ALLOCUZIONE
DI SUA SANTITÀ PIO XI
IN OCCASIONE DELL'INAUGURAZIONE
DELLA NUOVA PINACOTECA VATICANA
«ABBIAMO POCO»
27 ottobre 1932
Abbiamo poco da aggiungere
alle belle e luminose parole del Nostro diletto figlio il comm. Bartolomeo Nogara, che mostra di tanto bene conoscere, apprezzare ed amare i tesori d’arte
a lui affidati.
Quello che si è fatto sta ormai negli occhi vostri; lo sarà più
completamente tra poco.
Ci parve doveroso di fare le cose, non già con lusso —
sempre censurabile, più che mai in questi tempi ed in questi luoghi — sibbene
con una certa, severa ad un tempo e serena magnificenza.
Lo dovevamo al tesoro
immenso e inestimabile delle grandi e belle e magnifiche cose qui custodite. Lo
dovevamo ai Nostri gloriosi Predecessori in questa Sede Apostolica, sempre
sollecita dell’Arte, della vera e grande Arte, perché mai dimentica dei
profondi, mutui rapporti che la stringono alla Religione.
Lo dovevamo fors’anche
ai Nostri Successori, sollevandoli una volta per sempre dalle responsabilità e
preoccupazioni, fattesi cogli anni e coi secoli sempre più gravi ed assillanti,
per la conservazione ed ostensione di tanti capolavori, gloria della Religione
che li ha ispirati e favoriti, gloria dei geni che li hanno concepiti e seguiti,
gloria e patrimonio inestimabile della Civiltà e della Umanità.
Diremo subito
che la compiacenza Nostra maggiore rimane sempre quella di avere, durante tre
anni e più, dato del lavoro a tanti buoni e bravi operai e ciò in tempi
particolarmente difficili. E diciamo buoni e bravi operai, perché l’opera da
essi compiuta tali li attesta, e Noi pure possiamo attestarlo de visu, essendo
stati con loro quasi ogni giorno.
Pensiamo che partecipano le Nostre
soddisfazioni e compiacenze i magni spiriti che con le loro opere son venuti ad
abitare nella nuova sede ad esse destinata e per esse costruita.
E forse il miro
Raffaello, presente in spirito nella sala a lui sacra, dice: « Fannomi onore e
di ciò fanno bene ».
E il grandissimo Michelangelo potrà pensare e
compiacersi che l’incantevole balcone, al quale tra poco Ci affacceremo, sia
stato a bella posta costrutto per ammirare da un posto d’arte e da un punto di
vista incomparabile quel suo meraviglioso capolavoro che è la grande cupola, più
bella a vedersi dopo le dotte, delicate e provvide cure, delle quali l’ha fatta
oggetto appunto l’ideatore del balcone: del balcone e di tutto il rimanente,
l’architetto Luca Beltrami, il quale riusciva così anche a ricoprire felicemente
la lacuna che Ci veniva or ora indicata, mancando nella Pinacoteca Vaticana un
quadro di Michelangelo. Ora, il più bel quadro della Nostra Pinacoteca è
indubbiamente quello che si gode del balcone della Pinacoteca stessa: esso è
proprio un quadro meraviglioso, un quadro michelangiolesco.
È, ancora,
dell’architetto Luca Beltrami la lungamente pensata e meditata distribuzione
degli spazi secondo le delicate, molteplici esigenze della preziosa
suppellettile artistica che la doveva popolare. Suo il tracciamento delle linee
costruttive; la scelta e la distribuzione sapiente dei materiali di costruzione
e degli elementi decorativi; la previsione e fissazione della mole nel difficile
proporzionamento e nella anche più difficile armonizzazione di essa e delle sue
grandi linee con una lunghezza di 120 metri, con tanta differenza di livelli,
con circostante giardino e con le vicine costruzioni e il collegamento di queste
alle nuove mediante l’elegantissimo portico.
Alla esecuzione di opera tanto
importante, tanto bella e tanto difficile, doveva contribuire e contribuiva
infatti largamente l’intelligenza, la perizia e la diligenza del costruttore, il
suo ricco attrezzamento di macchinario e più ancora di intelligenti, abili e
volenterosi assistenti e operai. Ma tutto questo non faceva venir meno la
quotidiana presenza dell’Architetto, né le sue cure attentissime per l’insieme
grandioso e per i minimi particolari.
Noi dobbiamo aggiungere il suo nobilissimo
disinteresse e la sua commovente devozione verso la Santa Sede e verso la Nostra
Persona, devozione, rampollata sul solido ed ormai antico tronco di lunga
amicizia.
Preparata la casa, restava ancora una operazione altrettanto delicata
che importante: il trasporto e la ben distribuita collocazione degli abitatori,
per i quali la casa è stata costruita.
La Direzione Generale dei Musei Vaticani
e quella speciale delle Pitture vi hanno provveduto con tutta quella più
meticolosa cura che così famosi ma insieme bene spesso così antichi e fragili
cimeli d’arte richiedevano, saviamente conciliando con la competenza che li
distingue le ragioni di tempo e di scuola con quelle di luogo e di effetto
estetico.
Abbiamo fissato lo storico evento che ci aduna nella medaglia annuale, che suole
appunto riservarsi ad un avvenimento più rimarchevole della corrente annata di
pontificato. Abbiamo anche voluto se ne coniassero alcuni pochissimi esemplari
in formato più grande, che permetta una visione più distinta della costruzione
principale e delle adiacenti, e portasse anche il nome dell’Architetto. E sia
anche questa una novella dimostrazione della piena soddisfazione Nostra per la bella e grande opera, della
Nostra alta ed affettuosa stima per il suo Autore.
Tante opere d’arte,
indiscutibilmente e per sempre belle, come quelle che stiamo per passare
ammirando in rassegna; opere nella quasi totalità così profondamente ispirate al
pensiero ed al sentimento religioso, da farle sembrare, ora, come fu ben detto,
delle ingenue e fervorose invocazioni e preghiere, ora dei luminosi inni di
fede, ora delle sublimi elevazioni e dei veri trionfi di gloria celeste e
divina; tante e tali opere Ci fanno (quasi per irresistibile forza di contrasto)
pensare a certe altre così dette opere d’arte sacra, che il sacro non sembrano
richiamare e far presente se non perché lo sfigurano fino alla caricatura, e
bene spesso fino a vera e propria profanazione. Se ne tentano le difese in nome
della ricerca del nuovo, e della razionalità delle opere.
Ma il nuovo non
rappresenta un vero progresso se non è almeno altrettanto bello ed altrettanto
buono che l’antico, e troppo spesso questi pretesi nuovi sono sinceramente,
quando non anche sconciamente, brutti, e rivelano soltanto l’incapacità o
l’impazienza di quella preparazione di cultura generale, di disegno — di questo
soprattutto — di quella abitudine di paziente e coscienzioso lavoro, il difetto
e l’assenza delle quali danno luogo a figurazioni, o più veramente detto, a
deformazioni, alle quali vien meno la stessa tanto ricercata novità, troppo
somigliando a certe figurazioni che si trovano nei manoscritti del più tenebroso
Medioevo, quando si eran perdute nel ciclone barbarico le buone tradizioni
antiche ed ancora non appariva un barlume di rinascenza.
Il simile avviene
quando la nuova sedicente arte sacra si fa a costruire, a decorare, ad arredare
quelle abitazioni di Dio e case di orazione che sono le nostre chiese.
Abitazioni di Dio e case di orazione, ecco, secondo le parole di Dio stesso o da
Lui ispirate, ecco il fine ed il motivo d’essere delle sacre costruzioni; ecco
le supreme ragioni alle quali deve incessantemente ispirarsi e costantemente
ubbidire l’arte che voglia dirsi ed essere sacra e razionale, sotto pena di non
essere più né razionale né sacra; come non è più arte razionale né arte umana (e
vogliamo dire degna dell’uomo e rispondente alla sua natura) l’arte amorale,
come dicono, la quale nega e dimentica e non rispetta la sua suprema ragione di
essere, che è d’essere perfettiva di una natura essenzialmente morale.
Le poche
e fondamentali idee, che abbiano piuttosto accennate che esposte, lasciano
abbastanza chiaramente intendere il Nostro giudizio pratico, circa la così detta
nuova arte sacra. Lo abbiamo del resto già più volte espresso con uomini d’arte
e con sacri Pastori: la Nostra speranza, il Nostro ardente voto, la Nostra
volontà può essere soltanto che sia ubbidita la legge canonica, chiaramente
formulata e sancita anche nel Codice di Diritto Canonico, e cioè: che tale arte
non sia ammessa nelle Nostre chiese e molto più che non sia chiamata a
costruirle, a trasformarle, a decorarle, pur spalancando tutte le porte e dando
il più schietto benvenuto ad ogni buono e progressivo sviluppo delle buone e
venerande tradizioni, che in tanti secoli di vita cristiana, in tanta diversità
di ambienti e di condizioni sociali ed etniche,
hanno dato tanta prova di inesauribile capacità di ispirare nuove e belle forme,
quante volte vennero interrogate o studiate e coltivate al duplice lume del
genio e della fede.
Incombe ai Nostri Fratelli di Episcopato, sia per il divino
mandato che li onora e sia per la esplicita disposizione del Codice sacro,
incombe, dicevamo, ai Vescovi per le loro rispettive Diocesi, come a Noi per
tutta la Chiesa, invigilare affinché tanto importanti disposizioni del Codice
stesso siano ubbidite ed osservate, e nulla nell’usurpato nome dell’Arte venga
ad offendere la santità delle chiese e degli altari, a disturbare la pietà dei
fedeli.
Siamo ben lieti di poter ricordare che già da tempo ed anche
recentemente, da vicino a Noi e da lontano, non poche voci si sono levate a
difesa delle buone tradizioni ed a riprovazione e condanna di troppo manifeste
aberrazioni.
È con particolare compiacenza che fra le accennate voci ricordiamo
quelle di Sacerdoti e di Vescovi, di Metropoliti e Cardinali, e tanto più
solenni, concordi ed istruttive dove più grande appariva il bisogno.
Ma ecco che
l’importanza delle cose e… la vostra filiale attenzione… quasi Ci facevano
dimenticare di avervi Noi invitati non ad udire, ma a vedere ed ammirare… Venite
dunque: vedete, ammirate.
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