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DISCORSO DI SUA SANTITÀ
PIO XII AL PATRIZIATO E ALLA NOBILTÀ ROMANA*
Sabato, 26 giugno 1944
Non fu vostro pensiero, diletti figli e figlie, che le presenti prove, le
quali interrompono e perturbano il quieto andamento della vita familiare e
sociale, dovessero impedirvi di venire, come gli altri anni, ad offrirCi con
filiale devozione l'omaggio dei vostri auguri. Questo periodo tragico e
doloroso, pieno di ansie e di cure, impone gravi doveri e provvedimenti e
propositi per la ricostituzione della umana società al cessare e tranquillarsi,
in un pacifico domani, dell'immane cataclisma mondiale. Giammai le preghiere non
sono state più necessarie; giammai i voti più opportuni. Noi vi ringraziamo, con
pieno affetto dell'animo Nostro, di quelli che Ci avete presentati per la voce
del vostro illustre interprete, e ancor più del concorso di intenti e di azioni,
che siamo sempre sicuri di trovare in voi. Quando la casa è in fiamme, una prima
sollecitudine fa chiamare al soccorso per spegnere il fuoco; ma dopo la rovina
conviene riparare i danni e rialzare l'edificio.
Noi assistiamo oggigiorno ad uno dei più grandi incendi della storia, ad uno
dei più profondi sconvolgimenti politici e sociali segnati negli annali del
mondo, ma al quale sta per succedere un nuovo ordinamento, il cui segreto è
ancora celato nel consiglio e nel cuore di Dio, provvido reggitore del corso
degli eventi umani e del loro concludersi. Le cose terrene scorrono come un
fiume nell'alveo del tempo : necessariamente il passato cede il posto e la via
all'avvenire, e il presente non è che un istante fugace che congiunge l'uno con
l'altro. È un fatto, è un moto, è una legge; non è in sé un male. Il male
sarebbe, se questo presente, che dovrebbe essere un flutto tranquillo nella
continuità della corrente, divenisse una tromba marina, sconvolgendo ogni cosa
come tifone o uragano al suo avanzarsi, e scavando con furioso distruggimento e
rapimento un abisso tra ciò che fu e ciò che deve seguire. Tali sbalzi
disordinati, che fa la storia nel suo corso, costituiscono allora e segnano ciò
che si chiama una crisi, vale a dire un passaggio pericoloso, che può far capo a
salvezza o a rovina irreparabile, ma la cui soluzione è tuttora avvolta di
mistero entro la caligine delle forze contrastanti.
Chi bene considera, studia e pondera il passato a noi più vicino, non può
negare che il male compiuto sarebbe stato evitabile e la crisi possibile a
scongiurarsi, grazie ad un procedimento normale, in cui ciascuno avrebbe
adempiuto decorosamente e coraggiosamente la missione assegnatagli dalla
Provvidenza divina.
La società umana non è forse, o almeno non dovrebbe essere, simile ad una
macchina bene ordinata, di cui tutti gli organi concorrono all'azione armonica
dell'insieme? Ognuno di essi ha il proprio ufficio, ognuno deve applicarsi al
miglior progresso dell'organismo sociale, deve cercarne il perfezionamento,
secondo le proprie forze e la propria virtù, se veramente ama il suo prossimo e
tende ragionevolmente al bene e al vantaggio comune.
Ora quale parte è stata commessa in modo speciale a voi, diletti figli e
figlie? quale ufficio vi è stato particolarmente attribuito? Precisamente quello
di agevolare questo svolgimento normale; quello che nella macchina presta e
compie il regolatore, il volano, il reostato, che partecipano all'attività
comune e ricevono la loro parte della forza motrice per assicurare il movimento
di regime dell'apparecchio. In altri termini, patriziato e nobiltà, voi
rappresentate e continuate la tradizione.
Questa parola, ben si sa, suona sgradita a molti orecchi; essa spiace a buon
diritto, quando è pronunciata da certe labbra. Alcuni la comprendono male; altri
ne fanno il cartellino menzognero del loro egoismo inattivo. In tale drammatico
dissenso ed equivoco, non poche voci invidiose, spesso ostili e di cattiva fede,
più spesso ancora ignoranti o ingannate, vi interrogano e vi domandano senza
riguardo: A che cosa servite voi? Per rispondere loro, conviene prima intendersi
sul vero senso e valore di questa tradizione, di cui voi volete essere
principalmente i rappresentanti.
Molti animi, anche sinceri, s'immaginano e credono che la tradizione non sia
altro che il ricordo, il pallido vestigio di un passato che non è più, che non
può più tornare, che tutt'al più viene con venerazione, con riconoscenza se vi
piace, relegato e conservato in un museo che pochi amatori o amici visitano. Se
in ciò consistesse e a ciò si riducesse la tradizione, e se importasse il
rifiuto o il disprezzo del cammino verso l'avvenire, si avrebbe ragione di
negarle rispetto e onore, e sarebbero da riguardare con compassione i sognatori
del passato, ritardatari in faccia al presente e al futuro, e con maggior
severità coloro, che, mossi da intenzione meno rispettabile e pura, altro non
sono che i disertori dei doveri dell'ora che volge così luttuosa.
Ma la tradizione è cosa molto diversa dal semplice attaccamento ad un passato
scomparso; è tutto l'opposto di una reazione che diffida di ogni sano progresso.
Il suo stesso vocabolo etimologicamente è sinonimo di cammino e di avanzamento.
Sinonimia, non identità. Mentre infatti il progresso indica soltanto il fatto
del cammino in avanti, passo innanzi passo, cercando con lo sguardo un incerto
avvenire; la tradizione dice pure un cammino in avanti, ma un cammino continuo,
che si svolge in pari tempo tranquillo e vivace, secondo le leggi della vita,
sfuggendo all'angosciosa alternativa : « Si jeunesse savait, si vieillesse
pouvait! »; simile a quel Signore di Turenne, di cui fu detto: « Il a eu dans sa
jeunesse toute la prudence d'un âge avancé,
et dans un âge avancé toute la vigueur de la
jeunesse » (Fléchier, Oraison funèbre, 1676). In forza della tradizione,
la gioventù, illuminata e guidata dall'esperienza degli anziani, si avanza di un
passo più sicuro, e la vecchiaia trasmette e consegna fiduciosa l'aratro a mani
più vigorose che proseguono il solco cominciato. Come indica col suo nome, la
tradizione è il dono che passa di generazione in generazione, la fiaccola che il
corridore ad ogni cambio pone in mano e affida all'altro corridore, senza che la
corsa si arresti o si rallenti. Tradizione e progresso s'integrano a vicenda con
tanta armonia, che, come la tradizione senza il progresso contraddirebbe a se
stessa, così il progresso senza la tradizione sarebbe una impresa temeraria, un
salto nel buio.
No, non si tratta di risalire la corrente, di indietreggiare verso forme di
vita e di azione di età tramontate, bensì, prendendo e seguendo il meglio del
passato, di avanzare incontro all'avvenire con vigore di immutata giovinezza.
Ma così procedendo, la vostra vocazione splende già delineata, grande e
laboriosa, che dovrebbe meritarvi la riconoscenza di tutti e rendervi superiori
alle accuse che vi fossero rivolte dall'una o dall'altra parte.
Mentre voi mirate provvidamente ad aiutare il vero progresso verso un
avvenire più sano e felice, sarebbe ingiustizia ed ingratitudine il farvi
rimprovero e segnarvi a disonore il culto del passato, lo studio della sua
storia, l'amore delle sante costumanze, la fedeltà irremovibile ai principi
eterni. Gli esempi gloriosi o infausti di coloro, che precedettero l'età
presente, sono una lezione e un lume dinanzi ai vostri passi; e già fu detto a
ragione che gli insegnamenti della storia fanno dell'umanità un uomo sempre in
cammino e che mai non invecchia. Voi vivete nella società moderna non quasi come
emigranti in paese straniero, ma come benemeriti e insigni cittadini, che
intendono e vogliono lavorare e collaborare coi loro contemporanei, affine di
preparare il risanamento, la restaurazione e il progresso del mondo.
Vi sono mali della società, non altrimenti che degli individui. Fu un grande
avvenimento nella storia della medicina, quando un giorno il celebre Laënnec,
uomo di genio e di fede, chino ansiosamente sul petto dei malati, armato dello
stetoscopio da lui inventato, ne faceva l'ascoltazione, distinguendo e
interpretando i più leggeri soffi, i fenomeni acustici appena percettibili dei
polmoni e del cuore. Non è forse una funzione sociale di prim'ordine e di alto
interesse quella di penetrare in mezzo al popolo e di ascoltare le aspirazioni e
il malessere dei contemporanei, di sentire e discernere i battiti dei loro
cuori, di cercare rimedio ai mali comuni, di toccarne delicatamente le piaghe
per guarirle e salvarle dall'infezione, possibile a sopravvenire per difetto di
cure, schivando di irritarle con un contatto troppo rude?
Comprendere, amare nella carità di Cristo il popolo del vostro tempo, dar
prova coi fatti di questa comprensione e di questo amore : ecco l'arte e il modo
di fare quel maggior bene che è da voi, non solo direttamente a coloro che vi
stanno intorno, ma in una sfera quasi senza limiti, allorché la vostra
esperienza diviene un beneficio per tutti. E in questa materia quali magnifiche
lezioni danno tanti nobili spiriti ardentemente e alacremente tesi a diffondere
e suscitare un ordine sociale cristiano!
Non meno offensivo per voi, non meno dannoso per la società, sarebbe il
pregiudizio mal fondato ed ingiusto, il quale non dubitasse di far credere e
insinuare che il patriziato e la nobiltà verrebbero meno al proprio onore e alla
dignità del proprio grado col tenere e praticare funzioni ed uffici, che li
mettessero al fianco dell'attività generale. È ben vero che in tempi antichi
l'esercizio delle professioni non si reputava ordinariamente degno dei nobili,
eccettuata quella delle armi ; ma anche allora non pochi di loro, appena la
difesa armata li rendeva liberi, non esitavano di darsi ad opere d'intelletto o
al lavoro delle loro mani. Oggidì poi, nelle mutate condizioni politiche e
sociali, non è raro di trovare nomi di grandi famiglie associati ai progressi
della scienza, dell'agricoltura, dell'industria, della pubblica amministrazione,
del governo; tanto più perspicaci osservatori del presente e sicuri e arditi
pionieri dell'avvenire, quanto più con mano salda stanno fermi al passato,
pronti a trarre vantaggio dall'esperienza dei loro antenati, presti a guardarsi
dalle illusioni o dagli errori, che furono già cagione di molti passi falsi e
nocivi.
Custodi come volete essere della vera tradizione, che onora le vostre
famiglie, spetta a voi l'ufficio e il vanto di contribuire alla salvezza della
convivenza umana, preservandola sia dalla sterilità a cui la condannerebbero i
contemplatori malinconici troppo gelosi del passato, sia dalla catastrofe a cui
l'avvierebbero e la condurrebbero i temerari avventurieri o i profeti allucinati
di un fallace e menzognero avvenire. Nell'opera vostra apparirà sopra di voi e
in voi quasi l'immagine della Provvidenza divina, che con forza e dolcezza
dispone e dirige tutte le cose verso il loro perfezionamento (Sap. 8, 1),
finché la follia dell'orgoglio umano non intervenga ad attraversare i suoi
disegni, sempre però d'altra parte superiori al male, al caso e alla fortuna.
Con tale azione voi sarete anche preziosi collaboratori della Chiesa, che, pur
in mezzo alle agitazioni e ai conflitti, non cessa di promuovere il progresso
spirituale dei popoli, città di Dio sulla terra che prepara la città eterna.
Su questa santa e feconda vostra missione, alla quale, ne siamo sicuri,
continuerete con fermo proposito a corrispondere, operando con zelo e con
dedizione, in questi giorni gravosi più che mai necessari, imploriamo le più
abbondanti grazie celesti, mentre di gran cuore impartiamo a voi e alle vostre
care famiglie, ai vicini e ai lontani, ai sani e ai malati, ai prigionieri, ai
dispersi, a coloro che si trovano esposti ai più acerbi dolori o pericoli, la
Nostra paterna Apostolica Benedizione.
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, V,
Quinto anno di Pontificato, 2 marzo 1943 - 1° marzo 1944, pp. 177-182
Tipografia Poliglotta Vaticana
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