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DISCORSO DI SUA SANTITÀ
PIO XII AL PATRIZIATO E ALLA NOBILTÀ ROMANA*
Lunedì, 11 gennaio 1942
Ai fervidi auguri, diletti figli e figlie, che l'alta parola del vostro illustre
interprete Ci ha presentati in nome vostro, come potrebbero non rispondere i
voti che Noi innalziamo a Dio per voi? Noi proviamo, in questo momento, non
vinte dalla tristezza dell'ora presente, una soave consolazione, una gioia
profonda, perché nelle vostre persone vediamo in qualche modo rappresentata
davanti a Noi tutta la Nostra diletta Roma. A così eminente stato la
disposizione della divina Provvidenza vi ha nel corso della storia elevati; voi
ne avete coscienza e ne concepite al tempo stesso una legittima alterezza e un
sentimento di grave responsabilità.
Per privilegio di nascita il consiglio divino vi ha collocati come una città
sopra un monte; non potete quindi rimanere nascosti (cfr. Matth. 5,14):
vi ha poi destinati a vivere in pieno secolo ventesimo, presentemente in giorni
di strettezza e di angosce. Se voi siete ancora situati in alto e dall'alto
dominate, non è più al modo dei vostri antenati. Quegli avi vostri, dimoranti
nelle loro rocche e nei loro castelli isolati, difficili di accesso, formidabili
di guardia, — torri e manieri sparsi per tutta Italia, compresa la regione
romana —, avevano là un rifugio contro le incursioni di rivali o di malfattori,
là organizzavano la difesa armata, di là discendevano a combattere nel piano.
Anche voi, "loro nipoti, traete a voi gli sguardi di coloro che stanno giù nella
valle. Considerate nella storia i grandi nomi, quelli che voi portate, resi
famosi per valore militare, per servigi sociali di ogni lode e vantaggio, per
zelo religioso, per santità; quali e quante aureole di gloria li cingono! Il
popolo li ha cantati ed esaltati con la voce dei suoi scrittori e dei suoi
poeti, con la mano dei suoi artisti: ha giudicato però anche, e giudica tuttora,
con implacabile severità, talvolta fino all'ingiustizia, i loro errori e le loro
colpe. Se ne cercate la cagione, la troverete nell'alto ufficio, nel loro posto
di responsabilità cui non si addicono, non che cadute o mancanze, nemmeno una
onestà comune o una semplice e ordinaria mediocrità.
La responsabilità che voi, diletti figli e figlie, e in generale la nobiltà
porta di fronte al popolo, non è oggi di molto minor peso che quella gravante
già sugli antenati dei secoli trascorsi, come con ogni chiarezza la storia
insegna.
Se osserviamo infatti i popoli, che un tempo professavano uniti e concordi la
fede e la civiltà cristiana, noi vediamo al presente vasti campi di rovine
religiose e morali, onde assai rare sono le regioni dell'antico occidente
cristiano, in cui la valanga dello sconvolgimento spirituale non abbia lasciato
tracce della sua devastazione.
Non già che tutto e tutti ne siano rimasti travolti od oppressi; anzi non
dubitiamo di affermare che raramente nel corso dei tempi la vivacità e la
fermezza della fede, la dedizione a Cristo e la prontezza a difendere la sua
causa, furono nel mondo cattolico così aperte, manifeste, forti come sono
oggidì, tanto che per vari aspetti se ne potrebbe far quasi un paragone coi
primi secoli della Chiesa. Ma, al paragone stesso, apparisce altresì il rovescio
della medaglia. Il fronte cristiano urta anche ora contro una civiltà non
cristiana, anzi nel caso nostro — e ciò aggrava la situazione al confronto dei
primi secoli del Cristianesimo — contro una civiltà che si è allontanata da
Cristo. Questo scristianamento è oggi così potente e audace che torna troppo
spesso difficile all'atmosfera spirituale e religiosa di espandersi e di
mantenersi del tutto libera e immune del suo alito velenoso.
Conviene tuttavia ricordare che tale cammino verso la incredulità e la
irreligione ebbe il suo punto di partenza non dal basso, ma dall'alto, vale a
dire dalle classi dirigenti, dai ceti elevati, dalla nobiltà, da pensatori e
filosofi. Non intendiamo qui di parlare — notate bene — di tutta la nobiltà, e
ancor meno della nobiltà romana, la quale largamente, si distinse per la sua
fedeltà alla Chiesa e a questa Sede Apostolica — e le eloquenti e filiali
espressioni, che abbiamo testé udite, ne sono una novella e luminosa prova — ma,
in generale, della nobiltà in Europa. Negli ultimi secoli non si rileva forse
nell'occidente cristiano una evoluzione spirituale, che, per così dire,
orizzontalmente e verticalmente, in larghezza e in profondità, sempre più veniva
demolendo e scalzando la fede, conducendo a quella rovina, che presentano oggi
moltitudini di uomini senza religione od ostili alla religione, o almeno animati
e traviati da intimo e malconcepito scetticismo verso il soprannaturale e il
cristianesimo?
Avanguardia di questa evoluzione fu la cosidetta Riforma protestante, nelle cui
vicende e guerre una gran parte della nobiltà europea si staccò dalla Chiesa
cattolica e se ne appropriò i beni. Ma la incredulità propriamente si diffuse
nei tempi che precedettero la rivoluzione francese. Gli storici notano che
l'ateismo, anche sotto la lustra di deismo, si era allora propagato rapidamente
nell'alta società in Francia e altrove: credere in Dio creatore e redentore era
divenuto, in quel mondo dedito a tutti i piaceri dei sensi, quasi cosa ridicola
e disdicevole a spiriti colti e avidi di novità e di progresso. Nella maggior
parte dei «saloni» delle più grandi e raffinate dame, ove si agitavano i più
ardui problemi di religione, di filosofia, di politica, letterati e filosofi,
fautori di dottrine sovvertitrici, erano considerati come il più bello e
ricercato ornamento di quei ritrovi mondani. L'empietà era di moda nell'alta
nobiltà, e gli scrittori più in voga nei loro attacchi contro la religione
sarebbero stati meno audaci, se non avessero avuto il plauso e l'incitamento
della società più elegante. Non già che la nobiltà e i filosofi si proponessero
tutti e direttamente come scopo lo scristianamento delle masse. Al contrario, la
religione avrebbe dovuto rimanere per il popolo semplice, come mezzo di governo
in mano dello Stato. Essi però si sentivano e stimavano superiori alla fede e ai
suoi precetti morali: politica ben presto dimostratasi funesta e di corta
veduta, anche a chi la considerasse dall'aspetto puramente psicologico. Con
rigore di logica, potente nel bene, terribile nel male, il popolo sa tirare le
conseguenze pratiche dalle sue osservazioni e dai suoi giudizi, fondati o
erronei che siano. Prendete in mano la storia della civiltà negli ultimi due
secoli: essa vi palesa e dimostra quali danni alla fede e ai costumi dei popoli
abbiano prodotti il cattivo esempio che scende dall'alto, la frivolezza
religiosa delle classi elevate, l'aperta lotta intellettuale contro la verità
rivelata.
Ora che cosa conviene dedurre da questi insegnamenti della storia? Che oggidì la
salvezza deve prendere le mosse di là, donde il pervertimento ebbe la sua
origine. Non è per sé difficile di mantenere nel popolo la religione e i sani
costumi, quando le classi alte lo precedono col loro buon esempio e creano
condizioni pubbliche, che non rendano grave oltre misura la formazione della
vita cristiana, ma la promuovano imitabile e dolce. Non è forse tale anche il
vostro officio, diletti figli e figlie, che per la nobiltà delle vostre
famiglie, e per le cariche che non di rado occupate, appartenete alle classi
dirigenti? La grande missione, che a voi, e con voi a non pochi altri, è
assegnata, — di cominciare cioè con la riforma o il perfezionamento della vita
privata, in voi stessi e nella vostra casa, e di adoperarvi poi, ciascuno al suo
posto e per la sua parte, a far sorgere un ordine cristiano nella vita pubblica,
— non permette dilazione o ritardo. Missione questa nobilissima e ricca di
promesse, in un momento in cui, come reazione contro il materialismo devastante
e avvilente, si viene rivelando nelle masse una nuova sete dei valori
spirituali, e contro la incredulità una fortissima apertura degli animi verso le
cose religiose; manifestazioni le quali lasciano sperare essere ormai superato e
oltrepassato il punto più profondo del decadimento spirituale. A voi quindi
spetta con la luce e l'attrattiva del buon esempio, elevantesi sopra ogni
mediocrità, non meno che con le opere, il vanto di collaborare affinché quelle
iniziative e quelle aspirazioni di bene religioso e sociale siano condotte al
loro felice adempimento.
Che dire della efficacia e della potenza di quei generosi del vostro ceto, che,
penetrati della grandezza della loro vocazione, hanno dedicato pienamente la
loro vita a spargere la luce della verità e del bene, di quei « grands seigneurs
de la piume », come sono stati chiamati, gran signori dell'azione intellettuale,
morale e religiosa? La Nostra voce non potrebbe troppo elogiarli : hanno l'alta
lode di buoni e fedeli servitori del Maestro divino, che mettono a eccellente
frutto i talenti loro affidati.
Ci piace di aggiungere che l'ufficio della nobiltà non ha da restar pago di
risplendere alla maniera di un faro, che fa luce ai naviganti, ma non si muove.
La vostra dignità è pur quella di stare in vedetta, dall'alto della montagna su
cui siete collocati, sempre pronti a spiare nel basso piano tutte le pene, le
sofferenze, le angustie, per scendere solleciti a sollevarle come pietosi
confortatori e soccorritori. In questi tempi calamitosi, quale campo si offre
alla dedizione, allo zelo e alla carità del Patriziato e della Nobiltà! Quali e
quanti esempi di virtù da illustri casati vengono a confortare il Nostro cuore!
Certo, se la responsabilità davanti ai bisogni è grande, l'azione di chi vi si
sobbarca, quanto è più grave, tanto è più gloriosa: anche voi sarete in tal
guisa di più in più pari all'altezza del vostro grado, perché il Padre celeste,
che vi ha in modo particolare destinati ed elevati ad essere rifugio, lume,
soccorso nel mondo in affanno, non mancherà di largirvi in abbondanza e
sovrabbondanza le grazie per corrispondere degnamente alla vostra alta
vocazione.
Sì, un'alta vocazione è veramente anche la vostra, nella quale spirito cristiano
e condizione sociale si uniscono e v'invitano a far rifulgere quella bontà
effusiva di se stessa, che vi acquista e cumula meriti e gratitudine presso gli
uomini, ma meriti più grandi e nobili presso Dio, giusto rimuneratore del bene
che, fatto al prossimo, è da Lui ritenuto come fatto a Se stesso. Non cessate
pertanto di adoperarvi affinché per la generosa azione vostra non solo si onori
il benefico vostro nome, ma il popolo esalti quel cristianesimo che anima la
vostra vita, ispira la vostra attività e vi eleva a Dio. E da Dio, diletti figli
e figlie, invocando ogni favore celeste sulle vostre famiglie, sui vostri
bambini dall'ineffabile sorriso, sui giovinetti dalla serena adolescenza, sui
baldi giovani dal confidente ardire, sugli uomini maturi dal virile proposito,
sui vegliardi dai sapienti consigli, che allietano e sostengono gl'insigni
vostri casati, e specialmente sui cari e valorosi assenti, oggetto dei vostri
ansiosi pensieri e del vostro particolare affetto, Noi vi impartiamo con tutta
l'effusione dell'animo la Nostra paterna Apostolica Benedizione.
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV,
Quarto anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 1° marzo 1943, pp. 357-362
Tipografia Poliglotta Vaticana
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