LETTERA ENCICLICA
AD CATHOLICI SACERDOTII
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO XI
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
SUL SACERDOZIO CATTOLICO
Sin da quando, per arcano disegno della divina Provvidenza, Ci vedemmo
sollevati a questo supremo vertice del sacerdozio cattolico, non abbiamo mai
cessato di rivolgere le nostre cure più sollecite e più affettuose a quelli tra
gli innumerevoli figli che Dio Ci ha dati, i quali, insigniti del carattere
sacerdotale, hanno la missione di essere " il sale della terra e la luce del
mondo " (Mt 5,13.14), e in modo ancora più speciale ai dilettissimi
giovani che si vanno educando all'ombra del santuario e si preparano a questa
nobilissima missione.
Negli stessi primi mesi del Nostro Pontificato, prima ancora di rivolgere la
Nostra solenne parola a tutto l'orbe cattolico, Ci demmo premura, con la Lettera
Apostolica Officiorum omnium del 11 agosto 1922 indirizzata al diletto
Figlio nostro, Prefetto della Sacra Congregazione dei Seminari e delle
Università degli Studi, di tracciare le direttive, a cui deve ispirarsi la
formazione sacerdotale dei giovani leviti. Ed ogni qualvolta la pastorale
sollecitudine Ci muove a considerare più in particolare gli interessi e i
bisogni della Chiesa, la Nostra attenzione prima di ogni altra cosa si dirige ai
sacerdoti e ai chierici, che formano sempre l'oggetto principale delle Nostre
cure.
Di questo Nostro speciale interessamento per il sacerdozio sono prova
eloquente i numerosi Seminari che abbiamo o eretti dove ancora non erano, o
forniti, non senza grande dispendio, di nuove sedi ampie e decorose, o meglio
provveduti di mezzi e di persone onde possano più degnamente raggiungere l'alto
loro scopo.
Se poi in occasione del Nostro giubileo sacerdotale abbiamo consentito che ne
fosse solennemente festeggiata la fausta ricorrenza e con paterno compiacimento
abbiamo secondato le manifestazioni di filiale affetto che Ci venivano da tutte
le parti del mondo, ciò fu perché, più che come un ossequio alla Nostra persona,
consideravamo quella celebrazione come una doverosa esaltazione della dignità e
del carattere sacerdotale.
E anche la riforma degli studi nelle Facoltà ecclesiastiche, da Noi decretata
con la Costituzione apostolica Deus scientiarum Dominus del 24 maggio
1931, fu da Noi voluta col precipuo intento di accrescere ed elevare sempre più
la cultura e la dottrina dei sacerdoti.
Ma è questo un argomento di tanta e così universale importanza, che ci sembra
opportuno di trattarne più di proposito in questa Nostra Lettera enciclica,
affinché non solamente quelli che già posseggono il dono inestimabile della
fede, ma anche quanti con rettitudine e sincerità di cuore vanno in cerca della
verità, riconoscano la sublimità del sacerdozio cattolico e la sua
provvidenziale missione nel mondo, e soprattutto la riconoscano e la apprezzino
quelli che ad essa sono chiamati: argomento particolarmente opportuno alla fine
di quest'anno che a Lourdes, ai candidi raggi dell'Immacolata e fra i fervori
dell'ininterrotto triduo eucaristico, ha visto il sacerdozio cattolico, di ogni
lingua e di ogni rito, circonfuso di luce divina nello splendido tramonto del
Giubileo della Redenzione dall'Urbe esteso all'Orbe cattolico; di quella
Redenzione, della quale i Nostri cari e venerati sacerdoti sono i ministri, mai
tanto operosi e benefici quanto in questo Anno Santo straordinario, in cui, come
dicemmo nella Costituzione apostolica Quod nuper, si è pure celebrato il
XIX centenario della Istituzione del Sacerdozio.
E con ciò, mentre questa armonicamente s'innesta alle Nostre precedenti
Encicliche, con cui abbiamo voluto proiettare la luce della dottrina cattolica
sui più gravi problemi che travagliano la vita moderna, sentiamo pure di dare a
quegli stessi Nostri solenni ammaestramenti un opportuno complemento. Difatti il
sacerdote è, per vocazione e mandato divino, il precipuo apostolo e l'indefesso
promotore dell'educazione cristiana della gioventù; il sacerdote in nome di Dio
benedice il matrimonio cristiano e ne difende la santità ed indissolubilità
contro gli attentati e le deviazioni suggerite dalla cupidigia e dalla
sensualità; il sacerdote porta il più valido contributo alla soluzione o almeno
alla mitigazione dei conflitti sociali, predicando la fratellanza cristiana, a
tutti ricordando i mutui doveri della giustizia e della carità evangelica,
pacificando gli animi inaspriti dal disagio morale ed economico, additando ai
ricchi e ai poveri gli unici beni a cui tutti possono e devono aspirare; il
sacerdote finalmente è il più efficace banditore di quella crociata di
espiazione e di penitenza, a cui abbiamo invitato tutti i buoni per riparare le
bestemmie, le turpitudini e i delitti, che disonorano l'umanità nell'ora che
volge, un'ora che come poche altre nella storia ha tanto bisogno della
misericordia divina e de' suoi perdoni. E i nemici della Chiesa ben sanno
l'importanza vitale del sacerdozio, contro cui appunto, come abbiamo già
lamentato per il Nostro diletto Messico, dirigono prima di tutto i loro colpi,
per toglierlo di mezzo e sgombrarsi la via alla sempre desiderata e mai ottenuta
distruzione della Chiesa stessa.
I. La sublime dignità: Alter Christus
Il genere umano sentì sempre il bisogno di avere dei sacerdoti, degli uomini
cioè che per missione ufficiale loro affidata fossero i mediatori tra Dio e gli
uomini, e a questa mediazione interamente consacrati, ne facessero il compito
della loro vita: deputati ad offrire a Dio pubbliche preghiere e sacrifici a
nome della società, che pur essa, in quanto tale, ha l'obbligo di rendere a Dio
culto pubblico e sociale, di riconoscere in Lui il suo supremo Signore e primo
principio, tendere a Lui come ad ultimo fine, ringraziarlo, propiziarlo. Difatti
presso i popoli, di cui conosciamo gli usi, purché non costretti dalla violenza
ad andar contro le leggi più sacre della natura umana, si trovano dei sacerdoti,
quantunque spesso al servizio di false divinità: dovunque si professa una
religione, dovunque si ergono altari, là vi è anche un sacerdozio, circondato da
speciali mostre di onore e di venerazione.
Ma ai fulgori della rivelazione divina il sacerdote apparisce rivestito di una
dignità di gran lunga maggiore, della quale è lontano annuncio la misteriosa,
veneranda figura di Melchisedech, sacerdote e re (Gn 14,18) che San Paolo
rievoca con riferimento alla persona e al sacerdozio di Gesù Cristo stesso (Eb
5,10; 6,20; 7,1-11.15).
Il sacerdote, secondo la magnifica definizione che ne dà lo stesso San Paolo,
è bensì un uomo " preso di mezzo agli uomini ", ma " costituito a vantaggio
degli uomini per i loro rapporti con Dio " (Eb
5,1): il suo ufficio non ha per oggetto le cose umane e transitorie, per
quanto sembrino alte e pregevoli, ma le cose divine ed eterne; cose, che possono
essere per ignoranza derise e disprezzate, che possono anche venire osteggiate
con malizia e furore diabolico, come una triste esperienza lo ha spesso provato
e la prova pur oggi, ma che stanno sempre al primo posto nelle aspirazioni
individuali e sociali dell'umanità, la quale sente irresistibilmente di essere
fatta per Iddio e di non potersi riposare se non in Lui.
Nella legge mosaica al sacerdozio, istituito per disposizione divino-positiva
promulgata da Mosè sotto l'ispirazione di Dio, vengono minutamente assegnati i
compiti, le mansioni, i riti determinati. Sembra che Dio nella sua sollecitudine
volesse nella mente ancora primitiva del popolo ebreo imprimere una grande idea
centrale che, nella storia del popolo eletto, irradiasse la sua luce su tutti
gli avvenimenti, le leggi, le dignità, gli uffici: il sacrificio e il
sacerdozio; perché, per la fede nel futuro Messia, diventasse fonte di speranza,
di gloria, di forza, di liberazione spirituale (cf Eb 11). Il tempio di
Salomone, mirabile per ricchezza e splendore e ancor più mirabile ne' suoi
ordinamenti e ne' suoi riti, eretto all'unico vero Dio come tabernacolo della
divina Maestà sulla terra, era pure un altissimo poema cantato a quel sacrificio
e a quel sacerdozio, che, quantunque ombra e simbolo, racchiudevano tanto
mistero da far inchinare riverente il vincitore Alessandro Magno davanti alla
ieratica figura del Sommo Sacerdote; e Dio stesso faceva sentire l'ira sua
all'empio re Baldassare, perché gozzovigliando aveva profanato i vasi sacri del
tempio (cf Dn 5,1-30). Eppure quell'antico sacerdozio non traeva la sua
più grande maestà e gloria se non dall'essere una prefigurazione del sacerdozio
cristiano, del sacerdozio del nuovo ed eterno Testamento confermato col Sangue
del Redentore del mondo, di Gesù Cristo vero Dio e vero uomo!
L'Apostolo delle Genti scultoriamente compendia quanto si può dire intorno
alla grandezza, alla dignità e ai compiti del sacerdozio cristiano, con queste
parole: " Così ci consideri ognuno come ministri di Cristo e dispensatori dei
misteri di Dio " (1 Cor 4,1). Il sacerdote è ministro di Gesù Cristo; è
dunque strumento nelle mani del divin Redentore per la continuazione dell'opera
sua redentrice in tutta la sua mondiale universalità e divina efficacia, per la
continuazione di quell'opera mirabile che trasformò il mondo; anzi il sacerdote,
come ben a ragione si suol dire, è davvero alter Christus perché continua in
qualche modo Gesù Cristo stesso: " Come il Padre ha mandato me, anch'io mando
voi " (Gv
20,21), continuando anch'esso come Gesù a dare, secondo il canto angelico, "
gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà
" (Lc 2,14).
Potere ineffabile
E in primo luogo, come insegna il Concilio di Trento, Gesù Cristo nell'ultima
Cena istituì il sacrificio ed il sacerdozio della Nuova Alleanza: " ... Egli
adunque, Dio e Signore nostro, benché stesse per offrire se medesimo una volta
sola a Dio Padre, mediante la morte sull'altare della croce, per operarvi una
redenzione eterna; tuttavia, poiché il suo sacerdozio non doveva estinguersi con
la sua morte (Eb 7,24), nell'ultima Cena, nella notte in cui veniva
tradito (1 Cor 11,23), per lasciare alla diletta sua sposa la Chiesa un
sacrificio visibile, come è richiesto dalla natura degli uomini, col quale
venisse rappresentato quel sacrificio cruento che doveva operarsi una volta sola
sulla croce, e affinché di quel sacrificio rimanesse il ricordo in perpetuo (1
Cor 11,24ss) e venisse applicata l'efficacia per la remissione delle colpe
che da noi si commettono ogni giorno, dichiarandosi costituito sacerdote in
eterno secondo l'ordine di Melchisedech (Sal 109,4), offrì a Dio Padre il
Corpo e il Sangue suo sotto le specie di pane e di vino, e sotto le apparenze di
queste medesime cose, diede a gustare quel Corpo e quel Sangue divino agli
Apostoli, cui allora costituiva sacerdoti del Nuovo Testamento, e con le parole:
Fate questo in memoria di me (Lc 22,19; 1 Cor 11,24), comandò agli
stessi Apostoli e ai loro successori nel sacerdozio di offrire quella medesima
oblazione ".
E da allora, gli Apostoli e i loro successori nel sacerdozio cominciarono ad
innalzare verso il cielo quella " oblazione monda " predetta da Malachia per la
quale il nome di Dio è grande tra le genti (cf Ml
1,11) e che, offerta ormai in ogni parte della terra e in ogni ora del giorno
e della notte, continuerà ad offrirsi perennemente sino alla fine del mondo:
vera azione sacrificale, e non meramente simbolica, che ha una reale efficacia
per la riconciliazione dei peccatori con la divina Maestà: " Poiché il Signore,
placato da una tale oblazione, concedendo la grazia e il dono della penitenza,
rimette le colpe e i peccati anche gravissimi ". La ragione di ciò la indica lo
stesso Concilio Tridentino con queste parole: " Una sola e medesima è la
vittima, e Colui che ora la offre, mediante il ministero dei sacerdoti, è quello
stesso che allora offrì se medesimo sulla Croce, essendone diverso soltanto il
modo ".
Donde apparisce luminosamente l'ineffabile grandezza del sacerdote umano, che
ha il potere sullo stesso Corpo di Gesù Cristo, rendendolo presente sui nostri
altari ed offrendolo in nome di Cristo stesso, vittima infinitamente grata alla
Divina Maestà. " Mirabili cose sono queste - esclama giustamente San Giovanni
Crisostomo - cose mirabili e piene di stupore! ".
Oltre questo potere che esercita sul corpo reale di Cristo, il sacerdote ha
ricevuto altri poteri eccelsi e sublimi sul corpo mistico di Lui. Non abbiamo
bisogno, Venerabili Fratelli, di dilungarCi ad esporre questa bella dottrina del
corpo mistico di Gesù Cristo, così cara a San Paolo; questa bella dottrina, che
ci mostra la persona del Verbo fatto carne insieme con tutti i suoi fratelli, ai
quali giunge l'influsso soprannaturale che da Lui deriva, formanti con Lui, come
Capo, un solo corpo di cui essi sono le membra. Orbene il sacerdote è costituito
" dispensatore dei misteri di Dio " (1 Cor 4,1) in favore di queste membra del
corpo mistico di Gesù Cristo, ministro ordinario com'è di quasi tutti i
Sacramenti, che sono i canali attraverso i quali scorre a beneficio dell'umanità
la grazia del Redentore.
Dispensatore dei misteri di Dio
Il cristiano, quasi ad ogni passo importante della sua mortale carriera, trova
al suo fianco il sacerdote in atto di comunicargli o accrescergli col potere
ricevuto da Dio questa grazia, che è la vita soprannaturale dell'anima. Appena
nasce alla vita del tempo, il sacerdote lo rigenera col battesimo ad una vita
più nobile e più preziosa, la vita soprannaturale, e lo fa figlio di Dio e della
Chiesa di Gesù Cristo; per fortificarlo a combattere generosamente le lotte
spirituali, un sacerdote rivestito di speciale dignità lo fa soldato di Cristo
nella cresima: appena è capace di discernere ed apprezzare il Pane degli Angeli,
il sacerdote glielo porge, cibo vivo e vivificante disceso dal cielo; se caduto,
il sacerdote lo rialza in nome di Dio e con Lui lo riconcilia per mezzo della
penitenza; se Iddio lo chiama a formarsi una famiglia ed a collaborare con Lui
alla trasmissione della vita umana nel mondo, per aumentare prima il numero dei
fedeli sulla terra e poi quello degli eletti nel cielo, il sacerdote è là a
benedire le sue nozze e il suo casto amore; e quando il cristiano, giunto alla
soglia dell'eternità, ha bisogno di forza e di coraggio prima di presentarsi al
tribunale del Giudice divino, il sacerdote si china sulle membra doloranti
dell'infermo e lo riconsacra e conforta con l'Olio Santo. Dopo di aver così
accompagnato il cristiano attraverso il pellegrinaggio terreno fino alle porte
del cielo, il sacerdote ne accompagna il corpo alla sepoltura con i riti e le
preci della speranza immortale, e ne segue l'anima sino oltre le soglie
dell'eternità per aiutarla coi suffragi cristiani, se mai abbisognasse ancora di
purificazione e di refrigerio. Così dalla culla alla tomba, anzi sino al cielo,
il sacerdote è accanto ai fedeli, guida, conforto, ministro di salute,
distributore di grazia e di benedizioni.
Ma fra tutti questi poteri che il sacerdote ha sul corpo mistico di Cristo, a
vantaggio dei fedeli, uno ve n'è sul quale non possiamo contentarci del semplice
accenno testé fatto: quella postestà, " che Iddio non ha data né agli Angeli né
agli Arcangeli ", come dice San Giovanni Crisostomo, la potestà cioè di
rimettere i peccati: " A chi rimetterete i peccati saranno rimessi ed a chi li
riterrete saranno ritenuti " (Gv
20,23). Potestà formidabile, tanto propria di Dio, che la stessa umana
superbia non poteva comprendere fosse possibile che venisse comunicata all'uomo:
" Chi può rimettere i peccati, se non il solo Dio? " (Mc
2,7). E vedendola esercitata da un semplice uomo qual è il sacerdote, c'è
davvero da chiedersi, non per scandalo farisaico, ma per riverente stupore di
tanta dignità: " Chi è costui, che rimette anche i peccati? " (Lc
7,49). Ma appunto l'Uomo-Dio, che aveva ed ha " sulla terra il potere di
rimettere i peccati " (Lc 5,24), l'ha voluto trasmettere ai suoi
sacerdoti per venir incontro, con divina liberalità e misericordia, a quel
bisogno di purificazione morale che è insito alla coscienza umana. Quale
conforto per l'uomo colpevole, trafitto dal rimorso e pentito, udire la parola
del sacerdote, che in nome di Dio gli dice: " Io ti assolvo dai tuoi peccati "!
E l'udirla dalla bocca di uno, che a sua volta avrà bisogno egli pure di
chiederla per sé ad un altro sacerdote, non solo non avvilisce il dono
misericordioso, ma lo fa apparire più grande, facendoci meglio intravedere,
attraverso la fragile creatura, la mano di Dio, per la cui virtù si opera il
portento. Ed è perciò che - per usare le parole di un illustre scrittore, il
quale tratta anche di cose sacre con una competenza rara a trovarsi in un laico
- " quando un sacerdote, fremendo in ispirito della sua indegnità e dell'altezza
delle sue funzioni, ha stese sul nostro capo le sue mani consacrate; quando,
umiliato di trovarsi il dispensatore del Sangue dell'alleanza, stupito ad ogni
volta di proferire le parole che danno la vita, peccatore egli ha assolto un
peccatore, noi alzandoci da' suoi piedi, sentiamo di non aver commessa una
viltà... Siamo stati ai piedi di un uomo che rappresentava Gesù Cristo... vi
siamo stati per acquistare la qualità di liberi e di figliuoli di Dio ".
E tali poteri eccelsi, conferiti al sacerdote in uno speciale sacramento a ciò
ordinato, non sono in lui transitori e passeggeri, ma stabili e perpetui,
congiunti come sono ad un carattere indelebile impresso nell'anima sua, per cui
è diventato "sacerdos in aeternum" (Sal 109,4), a similitudine di Colui
del cui eterno sacerdozio è fatto partecipe: carattere, che il sacerdote, anche
tra le più deplorevoli aberrazioni in cui per umana fragilità può cadere, non
potrà mai cancellare dall'anima sua. Ma insieme con questo carattere e con
questi poteri il sacerdote, per il sacramento dell'Ordine, riceve nuova e
speciale grazia con speciali aiuti, per i quali, se con la sua libera e
personale cooperazione fedelmente asseconderà l'azione divinamente potente della
grazia stessa, egli potrà degnamente assolvere tutti gli ardui doveri dello
stato sublime, a cui fu chiamato, e portare, senza restarne oppresso, quelle
formidabili responsabilità inerenti al ministero sacerdotale, che fecero tremare
perfino i più forti atleti del sacerdozio cristiano, come un San Giovanni
Crisostomo, Sant'Ambrogio, San Gregorio Magno, San Carlo e tanti altri.
Apostolo della verità e della carità
Ma il sacerdote cattolico è ministro di Cristo e dispensatore de' misteri di
Dio (cf 1 Cor 4,1), anche con la parola, con quel " ministero della
parola " (cf At 6,4), che è un diritto inalienabile e insieme un dovere
imprescrittibile impostogli da Gesù Cristo medesimo: " Andate adunque e
ammaestrate tutte le genti,... insegnando loro di osservare tutto quello che vi
ho comandato " (Mt 28,19-20). La Chiesa di Cristo, depositaria e custode
infallibile della divina rivelazione, per mezzo de' suoi sacerdoti sparge i
tesori delle celesti verità, predicando colui che è " luce vera, che illumina
ogni uomo che viene a questo mondo " (Gv
1,9), spargendo con divina profusione quel seme, piccolo e disprezzato allo
sguardo profano del mondo, ma che, come l'evangelico grano di senape, ha in sé
la virtù di mettere radici salde e profonde nelle anime sincere e sitibonde di
verità e di renderle, come alberi robusti, incrollabili anche tra le più forti
bufere (cf Mt 13,31-32).
In mezzo alle aberrazioni dell'umano pensiero, ebbro di una falsa libertà da
ogni legge e da ogni freno, in mezzo alla corruzione spaventevole dell'umana
malizia, si erge faro luminoso la Chiesa, che condanna ogni deviazione a destra
o a sinistra della verità, che indica a tutti e a ciascuno la via diritta da
seguire; e guai se anche questo faro, non diciamo si spegnesse, il che è
impossibile per le promesse infallibili su cui è basato, ma venisse impedito dal
diffondere largamente i suoi raggi benefici! Già vediamo coi nostri occhi dove
abbia condotto il mondo l'aver rigettato superbamente la divina rivelazione e
l'aver seguito, sia pure sotto lo specioso titolo di scienza, false teorie
filosofiche e morali. Che se nella china dell'errore e del vizio non si è ancora
caduti più in basso, lo si deve ai raggi della verità cristiana che sono pur
sempre diffusi nel mondo.
Orbene la Chiesa esercita il suo " ministero della parola " per mezzo dei
sacerdoti, distribuiti sapientemente per i vari gradi della sacra gerarchia,
ch'essa invia in ogni plaga, banditori indefessi della buona novella, che sola
può conservare o portare o far risorgere la vera civiltà. La parola del
sacerdote scende nelle anime ed arreca loro luce e conforto; la parola del
sacerdote, anche in mezzo al turbine delle passioni, si eleva serena ed annuncia
impavida la verità e inculca il bene: quella verità che rischiara e risolve i
più gravi problemi della vita umana; quel bene che nessuna sventura, nemmeno la
morte, può togliere, che la morte anzi assicura e rende immortale.
Se poi si considerino ad una ad una le verità stesse, che il sacerdote deve
più spesso inculcare per essere fedele ai doveri del suo ministero, e se ne
ponderiamo l'intima forza, ben si comprende quanto sia grande e benefico, per
l'elevazione morale e la pacificazione e tranquillità sociale dei popoli,
l'influsso del sacerdote: quando, per esempio, ricorda ai grandi e ai piccoli la
fugacità della vita presente, la caducità dei beni terreni, il valore dei beni
spirituali e dell'anima immortale, la severità dei divini giudizi, la santità
incorruttibile dell'occhio divino che scruta i cuori di tutti e " renderà a
ciascuno secondo il suo operato " (Mt 16,27). Nulla di più acconcio che
questi ed altri simili insegnamenti, per temperare quella febbrile avidità di
godimenti, quella sfrenata cupidigia dei beni temporali, che degradano oggi
tante anime e spingono le varie classi della società a combattersi come nemiche,
anziché aiutarsi a vicenda con la mutua collaborazione. In mezzo poi al cozzo di
tanti egoismi, nel divampare di tanti odi, fra tanti cupi disegni di vendetta,
nulla di più opportuno e di più efficace che proclamare alto il " comandamento
nuovo " (cf Gv
13,34) di Gesù, il precetto della carità, la quale si estende a tutti, non
conosce barriere né confini di nazioni o di popoli, non eccettua neppure il
nemico.
Una gloriosa esperienza di ormai venti secoli dimostra tutta l'efficacia
salutare della parola sacerdotale, che essendo eco fedele e ripercussione di
quella " parola di Dio ", che " è viva ed efficace e più tagliente di qualunque
spada a due tagli " (cf Eb 4,12), anch'essa arriva " sino alla divisione
dell'anima e dello spirito ", suscita eroismi di ogni genere, in ogni classe e
in ogni luogo, e crea l'azione disinteressata dei cuori più generosi. Tutti i
benefici, che la civiltà cristiana ha portato nel mondo, si devono, almeno nella
loro radice, alla parola e all'opera del sacerdozio cattolico. E tale passato
basterebbe da sé a dare affidamento anche per l'avvenire, se non avessimo " una
parola più sicura " (cf 2 Pt 1,19) nelle promesse infallibili di Cristo.
Anche l'opera missionaria, che manifesta in maniera così luminosa la potenza
di espansione, di cui, per divina virtù, è dotata la Chiesa, è promossa ed
attuata principalmente dal sacerdote, che, pioniere di fede e di carità, a costo
di innumerevoli sacrifici, estende e dilata il Regno di Dio sulla terra.
Mediatore tra Dio e gli uomini
Il sacerdote finalmente - continuando anche in ciò la missione di Cristo, il
quale "passava la notte pregando Dio " (cf Lc 6,12) e " sempre vive ad
intercedere per noi " (cf Eb 7,25) - come pubblico ed ufficiale
intercessore dell'umanità presso Dio, ha l'incarico e il mandato di offrire a
Dio in nome della Chiesa, non solo il sacrificio propriamente detto, ma anche il
" sacrificio della lode " (cf Sal
49,14) con la preghiera pubblica ed ufficiale; egli, con salmi, preci e
cantici, tolti in gran parte dai Libri ispirati, paga a Dio ogni giorno a più
riprese questo doveroso tributo di adorazione e compie questo necessario ufficio
d'impetrazione per l'umanità, oggi più che mai afflitta e più che mai bisognosa
di Dio. Chi può dire quanti castighi la preghiera sacerdotale allontana dal capo
dell'umanità prevaricatrice e quanti benefici le procura ed ottiene? Se la
preghiera anche privata ha promesse divine così magnifiche e così solenni (cf
Mt 7,7-11), come quelle che Gesù Cristo le ha fatto, quanto più potente sarà
la preghiera innalzata ex officio in nome della Chiesa, diletta Sposa del
Redentore? E il cristiano, anche se troppo spesso immemore di Dio nella
prosperità, conserva nel fondo dell'animo suo la fiducia nella preghiera, sente
che la preghiera può tutto e, quasi per santo istinto, in ogni frangente, in
ogni pericolo privato o pubblico, ricorre con singolare fiducia alla preghiera
sacerdotale. Ad essa domandano conforto gli sventurati di ogni specie; ad essa
si ricorre per implorare l'aiuto divino nelle varie vicende di questo terreno
esilio. Veramente " il sacerdote sta nel mezzo tra Dio e l'umana natura, da una
parte arrecando a noi i benefici di Dio, dall'altra presentando a Dio le nostre
preghiere, riconciliandocelo se adirato ".
Del resto, come accennavamo fin da principio, i nemici stessi della Chiesa, a
modo loro, mostrano di sentire tutta la dignità e l'importanza del sacerdozio
cattolico, dirigendo contro questo i loro primi e più feroci colpi, ben sapendo
quanto sia intimo il nesso che intercede tra la Chiesa e i suoi sacerdoti. I più
accaniti nemici del sacerdozio cattolico sono oggi i nemici stessi di Dio: ecco
un titolo di onore che rende il sacerdozio più degno di rispetto e di
venerazione.
II. Fulgido Ornamento
La virtù e la scienza
Sublimissima dunque, Venerabili Fratelli, è la dignità del sacerdote; e le
debolezze, per quanto deplorevoli e dolorose, di alcuni indegni non possono
oscurare lo splendore di tale altissima dignità, come non devono far dimenticare
le benemerenze di tanti sacerdoti insigni per virtù, per sapere, per opere di
zelo, per il martirio. Tanto più che l'indegnità del soggetto non rende punto
invalida l'opera del suo ministero: la indegnità del ministro non intacca la
validità dei Sacramenti, che ripetono la loro efficacia dal Sangue di Cristo,
indipendentemente dalla santità dello strumento, ossia, come si esprime il
linguaggio ecclesiastico, esercitano la loro azione " ex opere operato ".
E' però verissimo che tale dignità, di per se stessa, esige in chi ne è
investito una elevazione di mente, una purezza di cuore, una santità di vita
corrispondente alle sublimità e santità dell'ufficio sacerdotale. Questo, come
abbiamo detto, costituisce il sacerdote mediatore tra Dio e l'uomo in
rappresentanza e per mandato di Colui che è " l'unico Mediatore tra Dio e gli
uomini, Cristo Gesù uomo " (cf 1 Tm 2,5); deve quindi avvicinarsi quanto
è possibile alla perfezione di Colui di cui fa le veci e rendersi sempre più
gradito a Dio con la santità della vita e delle opere; poiché, più che il
profumo degli incensi, più che il fulgore dei templi e degli altari, Iddio ama e
gradisce la virtù. " Diventando (gli ordinati) mediatori tra Dio e il popolo -
dice San Tommaso - devono risplendere per la bontà della coscienza davanti a Dio
e per la buona fama presso gli uomini ". Dall'altra parte, invece, se chi tratta
ed amministra le cose sante, mena una vita riprovevole, le profana e diventa
sacrilego: " Quelli che non sono santi, non devono trattare le cose sante ".
Perciò già nell'Antico Testamento, Iddio comandava ai suoi sacerdoti e ai
leviti: " Siano dunque santi, perché santo sono anch'io, il Signore che li
santifico " (Lv 21,8). E il sapientissimo Salomone, nel cantico per la
dedicazione del tempio, questo appunto chiede al Signore per i figli di Aronne:
" I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia e i tuoi santi esultino " (Sal
131,9). Orbene, Venerabili Fratelli, " se tanta perfezione e santità e alacrità
- diremo con San Roberto Bellarmino - si esigeva in quei sacerdoti, che
sacrificavano pecore e buoi e lodavano Dio per benefici temporali, che cosa mai
non si dovrà esigere in quei sacerdoti che sacrificano l'Agnello divino e
rendono grazie per benefici eterni? ". " Grande in vero - esclama San Lorenzo
Giustiniani - è la dignità dei Prelati, ma maggiore ne è il peso; posti come
sono in grado così elevato davanti agli occhi degli uomini, bisogna che anche si
innalzino al sommo vertice delle virtù davanti agli occhi di Colui che tutto
vede; altrimenti sono sopra gli altri non a proprio merito, ma a propria
condanna ".
Imitatore di Cristo
E veramente tutti i titoli da Noi accennati più sopra per dimostrare la
dignità del sacerdozio cattolico, ritornano ora qui come altrettanti argomenti
per dimostrare il dovere che gli incombe di una sublime santità; poiché, come
insegna l'Angelico Dottore, "ad esercitare convenientemente i sacri ordini non
basta una bontà qualunque, ma si richiede una bontà eccellente; siccome quelli
che ricevono il sacro ordine vengono costituiti per ragione di esso sopra il
popolo, così siano a lui superiori anche per la santità". Infatti, il sacrificio
eucaristico, in cui s'immola la Vittima immacolata che toglie i peccati del
mondo, in modo particolare esige che il sacerdote con una vita santa ed
intemerata si renda il meno indegno possibile di Dio, a cui ogni giorno offre
quella Vittima adorabile, che è lo stesso Verbo di Dio incarnato per nostro
amore. "Rendetevi conto di quello che fate, imitate quello che trattate", dice
la Chiesa per bocca del Vescovo ai diaconi che stanno per essere consacrati
sacerdoti. Inoltre il sacerdote è distributore della grazia di Dio, di cui i
Sacramenti sono i canali; ma troppo disdirebbe a un tale distributore, se di
quella grazia preziosissima egli stesso fosse privo o anche solo ne fosse in sé
scarso estimatore e pigro custode. Di più egli deve insegnare la verità della
fede: la verità religiosa non si insegna mai tanto degnamente e tanto
efficacemente, che quando è accompagnata dalla virtù; poiché, come dice il
comune effato: "Le parole commuovono, ma gli esempi trascinano". Deve annunziare
la legge evangelica; ma, per ottenere che gli altri l'abbraccino, l'argomento
più accessibile e più persuasivo, con la grazia di Dio, è il vedere quella legge
attuata nella vita di chi ne inculca l'osservanza. E San Gregorio Magno ne dà la
ragione: "Più facilmente penetra nel cuore degli uditori quella voce che ha in
suo favore la vita del predicatore, perché, mostrando con l'esempio come si
debba operare, aiuta a fare quello che inculca". Così appunto del divin
Redentore dice la Sacra Scrittura che "cominciò a fare e ad insegnare" (At
1,1), e le turbe lo acclamavano, non tanto perché "nessun uomo ha mai parlato
come quest'uomo" (Gv 7,46), quanto, piuttosto perché " ha fatto bene ogni
cosa " (Mc 7,37). E al contrario " quelli che dicono e non fanno " si
rendono simili agli Scribi e Farisei, a rimprovero dei quali lo stesso divin
Redentore, pur salvando l'autorità della parola di Dio che annunziavano
legittimamente, ebbe a dire al popolo che l'ascoltava: "Sulla cattedra di Mosè
si sono assisi gli Scribi e i Farisei: osservate dunque e fate tutto quello che
essi vi dicono; non vogliate però agire secondo le loro opere" (Mt
23,2-3). Un predicatore che non si sforzi di confermare con l'esempio della vita
la verità che annunzia, distruggerebbe con una mano quello che edifica con
l'altra. E invece Iddio largamente benedice le fatiche dei banditori del
Vangelo, che prima di tutto attendono seriamente alla propria santificazione:
essi vedono sbocciare copiosi i fiori e i frutti del loro apostolato e nel
giorno delle messe "tornando andranno con gioia portando i loro covoni" (Sal
125,6).
Sarebbe un errore gravissimo e pericolosissimo se il sacerdote, trasportato da
falso zelo, trascurasse la propria santificazione per tutto immergersi nelle
opere esteriori, per quanto buone, del ministero sacerdotale. Con ciò,
metterebbe in pericolo la propria eterna salute, come il grande Apostolo delle
Genti temeva di se stesso: "Castigo il mio corpo e lo rendo schiavo, perché non
avvenga che dopo aver predicato agli altri, io diventi riprovato" (1 Cor
9,27); e si esporrebbe anche a perdere, se non la grazia divina, certamente
quell'unzione dello Spirito Santo, che dà una mirabile forza ed efficacia
all'apostolato esterno.
Del resto, se a tutti i cristiani è detto: "Siate perfetti come è perfetto il
Padre vostro che è nei cieli" (Mt 5,48), quanto più devono i sacerdoti
considerare rivolte a sé queste parole del divino Maestro, chiamati come sono
con vocazione speciale a seguirlo più da vicino! Perciò la Chiesa inculca
apertamente a tutti i chierici questo gravissimo dovere, inserendolo nel codice
delle sue leggi: "I chierici devono condurre una vita internamente ed
esternamente più santa che i laici ed essere loro di preclaro esempio nella
virtù e nella rettitudine dell'operare". E siccome il sacerdote "è ambasciatore
di Cristo" (cf 2 Cor
5,20), egli deve vivere in modo da potere con verità far sue le parole
dell'Apostolo: "Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo" (1 Cor
4,16; 11,1), deve vivere come un altro Cristo, che col fulgore delle sue virtù
illuminava ed illumina il mondo.
La pietà sacerdotale
Ma se tutte le virtù cristiane devono fiorire nell'anima sacerdotale, ve ne
sono però alcune che in modo tutto particolare convengono e più si addicono al
sacerdote. E prima di tutte la pietà, secondo l'esortazione dell'Apostolo al suo
diletto Timoteo: "Esercitati nella pietà" (1
Tm 4,8). Infatti, se sono così intimi, così delicati e frequenti i
rapporti del sacerdote con Dio, evidentemente essi devono essere accompagnati e
come imbalsamati dal profumo della pietà; se "la pietà è utile a tutto" (1 Tm
4,8), essa è utile soprattutto al retto esercizio del ministero sacerdotale.
Senza la pietà, le più sante pratiche, i più augusti riti del sacro ministero
saranno eseguiti meccanicamente e per abitudine; mancherà loro lo spirito,
l'unzione, la vita. La pietà però, di cui parliamo, Venerabili Fratelli, non è
quella falsa pietà, leggera e superficiale, che piace ma non nutre, solletica ma
non santifica; Noi intendiamo la pietà soda, la quale, non soggetta alle
incessanti fluttuazioni del sentimento, si fonda sui principii della dottrina
più sicura, ed è quindi formata di convinzioni salde, che resistono agli assalti
e alle lusinghe della tentazione. E questa pietà, se deve in primo luogo
filialmente dirigersi al Padre che sta nei cieli, deve però estendersi anche
alla Madre divina, e con tanto maggior tenerezza nel sacerdote che non nei
semplici fedeli, quanto più vere e profonde sono le somiglianze tra i rapporti
del sacerdote con Cristo e i rapporti di Maria col suo divin Figliuolo.
La castità
Intimamente congiunta con la pietà, da cui deve ricevere consistenza e
splendore, è l'altra gemma fulgidissima del sacerdote cattolico, la castità,
alla cui perfetta e totale osservanza i chierici della Chiesa Latina costituiti
negli Ordini maggiori sono tenuti con obbligo sì grave che, trasgredendolo,
sarebbero rei anche di sacrilegio.
Che se tale legge non vincola in tutto il suo rigore i chierici delle Chiese
orientali, anche tra essi però il celibato ecclesiastico è in onore e, in certi
casi, specialmente per i supremi gradi gerarchici, è requisito necessario ed
obbligatorio.
Un certo nesso tra questa virtù e il ministero sacerdotale si scorge anche
solo col lume della ragione: essendo che "Dio è spirito" (Gv
4,24), appare conveniente che chi si dedica e si consacra al servizio di lui,
in qualche modo "si spogli del corpo". Già gli antichi Romani avevano intravisto
questa convenienza; una loro legge così formulata: "Agli dèi accostati
castamente", viene citata dal più grande dei loro oratori, aggiungendovi questo
commento: "La legge comanda di accostarsi agli dèi castamente, cioè con l'anima
casta, in cui sta ogni cosa; non esclude però la castità del corpo, ma questo si
deve intendere così, che, essendo l'anima di molto superiore al corpo, se si
deve conservare la purezza del corpo, molto più si deve custodire quella
dell'anima". Nell'Antico Testamento, ad Aronne e a' suoi figliuoli fu comandato
da Mosè in nome di Dio di non uscire dal Tabernacolo e quindi di osservare la
continenza nei sette giorni in cui si compiva la loro consacrazione (cf Lv
8,33-35).
Ma al sacerdozio cristiano, tanto superiore all'antico, conveniva una purezza
molto maggiore. Infatti la legge del celibato ecclesiastico, la cui prima
traccia scritta (la quale evidentemente suppone una prassi più antica) si
riscontra in un canone del Concilio di Elvira all'inizio del secolo IV, quando
ancora fremeva la persecuzione, non fa che dar forza di obbligazione a una
certa, diremmo quasi, morale esigenza, che sgorga dal Vangelo e dalla
predicazione apostolica. L'alta stima in cui il Divino Maestro mostrò di avere
la castità, esaltandola come cosa superiore alla comune capacità, il saperlo
"fiore di Madre Vergine" e fin dall'infanzia allevato nella famiglia verginale
di Maria e Giuseppe, il vederlo prediligere le anime pure, come i due Giovanni,
il Battista e l'Evangelista; l'udire il grande Apostolo Paolo, fedele interprete
della legge evangelica e del pensiero di Cristo, predicare i pregi inestimabili
della verginità, specialmente in ordine ad un più assiduo servizio di Dio: "Chi
è senza moglie, ha sollecitudine delle cose del Signore, del compiacere a Dio"
(1 Cor
7,32); tutto questo doveva quasi necessariamente far sì che i sacerdoti della
Nuova Alleanza sentissero il fascino celestiale di questa eletta virtù,
cercassero di essere nel numero di quelli "ai quali è stato concesso di
comprendere questa parola" (cf Mt 19,11), e se ne imponessero
spontaneamente l'osservanza, sancita poi ben presto da gravissima legge
ecclesiastica in tutta la Chiesa Latina: affinché - come asseriva alla fine del
secolo IV il Concilio Cartaginese II - "anche noi osserviamo quello che gli
Apostoli hanno insegnato e la stessa antichità ha osservato".
Né mancano testimonianze anche di illustri Padri Orientali, che esaltano
l'eccellenza del celibato cattolico e che mostrano esservi stata allora, nei
luoghi dove la disciplina era più severa, consonanza anche su questo punto tra
la Chiesa Latina e l'Orientale. Sant'Epifanio alla fine dello stesso secolo IV
attesta che il celibato già s'estendeva fino ai suddiaconi: " Colui che ancora
vive nel matrimonio e attende ai figli, anche se sia marito di una sola donna,
non viene tuttavia ammesso (dalla Chiesa) all'ordine di diacono, di presbitero,
di vescovo o di suddiacono, ma colui soltanto che si sia separato dall'unica sua
consorte o ne sia rimasto vedovo; il che si fa specialmente in quei luoghi dove
i canoni ecclesiastici sono osservati con accuratezza ". Ma eloquente sopra
tutti è in questa materia il Santo Diacono di Edessa e Dottore della Chiesa
universale Efrem Siro, "chiamato meritamente cetra dello Spirito Santo". Questi,
in un suo carme, rivolgendo la parola al Vescovo Abramo, suo amico: "Tu ben
rispondi al nome che porti, o Abramo - gli dice - perché tu pure sei stato fatto
padre di molti; ma poiché tu non hai una sposa, come Abramo ebbe Sara, ecco che
la tua greggia è la tua sposa. Educa i figli di lei nella tua verità, diventino
a te figli di spirito e figli della promessa affinché sieno eredi nell'Eden. O
frutto splendido della castità, nel quale si è compiaciuto il sacerdozio... e il
corno riboccante del sacro olio ti unse, la mano sacerdotale si è posata su di
te e ti ha eletto, la Chiesa ti ha scelto e ti ha amato". E altrove: "Non basta
al sacerdote ed al nome di lui purificare l'anima e far monda la lingua e lavare
le mani e rendere mondo l'intero corpo, mentre offre il vivo Corpo (di Cristo),
ma in ogni tempo egli deve essere puro, perché è posto quale mediatore tra Dio
ed il genere umano. Sia lode a Colui che ha in tal guisa voluto mondi i suoi
ministri". E San Giovanni Crisostomo afferma che "perciò chi esercita il
sacerdozio deve essere così puro come se fosse collocato nei cieli tra quelle
Podestà".
Del resto la stessa sublimità, o per usare la frase di Sant'Epifanio,
"l'incredibile onore e dignità" del sacerdozio cristiano, già brevemente da Noi
esposta, dimostra la somma convenienza del celibato e della legge che lo impone
ai ministri dell'altare: chi ha un officio in certo modo superiore a quello dei
purissimi spiriti "che stanno al cospetto di Dio" (cf Tb 12,15), non è
forse giusto che debba vivere quanto è possibile come un puro spirito? Chi tutto
deve essere "in quelle cose che sono del Signore" (Lc 2,49; 1 Cor
7,32), non è giusto che sia interamente distaccato dalle cose terrene ed abbia
sempre " la sua conversazione ne' cieli "? (cf Fil 3,20). Chi deve essere
assiduamente sollecito della salute eterna delle anime e continuare verso di
esse l'opera del Redentore, non è forse giusto che si tenga libero dalle
preoccupazioni di una famiglia, che assorbirebbe gran parte della sua attività?
Ed è davvero spettacolo degno di commossa ammirazione quello, pur così
frequente nella Chiesa Cattolica, dei giovani Leviti, che prima di ricevere il
sacro Ordine del Suddiaconato, prima cioè di consacrarsi interamente al servizio
e al culto di Dio, liberamente rinunziano alle gioie e alle soddisfazioni, che
potrebbero onestamente concedersi in un altro genere di vita! Diciamo "
liberamente ", poiché, se dopo l'ordinazione non saranno più liberi di contrarre
nozze terrene, all'ordinazione stessa però accedono non costretti da veruna
legge o persona, ma di propria e spontanea volontà.
Non intendiamo però, che quanto siamo venuti dicendo in commendazione del
celibato ecclesiastico, sia così interpretato come se volessimo in certo modo
biasimare e quasi redarguire la disciplina diversa, legittimamente ammessa nella
Chiesa Orientale; ma lo diciamo unicamente per esaltare nel Signore quella
verità che riteniamo una delle glorie più pure del sacerdozio cattolico e Ci
pare risponda meglio ai desideri del Cuore Santissimo di Gesù e ai suoi disegni
sulle anime sacerdotali.
Distacco dai beni terreni
Non meno che nella castità, il sacerdote cattolico deve essere segnalato nel
disinteresse. In mezzo ad un mondo corrotto, in cui tutto si vende e tutto si
compra, egli deve passare scevro di ogni egoismo, santamente sdegnoso di ogni
vile cupidigia di guadagno terreno, in cerca di anime, non di danaro, della
gloria di Dio, non della sua. Egli non è il mercenario che lavora per riscuotere
una mercede temporale, né l'impiegato che, pur attendendo coscienziosamente agli
obblighi del suo ufficio, pensa anche alla sua carriera e alla sua promozione;
egli è il "buon soldato di Cristo" che "non s'impaccia dei negozi del secolo,
perché possa piacere a chi lo ha arrolato" (2 Tm 2,3-4); è il ministro di
Dio e il padre delle anime; egli sa che l'opera sua, le sue sollecitudini non
possono compensarsi adeguatamente coi tesori e con gli onori della terra. Non
gli è interdetto di ricevere il conveniente sostentamento, secondo il detto
dell'Apostolo: "Quelli che servono all'altare, hanno parte all'altare; così pure
il Signore ordinò a quelli che annunziano il Vangelo di vivere del Vangelo" (1
Cor
9,13.14); ma, "chiamato alla sorte del Signore", come dice il suo stesso
titolo di clericus, ossia "all'eredità del Signore", nessun'altra mercede
si aspetta, se non quella che Gesù prometteva ai suoi Apostoli: "La vostra
mercede è copiosa nei cieli" (Mt
5,12). Guai se il sacerdote, dimentico di sì divine promesse, cominciasse a
mostrarsi " avido di turpe lucro " (Tt 1,7) e si confondesse con la turba
dei mondani, su cui geme la Chiesa insieme con l'Apostolo: " Tutti pensano alle
cose loro, non a quelle di Gesù Cristo " (Fil
2,21). In tal caso, oltre il mancare alla sua vocazione, raccoglierebbe il
disprezzo del suo stesso popolo, il quale riscontrerebbe in lui una deplorevole
contraddizione tra la sua condotta e la dottrina evangelica così chiaramente
espressa da Gesù e che il sacerdote deve annunziare: "Non cercate di accumulare
tesori sopra la terra, dove la ruggine e il tarlo li consumano e dove i ladri li
dissotterrano e li rubano; procurate invece di accumulare tesori nel cielo" (Mt
6,19-20). Se si pensa che uno degli Apostoli di Cristo, uno dei Dodici, come
mestamente notano gli Evangelisti, Giuda, fu condotto all'abisso dell'iniquità
appunto dallo spirito di cupidigia delle cose terrene, ben si comprende come
questo medesimo spirito abbia potuto arrecare tanti danni alla Chiesa attraverso
i secoli: la cupidigia, che dallo Spirito Santo è detta " radice di tutti i mali
" (1 Tm 6,10), può trascinare a qualunque delitto; e quando anche non
arrivi a tanto, di fatto un sacerdote infetto da tale vizio, consciamente o
inconsciamente fa causa comune coi nemici di Dio e della Chiesa e coopera ai
loro iniqui disegni.
E invece il sincero disinteresse concilia al sacerdote gli animi di tutti,
tanto più che con questo distacco dai beni terreni, quando viene dall'intima
forza della fede, va sempre congiunta quella tenera compassione verso ogni sorta
d'infelici, che trasforma il sacerdote in un vero padre dei poveri, nei quali
egli, memore di quelle commoventi parole del suo Signore: "Ogni volta che avete
fatto qualche cosa per uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l'avete
fatta a me" (Mt 25,40), con affetto singolare vede, venera e ama Gesù
Cristo stesso.
Lo zelo
Libero così il sacerdote cattolico dai due principali legami che lo potrebbero
tenere troppo avvinto alla terra, i legami di una propria famiglia e i legami
del proprio interesse, sarà più atto ad essere infiammato da quel celeste fuoco
che erompe dai penetrali del Cuor di Gesù e non cerca che di apprendersi a cuori
apostolici per incendiare tutta la terra: il fuoco dello zelo (cf Lc
12,49). Questo zelo per la gloria di Dio e la salute delle anime deve, come si
legge di Gesù nella Sacra Scrittura (cf Sal 68,10;
Gv 2,17), divorare il sacerdote, fargli dimenticare se stesso e tutte
le cose terrene e spingerlo potentemente a consacrarsi tutto alla sua sublime
missione, cercando mezzi sempre più efficaci per compierla sempre più largamente
e sempre meglio.
E come può un sacerdote meditare il Vangelo, udire il lamento del buon
Pastore: "Ed ho altre pecorelle, che non sono di questo ovile, e anche quelle
bisogna che io conduca" (Gv 10,16), vedere "i campi che già biondeggiano
per la messe" (Gv 4,35), e non sentirsi accendere in cuore la brama di
condurre tali anime al cuore del buon Pastore, non offrirsi al Padrone della
messe come operaio indefesso? Come può un sacerdote vedere tante povere turbe,
non solo nelle lontane regioni delle Missioni ma purtroppo anche nei paesi già
cristiani da secoli, "giacenti come pecore senza pastore" (Mt 9,36), e
non sentire in sé l'eco profonda di quella divina commiserazione che tante volte
commosse il Cuore del Figlio di Dio? (cf Mt 9,36; 14,14; 15,32; Mc
6,34; 8,2; ecc.). Un sacerdote, diciamo che sa di possedere la parola di vita e
di avere nelle sue mani i mezzi divini di rigenerazione e di salute? Ma sia lode
a Dio, che appunto questa fiamma di zelo apostolico è uno dei più luminosi raggi
che brillano in fronte al sacerdozio cattolico, e Noi con cuore ripieno di
paterna consolazione vediamo i Nostri Fratelli e i diletti Figli Nostri, i
Vescovi e i sacerdoti, come scelta milizia sempre pronti a correre, all'appello
del Capo, su tutte le fronti dell'immenso campo, dove si combattono le pacifiche
ma pur aspre battaglie della verità contro l'errore, della luce contro le
tenebre, del Regno di Dio contro il regno di Satana.
L'obbedienza
Ma da questa stessa condizione del sacerdozio cattolico come di milizia agile
e valorosa, ne viene la necessità di uno spirito di disciplina, o diciamo con
parola più profondamente cristiana, la necessità dell'obbedienza: di quella
obbedienza, che bellamente lega tutti i vari gradi della Gerarchia ecclesiatica,
" sicché - come dice il Vecovo nell'ammonire gli ordinandi - la Chiesa santa ne
resta circondata, ornata e retta da una varietà certamente magnifica, mentre in
essa altri vengono consacrati Pontefici, altri sacerdoti di grado inferiore...
formandosi di molti membri di varia dignità un solo corpo di Cristo ".
Quest'obbedienza i sacerdoti promisero al loro Vescovo nell'atto di partire da
lui ancora freschi della sacra unzione; quest'obbedienza a loro volta i Vescovi
giurarono nel giorno della loro consacrazione al supremo Capo visibile della
Chiesa, al Successore di San Pietro, al Vicario di Gesù Cristo. L'obbedienza
adunque leghi sempre più queste varie membra della sacra Gerarchia tra loro e
tutte al Capo, rendendo così la Chiesa militante davvero terribile ai nemici di
Dio " come esercito schierato " (Ct
6,3.9); l'obbedienza temperi lo zelo forse troppo ardente degli uni, e sproni
la debolezza o la fiacchezza degli altri; assegni a ciascuno il suo posto e le
sue mansioni, e ciascuno vi si collochi senza resistenze che non farebbero che
intralciare l'opera magnifica che svolge la Chiesa nel mondo; ciascuno veda
nelle disposizioni dei Superiori gerarchici le disposizioni del vero ed unico
Capo, a cui tutti obbediamo, Gesù Cristo Signor Nostro, il quale si è fatto per
noi " obbediente fino alla morte, e alla morte di croce " (cf Fil
2,8).
Difatti il divino Sommo Sacerdote volle che in modo tutto singolare ci fosse
manifesta la sua perfettissima obbedienza all'Eterno Padre; e perciò abbondano
le testimonianze, sia profetiche sia evangeliche, di questa totale e perfetta
soggezione del Figlio di Dio alla volontà del Padre: " Entrando nel mondo dice:
Tu non hai voluto sacrifizio né offerta, ma mi hai preparato un corpo... Allora
dissi: Ecco io vengo (poiché di me sta scritto in principio del libro) per fare,
o Dio, la tua volontà " (Eb
10,5-7). " Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato " (Gv
4,34). Ed anche sulla croce, non volle consegnare l'anima sua nelle mani del
Padre prima di avere dichiarato che tutto era compiuto quanto le Sacre Scritture
avevano di lui predetto, cioè tutta la missione affidatagli dal Padre, fino a
quell'ultimo così profondamente misterioso "Sitio", ch'egli pronunciò "affinché
si adempisse la Scrittura" (Gv 19,28); volendo con ciò dimostrare come
anche lo zelo più ardente debba sempre essere pienamente sottomesso alla volontà
del Padre, cioè sempre regolato dall'obbedienza a chi per noi tiene le veci del
Padre e ci trasmette i suoi voleri, ossia ai legittimi Superiori gerarchici.
La scienza
Ma la figura del sacerdote cattolico, che Noi intendiamo mettere in piena luce
al cospetto di tutto il mondo, sarebbe incompleta se omettessimo di rilevare un
altro importantissimo requisito, che la Chiesa esige in lui: la scienza. Il
sacerdote cattolico è costituito " maestro in Israele " (Gv 3,10) avendo
ricevuto da Gesù l'ufficio e la missione di insegnare la verità: " Ammaestrate
tutte le genti " (Mt 28,19). Egli deve insegnare la dottrina della
salute, e di quest'insegnamento, a somiglianza dell'Apostolo delle Genti, è
debitore " ai sapienti e agli ignoranti " (Rm 1,14). Ma come la potrà
insegnare, se non la possiede? " Le labbra del sacerdote devono custodire la
scienza e dalla sua bocca ricercheranno la legge " (Ml 2,7), dice lo
Spirito Santo in Malachia; e nessuno potrebbe mai dire in commendazione della
scienza sacerdotale una parola più grave di quella che un giorno la Sapienza
stessa divina ha pronunziato per bocca di Osea: " Perché tu hai rigettato la
scienza, rigetterò io te dal ministero di mio sacerdote " (Os
4,6). Il sacerdote deve pienamente possedere la dottrina della fede e della
morale cattolica, deve saperla proporre, deve saper render ragione dei dogmi,
delle leggi, del culto della Chiesa, di cui è ministro; deve dissipare
l'ignoranza; la quale, non ostante i progressi della scienza profana, ottenebra
in fatto di religione le menti di tanti contemporanei. Non è stato mai tanto
opportuno come oggi il monito di Tertulliano: "Questo solo spesso desidera la
verità, di non essere cioè condannata senza essere conosciuta". E' dovere del
sacerdote sgombrare dagli intelletti i pregiudizi e gli errori, accumulativi
dall'odio degli avversari: all'anima moderna, che ansiosa cerca la verità, egli
deve saperla indicare con serena franchezza; alle anime ancor incerte,
travagliate dal dubbio, egli deve ispirare coraggio e fiducia e guidarle con
tranquilla sicurezza al porto sicuro della fede coscientemente e fortemente
abbracciata; agli assalti dell'errore protervo ed ostinato egli deve sapere
opporre una resistenza strenua e vigorosa ma calma insieme e solida.
E' quindi necessario, Venerabili Fratelli, che il sacerdote, anche in mezzo
alle occupazioni assillanti del suo santo ministero e sempre in ordine a quello
continui lo studio serio e profondo delle discipline teologiche, aggiungendo al
corredo sufficiente di scienza portato seco dal Seminario una sempre più ricca
erudizione sacra, che lo renda sempre più idoneo alla sacra predicazione e alla
guida delle anime. Inoltre, per il decoro dell'ufficio che esercita e per
guadagnarsi come conviene la fiducia e la stima del popolo, che tanto giovano a
rendere più efficace la sua opera pastorale, il sacerdote deve essere fornito di
quel patrimonio di dottrina anche non strettamente sacra, che è comune agli
uomini colti del suo tempo; deve cioè essere sanamente moderno, com'è la Chiesa,
che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi e a tutti si adatta, tutte le sane
iniziative benedice e promuove e non ha paura dei progressi anche più arditi
della scienza, purché sia vera. In tutti i tempi il clero cattolico si distinse
in ogni campo dello scibile umano; in alcuni secoli anzi si spinse talmente
all'avanguardia del sapere che chierico divenne sinonimo di dotto. E la Chiesa,
dopo aver custodito e salvato i tesori della cultura antica, che senza di essa e
de' suoi monasteri sarebbero andati quasi interamente perduti, ha dimostrato ne'
suoi più illustri Dottori come tutte le umane cognizioni possano servire ad
illustrare e difendere la fede cattolica; del che abbiamo Noi stessi
recentemente additato al mondo un esempio luminoso cingendo del nimbo dei Santi
e dell'aureola dei Dottori, quel grande Maestro del sommo Aquinate,
quell'Alberto Teutonico, che già i suoi contemporanei onoravano del nome di
Magno e di Dottore universale.
Ora certamente non si può pretendere che il clero possa avere un simile
primato in ogni campo del sapere: il patrimonio scientifico dell'umanità è ormai
così vasto, che nessun uomo può abbracciarlo interamente né, molto meno,
rendersi insigne in ciascuno de' suoi innumerevoli rami. Ma, mentre si devono
prudentemente incoraggiare e aiutare quei membri del clero che per inclinazione
e doti speciali si sentono chiamati ad approfondire e coltivare questa o quella
scienza, questa o quell'arte, che non disdica alla loro professione
ecclesiastica, perché tutto questo, se si contiene entro i dovuti confini e
sotto la direzione della Chiesa, ridonda a decoro della Chiesa stessa e a gloria
del divino suo Capo Gesù Cristo; anche tutti gli altri chierici non si devono
contentare di quello che forse poteva bastare in altri tempi, ma devono essere
in grado di avere, anzi devono avere di fatto, una cultura moderna in confronto
dei secoli passati.
Che se talvolta il Signore, " scherzando sulla terra " (Prv
8,31), volle anche in tempi recenti assumere alla dignità sacerdotale ed
operare meraviglie di bene per mezzo di uomini sforniti quasi interamente di
questo patrimonio di dottrina, di cui parliamo, ciò fu perché tutti impariamo a
pregiare, tra le due, più la santità che la scienza, e a non riporre più fiducia
nei mezzi umani che nei divini; in altre parole, ciò fu perché il mondo ha
bisogno di sentirsi ripetere di tanto in tanto questa salutare lezione pratica:
" Le cose stolte del mondo ha scelto Dio, per confondere i sapienti... affinché
nessun uomo si dia vanto al cospetto di Lui " (1 Cor 1,27.29). Ma, come
nell'ordine naturale i miracoli divini sospendono per un momento l'effetto delle
leggi fisiche senza abrogarle, così questi uomini, veri miracoli viventi, nei
quali la santità eccelsa suppliva a tutto il resto, non tolgono punto la verità
e necessità di quanto siamo venuti inculcando.
Questa necessità poi di virtù e di scienza, questa esigenza di esemplarità e
di edificazione, di questo " buon odore di Cristo " (cf 2 Cor 2,15), che
il sacerdote deve spargere dappertutto intorno a sé presso quanti l'avvicinano,
è oggi tanto maggiormente sentita e resa tanto più evidente e stringente, in
quanto che l'Azione Cattolica, questo movimento sì consolante che sa spingere le
anime anche verso i più sublimi ideali di perfezione, mette i laici a più
frequente contatto e a più intima collaborazione col sacerdote, al quale
naturalmente essi non solo si rivolgono come a guida, ma mirano anche come ad
esemplare di vita cristiana e di virtù apostoliche.
III. La preparazione
Il Seminario
Se così alta è la dignità del sacerdozio e così eccelse le doti che richiede,
ne segue, Venerabili Fratelli, l'imprescindibile necessità di dare ai candidati
del santuario una formazione proporzionata. La Chiesa, conscia di questa
necessità, per nessun'altra cosa forse, lungo i secoli, ha mostrato tanto tenera
sollecitudine e materna premura come per la formazione de' suoi sacerdoti. Essa
non ignora che, se le condizioni religiose e morali dei popoli dipendono in gran
parte dal sacerdozio, l'avvenire stesso del sacerdote dipende dalla formazione
ch'egli avrà ricevuto, essendo anche per lui verissimo il detto dello Spirito
Santo: "Il giovinetto secondo la via che ha presa, anche quando sarà invecchiato
non se ne scosterà" (Prv
22,6). Perciò la Chiesa, mossa dallo Spirito Santo, ha voluto che dappertutto
si erigessero Seminari dove si allevino e si educhino con singolare cura i
candidati al sacerdozio.
La cura dei Seminari
Il Seminario dunque è e deve essere la pupilla degli occhi vostri, o
Venerabili Fratelli, quanti dividete con Noi il formidabile peso del governo
della Chiesa, è e deve essere l'oggetto precipuo delle vostre sollecitudini.
Accurata soprattutto deve essere la scelta dei Superiori, dei Maestri e in modo
particolare del Direttore spirituale, che ha una parte sì delicata e sì
importante nella formazione dell'anima sacerdotale. Date ai vostri Seminari i
migliori sacerdoti, né temiate di sottrarli anche a cariche apparentemente più
rilevanti, ma che in realtà non possono venire a confronto con quest'opera
capitale e insurrogabile; cercateli anche altrove, dovunque ne troviate di
veramente atti a sì nobile scopo; siano tali che insegnino, prima con l'esempio
che con la parola, le virtù sacerdotali e sappiano infondere con la dottrina uno
spirito sodo, virile, apostolico; facciano fiorire nel Seminario la pietà, la
purezza, la disciplina, lo studio, premunendo prudentemente gli animi giovanili,
non solo contro le tentazioni presenti, ma anche contro i pericoli ben più gravi
a cui si troveranno poi esposti nel mondo, in mezzo al quale dovranno vivere "
per far tutti salvi " (cf 1 Cor 9,22).
E affinché i futuri sacerdoti possano avere quella scienza che i nostri tempi
esigono, come sopra abbiamo esposto, è di somma importanza che, dopo una soda
formazione negli studi classici, siano bene istituiti ed esercitati nella
filosofia scolastica "secondo il metodo, la dottina e i principii del Dottore
Angelico". Questa "philosophia perennis", come la chiamava il Nostro grande
Predecessore Leone XIII, non solo è loro necessaria per approfondire il dogma,
ma li premunisce efficacemente contro gli errori moderni, quali che essi siano,
rendendo la loro mente atta a distinguere nettamente il vero dal falso, e in
ogni questione di qualunque genere o in altri studi che dovranno fare, darà loro
una chiarezza di vista intellettuale che supererà di molto quella di altri,
privi di questa formazione filosofica, anche se dotati d'una più vasta
erudizione.
Che se, come avviene specialmente in alcune regioni, la poca estensione delle
Diocesi o la dolorosa scarsità degli alunni o la mancanza di mezzi e di uomini
adatti non permettesse a ciascuna Diocesi di avere un proprio Seminario ben
ordinato secondo tutte le leggi contenute nel Codice di Diritto Canonico e
secondo le altre prescrizioni ecclesiastiche, sommamente conviene che i Vescovi
della regione fraternamente si aiutino ed uniscano le loro forze concentrandole
in un Seminario comune, che risponda interamente all'alto suo scopo. I grandi
vantaggi di tale concentrazione compensano largamente i sacrifici sostenuti per
conseguirli; anche il sacrificio, talvolta doloroso al cuore paterno del
Vescovo, di vedere temporaneamente allontanati i suoi chierici dal Pastore, che
vorrebbe trasfondere egli stesso il suo spirito apostolico nei suoi futuri
collaboratori, e dal territorio che dovrà essere il campo del loro ministero,
sarà poi ripagato dal riceverli meglio formati e più forniti di quello
spirituale patrimonio che profonderanno in maggior copia e con maggior frutto a
beneficio della loro Diocesi. E perciò Noi non abbiamo mai tralasciato di
incoraggiare e promuovere e favorire tali iniziative, spesso anzi le abbiamo
suggerite e raccomandate; dal canto Nostro poi, dove l'abbiamo creduto
necessario, abbiamo Noi stessi eretto o migliorato o ampliato parecchi di tali
Seminari Regionali, come a tutti è noto, non senza grandi spese e gravi cure, e
continueremo, con l'aiuto di Dio, ad adoperarCi con tutto lo zelo anche per
l'avvenire per un'opera che riputiamo tra le più giovevoli al bene della Chiesa.
La scelta dei candidati
Ma tutto questo magnifico sforzo per l'educazione degli alunni del santuario
poco gioverebbe se non fosse accurata la scelta dei candidati stessi, per i
quali sono eretti e amministrati i Seminari. A tale scelta tutti devono
concorrere, quanti sono preposti alla formazione del clero: i Superiori, i
Direttori spirituali, i Confessori, ciascuno nel modo e nei limiti propri del
suo ufficio, come devono con ogni impegno coltivare la vocazione divina e
corroborarla, così con non minore zelo devono distogliere ed allontanare per
tempo da una via, che non è la loro, quei giovani che si scorgono sprovvisti
della necessaria idoneità e si prevedono quindi non atti a sostenere degnamente
e decorosamente il ministero sacerdotale. E quantunque sia molto meglio che
questa eliminazione si faccia fin dal principio, perché in queste cose
l'attendere ed aspettare è insieme un grave errore e un grave danno, tuttavia
qualunque sia stata la causa del ritardo, si deve correggere l'errore quando lo
si avverte, senza umani riguardi, senza quella falsa misericordia che
diventerebbe una vera crudeltà, non solo verso la Chiesa, a cui si darebbe un
ministro o inetto o indegno, ma anche verso il giovane stesso che, sospinto così
sopra una falsa via, si troverebbe esposto ad essere pietra d'inciampo a sé e
agli altri, con pericolo di eterna rovina.
Né sarà difficile all'occhio vigile ed esperto di chi presiede al Seminario,
di chi segue e studia amorosamente ad uno ad uno i giovani a sé affidati e le
loro inclinazioni, non sarà difficile, diciamo, accertarsi se uno abbia o no una
vera vocazione sacerdotale. Questa, come ben sapete, Venerabili Fratelli, più
che in un sentimento del cuore o in una sensibile attrattiva, che talvolta può
mancare o venir meno, si rivela nella retta intenzione di chi aspira al
sacerdozio, unita a quel complesso di doti fisiche, intellettuali e morali che
lo rendono idoneo per tale stato. Chi tende al sacerdozio unicamente per il
nobile motivo di consacrarsi al servizio di Dio e alla salute delle anime, e
insieme ha o almeno seriamente attende ad acquistare una soda pietà, una purezza
di vita a tutta prova, una scienza sufficiente nel senso da Noi sopra esposto,
questi mostra di essere chiamato da Dio allo stato sacerdotale. Chi invece,
spintovi forse da malconsigliati genitori, volesse abbracciare questo stato per
la prospettiva di vantaggi temporali e terreni, intravveduti e sperati nel
sacerdozio, come avveniva più frequentemente in passato; chi è abitualmente
refrattario alla soggezione e alla disciplina, poco inclinato alla pietà, poco
amante del lavoro e poco zelante delle anime; chi specialmente è proclive alla
sensualità e con diuturna esperienza non ha provato di saperla vincere; chi non
ha attitudine allo studio, in modo che si preveda non poter seguire con
sufficiente soddisfazione i corsi prescritti; tutti costoro non sono fatti per
il sacerdozio, e il lasciarli progredire, fin quasi alla soglia del santuario,
rende loro sempre più difficile il ritrarsene, e forse li spingerà a varcarla,
per umano rispetto, senza vocazione e senza spirito sacerdotale. Pensino i
Superiori dei Seminari, pensino i Direttori spirituali e Confessori, quale
gravissima responsabilità si assumono davanti a Dio, davanti alla Chiesa,
davanti ai giovani stessi, se dal canto loro non fanno il possibile per impedire
un passo sbagliato. Diciamo che anche i Confessori e Direttori spirituali
potrebbero essere responsabili di un sì grave errore, non già perché essi
possano in niun modo agire esternamente, il che è loro severamente vietato dal
loro stesso delicatissimo ufficio e spesso anche dall'inviolabile sigillo
sacramentale, ma perché essi molto possono influire sull'animo dei singoli
alunni e con paterna fermezza devono guidare ciascuno, secondo che richiede il
suo bene spirituale; essi quindi, specialmente se per qualunque ragione non
agissero i Superiori o si mostrassero deboli, devono intimare, senza umani
riguardi, agli inetti o agli indegni l'obbligo di ritirarsi finché ne sono
ancora in tempo, attenendosi in ciò alla sentenza più sicura, la quale in tal
caso è anche la più favorevole a quel penitente perché lo preserva da un passo
che potrebbe essere per lui eternamente fatale.
Che se anche non vedessero talvolta così chiara l'obbligazione da imporre,
usino almeno tutta l'autorità che viene loro dall'ufficio e dall'affetto paterno
che hanno verso i loro figli spirituali, per indurre quelli, che non hanno le
dovute disposizioni, a ritrarsi spontaneamente. Si ricordino i confessori quello
che in un argomento simile dice Sant'Alfonso Maria de' Liguori: "Generalmente
parlando... (in questi casi) il confessore quanto maggior rigore userà co'
penitenti, tanto più gioverà alla loro salute; e all'incontro tanto più sarà
crudele quanto sarà con essi più benigno. San Tommaso da Villanova chiamava tali
confessori troppo benigni empiamente pii, impie pios. Una tal carità è
contro la carità".
Il dovere dei Vescovi
Ma la responsabilità principale rimane pur sempre quella del Vescovo, il
quale, secondo la gravissima legge della Chiesa, " non deve conferire gli ordini
sacri a veruno, se non sia moralmente certo, per argomenti positivi, della
idoneità canonica di lui; altrimenti non solo commette un gravissimo peccato, ma
si espone anche al pericolo di partecipare ai peccati altrui ". Nel qual canone
risuona ben chiara l'eco dell'ammonimento dell'Apostolo a Timoteo: " Non imporre
le mani a nessuno con troppa fretta, e non prender parte ai peccati altrui " (1
Tm 5,22). " E che cos'è poi questo imporre con troppa fretta le mani - come
spiega il Nostro predecessore San Leone Magno - se non conferire la dignità
sacerdotale a soggetti non provati, prima di un'età matura, prima di averli bene
esaminati, prima del merito dell'obbedienza, e prima di averne esperimentata la
disciplina? E prender parte ai peccati altrui, che cosa vuol dire, se non che
tale si fa l'ordinante quale è quegli che non meritava di venir ordinato? ".
Perché, come dice San Giovanni Crisostomo rivolgendo la parola al Vescovo, " per
i peccati di lui passati e futuri anche tu dovrai scontare la pena perché gli
hai dato quella dignità ".
Severe parole, Venerabili Fratelli, ma ancor più tremenda è la responsabilità
che esse designano, la quale faceva dire al grande Vescovo di Milano San Carlo
Borromeo: "In questa materia, una negligenza anche leggera può rendermi reo di
gravissima colpa". Attenetevi dunque al consiglio del già citato Crisostomo:
"Non dopo la prima prova né dopo la seconda o la terza, ma dopo che avrai ben
riguardato e tutto accuratamente esaminato, allora soltanto imponi pure le
mani". Il che vale soprattutto della bontà della vita dei candidati al
sacerdozio: "Non basta - dice il Santo Vescovo e Dottore Alfonso Maria de'
Liquori - che il Vescovo non conosca alcunché di male nell'ordinando, ma deve
rendersi certo della sua positiva probità". Perciò non temete di sembrare troppo
severi, se, valendovi del vostro diritto e compiendo il vostro dovere, esigete
in antecedenza tali prove positive e, nel caso di dubbio, rimandate ad altro
tempo l'ordinazione di qualcuno; poiché - come bellamente insegna San Gregorio
Magno - "si tagliano bensì dalla selva i legni adatti agli edifici, ma non vi si
mette sopra il peso dell'edificio se non dopo che l'attesa di molti giorni li
abbia disseccati e resi atti allo scopo; che se si trascuri tale precauzione,
ben presto si spezzeranno sotto il peso"; ossia, per usare le brevi e chiare
parole dell'Angelico Dottore, "gli ordini sacri esigono in antecedenza la
santità... e perciò il peso degli ordini deve sovrapporsi a pareti che per la
santità siano già disseccate dall'umore dei vizi".
Del resto, se saranno diligentemente osservate tutte le prescrizioni
canoniche, se tutti si atterranno alle prudenti norme che or sono pochi anni
abbiamo fatto promulgare dalla Sacra Congregazione dei Sacramenti su questo
argomento, si eviteranno molte lagrime alla Chiesa e molti scandali ai fedeli. E
siccome analoghe norme abbiamo voluto che fossero date per i Religiosi, mentre
ne inculchiamo a chi spetta la fedele osservanza, ricordiamo a tutti i supremi
Moderatori degli Istituti Religiosi i quali hanno giovani destinati al
sacerdozio, che riguardino come detto anche a sé tutto quello che abbiamo finora
raccomandato intorno alla formazione del clero, poiché essi presentano i loro
alunni all'ordinazione e il Vescovo generalmente si rimette al loro giudizio.
Né si lascino rimuovere, sia i Vescovi che i Superiori religiosi, da questa
necessaria severità, per il timore che venga a diminuire il numero dei sacerdoti
della Diocesi o dell'Istituto. L'Angelico Dottore San Tommaso si è già proposta
questa difficoltà e così vi risponde con la sua consueta lucidità e sapienza: "
Iddio non abbandona mai la sua Chiesa, così che non si trovino (sacerdoti)
idonei in numero sufficiente alla necessità del popolo, se si promovessero i
degni e si respingessero gli indegni ". Del resto, come bene osserva lo stesso
Dottore riportando alla lettera le gravi parole del Concilio Ecumenico
Lateranense IV, " se non si potessero trovare tanti Ministri quanti sono al
presente, sarebbe meglio avere pochi Ministri buoni che molti cattivi ". Ed è
quello stesso che Noi abbiamo rammentato in una solenne circostanza, quando in
occasione del pellegrinaggio internazionale dei Seminaristi, durante l'anno del
Nostro giubileo sacerdotale, parlando all'imponente gruppo degli Arcivescovi e
Vescovi d'Italia, abbiamo detto che vale meglio un sacerdote ben formato, che
molti poco o nulla preparati, sui quali la Chiesa non può contare, anche se non
ha piuttosto da gemere. Quale terribile conto, Venerabili Fratelli, dovremo
rendere al Principe dei Pastori (cf 1 Pt 5,4), al Supremo Vescovo delle
anime (cf 1 Pt 2,25), se avremo consegnate queste anime a guide inette e
a condottieri incapaci!
Ma, quantunque debba sempre tenersi ben ferma la verità che il numero da sé
non deve essere la principale preoccupazione di chi lavora per la formazione del
clero, tutti però devono sforzarsi che si moltiplichino i validi e strenui
operai della vigna del Signore, tanto più che i bisogni morali della società
anziché diminuire vanno crescendo. E tra tutti i mezzi per sì nobile scopo, il
più facile insieme e il più efficace è anche il più universalmente accessibile a
tutti e quindi tutti devono assiduamente usarlo, cioè la preghiera, secondo il
comando di Gesù Cristo stesso: " La messe è veramente copiosa, ma gli operai
sono pochi; pregate adunque il Padrone della messe, che mandi operai alla sua
messe " (Mt
9,37.38). E quale preghiera può essere più gradita al Cuore Santissimo del
Redentore? Quale preghiera può sperare d'essere esaudita più prontamente e più
abbondantemente di questa, che è sì conforme alle ardenti aspirazioni di quel
Cuore divino? " Chiedete, e vi sarà dato " (Mt 7,7); chiedete dei buoni e
santi sacerdoti e il Signore non li negherà alla sua Chiesa, come sempre ne ha
concessi attraverso i secoli, anche in tempi che meno sembravano propizi al
fiorire di vocazioni sacerdotali, anzi proprio allora in maggior copia, come
attesta anche solo l'agiografia cattolica del secolo XIX, così ricca di nomi
gloriosi dell'uno e dell'altro clero; fra i quali brillano come astri di prima
grandezza quei tre veri giganti di santità, esercitata in tre campi così
diversi, che Noi stessi avemmo la consolazione di cingere dell'aureola dei
Santi: San Giovanni Maria Vianney, San Giuseppe Benedetto Cottolengo e San
Giovanni Bosco.
La cooperazione dell'Azione Cattolica
Non bisogna però trascurare le diligenze umane, onde coltivare il prezioso
seme della vocazione che Dio largamente sparge nei cuori generosi di tanti
giovani; e quindi lodiamo e benediciamo e raccomandiamo con tutto l'animo Nostro
quelle opere salutari che, in mille forme e con mille sante industrie suggerite
dallo Spirito Santo, mirano a custodire, a promuovere, ad aiutare le vocazioni
sacedotali. "Per quanto possiamo pensarvi - afferma l'amabile Santo della
carità, Vincenzo de' Paoli - troveremo sempre che non avremmo potuto contribuire
a niente di più grandioso che a fare dei buoni sacerdoti". Nulla infatti vi è di
più accetto a Dio, di più onorifico alla Chiesa, di più proficuo alle anime, che
il dono prezioso di un santo sacerdote. E quindi, se chi offre un bicchier
d'acqua a uno de' più piccoli tra i discepoli di Cristo " non perderà la sua
ricompensa " (Mt
10,42), quale mercede non avrà colui che mette per così dire nelle mani pure
di un giovane levita il sacro calice in cui rosseggia il Sangue della
Redenzione, e lo aiuta a sollevarlo al cielo arra di pacificazione e di
benedizione per l'umanità?
E qui il Nostro grato pensiero corre di nuovo a quell'Azione Cattolica, da Noi
così costantemente voluta, promossa, difesa, la quale, come partecipazione del
laicato all'apostolato gerarchico della Chiesa, non può disinteressarsi di
questo vitale problema delle vocazioni sacerdotali. E difatti, con Nostra intima
consolazione, la vediamo in ogni luogo distinguersi, come in ogni altro campo di
cristiana attività, così in modo speciale in questo; e certamente il più ricco
premio di tale operosità è appunto la copia veramente mirabile di vocazioni
sacerdotali e religiose, che vanno fiorendo in seno alle sue organizzazioni
giovanili, mostrando con ciò di essere non solo un terreno fecondo di bene, ma
anche una ben custodita e ben coltivata aiuola, dove i fiori più belli e più
delicati possono svilupparsi senza pericolo. Sentano tutti gli ascritti
all'Azione Cattolica l'onore che con ciò ricade sulla loro associazione e si
persuadano che il laicato cattolico, in nessun'altra maniera meglio che col
collaborare a questo accrescimento delle file del clero secolare e regolare,
parteciperà davvero all'alta dignità di " regale sacerdozio " che il Principe
degli Apostoli attribuisce a tutto il popolo dei redenti (cf 1 Pt 2,9).
La collaborazione della famiglia
Ma il primo e più naturale giardino, dove devono quasi spontaneamente
germinare e sbocciare i fiori del santuario, è sempre la famiglia veramente e
profondamente cristiana. La maggior parte dei Santi Vescovi e Sacerdoti, " le
cui lodi celebra la Chiesa " (cf Sir 44,15), devono l'inizio della loro
vocazione e della loro santità agli esempi ed insegnamenti di un padre pieno di
fede e di maschia virtù, di una madre casta e pia, di una famiglia in cui
regnava sovrana con la purezza dei costumi la carità di Dio e del prossimo.
Le eccezioni a questa regola di ordinaria provvidenza sono rare e non fanno
che confermare la regola stessa. Quando in una famiglia i genitori, ad esempio
di Tobia e di Sara, domandano a Dio una numerosa posterità " nella quale venga
benedetto in eterno il nome del Signore " (Tb 8,9), e la ricevono con
gratitudine come dono celeste e come prezioso deposito, e si sforzano di
instillare ai figli fin dai primi anni il santo timor di Dio, la cristiana
pietà, una tenera devozione a Gesù Sacramentato e alla Vergine Immacolata, il
rispetto e la venerazione per i luoghi e le persone sacre; quando il figli
vedono nei genitori il modello di una vita onesta, laboriosa e pia; quando li
vedono amarsi santamente nel Signore, li scorgono spesso accostarsi ai Santi
Sacramenti, obbedire non solo alle leggi della Chiesa circa l'astinenza e il
digiuno, ma anche allo spirito della cristiana mortificazione volontaria; quando
li vedono pregare anche in casa, riunendo intorno a sé tutta la famiglia perché
la comune prece s'inalzi più gradita al cielo; quando li sanno compassionevoli
alle miserie altrui e li vedono dividere coi poveri il molto o il poco che
posseggono, è ben difficile che, mentre tutti cercheranno di emulare gli esempi
paterni, qualcuno almeno di tali figli non senta nell'animo suo l'invito del
divino Maestro: "Vieni dietro a me" (Mt 14,21) e "Io ti farò diventare
pescatore di uomini" (cf Mt 4,19). Fortunati quei genitori cristiani, i
quali, anche se di queste divine visite, di queste divine chiamate rivolte ai
loro figli, non fanno l'oggetto delle loro più fervide preghiere, come più
spesso di oggi avveniva in tempi di maggior fede, almeno non ne hanno paura, e
sanno scorgere in esse un insigne onore, una grazia di predilezione e di
elezione del Signore per la loro famiglia!
Si deve invece purtroppo confessare che spesso, troppo spesso, i genitori,
anche quelli che si gloriano di essere sinceramente cristiani e cattolici,
specialmente nelle classi più elevate e più colte della società, sembra che non
sappiano rassegnarsi alla vocazione sacerdotale e religiosa dei loro figli, e
non si fanno scrupolo di combattere la divina chiamata con ogni sorta di
argomenti, anche con mezzi che possono mettere a repentaglio non la sola
vocazione ad uno stato più perfetto, ma la coscienza stessa e l'eterna salute di
quelle anime che pur dovrebbero essere loro così care. Il qual deplorevole
abuso, come quello già malamente invalso nei secoli passati di costringere
invece i figli allo stato ecclesiastico anche senza alcuna vocazione né
idoneità, non torna certo ad onore di quelle stesse classi sociali più alte, che
ora sono così poco rappresentate, generalmente parlando, nelle file del clero:
poiché, se le dissipazioni della vita moderna, le seduzioni che, specie nelle
grandi città, eccitano precocemente le passioni giovanili, le scuole, in molte
regioni così poco favorevoli allo sviluppo di simili vocazioni, sono in molta
parte causa e triste spiegazione della scarsità di esse in tali famiglie agiate
e signorili, non si può negare che ciò arguisce anche una lacrimevole
diminuzione di fede nelle famiglie stesse. Difatti, se si guardassero le cose al
lume della fede, quale più alta dignità potrebbero i genitori cristiani
desiderare per i loro figli, quale ministero più nobile di quello che, come
abbiamo detto, è degno della venerazione degli uomini e degli Angeli? Una lunga
e dolorosa esperienza poi insegna che una vocazione tradita (non si creda troppo
severa la parola) è fonte di lagrime non solo per i figli, ma anche per gli
sconsigliati genitori; e Dio non voglia che tali lagrime siano troppo tardive,
da diventare lagrime eterne.
IV. Esortazione
La pratica di santificarsi
Ed ora a voi, diletti Figli, rivolgiamo direttamente la Nostra paterna parola,
quanti siete sacerdoti dell'Altissimo, dell'uno e dell'altro clero, sparsi per
tutto l'orbe cattolico; a voi " gloria Nostra e Nostro gaudio " (1 Ts
2,20), che portate con tanta generosità il " peso e l'ardore della giornata " (Mt
20,12) e così validamente aiutate Noi e i Nostri Fratelli nell'episcopato,
nell'adempimento del dovere di pascere il gregge di Cristo, giunga il Nostro
paterno ringraziamento e il Nostro fervido incoraggiamento insieme con
l'accorato appello che, pur conoscendo ed apprezzando il vostro encomiabile
zelo, vi rivolgiamo nei bisogni dell'ora presente. Quanto più questi si vanno
aggravando, tanto più deve crescere ed intensificarsi l'opera vostra redentrice;
poiché " voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo " (cf Mt
5,13-14).
Ma perché l'opera vostra sia davvero benedetta da Dio e copiosi ne siano i
frutti, è necessario ch'essa sia fondata nella santità della vita. Questa è,
come abbiamo dichiarato di sopra, la prima e più importante dote del sacerdote
cattolico: senza questa, le altre doti poco valgono; con questa, anche se le
altre doti non sono in grado eminente, si possono compiere meraviglie, come
avvenne (per citare solo qualche esempio) in San Giuseppe da Copertino, e, in
tempi a noi più vicini, in quell'umile Curato d'Ars, San Giovanni Maria Vianney,
già ricordato, che Noi volemmo assegnare a tutti i Parroci come modello e
celeste Patrono. Pertanto, " considerate - vi diremo con l'Apostolo delle Genti
- considerate la vostra vocazione " (1 Cor
1,26); e questa considerazione non potrà non farvi apprezzare sempre più
quella grazia, che vi fu data nella sacra ordinazione, e non spronarvi " a
diportarvi in modo degno della chiamata che vi fu fatta " (Ef
4,1).
Raccoglimento e preghiera
A ciò vi gioverà immensamente quel mezzo, che il Nostro predecessore di santa
memoria Pio X nella sua così pia e così affettuosa Exhortatio ad Clerum
catholicum, la cui assidua lettura caldamente vi raccomandiamo, pone in primo
luogo tra i più validi aiuti per custodire ed accrescere la grazia sacerdotale;
quel mezzo che Noi stessi più volte, e soprattutto con la Nostra Lettera
Enciclica Mens Nostra, abbiamo paternamente e solennemente inculcato a
tutti i Nostri figli, ma più specialmente ai sacerdoti; cioè l'uso frequente
degli Esercizi spirituali. E come al chiudersi del Nostro giubileo sacerdotale
non abbiamo creduto di poter dare ai Nostri figli un migliore e più salutare
ricordo di quella fausta ricorrenza, che con l'invitarli per mezzo della
ricordata Lettera ad attingere più largamente l'acqua viva che sale alla vita
eterna (cf Gv 4,14), a questa fonte perenne aperta da Dio
provvidenzialmente nella sua Chiesa, così ora a voi, diletti figli, che più ci
siete cari, perché più direttamente lavorate con Noi all'avvento del Regno di
Cristo sulla terra, non crediamo di poter meglio mostrare il Nostro paterno
affetto che con l'esortarvi vivamente a valervi di questo stesso mezzo di
santificazione, nel miglior modo possibile, secondo i principi e le norme da Noi
esposte nella memorata Enciclica, chiudendovi nel sacro ritiro degli Esercizi
spirituali, non solo nei tempi e nella misura strettamente prescritta dalle
leggi ecclesiastiche, ma anche più spesso e più a lungo che vi sarà concesso,
prendendovi poi ogni mese un giorno per consacrarlo ad una più fervida orazione,
ad un maggior raccoglimento, come hanno sempre usato i più zelanti sacerdoti.
Nel ritiro e nel raccoglimento potrà pure " ravvivare la grazia di Dio " (cf 2
Tm 1,6) chi mai fosse entrato " nell'eredità del Signore " non per la via
diritta della vera vocazione, ma per fini terreni o meno nobili; poiché, essendo
anch'esso ormai indissolubilmente legato a Dio e alla Chiesa, non gli rimane che
di seguire il consiglio di San Bernardo: "Procura d'ora in avanti di rendere
buone le tue vie e i tuoi affetti, e santo il tuo ministero; e così se la
santità della vita non è preceduta, che almeno essa segua". La grazia di Dio, e
segnatamente quella che è propria del sacramento dell'Ordine, non mancherà di
aiutarlo, se sinceramente lo desidera, a correggere quello che allora vi fu di
difettoso nelle disposizioni personali, e a compiere tutti i doveri del proprio
stato, comunque ci sia entrato.
Tutti poi dal raccoglimento e dalla preghiera uscirete rinfrancati contro le
insidie del mondo, pieni di santo zelo per la salute delle anime, tutti
infiammati d'amore in Dio, quali devono essere i sacerdoti, più che mai in
questi tempi, nei quali, accanto a tanta corruzione e diabolica perversità, si
sente in tutte le parti del mondo, un potente risveglio religioso nelle anime,
un soffio dello Spirito Santo che pervade il mondo per santificarlo e per
rinnovare con la sua forza creatrice la faccia della terra (cf Sal
103,30). Pieni di questo Spirito Santo, comunicherete questo amor di Dio come
sacro incendio a quanti vi si accosteranno, diventando davvero portatori di
Cristo in mezzo alla società così sconvolta, la quale solo da Gesù Cristo può
sperare salvezza perché egli solo e sempre è " veramente il Salvatore del mondo
" (Gv 4,42).
E prima di terminare, a voi, o giovani chierici, che vi educate al sacerdozio,
rivolgiamo con una tenerezza tutta particolare il Nostro pensiero e la Nostra
parola, e dall'intimo del cuore vi raccomandiamo di prepararvi con ogni impegno
alla grande missione, a cui Dio vi chiama. Voi siete le speranze della Chiesa e
dei popoli, che molto, tutto anzi aspettano da voi, perché da voi aspettano
quella attiva e vivificante cognizione di Dio e di Gesù Cristo, in cui consiste
la vita eterna (cf Gv 17,3). Cercate dunque nella pietà, nella purezza,
nell'umiltà, nell'obbedienza, nella disciplina e nello studio, di formarvi
sacerdoti davvero secondo il Cuore di Dio; persuadetevi che la diligenza, con
cui attenderete a questa vostra solida formazione, per quanto accurata e
solerte, non sarà mai eccessiva, perché da essa in gran parte dipende tutta la
vostra futura attività apostolica. Fate che la Chiesa, nel giorno della vostra
sacerdotale ordinazione, possa trovarvi davvero quali vi vuole, che cioè " una
sapienza celeste, costumi illibati e una diuturna osservanza della giustizia vi
renda commendevoli ", affinché poi " il profumo della vostra vita sia di
consolazione alla Chiesa di Cristo, perché con la predicazione e con l'esempio
abbiate ad edificare la casa, cioè la famiglia di Dio ". Solo così potrete
continuare le gloriose tradizioni del sacerdozio cattolico e affrettare l'ora
auspicatissima in cui sarà dato all'umanità di godere i frutti della Pace di
Cristo nel Regno di Cristo.
Nuova messa votiva
Ed ora, terminando questa Nostra Lettera, a voi, Venerabili Fratelli Nostri
nell'Episcopato, e per mezzo vostro a tutti i Nostri diletti Figli dell'uno e
dell'altro Clero, siamo lieti di annunziare che a solenne testimonianza del
Nostro grato animo per quella santa cooperazione con cui essi, dietro la guida e
l'esempio vostro, hanno reso così largamente fruttuoso alle anime questo Anno
Santo della Redenzione, e più ancora perché sia perenne il pio ricordo e la
glorificazione di quel sacerdozio, del quale il Nostro e il vostro, Venerabili
Fratelli, e di quanti sono sacerdoti di Cristo, è la partecipata continuazione,
abbiamo creduto opportuno, dopo udito il consiglio della Sacra Congregazione dei
Riti, di preparare una propria Messa votiva "de summo et aeterno Iesu Christi
Sacerdotio"; Messa, che abbiamo il piacere e la consolazione di pubblicare
insieme a questa Nostra Lettera Enciclica, e che potrà celebrarsi nelle ferie
quinte, secondo le prescrizioni liturgiche.
Non Ci resta, Venerabili Fratelli, che impartire a tutti quell'Apostolica e
paterna Benedizione che tutti aspettano e desiderano dal comun Padre; e sia
benedizione di ringraziamento per tutti i benefici largiti dalla divina Bontà in
questi Anni Santi straordinari della Redenzione, sia benedizione augurale per il
nuovo anno che sta per cominciare.
Dato a Roma presso San Pietro, il 20 dicembre 1935, nel LVI anniversario del
Nostro sacerdozio, del Nostro Pontificato l'anno decimoquarto.
PIUS PP. XI
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