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Nimatullah Kassab
Al-Hardini (1808-1858)
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Nimatullah Al-Hardini, monaco libanese maronita, è nato nel
1808 a Hardin, nel Nord del Libano. Al fonte battesimale riceve il nome di
Youssef. Figlio della Chiesa Maronita, Al-Hardini avvertì fin dall'infanzia
l'influsso della tradizione monastica della sua Chiesa, nutrita della
tradizione siriaca del Patriarcato di Antiochia. Apparteneva a una famiglia
maronita, composta da sei figli. Suo padre, Girgis Kassab di Hardin e sua
madre, Mariam Raad di Tannourin, educarono i loro figli a una viva devozione
verso Dio e la sua Chiesa. A Hardin, il giovane Youssef trascorse i primi anni
dell'infanzia fra i monasteri e gli eremi del suo villaggio, San Doumit, San
Giorgio... Quattro figli della sua famiglia adottarono la vita monastica o
sacerdotale come via per concretizzare il loro Battesimo. Tanios divenne
parroco; Eliseo entrò nell'Ordine Libanese Maronita nel quale restò come
eremita per 44 anni; Msihieh abbracciò la vita claustrale nel monastero di San
Giovanni Battista di Hrasch e il nostro Beato Nimatullah entrò nel 1828
nell'Ordine Libanese Maronita all'età di 20 anni. Durante la sua infanzia
aveva fatto conoscenza con i monaci libanesi maroniti al monastero di
Sant'Antonio di Houb (appartenente a quell'Ordine) dove fece i suoi primi
studi. L'esempio della vita monastica ricevuto a Houb lo attirò verso un
impegno rigoroso ed autentico nella vocazione cristiana. Dopo gli studi al
monastero tornò presso il suo nonno materno, Youssef Raad, parroco del
villaggio di Tannourin. L'esempio del nonno suscitò nel suo cuore l'amore per
il sacerdozio, vissuto per il bene di tutta la Chiesa. A Tannourin recitava
l'Ufficio divino al monastero con i monaci e in parrocchia con suo nonno ed i
fedeli. Al-Hardini lasciò la casa paterna per abbracciare la vita monastica
nell'Ordine Libanese Maronita. Fu inviato nel monastero di Sant'Antonio di
Qozhaya, vicino alla «Qadischa» (Valle Santa) per i due anni di probazione
insieme ad altri candidati alla vita monastica nello stesso Ordine. Nimatullah
fu rapidamente conosciuto per la sua scelta decisiva e divenne così un modello
efficace di fermo radicamento alla vita monastica. Al noviziato si iniziò alla
preghiera comunitaria ed al lavoro manuale. Secondo le Costituzioni
dell'Ordine il novizio doveva apprendere la via per raggiungere la perfezione
evangelica. Per questo, Al-Hardini dedicava tutto il tempo disponibile, anche
quello destinato al riposo, alle visite al Santissimo Sacramento. Lo trovavano
in Chiesa, inginocchiato, le mani levate in forma di croce, gli occhi fissi al
Tabernacolo, immobile.
Dopo la professione monastica, il 14 novembre 1830, fu inviato
al monastero dei Santi Cipriano e Giustina a Kfifan per studiare la filosofia
e la teologia, partecipando contemporaneamente all'Ufficio nel coro e
lavorando nei campi. Egli era conosciuto, inoltre, per l'abilità nel rilegare
i manoscritti ed i libri, un mestiere che aveva imparato durante il noviziato
a Qozhaya. In quel periodo, a causa del suo ascetismo e dell'intensa
applicazione negli studi, si ammalò. Ma questo non gli impedì di perseverare
nel manifestare la fedeltà al suo impegno. Per evitargli, tuttavia, la fatica
enorme del lavoro nei campi il suo superiore lo destinò al guardaroba e
divenne, così, il sarto della comunità.
Al termine dei suoi studi filosofici e teologici fu ordinato
prete e divenne direttore dello Scolasticato e professore fino ai suoi ultimi
anni. La sua giornata era, abitualmente, divisa in due parti. La prima metà
per prepararsi alla celebrazione eucaristica e l'altra metà per il
ringraziamento dopo quella celebrazione. Questa dimensione contemplativa era
vissuta nella realtà pratica con l'amore per i fratelli e per la cultura. Egli
fondò a Kfifan e, più tardi, a Bhersaf la scuola chiamata, secondo la
tradizione, «Scuola sotto la quercia» per istruire gratuitamente la gioventù.
Al-Hardini soffrirà col suo popolo durante le due guerre
civili del 1840 e del 1845, che prepareranno i sanguinosi avvenimenti del
1860, quando molti monasteri verranno bruciati, molte chiese devastate e molti
cristiani maroniti massacrati. Fu una tappa decisiva nella sua spiritualità;
la situazione civile in Libano, in generale, sotto il regime Ottomano fu
altrettanto difficile che quella della Chiesa Maronita e del suo Ordine.
Lanciò, così, il suo straordinario motto: «Il più bravo è colui che può
salvare la sua anima», che non cessò di ripetere ai suoi confratelli.
Nimatullah si era offerto in olocausto per il Libano e per il suo Ordine. In
questa situazione la sua preghiera diventa espressione del suo sforzo per
mantenere la sua fedeltà a Dio che è sempre presente e che non cessa mai
d'amare gli uomini.
In questo contesto civile e religioso, doloroso e carico di
difficoltà, suo fratello Padre Eliseo, eremita, lo invitò a lasciare la vita
comunitaria per ritirarsi in un eremo. Gli rispose: «Quelli che lottano per la
virtù nella vita comunitaria avranno il merito maggiore».
Secondo testimonianze autentiche gli venne rimproverato di
essere stato duro e severo verso se stesso, ma misericordioso e indulgente
verso i suoi confratelli. Radicale nella sua scelta, Al-Hardini concepisce la
santità in termini di comunione. Non finisce mai di trovare occasione per
dimostrare il suo amore senza misura. Gli vengono attribuite queste parole:
«La prima preoccupazione di un monaco deve essere, giorno e notte, di non
ferire o affliggere i suoi confratelli».
Nella sua afflizione Al‑Hardini domandava l'intercessione
della Vergine Maria - il suo principale sostegno - per il Libano e per il suo
Ordine. Recitava il Rosario ogni giorno con gli altri monaci; non si stancava
mai di ripetere il Nome benedetto di Maria, invocandola giorno e notte;
praticava il digiuno in suo onore tutti i sabati e le vigilie delle sue feste;
aveva particolarmente cara la devozione al mistero dell'Immacolata Concezione,
un dogma che la Chiesa Cattolica confermò nel 1854; dopo l'Angelus ripeteva
spesso queste parole: «Benedetta sia l'Immacolata Concezione della Santissima
Vergine». Incoraggiò i fedeli a venerare la Vergine, costituendo delle
confraternite. Fondò anche 16 altari consacrati alla Madre di Dio; uno di
questi altari, nel monastero di Kfifan, fu chiamato, dopo la sua morte,
«Nostra Signora di Hardini».
All'età di 43 anni, nel 1845, fu nominato dalla Santa Sede
Assistente Generale dell'Ordine con un mandato di tre anni, per il suo zelo
nell'osservanza irreprensibile delle regole monastiche.
Uomo di cultura, Al-Hardini, come Assistente Generale,
supplicherà il Superiore Generale di inviare i monaci per approfondire i loro
studi, nel nuovo collegio dei Gesuiti fondato a Ghazir. Sette monaci vi furono
mandati per assicurare la continuità di un insegnamento approfondito nello
Scolasticato dell'Ordine. Negli anni 1848-1849 trascorse la sua vita
comunitaria nei monasteri di San Marone d'Annaya e di Sant'Antonio di Houb.
Nel 1850 fu nominato Assistente Generale una seconda volta. Nel 1853 tornò a
Kfifan per insegnare la teologia morale. Nel 1856, per la terza volta, fu
nominato Assistente Generale. Se accettò per ubbidienza di diventare
Assistente, rifiutò in tutti i modi d'essere nominato Abate Generale
dell'Ordine; ripeteva: «Piuttosto la morte, che essere nominato Superiore
Generale». La sua umiltà si manifesta nella convinzione di essere incapace di
quel perpetuo contatto con Dio che riteneva necessario per il buon servizio ai
monaci del suo Ordine. Nell'esercizio della sua carica all'interno dell'Ordine
si mantenne dolce nelle parole e nel modo di agire. Risiedette con gli altri
assistenti presso il Padre Generale nel monastero di Nostra Signora di Tamich,
la casa generalizia dell'Ordine; ma non smise di recarsi al monastero di
Kfifan, sia per l'insegnamento, sia per il suo lavoro di rilegatura dei libri,
eseguito in spirito di povertà, con speciale attenzione per i manoscritti
liturgici. Si conserva ancora una testimonianza della sua attività nel
breviario siriaco di cui si serviva e che aveva rilegato egli stesso. Quanto
alla sua missione di professore, bisogna ricordare che ebbe fra i suoi allievi
San Charbel, che fu nello Scolasticato dal 1853 al 1859 e che assistette alla
morte del suo maestro ed alla commovente cerimonia del suo ufficio funebre.
Nel mese di dicembre, Al-Hardini, si trovava al monastero di
Kfifan per insegnare, quando fu colpito da una polmonite causata dal freddo
glaciale dell'inverno di quella regione. La sua malattia andò aggravandosi di
giorno in giorno ed egli domandò a uno dei monaci di trasportarlo in una cella
vicino alla chiesa per sentire il canto dell'Ufficio. Dopo dieci giorni
d'agonia, egli ricevette l'Unzione degli infermi tenendo l'icona della Vergine
Maria fra le mani e invocandola: «O Maria, vi affido la mia anima». Morì il 14
dicembre 1858, all'età di 50 anni. I suoi confratelli notarono una luce
splendente nella sua cella, e un profumo che la riempì per qualche giorno.
Uomo di Dio e uomo di scienza, Al-Hardini trascorse tutta la
sua vita come pastore d'anime e professore di teologia.
Fu riconosciuto fin da vivo come il «Santo» di Kfifan. Durante
le vicende tormentate del suo paese e le difficoltà nell'Ordine, Nimatullah
apprese pazientemente a scoprire l'amore come dono di sé nella sofferenza.
La sua causa di Beatificazione fu presentata a Roma nel 1926,
con quelle del monaco Charbel (beatificato nel 1965 e canonizzato nel 1977) e
di Santa Rafqa, monaca libanese maronita (beatificata nel 1985 e canonizzata
nel 2001). Fu proclamato Venerabile il 7 settembre 1989 e Beato il 10 maggio
1998.
Omelia di Giovanni Paolo II
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