
Un appello per le popolazioni colpite dall'eccezionale ondata di freddo che ha investito in questi giorni alcune regioni d'Europa è stato lanciato dal Papa durante l'udienza generale di mercoledì 8 febbraio. Esprimendo la sua preoccupazione per i "forti disagi" e gli "ingenti danni" provocati dal maltempo, Benedetto XVI ha invitato a pregare per le vittime e per i loro familiari. Al tempo stesso, ha manifestato la sua vicinanza a tutte le "persone colpite da tali tragici avvenimenti" e ha incoraggiato "alla solidarietà affinché siano soccorse con generosità".
L'invito del Pontefice è giunto a conclusione dell'incontro settimanale con i fedeli nell'Aula Paolo VI. Un incontro che il Papa, proseguendo nelle catechesi sulla preghiera, ha dedicato al grido di Gesù sulla croce "nel momento in cui è di fronte alla morte" e sembra sperimentare l'"abbandono, l'assenza di Dio". In realtà - ha spiegato - egli ha "piena certezza della vicinanza del Padre, che approva questo atto supremo di amore, di dono totale di sé, nonostante non si oda, come in altri momenti, la voce dall'alto".
Anche l'uomo, nelle difficoltà e nelle sofferenze, sperimenta a volte l'apparente "assenza di Dio". Ma "quando sembra che Dio non senta - ha esortato il Pontefice - non dobbiamo temere di affidare a Lui tutto il peso che portiamo nel nostro cuore, non dobbiamo avere paura di gridare a Lui la nostra sofferenza". Anche nell'ora in cui vive il dramma umano della morte, infatti, Gesù non si abbandona alla disperazione, ma "prende su di sé la pena del suo popolo" e "quella di tutti gli uomini che soffrono per l'oppressione del male", portando "tutto questo al cuore di Dio stesso nella certezza che il suo grido sarà esaudito nella Risurrezione".
Nella preghiera di Gesù sulla croce, dunque, "sono racchiusi l'estrema fiducia e l'abbandono nelle mani di Dio, anche quando sembra assente, anche quando sembra rimanere in silenzio, seguendo un disegno a noi incomprensibile". Da qui l'invito del Papa ad affidare "a Dio le nostre croci quotidiane, nella certezza che Lui è presente e ci ascolta". Proprio nella preghiera, infatti, dobbiamo imparare a "superare le barriere del nostro "io" e dei nostri problemi e aprirci alle necessità e alle sofferenze degli altri". L'esperienza di Gesù ci insegna a "pregare con amore per tanti fratelli e sorelle che sentono il peso della vita quotidiana, che vivono momenti difficili, che sono nel dolore, che non hanno una parola di conforto, perché anch'essi possano sentire l'amore di Dio che non ci abbandona mai".
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ATENE, 8. Ore decisive per il futuro della Grecia: i rappresentanti delle principali forze politiche che sostengono il Governo dovrebbero concludere oggi l'intesa con la troika (Ue, Bce, Fmi) per lo sblocco dei nuovi aiuti. Il tempo stringe: la troika chiede nuove misure di austerità. La protesta popolare aumenta. Da Bruxelles il presidente della Commissione Ue, José Manuel Durão Barroso, ha dichiarato: "Noi vogliamo che la Grecia resti nell'euro, i costi di una sua uscita sarebbero più alti dei costi che sopportiamo per sostenerla".
Intorno a mezzogiorno, secondo fonti governative, il premier Lucas Papademos incontrerà i leader dei tre partiti - George Papandreou del Pasok (socialista), Antonis Samaras di Nea Democratia (centro destra) e Giorgos Karatzaferis di Laos (estrema destra) - per approvare o meno l'accordo raggiunto con i rappresentanti della troika che riguarda il nuovo pacchetto di aiuto alla Grecia dal quale dipende anche l'inizio dell'operazione per lo scambio dei titoli di Stato in mano ai privati. I leader dei tre partiti riceveranno oggi - sempre stando a fonti di stampa - il testo definitivo del nuovo piano di aiuti alla Grecia che è stato definito nei minimi particolari durante l'incontro notturno fra il premier greco e i rappresentanti della troika. Se, come tutto lascia prevedere, i tre leader approveranno le misure chieste dalla troika, il testo del piano sarà presentato entro venerdì in Parlamento per essere approvato entro la domenica.
Intanto, il premier Lucas Papademos ha avuto ieri un nuovo lungo incontro con il capo negoziatore dei creditori privati dell'Iif (Institute of International Financing), Charles Dallara, che potrebbe aver messo l'ultima parola sull'accordo che definisce le perdite che le banche subiranno dopo lo "swap" o "sostituzione" dei titoli che sarà fatto a marzo. La trattativa con i privati è diventato il fronte più semplice negli ultimi giorni.
Secondo il "Wall Street Journal", la Banca centrale europea sarebbe pronta a fare alcune concessioni sui titoli di Stato greci in suo possesso, alleggerendo la posizione di Atene e favorendo il raggiungimento di un accordo per sbloccare 130 miliardi di prestito. Il quotidiano economico-finanziario cita fonti vicine alle trattative per ristrutturare il debito in base alle quali l'istituto di Francoforte sarebbe pronto a scambiare i bond ellenici, comprati a sconto lo scorso anno, al di sotto del valore nominale, consentendo ad Atene di risparmiare circa undici miliardi di euro.
E mentre l'eurozona si tiene pronta a riunirsi per archiviare definitivamente il rischio default (data limita per tutte le intese è il 15 febbraio, quando deve partire lo swap dei bond, altrimenti il fallimento sarà a marzo, quando vanno in scadenza 14,5 miliardi di titoli), già si apre il dibattito su come mettere al riparo gli investimenti: il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, sembra appoggiare la proposta franco-tedesca di creare un fondo bloccato per gli interessi dei bond greci, in modo da assicurare che il Governo greco sia sempre solvente. L'Esecutivo guidato dal cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha escluso un possibile aumento degli aiuti oltre i 130 miliardi.
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DAMASCO, 8. "Un incontro molto utile". Così il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, ha definito l'incontro avuto con il presidente siriano, Bashir Al Assad, a Damasco. A pochi giorni dal veto russo-cinese sulla risoluzione al Consiglio di sicurezza Onu, Mosca cerca di aprire spiragli in vista di una soluzione pacifica della crisi. Assad ha promesso collaborazione per promuovere la stabilità del Paese, impegnandosi ad aprire un dialogo con tutte le forze politiche, ad approvare in tempi più brevi possibili una nuova costituzione che sia sottoposta a referendum popolare. Gli Stati Uniti, tuttavia, si sono detti scettici sulla reale consistenza di tali promesse.
Dure critiche da parte della Turchia. Il presidente siriano - ha detto il premier turco, Recep Tayyip Erdogan - si è infilato "in un vicolo cieco" e presto o tardi gli verrà "presentato il conto" per la repressione, in particolare a Homs. Ankara, ha aggiunto Erdogan, è impegnata in "sforzi per facilitare la pace e la stabilità in Siria".
Il presidente Assad "deve farsi da parte, non può uccidere la propria gente e restare" ha detto l'Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, in una dichiarazione rilasciata dopo il suo incontro con il ministro degli Esteri brasiliano, Antonio Patriota. A Damasco, ha detto Ashton, "abbiamo bisogno di vedere un processo di transizione che sia inclusivo di tutto il popolo, delle minoranze all'interno della Siria, come della maggioranza, per trovare una via verso una soluzione pacifica della crisi". L'Ue - ha assicurato Ashton - in occasione della prossima riunione dei ministri degli Esteri a fine mese, continuerà a valutare "cosa può essere ancora fatto per mettere una forte pressione politica sul regime".
Intanto, il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant'Agata, ha convocato a Roma "per consultazioni" l'ambasciatore, Achille Amerio, dopo aver convocato alla Farnesina il rappresentante diplomatico siriano a Roma, Khaddour Hasan. Anche Belgio, Tunisia, Spagna e Olanda hanno richiamato i rispettivi ambasciatori a Damasco per consultazioni. I Paesi aderenti al Consiglio di cooperazione del Golfo Persico (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Bahrein) hanno deciso di ritirare i propri rappresentanti diplomatici e di espellere gli ambasciatori siriani.
Sul terreno, le violenze proseguono. Ieri, stando a fonti degli attivisti, sono state uccise 25 persone a Homs, Idlib, Daraa e nei sobborghi di Damasco. L'Unicef (il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia) ha riferito che almeno quattrocento bambini sono stati uccisi nelle violenze di questi dieci mesi. Altri venti bambini - dicono gli attivisti - sono stati uccisi nella notte a Homs. Il Governo di Damasco attribuisce la responsabilità dei disordini a gruppi armati di terroristi.
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di GABRILE NICOLÒ Il processo di riconciliazione afghano vede ora il Pakistan quale mediatore. Una sorpresa, per certi versi, considerando i non sempre facili rapporti fra Kabul e Islamabad. Proprio recentemente un rapporto della Nato denunciava intese sospette fra i servizi segreti pakistani e i talebani, in funzione di una destabilizzazione del territorio afghano. Immediata la smentita delle autorità di Islamabad. Ma l'atmosfera nell'Afpak, come di consueto, non è idilliaca. Nello stesso tempo, tuttavia, il primo ministro pakistano, Yousuf Raza Gilani, si è recato in questi giorni in Qatar con il proposito di mediare nella crisi afghana, sottolineando che la stabilità di Kabul è nell'interesse di Islamabad.
Non è certo casuale la destinazione del Qatar. Infatti nella capitale Doha potrebbe aprire presto un ufficio di rappresentanza talebana: e ciò come una sorta di coronamento dei contatti, più o meno segreti, fra gli Stati Uniti e gli stessi talebani. Da tempo si parla di tali contatti, fra conferme e smentite. Ciò che è sicuro, come rilevano gli analisti, è che sia l'Afghanistan sia il Pakistan non gradiscono questo scenario, temendo di rimanere isolati nelle complesse dinamiche diplomatiche. Il presidente afghano, Hamid Karzai, non ne ha fatto mistero, e si è detto disposto a incontrare egli stesso (si pensa in Arabia Saudita)
rappresentanti dei talebani per avviare un dialogo credibile e solido. Lo stesso vale per il Pakistan, sempre alle prese con il sospetto, rilanciato a ritmi regolari dalla comunità internazionale, di non fare abbastanza nella lotta al terrorismo, a detrimento quindi della stabilità dell'intera area. Di conseguenza la missione di Gilani in Qatar acquista un particolare significato proprio alla luce di questo scenario dalle varie sfaccettature. Più analisti, nei diversi commenti apparsi in questi giorni sulla stampa internazionale, hanno rilevato che il sempre cangiante panorama geopolitico dell'Afpak sarebbe caratterizzato ora da una sorta di contrapposizione fino a qualche tempo fa assai improbabile: da una parte Stati Uniti e talebani (ovviamente con tutti i distinguo e le riserve del caso), dall'altra Pakistan e Afghanistan, stretti in un'alleanza per scongiurare l'isolamento. Si tratta di un quadro instabile, in cui i diversi elementi giocano un ruolo non perfettamente definito.
Nel frattempo, sia in Pakistan che in Afghanistan le violenze continuano: e sono compiute dagli stessi talebani che si vorrebbe far sedere al tavolo delle trattative. Gli Stati Uniti, ricordano gli osservatori, sono consapevoli che senza il coinvolgimento dei miliziani, il processo di ricostruzione afghano avrebbe fiato corto. Per questa ragione sembrano impegnati a favorire la creazione di una loro rappresentanza formale in Qatar, che costituirebbe un riferimento "istituzionalizzato" con il quale tentare di dialogare. Nello stesso tempo Washington sa bene che la prudenza, in tal caso, è d'obbligo: a ricordarlo è appunto la violenza scatenata dai miliziani stessi. Vi è poi da considerare la strategia militare statunitense in Afghanistan. Il ritiro del contingente è stato anticipato alla fine del 2013, ma poi si apprende che il Pentagono starebbe pensando al modo di valorizzare il ruolo delle forze speciali nel territorio. La Nato, dal canto suo, assicura che anche dopo il 2014 l'Afghanistan potrà contare sul suo sostegno. Un fluido scenario, insomma, in cui i diversi attori cercano di porsi come riferimento a beneficio di una stabilità di vasto respiro. Come hanno sottolineato in questi giorni diversi analisti, il Pakistan ha in questo momento l'occasione propizia di rilanciare il proprio ruolo nello scenario internazionale.
Sgravarsi del peso del sospetto in merito al controverso rapporto con i terroristi e acquistare credibilità come interlocutore nell'ambito di un credibile processo di pace: è questo, in sostanza, l'obiettivo perseguito da Islamabad. La missione di Gilani in Qatar può essere interpretata come una prima, importante tappa di un significativo cammino diplomatico.
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Anticipiamo un breve stralcio dell'intervento che il cardinale arcivescovo di Milano terrà giovedì 9 febbraio a Roma, all'Auditorium Conciliazione, nella giornata di apertura dell'incontro "Gesù nostro contemporaneo" organizzato (fino all'11 febbraio) dal Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana.
di ANGELO SCOLA "Il racconto circa i discepoli di Emmaus (cfr. Luca, 24, 13-35) descrive il cammino fatto insieme, la conversazione nella comune ricerca, come un processo in cui il buio delle anime pian piano si rischiara grazie all'accompagnamento di Gesù (cfr. v. 15). Si rende evidente che Mosè e i Profeti, che "tutte le Scritture" avevano parlato degli eventi di questa passione (cfr. v. 26s): l'"assurdità" si rivela ora nel suo profondo significato. Nell'avvenimento apparentemente privo di senso si è in realtà schiuso il vero senso del cammino umano; il senso ha riportato la vittoria sulla potenza della distruzione e del male" (Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret II, pp. 227-228).
Un avvenimento che non si poteva prevedere illumina tutte le Scritture. I due discepoli lo riconoscono. Sperimentano una sorprendente corrispondenza tra il rimprovero di Gesù e la loro ragione (per l'antropologia ebraica il "cuore"): "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?" (Luca, 24, 32).
L'episodio di Emmaus previene il rischio, sempre incombente, di una riduzione intellettualistica dell'interpretazione. È il gesto "sacramentale" di Gesù, lo spezzare il pane, quello che apre gli occhi ai discepoli che possono così riconoscerlo (cfr. Luca, 24, 31). Oggi, come allora, la testimonianza della risurrezione di Gesù ci raggiunge in "gesti e parole intrinsecamente unite". Per la potenza dello Spirito, a noi oggi accade di fare la stessa esperienza dei due di Emmaus, attraverso parole vere e gesti sacramentali che in modo efficace realizzano quello che significano.
La contemporaneità eucaristica del Risorto all'umana libertà, assicurata sacramentalmente nell'Eucaristia per l'opera dello Spirito, è espressione della novità della risurrezione, da non confondere mai con la mera sopravvivenza. Infatti, come afferma Ratzinger - Benedetto XVI, "potremmo considerare la risurrezione quasi come una specie di radicale salto di qualità in cui si dischiude una nuova dimensione della vita, dell'essere uomini" (Gesù di Nazaret II, 303). Si comprende, allora, perché la Chiesa, fin dall'inizio, parli dell'Eucaristia come pignus futurae gloriae e perché l'abbia sempre considerata come la "testimonianza" per eccellenza della presenza di Cristo in mezzo a noi.
Il cuore di ogni uomo di ogni tempo e luogo, per quanto confuso possa essere il suo incedere lungo la strada della vita, grida il bisogno di salvezza. Che enigma mai sono io che ora sono, ieri non ero e domani non sarò? Ogni uomo, magari nelle più profonde e poco sondabili fibre del suo essere, invoca un Salvatore. Ma la questione delle questioni è che può salvare solo uno che sia vittorioso per sempre sulla morte e che nel presente si relazioni gratuitamente con me.
L'ha intuito Kafka in una celebre lettera a Milena: "Lei continuamente impara a proprie spese che si può salvare un altro soltanto mediante la propria esistenza" (Lettera a Milena, 31 luglio 1920).
Gesù il crocifisso risorto, colui che ha affermato "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Giovanni, 10,30), ha il potere di salvarmi, di liberarmi dal peccato e dalla morte perché continua ad offrirsi tangibilmente alla libertà di ogni uomo attraverso la sua Chiesa con la consolante promessa: "dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro" (Matteo, 18, 20).
Egli è il contemporaneo Salvatore che ci raggiunge qui e ora, e nel presente ci fa pregustare l'eterno.
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di GAETANO VALLINI Quanti romanzi e racconti sono stati ambientati a New York? Quanti film hanno avuto come scenografia la Grande Mela? Quanti supereroi dei fumetti Marvel o anonimi personaggi, come quelli inarrivabili usciti dalla matita di Will Eisner, si sono aggirati per le strade di questa città? E ancora, quanti pittori e fotografi hanno immortalato l'Empire State Building, Times Square, Central Park, il ponte di Brooklyn, la statua della libertà, il frenetico viavai sulla 5th Avenue? È indubbio che il fascino e l'attrazione da sempre esercitati dalla metropoli per eccellenza non hanno pari. Cosicché persino vecchie foto, neppure particolarmente attraenti, suscitano comunque emozioni, restituendoci le nostalgiche atmosfere apprezzate in tanti film in bianco e nero.
Ed è ciò che accade anche sfogliando l'album di un anonimo fotografo, acquistato due anni fa da Stefano Lucchini a un'asta, che - con stile accademico, quasi freddamente documentaristico, ma non privo di una certa originalità - mostra una New York immortalata nei primi anni Quaranta, secondo quanto intuibile dagli indizi: i modelli delle auto in circolazione, la presenza di molti militari, il taglio degli abiti.
Quelle fotografie, emerse forse dall'oblio di una polverosa soffitta, sono ora a disposizione di quanti vogliano immergersi nella magia della città, terra promessa di curiosi viaggiatori ed esploratori di tendenze, grazie al volume New York. Born back into the Past (Milano, Alinari 24 Ore, 2011, pagine 144, euro 40) con testi introduttivi di Geminello Alvi e Gianni Riotta. Sfogliarne le pagine è come intraprendere un viaggio. Che non può che iniziare da una stazione ferroviaria, Pennsylvania Station, con l'andirivieni dei passeggeri che ne attraversano il monumentale colonnato d'ingresso e l'ampia sala d'attesa illuminata dalle luci soffuse che filtrano dalle enormi finestre.
Una volta usciti, come probabilmente aveva fatto, ipotizza Alvi, lo stesso sconosciuto fotografo dopo esservi arrivato per la prima volta ragazzo da chissà dove, si parte per un singolare tour della città che attraversa luoghi e alterna stagioni. Si comincia passando davanti a Macy's, sulla 34ª Strada, tra la Sesta e la Settima Avenue, come sottolinea con precisione la didascalia; una pignoleria ripetuta a ogni immagine - nome degli edifici e delle vie - quasi a voler evitare a chi guarda di perdersi nell'immensità degli spazi.
Spazi che si aprono all'obiettivo talvolta riluttante del nostro, con studiata misura, senza la ricerca dello scatto memorabile - anche se non ne mancano di suggestivi e interessanti - ma con l'attenzione a mostrare, fermati in una pacata normalità, gli scorci significativi che fanno di questa città una meta tanto ambita, un soggetto così sfruttato da scrittori e registi. Angoli in cui si fondono filosofie e stili diversi quanto ad architettura e urbanistica, dando vita a quell'improbabile miscellanea di edifici antichi e moderni che ne rende lo skyline inconfondibile.
Un inquieto orizzonte, con lo svettante Empire State Building ancora imbattuto sovrano, che in questa città punta alla conquista verticale dello spazio, in una spudorata ostentazione di ricchezza e di potere. "Trecento metri di altezza, in pietra, ferro e vetro, verticali nel magnifico cielo di New York, rappresentano un fatto nuovo nella storia umana che, su tale tema, finora possedeva un'unica leggenda: quella della torre di Babele", sottolineava infatti Le Corbusier.
Nulla o quasi è perso dei luoghi dell'immaginario mitologico metropolitano, con Manhattan a prendersi giustamente la scena. Ecco, allora, Wall Street, Broadway, le vie dello shopping di lusso, le vetrine di Tiffany, il Rockfeller Center, le guglie di Saint Patrick a contendere uno squarcio di cielo ai grattacieli circostanti, Grand Terminal Station con scatti che sembrano fotogrammi di un film di Hitchcock, Park Avenue con i prestigiosi hotel Ambassador e Waldorf; e ancora il Metropolitan Museum, il Madison Square Garden al cui ingresso si annuncia l'incontro di pugilato tra Aaron Perry e Jimmy Mc Daniels friday night aug 18.
E ci sono anche angoli meno frequentati, più nascosti alla memoria visiva, che rendono particolare il viaggio. Come Bryant Park, la Morgan Library, il New York Hospital, la Gracie Mansion, il faro sotto il George Washington Bridge, i chiostri di Fort Tryon Park, l'ultima casa colonica olandese allora sopravvissuta, fino a Spuyten Duyvil e l'Henry Hudson Bridge, che chiudono la raccolta.Ma c'è un aspetto che salta subito all'occhio scorrendo questa inconsueta guida alla città: nelle immagini compaiono poche persone, ancor meno automobili; non c'è traccia del frenetico viavai che solitamente associamo alla metropoli per eccellenza e che anche all'epoca, pur con le dovute proporzioni, s'intuisce notevole. Sia che si tratti di una giornata estiva, sia che il paesaggio urbano risulti imbiancato da una nevicata, il fotografo sembra scientemente prediligere la quiete al caos. In questa New York "calmata dal ricordo - come scrive Alvi - l'aria s'indovina inquinata ma manca la grande folla, inesauribile marea di milioni di persone di ogni razza che si spinge e si affretta, che spende e lotta, tiene stretto, muore, si nasconde, chiede come ovunque, ma più in fretta e che in ogni altro dove".
In alcuni casi vie, piazze e incroci sono completamente privi di figure umane, lasciando l'onore della comparsata a qualche piccione. Un po' di movimento lo si ritrova quasi inevitabilmente a Times Square e a Broadway, davanti agli ingressi di cinema e teatri dove vanno in scena Hail the Conquering Hero e Follow the Girls.
Forse l'autore delle foto vuole spogliare una parte del mito per ricondurlo a una quotidianità più rassicurante, meno frenetica, per restituirci gli angoli ai suoi occhi più rappresentativi della città nella loro semplice struttura; una configurazione il più delle volte orientata verso il cielo quasi a sfidarlo, e che non sembra particolarmente amata dallo sconosciuto fotografo. Tanto che, secondo Alvi, questi, con "un gioco cinematografico, tenta l'impossibile: armonizzare i grattacieli con le case in stile francese a Midtown, Manhattan. Cinque piani ottocenteschi si sdraiano attorno alle quadrate dei grattacieli come funghi residui, spauriti, ancora non strappati via dall'uso solo venale dello spazio".
"Niente graffiti, niente piercing, niente iPod alle orecchie come oggi. Vestiti eleganti, pacatezza, la vita che irrompe dai neon, dalle insegne, la borghesia che resta felpata e i poveri solo a sbirciare, esclusi. Eppure - sottolinea a sua volta Riotta - il tempo, invisibile software che tutti ci rende uguali, dà ragione in ciascuna di queste immagini, allungate fino a noi nella frenesia del XXI secolo, all'intuito di Cheever, che quella New York conobbe e cantò. Gli dei, le speranze, le illusioni, i miti, la forza, le sconfitte di allora sono le nostre. Perciò guardiamo ammirati, queste pellicole sviluppate in bianco e nero. Perché siamo noi, insieme con i nostri antenati, a correre per quella città, ieri, come oggi".
Per accompagnare il lettore-spettatore in questo viaggio indietro nel tempo sono stati inseriti alcuni brani tratti da romanzi, racconti e saggi dedicati a New York a firma di eminenti autori, da Saul Bellow a Paul Auster, da Jack Keruack a Henry James, da Francis Scott Fitzgerald a Truman Capote, da Giorgio De Chirico a Salvador Dalí. Un ulteriore omaggio alla città simbolo del nuovo mondo, di quel seducente sogno americano che ha ammaliato chiunque fosse pronto a mettersi in gioco e a rischiare. Non senza cocenti delusioni e altrettante subitanee quanto alterne fortune.
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