere le decisioni, poiché ad essi compete il voto deliberativo, ma debbono essere convocati anche i titolari di alcuni uffici ecclesiastici di rilievo e i Superiori maggiori degli Istituti religiosi e delle Società di vita apostolica, affinché collaborino con i Pastori con la loro esperienza e consiglio. Inoltre i Vescovi sono liberi di convocare anche chierici, religiosi e laici, vigilando però perché il loro numero non superi la metà dei membri di diritto (77).

Per la grande importanza che hanno i Concili particolari in merito al regolamento della vita ecclesiastica nella Provincia o Nazione, il Vescovo collabora con il proprio personale contributo alla loro preparazione e celebrazione (78).

27. Potestà legislativa. Per raggiungere tali obiettivi, i Concili particolari hanno potestà di governo, soprattutto legislativa, in base alla quale i Vescovi stabiliscono, per le varie Chiese, medesime norme provvedendo così ad un’attività pastorale più efficace e consona alle esigenze dei tempi. Pertanto, la disciplina canonica lascia ampia libertà ai Vescovi della stessa Provincia o Conferenza per regolare insieme le materie pastorali, sempre nel rispetto delle norme superiori (79). Questa stessa libertà deve indurre i Vescovi a sottoporre al giudizio e alla decisione comuni soltanto quelle questioni che richiedono un medesimo regolamento in tutto il territorio, giacché diversamente verrebbe inutilmente limitata la potestà spettante a ciascun Vescovo nella sua diocesi.

Tutte le decisioni vincolanti del Concilio particolare, sia decreti generali come particolari, debbono essere esaminate ed approvate dalla Sede Apostolica prima di essere promulgate (80).

D) La Conferenza Episcopale

28. Finalità della Conferenza Episcopale. La Conferenza Episcopale, il cui ruolo in questi anni è diventato di grande importanza, contribuisce, in forma molteplice e feconda, all’attuazione e allo sviluppo dell’affetto collegiale tra i membri del medesimo Episcopato. In essa i Vescovi esercitano congiuntamente alcune funzioni pastorali per i fedeli del loro territorio. Tale azione risponde alla necessità, particolarmente avvertita oggi, di provvedere al bene comune delle Chiese particolari mediante un lavoro concorde e ben collegato dei suoi Pastori (81). Compito della Conferenza episcopale è di aiutare i Vescovi nel loro ministero, a vantaggio dell’intero Popolo di Dio. La Conferenza svolge un’importante funzione in diversi campi ministeriali mediante:

– l’ordinamento congiunto di alcune materie pastorali, mediante decreti generali che obbligano tanto i pastori come i fedeli del territorio (82);

– la trasmissione della dottrina della Chiesa, in maniera più incisiva e in armonia con la particolare natura e le condizioni di vita dei fedeli di una nazione (83);

– il coordinamento di singoli sforzi mediante iniziative comuni d’importanza nazionale, nell’ambito apostolico e caritativo. Per questo fine, la legge canonica ha concesso determinate competenze alla Conferenza;

– il dialogo unitario con l’autorità politica comune a tutto il territorio;

– la creazione di utili servizi comuni, che molte diocesi non sono in grado di procurarsi.

A ciò va sommata la vasta area del mutuo sostegno nell’esercizio del ministero episcopale, tramite l’informazione reciproca, lo scambio di idee, la concordanza dei punti di vista, ecc.

29. I membri della Conferenza Episcopale. Della Conferenza Episcopale fanno parte, in base allo stesso diritto, tutti i Vescovi diocesani del territorio e quanti siano loro equiparati (84), come anche i Vescovi Coadiutori, gli Ausiliari e gli altri Vescovi titolari che esercitano uno speciale incarico pastorale a beneficio dei fedeli. Sono membri anche quanti sono interinalmente a capo di una circoscrizione ecclesiastica del Paese (85).

I Vescovi cattolici di rito orientale con sede nel territorio della Conferenza Episcopale, possono essere invitati all’Assemblea Plenaria dell’organismo con voto consultivo. Gli Statuti della Conferenza Episcopale possono stabilire che ne siano membri. In tal caso compete loro il voto deliberativo (86).

I Vescovi emeriti non sono membri di diritto della Conferenza, però è auspicabile che siano invitati all’Assemblea Plenaria, alla quale parteciperanno con voto consultivo. È bene inoltre ricorrere a loro per le riunioni o commissioni di studio create per esaminare materie in cui tali Vescovi siano particolarmente competenti. Qualche Vescovo emerito può anche essere chiamato a far parte di Commissioni della Conferenza Episcopale (87).

Il Rappresentante Pontificio pur non essendo membro della Conferenza Episcopale e non avendo diritto di voto, è invitato alla sessione di apertura della Conferenza Episcopale, secondo gli Statuti di ciascuna Assemblea episcopale.

Dalla sua condizione di membro della Conferenza, derivano al Vescovo alcuni naturali doveri:

a) il Vescovo procuri di conoscere bene le norme universali che regolano questa istituzione e anche gli Statuti della propria Conferenza che stabiliscono le norme fondamentali dell’azione congiunta (88). Ispirato da profondo amore alla Chiesa, vigili inoltre perché le attività della Conferenza si svolgano sempre secondo le norme canoniche;

b) partecipi attivamente con diligenza alle assemblee episcopali, senza mai lasciare la comune responsabilità alla sollecitudine degli altri Vescovi; se viene eletto per qualche incarico della Conferenza, non rifiuti se non per un giusto motivo. Studi attentamente i temi proposti alla discussione, se occorre con l’aiuto di esperti, in modo che le sue posizioni siano sempre ben fondate e formulate con coscienza;

c) nelle riunioni, manifesti la sua opinione con fraterna franchezza: senza timore quando è necessario pronunciarsi differentemente dal parere di altri, ma disposto ad ascoltare e comprendere le ragioni contrarie;

d) quando il bene comune dei fedeli richieda una comune linea di azione, il Vescovo sarà pronto a seguire il parere della maggioranza, senza ostinarsi nelle sue posizioni;

e) nei casi in cui in coscienza ritiene di non poter aderire ad una dichiarazione o risoluzione della Conferenza, dovrà soppesare attentamente davanti a Dio tutte le circostanze, considerando anche le pubbliche ripercussioni della sua decisione; se si trattasse di un decreto generale reso obbligatorio dalla “recognitio” della Santa Sede, è a quest’ultima che il Vescovo dovrà chiedere la dispensa per non attenersi a quanto disposto nel decreto;

f) animato da spirito di servizio, segnali agli organi direttivi della Conferenza tutti i problemi da affrontare, le difficoltà da superare, le iniziative che il bene delle anime suggerisca.

La Conferenza può invitare alle proprie riunioni persone che non siano membri, ma soltanto in casi determinati e con il solo voto consultivo (89).

30. Materie affidate concretamente alla Conferenza. È una realtà evidente che oggigiorno vi siano materie pastorali e problemi dell’apostolato che non possono essere debitamente affrontati se non a livello nazionale. Per questo motivo, la legge canonica ha affidato alcune aree alla comune attenzione dei Vescovi, in ciascun caso diversamente. Tra queste, emergono:

– la formazione dei ministri sacri, sia candidati al sacerdozio che al diaconato permanente;
– l’ecumenismo;
– i sussidi della catechesi diocesana;
– l’istruzione cattolica;
– l’istruzione superiore cattolica e la pastorale universitaria;
– i mezzi di comunicazione sociale;
– la tutela dell’integrità della fede e dei costumi del popolo cristiano (90).

In tutti questi settori, è necessario collegare le competenze proprie della Conferenza con la responsabilità di ciascun Vescovo nella sua diocesi. Tale armonia è la naturale conseguenza del rispetto delle norme canoniche che regolano le materie in questione.

31. Le competenze giuridiche e dottrinali della Conferenza Episcopale. Secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II, alle Conferenze Episcopali, strumenti di mutuo aiuto tra i Vescovi, nel loro compito pastorale, è attribuita dalla Sede apostolica la potestà per dare norme vincolanti in determinate materie (91) e per adottare altre decisioni particolari, che il Vescovo accoglie fedelmente ed esegue nella diocesi (92).

La potestà normativa della Conferenza è esercitata dai Vescovi riuniti in Assemblea Plenaria, che rende possibile il dialogo collegiale e lo scambio di idee, e richiede il voto favorevole di due terzi dei membri dotati di voto deliberativo. Tali norme debbono essere riesaminate dalla Santa Sede, prima della loro promulgazione, per garantirne la conformità con l’ordinamento canonico universale (93). Nessun altro organismo della Conferenza può arrogarsi le competenze della Assemblea Plenaria (94).

I Vescovi riuniti in Conferenza Episcopale esercitano, secondo le condizioni determinate dal diritto, anche una funzione dottrinale (95), essendo pure congiuntamente dottori autentici e maestri della fede per i loro fedeli. Nell’esercitare tale funzione dottrinale, soprattutto quando devono affrontare nuove questioni ed illuminare nuovi problemi che sorgono dalla società, i Vescovi saranno consapevoli dei limiti dei loro pronunciamenti, in quanto il loro Magistero non è universale pur essendo autentico e ufficiale (96).

I Vescovi terranno ben presente che la dottrina è un bene di tutto il Popolo di Dio e vincolo della sua comunione, e pertanto seguiranno il Magistero universale della Chiesa e si impegneranno per farlo conoscere ai loro fedeli.

Le Dichiarazioni dottrinali della Conferenza Episcopale, per poter costituire Magistero autentico ed essere pubblicate a nome della stessa Conferenza devono essere approvate all’unanimità dai Vescovi membri o con la maggioranza di almeno due terzi dei Vescovi aventi voto deliberativo. In questo secondo caso le dichiarazioni dottrinali per poter essere pubblicate devono ottenere la “recognitio” della Santa Sede. Queste dichiarazioni dottrinali dovranno essere inviate alla Congregazione per i Vescovi o a quella per l’Evangelizzazione dei Popoli, a seconda dell’ambito territoriale delle medesime. Tali Dicasteri procederanno a concedere la “recognitio” dopo aver consultato le altre istanze competenti della Santa Sede (97).

Quando si tratta di approvare le dichiarazioni dottrinali della Conferenza Episcopale, i membri non Vescovi dell’organismo episcopale non hanno diritto di votare in seno all’Assemblea Plenaria (98).

Qualora più Conferenze Episcopali ritenessero necessaria un’azione “in solidum”, esse dovranno richiedere l’autorizzazione alla Santa Sede, che nei singoli casi indicherà le necessarie norme da osservare. Al di fuori di questi casi, i Vescovi diocesani sono liberi di adottare o meno nella propria diocesi e di attribuire natura di obbligo, in nome e con autorità propria, ad un orientamento condiviso dagli altri Pastori del territorio. Non è tuttavia lecito allargare l’ambito della potestà della Conferenza, trasferendo ad essa la giurisdizione e la responsabilità dei suoi membri per le loro diocesi, giacché tale trasferimento è competenza esclusiva del Romano Pontefice (99), che darà per sua iniziativa o su richiesta della Conferenza, un mandato speciale nei casi in cui lo giudichi opportuno (100).

32. Le Commissioni della Conferenza. Dalla Conferenza dipendono organi e commissioni varie, che hanno come compito specifico l’aiuto dei Pastori e la preparazione ed esecuzione delle decisioni della Conferenza.

Le commissioni permanenti o “ad hoc” della Conferenza denominate “episcopali” devono essere formate da membri Vescovi o da coloro che ad essi sono equiparati nel diritto. Se il numero dei Vescovi fosse insufficiente per formare tali Commissioni, si possono costituire altri organismi come Consulte, Consigli presieduti da un Vescovo e formati da presbiteri, consacrati e laici. Tali organismi non si possono chiamare “episcopali” (101).

I membri delle diverse commissioni debbono essere consapevoli che il loro compito non è quello di guidare o coordinare il lavoro della Chiesa nella nazione in un particolare settore pastorale, ma un altro, molto più umile ma ugualmente efficace: aiutare l’Assemblea Plenaria — cioè, la Conferenza stessa — a raggiungere i suoi obiettivi e procurare ai Pastori sussidi adeguati per il loro ministero nella Chiesa particolare.

Questo criterio basilare deve indurre i responsabili delle commissioni ad evitare forme di azione ispirate piuttosto ad un senso di indipendenza o di autonomia, come potrebbe essere la pubblicazione per proprio conto di orientamenti in un determinato settore pastorale o una forma di rapportarsi agli organi e alle commissioni diocesane senza passare dall’obbligato tramite del rispettivo Vescovo diocesano.

Capitolo III

SPIRITUALITÀ E
FORMAZIONE PERMANENTE DEL VESCOVO

“Esercitati nella pietà… sii di esempio ai fedeli nelle parole,
nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza…
Non trascurare il dono spirituale che è in te… Vigila su te stesso
e sul tuo insegnamento e sii perseverante” (
1 Tm 4, 7.12.16).

I. Gesù Cristo fonte della Spiritualità del Vescovo

33. Gesù Cristo sorgente della spiritualità del Vescovo. Con la consacrazione episcopale il Vescovo riceve una speciale effusione dello Spirito Santo che lo configura in maniera tutta speciale a Cristo, Capo e Pastore. Lo stesso Signore, “maestro buono” (Mt 19, 6), “sommo sacerdote” (Eb 7, 26), “buon pastore che offre la vita per le pecore” (Gv 10, 11) ha stampato il suo volto umano e divino, la sua somiglianza, la sua potestà e la sua virtù nel Vescovo (102). Egli è l’unica e permanente sorgente della spiritualità del Vescovo. Pertanto, il Vescovo, santificato nel Sacramento con il dono dello Spirito Santo, è chiamato a rispondere alla grazia ricevuta mediante l’imposizione delle mani santificandosi e uniformando la sua vita personale a Cristo nell’esercizio del ministero apostolico. La conformazione a Cristo permetterà al Vescovo di corrispondere con tutto se stesso allo Spirito Santo per armonizzare in sè gli aspetti di membro della Chiesa ed insieme di capo e pastore del popolo cristiano, di fratello e di padre, di discepolo di Cristo e di maestro della fede, di figlio della Chiesa ed, in un certo senso, di padre della medesima, essendo egli ministro della rigenerazione soprannaturale dei cristiani.

Il Vescovo avrà sempre presente che la sua santità personale non si ferma mai ad un livello solo soggettivo, ma, nella sua efficacia ridonda a beneficio di coloro che sono stati affidati alla sua cura pastorale. Il Vescovo deve essere anima contemplativa, oltre che uomo d’azione, così che il suo apostolato sia un “contemplata aliis tradere. Il Vescovo, ben convinto che a nulla serve il fare se manca l’essere con Cristo, deve essere un innamorato del Signore. Inoltre non dimenticherà che l’esercizio del ministero episcopale per essere credibile necessita di quell’autorità morale e di quell’autorevolezza che gli provengono dalla santità di vita, che sostiene l’esercizio della potestà giuridica (103).

34. Spiritualità tipicamente ecclesiale. La spiritualità del Vescovo, in forza dei sacramenti del Battesimo e della Cresima, che lo uniscono a tutti i fedeli, e della stessa consacrazione sacramentale, è tipicamente ecclesiale e si qualifica essenzialmente come una spiritualità di comunione (104) vissuta con tutti i figli di Dio nell’incorporazione a Cristo e nella sua sequela, secondo le esigenze del Vangelo. La spiritualità del Vescovo ha anche una sua specificità: infatti, in quanto pastore, servitore del Vangelo e sposo della Chiesa, egli deve rivivere, insieme al suo presbiterio, l’amore sponsale di Cristo nei riguardi della Chiesa sposa, nell’intimità della preghiera e nella donazione di sé ai fratelli e alle sorelle, affinché ami la Chiesa con cuore nuovo e mediante il suo amore la mantenga unita nella carità. Per questo, il Vescovo promuoverà instancabilmente con ogni mezzo la santità dei fedeli e si adopererà affinché il Popolo di Dio cresca nella grazia mediante la celebrazione dei sacramenti (105).

In forza della comunione con Cristo Capo, il Vescovo ha lo stretto obbligo di presentarsi come il perfezionatore dei fedeli, e cioè maestro, promotore ed esempio della perfezione cristiana per i chierici, i consacrati attraverso i consigli evangelici e i laici, ciascuno secondo la sua particolare vocazione. Questa ragione deve portarlo a unirsi a Cristo nel discernere la volontà del Padre, in modo che “il pensiero del Signore” (1 Cor 2, 16) occupi interamente il suo modo di pensare, di sentire e di comportarsi in mezzo agli uomini. La sua meta deve essere una santità sempre più grande, affinché possa dire con verità: “Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo” (1 Cor 11, 1).

35. Spiritualità mariana. Dal profilo mariano della Chiesa la spiritualità del Vescovo assume una connotazione mariana. L’icona della Chiesa nascente che vede Maria, unita agli Apostoli e ai discepoli di Gesù, nella preghiera unanime e perseverante, in attesa dello Spirito Santo, esprime il vincolo indissolubile che lega la Madonna ai Successori degli Apostoli (106). Ella in quanto madre, sia dei fedeli che dei pastori, modello e tipo della Chiesa (107) sostiene il Vescovo nel suo impegno interiore di conformazione a Cristo e nel suo servizio ecclesiale. Alla scuola di Maria il Vescovo apprende la contemplazione del volto di Cristo, trova consolazione nello svolgimento della sua missione ecclesiale e forza per annunciare il Vangelo della salvezza.

L’intercessione materna di Maria accompagna la preghiera fiduciosa del Vescovo per penetrare più profondamente nelle verità della fede e custodirla integra e pura come lo fu nel cuore della Madonna (108), per ravvivare la sua fiduciosa speranza, che già vede realizzata nella “Madre di Gesù glorificata nel corpo e nell’anima” (109) e alimentare la sua carità affinché l’amore materno di Maria animi tutta la missione apostolica del Vescovo.

In Maria, che “brilla innanzi al Popolo di Dio pellegrinante sulla terra” (110), il Vescovo contempla ciò che la Chiesa è nel suo mistero (111), vede già raggiunta la perfezione della santità alla quale egli deve tendere con tutte le sue forze e la addita come modello di intima unione con Dio ai fedeli che gli sono stati affidati.

Maria “donna Eucaristica” (112) insegna al Vescovo ad offrire quotidianamente la sua vita nella Messa. Sull’altare egli farà proprio il fiat con cui la Madonna ha offerto se stessa nel momento gioioso dell’Annunciazione ed in quello doloroso sotto la croce del suo Figlio.

Sarà proprio l’Eucaristia, “fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione” (113), alla quale sono strettamente uniti i Sacramenti (114) a far sì che la devozione mariana del Vescovo sia esemplarmente riferita alla Liturgia, dove la Vergine ha una particolare presenza nella celebrazione dei misteri della salvezza ed è per tutta la Chiesa modello esemplare dell’ascolto e della preghiera, dell’offerta e della maternità spirituale.

36. La preghiera. La fecondità spirituale del ministero del Vescovo dipende dall’intensità della sua vita di unione con il Signore. è dalla preghiera che un Vescovo deve attingere luce, forza e conforto nella sua attività pastorale. La preghiera è per un Vescovo come il bastone al quale appoggiarsi nel suo cammino di ogni giorno. Il Vescovo che prega non si scoraggia davanti alle difficoltà per quanto gravi, perché sente Dio accanto e trova rifugio, serenità e pace fra le sue braccia paterne. Aprendosi poi con fiducia a Dio, si apre con maggiore generosità al prossimo diventando capace di costruire la storia secondo il progetto divino. La consapevolezza di questo dovere comporta che il Vescovo ogni giorno celebri l’Eucaristia e preghi la Liturgia delle Ore, si dedichi all’adorazione della SS. Eucaristia davanti al Tabernacolo e alla recita del Rosario, alla frequente meditazione della Parola di Dio e alla lectio divina (115). Tali mezzi alimentano la sua fede e la vita secondo lo Spirito, necessaria per vivere pienamente la carità pastorale nella quotidianità dello svolgimento del ministero, nella comunione con Dio e nella fedeltà alla sua missione.

II. Le virtù del Vescovo

37. L’esercizio delle virtù teologali. È evidente che la santità alla quale è chiamato il Vescovo esige l’esercizio delle virtù, in primo luogo quelle teologali, perché per loro natura dirigono l’uomo direttamente a Dio. Il Vescovo, uomo di fede, speranza e carità, regoli la sua vita sui consigli evangelici e sulle beatitudini (cf. Mt 5, 1-12), cosicché anch’egli, come fu comandato agli Apostoli (cf. At 1, 8), possa essere testimone di Cristo davanti agli uomini, documento vero ed efficace, fedele e credibile della grazia divina, della carità e delle altre realtà soprannaturali.

38. La carità pastorale. La vita del Vescovo, gravata da tanti pesi ed esposta al rischio della dispersione a causa della molteplice diversità delle occupazioni, trova la sua unità interiore e la fonte delle sue energie nella carità pastorale, la quale, a buon diritto, deve chiamarsi il vincolo della perfezione episcopale ed è come il frutto della grazia e del carattere del sacramento dell’Episcopato (116). “Sant’Agostino definisce la totalità di questo ministero episcopale come amoris officium. Questo dona la certezza che mai, nella Chiesa, verrà meno la carità pastorale di Cristo” (117). La carità pastorale del Vescovo è l’anima del suo apostolato. “Si tratta non soltanto di una existentia, ma pure di una pro-existentia, di un vivere, cioè, che si ispira al modello supremo costituito da Cristo Signore, e che si spende perciò totalmente nell’adorazione del Padre e nel servizio dei fratelli” (118).

Infiammato da questa carità, il Vescovo sia portato alla pia contemplazione ed imitazione di Gesù Cristo e del suo disegno di salvezza. La carità pastorale unisce il Vescovo a Gesù Cristo, alla Chiesa, al mondo che occorre evangelizzare, e lo rende idoneo a fungere da ambasciatore per Cristo (cf. 2 Cor 5, 20) con decoro e competenza, a spendersi ogni giorno per il clero e il popolo affidatigli e ad offrirsi a guisa di vittima sacrificale a pro dei fratelli (119). Avendo accettato l’ufficio di pastore con la prospettiva non della tranquillità ma della fatica (120), il Vescovo eserciti la sua autorità nello spirito di servizio e la consideri come una vocazione a servire tutta la Chiesa con le disposizioni stesse del Signore (121).

Il Vescovo dovrà dare il massimo esempio di carità fraterna e di senso collegiale amando ed aiutando spiritualmente e materialmente il Vescovo Coadiutore, Ausiliare ed emerito, il presbiterio diocesano, i diaconi ed i fedeli, soprattutto i più poveri e bisognosi. La sua casa sarà aperta come lo sarà il suo cuore per accogliere, consigliare, esortare e consolare. La carità del Vescovo si estenderà ai Pastori delle diocesi vicine, particolarmente a quelli appartenenti alla stessa metropolia e ai Vescovi che ne abbiano necessità (122).

39. La fede e lo spirito di fede. Il Vescovo è uomo di fede, conforme a quanto la Sacra Scrittura afferma di Mosè che, nel condurre il popolo d’Egitto verso la terra promessa, “rimase saldo come se vedesse l’invisibile” (Eb 11, 27).

Il Vescovo tutto giudichi, tutto compia, tutto sopporti alla luce della fede, e interpreti i segni dei tempi (cf. Mt 16, 4) per scoprire ciò che lo Spirito Santo trasmette alle Chiese in ordine all’eterna salvezza (cf. Ap 2, 7). Ne sarà capace se nutre la sua ragione e il suo cuore “con le parole della fede e della buona dottrina” (1 Tim 4, 6), e coltiva con diligenza il suo sapere teologico e lo accresce sempre più con dottrine provate, antiche e nuove, in piena sintonia, in materia di fede e di costumi, con il Romano Pontefice e con il Magistero della Chiesa.

40. La speranza in Dio, fedele alle sue promesse. Sostenuto dalla fede in Dio, che è “fondamento delle realtà che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb 11, 1), il Vescovo aspetterà da Lui ogni bene, e riporrà nella divina Provvidenza la massima fiducia. Egli ripeterà con san Paolo: “tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4, 13), memore dei santi Apostoli e di tanti Vescovi i quali, pur sperimentando grandi difficoltà ed ostacoli di ogni genere, tuttavia predicarono il Vangelo di Dio con tutta franchezza (cf. At 4, 29-31; 19, 8; 28, 31).

La speranza, la quale “non delude” (Rm 5, 5), stimola nel Vescovo lo spirito missionario, che lo indurrà ad affrontare le imprese apostoliche con inventiva, a portarle avanti con fermezza e a realizzarle fino alla conclusione. Il Vescovo sa, infatti, di essere stato mandato da Dio, signore della storia (cf. 1 Tim 1, 17), per edificare la Chiesa nel luogo e nei “tempi e momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta” (At 1, 7). Di qui anche quel sano ottimismo che il Vescovo vivrà personalmente e, per così dire, irradierà negli altri, specialmente nei suoi collaboratori.

41. La prudenza pastorale. Nel pascere il gregge affidatogli, al Vescovo reca un grandissimo aiuto la virtù della prudenza, che è saggezza pratica e arte di buon governo, che domanda atti opportuni e idonei alla realizzazione del piano divino della salvezza e al conseguimento del bene delle anime e della Chiesa, posponendo ogni considerazione puramente umana.

È perciò necessario che il Vescovo modelli il suo modo di governare tanto sulla saggezza divina, la quale gli insegna a considerare gli aspetti eterni delle cose, come sulla prudenza evangelica, che gli fa tenere sempre presenti, con abilità di architetto (cf. 1 Cor 3, 10), le mutevoli esigenze del Corpo di Cristo.

Come pastore prudente, il Vescovo si mostri pronto ad assumere le proprie responsabilità e a favorire il dialogo con i fedeli, a far valere le proprie attribuzioni, ma anche a rispettare i diritti degli altri nella Chiesa. La prudenza gli farà conservare le legittime tradizioni della sua Chiesa particolare, ma al tempo stesso ne farà un promotore del lodevole progresso e uno zelante ricercatore di iniziative nuove, pur nella salvaguardia della necessaria unità. In tal modo, la comunità diocesana camminerà per la via di una sana continuità e di un doveroso adattamento alle nuove legittime esigenze.

La prudenza pastorale condurrà il Vescovo a tenere presente l’immagine pubblica che egli offre, quella che emerge nei mezzi di comunicazione sociale e a valutare l’opportunità della sua presenza in determinati luoghi o riunioni sociali. Consapevole del suo ruolo, tenendo presenti le attese che egli suscita e l’esempio che deve dare, il Vescovo userà con tutti cortesia, buone maniere, cordialità, affabilità e dolcezza, come segno della sua paternità e fraternità.

42. La fortezza e l’umiltà. Poiché, come scrive san Bernardo, “la prudenza è madre della fortezza (123) — Fortitudinis matrem esse prudentiam —”, anche di questa si richiede l’esercizio da parte del Vescovo. Egli infatti necessita di essere paziente nel sopportare le avversità per il Regno di Dio, nonché coraggioso e fermo nelle decisioni prese secondo la retta norma. È per la fortezza che il Vescovo non esiterà a dire con gli Apostoli “noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4, 20) e, senza alcun timore di perdere il favore degli uomini (124), non dubiterà nell’agire coraggiosamente nel Signore contro ogni forma di prevaricazione e di prepotenza.

La fortezza si deve temperare con la dolcezza, secondo il modello di chi è “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29). Nel guidare i fedeli, il Vescovo procuri di armonizzare il ministero della misericordia con l’autorità del governo, la dolcezza con la forza, il perdono con la giustizia, consapevole che “certe situazioni, infatti, non si superano con l’asprezza o la durezza, né con modi imperiosi, bensì più con l’ammaestramento che col comando, con l’ammonimento che con la minaccia” (125).

Al tempo stesso, il Vescovo deve operare con l’umiltà che nasce dalla consapevolezza della propria debolezza, la quale – come afferma San Gregorio Magno – è la prima virtù (126). Infatti egli sa di aver bisogno della compassione dei fratelli, come tutti gli altri cristiani, e come loro è obbligato a preoccuparsi della propria salvezza “con timore e tremore” (Fil 2, 12). Inoltre, la quotidiana cura pastorale, che offre al Vescovo maggiori possibilità di prendere decisioni a propria discrezione, gli presenta anche più occasioni di errore, quantunque in buona fede: ciò lo induce ad essere aperto al dialogo con gli altri e incline a chiedere e accettare i consigli altrui, sempre disposto ad imparare.

43. L’obbedienza alla volontà di Dio. Cristo, fattosi “obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 8), (Cristo) il cui cibo fu la volontà del Padre (cf. Gv 4, 34), sta continuamente innanzi agli occhi del Vescovo come il più alto esempio di quell’obbedienza che fu causa della nostra giustificazione (cf. Rm 5, 19).

Conformandosi a Cristo, il Vescovo rende uno splendido servizio all’unità e alla comunione ecclesiale e, con la sua condotta, dimostra che nella Chiesa nessuno può legittimamente comandare agli altri se prima non offre se stesso come esempio di obbedienza alla Parola di Dio e all’autorità della Chiesa (127).

44. Il celibato e la perfetta continenza. Il celibato, promesso solennemente prima di ricevere gli Ordini sacri, richiede al Vescovo di vivere la continenza “per amore del regno dei cieli” (Mt 19, 12), sulle orme di Gesù vergine, in modo da dimostrare a Dio e alla Chiesa il suo amore indiviso e la sua totale disponibilità al servizio, e offrire al mondo una fulgida testimonianza del Regno futuro (128).

Anche per questo motivo il Vescovo, confidando nell’aiuto divino, pratichi volentieri la mortificazione del cuore e del corpo, non solo come esercizio di disciplina ascetica, ma anche e più per portare in se stesso “la morte di Gesù” (2 Cor 4, 10). Infine col suo esempio e la sua parola, con la sua azione paterna e vigile il Vescovo non può ignorare o tralasciare l’impegno di offrire al mondo la verità di una Chiesa santa e casta, nei suoi ministri e nei suoi fedeli. Nei casi in cui si verifichino situazioni di scandalo, specie da parte dei ministri della Chiesa, il Vescovo deve essere forte e deciso, giusto e sereno nei suoi interventi. In tali deplorevoli casi, il Vescovo è tenuto ad intervenire prontamente, secondo le norme canoniche stabilite, sia per il bene spirituale delle persone coinvolte, sia per la riparazione dello scandalo, sia per la protezione e l’aiuto alle vittime. Operando in questo modo e vivendo in perfetta castità, il pastore precede il suo gregge come Cristo, lo Sposo che ha donato la sua vita per noi e che ha lasciato a tutti l’esempio di un amore limpido e verginale e, perciò, anche fecondo e universale.

45. La povertà affettiva ed effettiva. Per rendere testimonianza al Vangelo di fronte al mondo e di fronte alla comunità cristiana, il Vescovo con i fatti e con le parole deve seguire l’eterno Pastore, il quale “da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8, 9) (129). Pertanto egli dovrà essere ed apparire povero, sarà instancabilmente generoso nell’elemosina e condurrà una vita modesta che, senza togliere dignità al suo ufficio, tenga però conto delle condizioni socio-economiche dei suoi figli. Come esorta il Concilio, cerchi di evitare tutto ciò che possa in qualsiasi modo indurre i poveri ad allontanarsi, e più ancora degli altri discepoli del Signore veda di eliminare nelle proprie cose ogni ombra di vanità. Sistemi la propria abitazione in modo tale che nessuno possa ritenerla inaccessibile, né debba, anche se di condizione molto umile, trovarsi a disagio in essa (130). Semplice nel contegno, cerchi di essere affabile con tutti e non indulga mai a favoritismi col pretesto del censo o della condizione sociale.

Si comporti da padre con tutti, ma in speciale modo con le persone di umile condizione: egli sa di essere stato, come Gesù (cf. Lc 4, 18), unto di Spirito Santo e inviato principalmente per annunciare il Vangelo ai poveri. “In questa prospettiva di condivisione e di semplicità, il Vescovo amministra i beni della Chiesa come il buon padre di famiglia e vigila affinché essi siano impiegati secondo i fini propri della Chiesa: il culto di Dio, il sostentamento dei ministri, le opere di apostolato, le iniziative di carità verso i poveri” (131).

In tempo opportuno egli farà il suo testamento disponendo che, se gli rimarrà qualcosa come proveniente dall’altare, torni interamente all’altare.

46. Esempio di santità. La tensione verso la santità richiede al Vescovo di coltivare seriamente la vita interiore, con i mezzi di santificazione che sono utili e necessari a ogni cristiano e specialmente ad un uomo consacrato dallo Spirito Santo per reggere la Chiesa e per diffondere il Regno di Dio. Anzitutto cercherà di adempiere fedelmente e indefessamente i doveri del suo ministero episcopale (132), quale via della sua propria vocazione alla santità. Il Vescovo, come capo e modello dei presbiteri e dei fedeli, riceva esemplarmente i sacramenti, che gli sono necessari per alimentare la sua vita spirituale come a ogni membro della Chiesa. In particolare, il Vescovo farà del Sacramento dell’Eucaristia, che celebrerà quotidianamente preferendo la forma comunitaria, il centro e la fonte del suo ministero e della sua santificazione. Si accosterà frequentemente al Sacramento della Penitenza per riconciliarsi con Dio ed essere ministro di riconciliazione nel Popolo di Dio (133). Se si ammala ed è in pericolo di vita, sia sollecito nel ricevere l’Unzione degli infermi e il santo Viatico, con solennità e partecipazione di clero e popolo, per comune edificazione.

Mensilmente cercherà di riservare un congruo tempo per il ritiro spirituale ed annualmente per gli esercizi spirituali.

Così la sua vita, malgrado molteplici impegni e attività, sarà saldamente basata sul Signore e troverà nell’esercizio stesso del ministero episcopale la via della santificazione.

47. Le doti umane. Nell’esercizio della sua sacra potestà, il Vescovo deve mostrarsi ricco di umanità, come Gesù, il quale è perfetto uomo. Per questo, nel suo comportamento debbono rifulgere quelle virtù e doti umane che scaturiscono dalla carità e che sono giustamente apprezzate nella società. Tali doti e virtù umane sono di aiuto alla prudenza pastorale e le consentono di tradursi continuamente in atti di saggia cura d’anime e di buon governo (134).

Tra queste doti vanno ricordate: una ricca umanità, un animo buono e leale, un carattere costante e sincero, una mente aperta e lungimirante, sensibile alle gioie e alle sofferenze altrui, una larga capacità di autocontrollo, gentilezza, sopportazione e riserbo, una sana propensione al dialogo e all’ascolto, un’abituale disposizione al servizio (135). Queste qualità devono essere sempre coltivate dal Vescovo e fatte progredire costantemente.

48. L’esempio dei santi Vescovi. Durante il suo ministero, il Vescovo guarderà all’esempio dei santi Vescovi la cui vita, dottrina e santità sono in grado d’illuminare ed orientare il suo cammino spirituale. Tra i numerosi santi pastori, egli avrà come guida, a partire dagli Apostoli, i grandi Vescovi dei primi secoli della Chiesa, i fondatori delle Chiese particolari, i testimoni della fede in tempi di persecuzione, i grandi ricostruttori delle diocesi dopo le persecuzioni e le calamità, coloro che si sono prodigati per i poveri e i sofferenti costruendo ospizi ed ospedali, i fondatori di Ordini di Congregazioni religiose, senza dimenticare i suoi predecessori nella sede che hanno brillato per santità di vita. Affinché sia conservata sempre viva la memoria dei Vescovi eminenti nell’esercizio del loro ministero, il Vescovo con il presbiterio o la Conferenza Episcopale si adopererà di farne conoscere ai fedeli la figura attraverso biografie aggiornate e, se è il caso, di introdurre le loro cause di canonizzazione (136).

III. La Formazione permanente del Vescovo

49. Il dovere della formazione permanente. Il Vescovo sentirà come proprio impegno il dovere della formazione permanente che accompagna tutti i fedeli, in ogni periodo e condizione della loro vita come ad ogni livello di responsabilità ecclesiale (137). Il dinamismo del sacramento dell’Ordine, la stessa vocazione e missione episcopale nonché il dovere di seguire attentamente i problemi e le questioni concrete della società da evangelizzare, chiedono al Vescovo di crescere quotidianamente verso la pienezza della maturità di Cristo (cf. Ef 4, 13), affinché anche attraverso la testimonianza della propria maturità umana, spirituale ed intellettuale nella carità pastorale, attorno alla quale deve incentrarsi l’itinerario formativo del Vescovo, risplenda sempre più chiaramente la carità di Cristo e la stessa sollecitudine della Chiesa verso tutti gli uomini.

50. Formazione umana. In quanto pastore del Popolo di Dio, il Vescovo alimenterà continuamente la sua formazione umana, strutturando la sua personalità episcopale con il dono della grazia, secondo le virtù umane già ricordate. La maturazione di tali virtù è necessaria affinché il Vescovo approfondisca la propria sensibilità umana, le sue capacità di accoglienza e di ascolto, di dialogo e di incontro, di conoscenza e di condivisione, in modo che renda la sua umanità più ricca, più autentica, semplice e trasparente della stessa sensibilità del Buon Pastore. Come Cristo, il Vescovo deve saper offrire la più genuina e perfetta umanità per condividere la vita quotidiana dei suoi fedeli ed essere partecipe ai loro momenti di gioia e di sofferenza.

La stessa maturità di cuore e di umanità è richiesta al Vescovo per esercitare la sua autorità episcopale che, come quella del buon padre, è un autentico servizio all’unità e al retto ordine della famiglia dei figli di Dio.

L’esercizio dell’autorità pastorale richiede al Vescovo la costante ricerca di un sano equilibrio di tutte le componenti della sua personalità e del senso del realismo per saper discernere e decidere serenamente e liberamente, avendo di mira soltanto il bene comune e quello delle persone.

51. Formazione spirituale. Il cammino della formazione umana del Vescovo è intrinsecamente unito alla sua maturazione spirituale personale. La missione santificatrice del Vescovo gli richiede di assimilare e vivere la vita nuova della grazia battesimale e quella del ministero pastorale a cui è stato chiamato dallo Spirito Santo, nella continua conversione e nella condivisione sempre più profonda dei sentimenti e degli atteggiamenti di Gesù Cristo.

La continua formazione spirituale permetterà al Vescovo di animare la pastorale dell’autentico spirito di santità, promuovendo l’universale chiamata alla santità, di cui egli deve essere l’instancabile sostenitore.

52. Formazione intellettuale e dottrinale. Il Vescovo, consapevole di essere nella Chiesa particolare il moderatore di tutto il ministero della Parola (138) e di aver ricevuto il ministero di araldo della fede, di dottore autentico e di testimone della divina e cattolica verità, dovrà approfondire la sua preparazione intellettuale, attraverso lo studio personale e l’aggiornamento culturale serio e impegnato. Il Vescovo, infatti deve saper cogliere e valutare le correnti di pensiero, gli orientamenti antropologici e scientifici del nostro tempo per discernerli e rispondere, alla luce della Parola di Dio e nella fedeltà alla dottrina e disciplina della Chiesa, alle nuove domande che sorgono dalla società.

L’aggiornamento teologico sarà necessario al Vescovo per approfondire l’insondabile ricchezza del mistero rivelato, custodire ed esporre fedelmente il deposito della fede, condurre un rapporto di collaborazione rispettoso e fecondo con i teologi. Tale dialogo permetterà nuovi approfondimenti del mistero cristiano nella sua verità più profonda, una intelligenza sempre più viva della Parola di Dio, l’acquisizione di metodi e i linguaggi appropriati per presentarlo al mondo contemporaneo. Attraverso l’aggiornamento teologico, il Vescovo potrà fondare sempre più adeguatamente la sua funzione magisteriale per illuminare il Popolo di Dio. L’aggiornata conoscenza teologica permetterà al Vescovo anche di vigilare affinché le varie proposte teologiche che vengono avanzate siano conformi ai contenuti della Tradizione, respingendo le obiezioni alla sana dottrina e le sue deformazioni.

53. Formazione pastorale. La formazione permanente del Vescovo riguarda anche la dimensione pastorale che finalizza e conferisce determinati contenuti e precise caratteristiche agli altri aspetti della formazione del Vescovo. Il cammino della Chiesa che vive nel mondo richiede al Vescovo di essere attento ai segni dei tempi e di aggiornare gli stili ed i comportamenti, in modo che la sua azione pastorale sia più efficace e risponda alle esigenze della società.

La formazione pastorale richiede nel Vescovo il discernimento evangelico della situazione socio-culturale, momenti di ascolto, di comunione e di dialogo con il proprio presbiterio, soprattutto con i parroci che, per la loro missione, possono avvertire con maggiore sensibilità i cambiamenti e le esigenze dell’evangelizzazione. Sarà prezioso per il Vescovo scambiare con loro esperienze, verificare metodi e valutare nuove risorse pastorali. L’apporto ed il dialogo con pastoralisti e con esperti nelle scienze socio-pedagogiche aiuterà il Vescovo nella sua formazione pastorale, come lo aiuteranno la conoscenza e l’approfondimento della legge, dei testi e dello spirito della liturgia.

I quattro aspetti della formazione permanente, umana, spirituale, intellettuale-dottrinale e pastorale pur nella loro complementarietà, devono essere perseguiti unitariamente dal Vescovo. Tutta la sua formazione è finalizzata ad una più profonda conoscenza del volto di Cristo e ad una comunione di vita con il Buon Pastore. Nel volto del Vescovo i fedeli contemplino le qualità che sono dono della grazia e che nella proclamazione delle Beatitudini corrispondono all’autoritratto di Cristo: il volto della povertà, della mitezza e della passione per la giustizia; il volto misericordioso del Padre e dell’uomo pacifico e pacificatore, costruttore della pace; il volto della purezza di chi guarda costantemente ed unicamente a Dio e che rivive la compassione di Gesù con gli afflitti; il volto della fortezza e della gioia interiore di chi è perseguitato a causa della verità del Vangelo.

54. I mezzi della formazione permanente. Come gli altri membri del Popolo di Dio sono i primi responsabili della propria formazione, così il Vescovo dovrà sentire come proprio dovere quello di attivarsi personalmente per la sua costante formazione integrale. In forza della sua missione nella Chiesa, egli dovrà dare soprattutto in questo campo l’esempio ai fedeli che guardano a lui come modello del discepolo che si pone alla scuola di Cristo per seguirlo con quotidiana fedeltà nella via della verità e dell’amore, plasmando la propria umanità con la grazia della comunione divina. Per la sua formazione permanente, il Vescovo attuerà quei mezzi che la Chiesa ha sempre suggerito e che sono indispensabili per caratterizzare la spiritualità del Vescovo e, più in generale, per confidare nella grazia. La comunione con Dio nella preghiera quotidiana darà quella serenità di spirito e quella prudente intelligenza che permetteranno al Vescovo di accogliere le persone con paterna disponibilità e valutare con la necessaria ponderatezza le varie questioni del governo pastorale.

L’esercizio di una ricca umanità, sapiente, equilibrata, gioiosa, paziente sarà facilitato dal necessario riposo. Sull’esempio stesso di Gesù, che invitava gli Apostoli a riposarsi dopo le fatiche del ministero (cf. Mc 6, 31), non dovranno mancare nella giornata del Vescovo sufficienti ore di riposo, periodicamente un giorno libero, un tempo di vacanza all’anno, secondo le norme stabilite dalla disciplina della Chiesa (139). Il Vescovo dovrà tener presente che la Sacra Scrittura per indicare la necessità del riposo si esprime dicendo che Dio stesso, al termine dell’opera della creazione, si riposò il settimo giorno (cf. Gen 2, 2).

Tra i mezzi per la propria formazione permanente, il Vescovo dovrà privilegiare l’approfondimento dei documenti dottrinali e pastorali del Romano Pontefice, della Curia Romana, della Conferenza Episcopale e dei confratelli Vescovi, non solo per essere in comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale, ma anche per trarne orientamento per la sua opera pastorale e per saper illuminare i fedeli davanti alle grandi questioni che la società contemporanea continuamente pone ai cristiani. Il Vescovo dovrà seguire, attraverso lo studio, il cammino della teologia, per approfondire la conoscenza del mistero cristiano, per valutare, discernere e vigilare sulla purezza e l’integrità della fede. Con lo stesso impegno, il Vescovo seguirà le correnti culturali e sociali di pensiero per comprendere “i segni dei tempi” e valutarli alla luce della fede, del patrimonio del pensiero cristiano e della filosofia perennemente valida.

Con particolare sollecitudine il Vescovo parteciperà, per quanto possibile, agli incontri di formazione organizzati dalle varie istanze ecclesiali: da quello che la Congregazione per i Vescovi organizza annualmente per i Presuli ordinati nell’anno, a quelli organizzati dalle Conferenze Episcopali Nazionali o Regionali o dai Consigli internazionali di esse.

Occasioni per la formazione permanente del Vescovo sono anche gli incontri del presbiterio diocesano che egli stesso organizza insieme ai suoi collaboratori nella Chiesa particolare o le altre iniziative culturali attraverso le quali viene gettato il seme della verità nel campo del mondo. Su alcuni temi di grande importanza, il Vescovo non mancherà di prevedere momenti prolungati di ascolto, di dialogo con persone esperte, in una comunione di esperienze, di metodi, di nuove risorse di pastorale e di vita spirituale.

Il Vescovo non dovrà mai dimenticare che la vita di comunione con gli altri membri del Popolo di Dio, la vita quotidiana della Chiesa ed il contatto con i presbiteri ed i fedeli rappresentano sempre momenti in cui lo Spirito parla al Vescovo, richiamandogli la sua vocazione e missione e formando il suo cuore attraverso la vita viva della Chiesa. è per questo che il Vescovo dovrà porsi in atteggiamento di ascolto di quanto lo Spirito dice alla Chiesa e nella Chiesa.

 

Capitolo IV

IL MINISTERO DEL VESCOVO
NELLA CHIESA PARTICOLARE

“Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo
non per forza ma volentieri, secondo Dio; non per vile interesse,
ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi
affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà
il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che
non appassisce”
(1 Pt 5, 2-4).

I. Principi Generali sul Governo Pastorale del Vescovo

55. Alcuni principi fondamentali. Nello svolgimento del ministero episcopale, il Vescovo diocesano si lascerà guidare da alcuni principi fondamentali che caratterizzano il suo modo di agire ed informano la sua stessa vita. Tali principi restano validi al di là delle circostanze di luogo e di tempo e sono il segno della sollecitudine pastorale del Vescovo verso la Chiesa particolare che gli è stata affidata e verso la Chiesa universale di cui è corresponsabile, in quanto membro del Collegio dei Vescovi con a capo il Romano Pontefice.

56. Il principio Trinitario. Il Vescovo non dimentica che è stato posto a reggere la Chiesa di Dio nel nome del Padre, del quale rende presente l’immagine; nel nome di Gesù Cristo suo Figlio, dal quale è stato costituito maestro, sacerdote e pastore; nel nome dello Spirito Santo che dà vita alla Chiesa (140). Lo Spirito Santo sostiene costantemente la sua missione pastorale (141) e salvaguarda l’unica sovranità di Cristo. Rendendo presente il Signore, attuando la sua parola, la sua grazia, la sua legge, il ministero del Vescovo è un servizio agli uomini che aiuta a conoscere e a seguire la volontà dell’unico Signore di tutti.

57. Il principio della verità. In quanto maestro e dottore autentico della fede, il Vescovo fa della verità rivelata il centro della sua azione pastorale ed il primo criterio con il quale valuta opinioni e proposte che emergono sia nella comunità cristiana che nella società civile e, nello stesso tempo, con la luce della verità illumina il cammino della comunità umana, donando speranza e certezze. La Parola di Dio ed il Magistero della tradizione viva della Chiesa sono punti irrinunciabili di riferimento non solo per l’insegnamento del Vescovo, ma anche per il suo governo pastorale. Il buon governo chiede al Vescovo di ricercare personalmente con tutte le sue forze la verità e di impegnarsi a perfezionare il suo insegnamento e a curare, più che la quantità, la qualità dei suoi pronunciamenti. In tal modo eviterà il rischio di adottare soluzioni pastorali che sono solamente formali ma non rispondenti all’essenza e alla realtà dei problemi. La pastorale è autentica quando è ancorata alla verità.

58. Il principio della comunione. Nell’esercitare il ministero pastorale, il Vescovo si sente e si comporta come “visibile principio e fondamento”(142) dell’unità della sua diocesi, ma sempre con l’animo e con l’azione rivolti all’unità dell’intera Chiesa cattolica. Egli promuoverà l’unità di fede, di amore e di disciplina, in modo che la diocesi si senta parte viva dell’intero Popolo di Dio. La promozione e la ricerca dell’unità, sarà proposta non come sterile uniformità, ma insieme alla legittima varietà, che il Vescovo è pure chiamato a tutelare e a promuovere. La comunione ecclesiale condurrà il Vescovo a ricercare sempre il bene comune della diocesi, ricordando che questo è subordinato a quello della Chiesa universale e che, a sua volta, il bene della diocesi prevale su quello delle comunità particolari. Per non ostacolare il legittimo bene particolare, il Vescovo si preoccupi di avere un’esatta conoscenza del bene comune della Chiesa particolare: conoscenza continuamente da aggiornare e verificare attraverso la frequentazione del Popolo di Dio affidatogli, la conoscenza delle persone, lo studio, le indagini socio‑religiose, i consigli di persone prudenti, il dialogo costante con i fedeli, giacché le situazioni oggi sono soggette a rapidi mutamenti.

59. Il principio della collaborazione. L’ecclesiologia di comunione impegna il Vescovo a promuovere la partecipazione di tutti i membri del popolo cristiano all’unica missione della Chiesa; infatti tutti i cristiani, sia singolarmente sia associati tra loro, hanno il diritto e il dovere di collaborare, ciascuno secondo la propria vocazione particolare e secondo i doni ricevuti dallo Spirito Santo, alla missione che Cristo ha affidato alla Chiesa (143). I battezzati godono di una giusta libertà di opinione e di azione nelle cose non necessarie al bene comune. Nel governare la diocesi il Vescovo volentieri riconosca e rispetti questo sano pluralismo di responsabilità e questa giusta libertà sia delle persone sia delle associazioni pa