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Émilie Tavernier
Émilie Tavernier nacque a Montreal il 19 febbraio 1800 da genitori modesti
ma virtuosi e lavoratori. Ella è l'ultima di una schiera di 15 figli nati
dall'unione Tavernier-Maurice. I genitori partirono ben presto per il cielo
lasciando però ai loro figli una educazione cristiana segnata dalla presenza
della Provvidenza nella loro vita.
All'età di 4 anni, Émilie fu affidata alle cure di una zia paterna che
riconobbe subito nella sua pupilla una sensibile e amorevole tendenza verso i
poveri e i derelitti.
Così verso suo fratello rimasto vedovo, sente il dovere di andare ad
aiutarlo — ella ha già 18 anni — e non chiede remunerazione, mette solo
la condizione di poter avere sempre, una tavola preparata per i mendicanti che
si presentassero, — tavola che essa con amore chiamò: «la Tavola del Re».
Nel 1823, Émilie sposa Jean-Baptiste Gamelin, di professione «coltivatore
di mele». In lui ella aveva trovato un amico dei poveri, in pieno accordo con
le sue aspirazioni. Émilie e suo marito ebbero tre figlioli ma la sua gioia
fu offuscata dalla loro morte e da quella di suo marito con il quale viveva
felice e fedele al loro impegno matrimoniale.
Anche se afflitta per le varie prove subite, essa non si ripiega su se
stessa e la sua sofferenza, ma cerca e trova nella Vergine Addolorata, il
modello sul quale orientare tutta la sua vita.
La sua preghiera e la contemplazione della Vergine Maria ai piedi della
croce apre per lei la via alla pratica di una carità piena di compassione per
tutti coloro che si trovano in preda alle sofferenze di ogni genere. Saranno
queste persone ora a prendere il posto dei suoi figli e di suo marito.
Un povero handicappato mentale e la sua madre aprono la lista di coloro che
saranno i suoi beneficiari non solo delle risorse lasciatele da suo marito ma
anche del suo tempo, della sua dedizione, del suo benessere, del suo tempo
libero e della sua stessa salute. La sua casa diventa la loro casa e cercherà
di aumentare i locali per accogliere gli indigenti, le persone anziane, gli
orfani, i prigionieri, gli immigrati, i senza lavoro, i sordomuti, i giovani
o le coppie in difficoltà, gli handicappati fisici e intellettuali, tutti
conoscono bene la sua dimora che spontaneamente chiamano: «Casa della
Provvidenza», perché essa stessa Émilie è una «vera provvidenza».
A casa, come nelle prigioni, presso gli ammalati e anche dai sani, Émilie
è accolta col sorriso perché porta conforto e assistenza. Essa è veramente
il Vangelo in azione: «Ciò che voi farete al più piccolo del miei fratelli
l'avrete fatto a me».
Parenti ed amici si stringono attorno a lei per assecondarla ed aiutarla;
altri invece, vedendola aprire altre case, interpretano male la sua opera fino
a dire: «La Signora Gamelin non ne aveva abbastanza di matti che se ne
aggiungono altri!».
Durante un periodo di 15 anni, essa moltiplicherà i suoi atti di eroismo e
di dedizione, sotto lo sguardo benevolo, riconoscente e compiaciuto del
Vescovo Jean-Jacques Lartigue prima, e poi del secondo Vescovo di Montreal,
Monsignore Ignace Bourget. Una esistenza così preziosa per le sue pecorelle
non doveva sparire ma bensì assicurare la sua continuità.
In occasione di un viaggio a Parigi, Monsignore Bourget nel 1841 sollecita
dei rinforzi tra le suore di San Vincenzo de' Paoli per l'opera della signora
Émilie Gamelin e per mettere le basi di una nuova comunità religiosa. Alla
risposta affermativa, Montreal vede sorgere un nuovo edificio per accoglierle.
Ma all'ultimo momento le religiose attese non vengono e la Provvidenza prepara
altri piani.
L'opera della Signora Émilie Gamelin continuerà a dispetto di tutto!
Il Vescovo Monsignore Bourget si rivolgerà alla propria diocesi e le
giovani ragazze canadesi verranno inviate alla Signora Gamelin. Ella le
formerà all'opera della carità compassionevole che lei vive con amore,
devozione e sacrificio, e alla missione di Provvidenza, che essa proclama coi
fatti, più eloquenti delle parole.
Nella Casa della Provvidenza, le suore della Provvidenza incominciano la
loro opera nella Chiesa di Montreal, e Émilie Tavernier-Gamelin si unirà al
gruppo delle prime religiose, prima come novizia, poi come Madre e Fondatrice.
La prima professione religiosa ebbe luogo il 29 marzo 1844.
I bisogni dei poveri, degli ammalati, degli emigranti, ecc. non cessano di
aumentare in una città e in una società in via di sviluppo.
La comunità nascente conoscerà delle ore oscure quando i morti in tempo
di epidemie vedranno diminuire gli effettivi e quando il Vescovo Bourget
metterà in dubbio, sotto l'influenza di una religiosa ombrosa e sospettosa,
la buona volontà della superiora. Ma la Fondatrice resterà salda ai piedi
della croce sull'esempio della Vergine Addolorata, suo modello sin dalle ore
penose della sua vedovanza. Il Vescovo stesso riconoscerà la sua grandezza
d'animo e la sua generosità spinte sino all'eroismo.
La nuova comunità si svilupperà per rispondere ai bisogni del momento. Le
Suore della Provvidenza vedranno il loro numero crescere e moltiplicarsi sino
a 50, e quando la Fondatrice stessa soccomberà, vittima della epidemia del
colera del 1851, 8 anni soltanto dopo l'inizio della comunità della
Provvidenza, le sue figlie raccoglieranno dalle sue labbra morenti, l'ultimo
testamento della loro Madre: umiltà, semplicità, carità, soprattutto
carità.
Dopo un tale modesto inizio, ben 6147 giovani ragazze si sono impegnate
alla sequela di Émilie Tavernier-Gamelin. Oggi queste suore si trovano in
Canadà, negli Stati Uniti, nel Cile, in Argentina, ad Haïti, nel Cameroun,
in Egitto, nelle Filippine e a El Salvador.
Il Santo Padre Giovanni Paolo II promulgò il decreto sulle virtù eroiche
il 23 dicembre 1993. Dopo il riconoscimento ufficiale di un miracolo
attribuito alla sua intercessione, avvenuto il 18 dicembre 2000, il Sommo
Pontefice la proclama beata il 7 ottobre 2001, proponendola al popolo di Dio
come modello di santità per una vita spesa al servizio dei fratelli e sorelle
più poveri della società, e fissa la sua festa liturgica al 23 settembre,
giorno anniversario della sua morte, avvenuta il 23 settembre 1851.
Omelia
del Santo Padre
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