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DISCORSO DI PAOLO VI A
25.000 LAVORATORI DELLA REGIONE CAMPANIA
Sabato, 21 giugno 1975
Venerabili Fratelli e
carissimi Figli,
Non possiamo tacere la
nostra gioia e la nostra commozione nel ricevere qui, presso la tomba del
Principe degli Apostoli, il vostro pellegrinaggio giubilare, che per il suo
numero straordinario costituisce un avvenimento singolare di questo Anno Santo,
pur nel flusso dei gruppi sempre più numerosi di pellegrini che varcano senza
posa le soglie di questa Basilica.
A voi tutti, cari lavoratori,
il nostro affettuoso saluto; e con voi salutiamo il caro e venerato Cardinale
Arcivescovo Corrado Ursi e gli altri zelanti Pastori della regione Campana, come
pure salutiamo volentieri i Cappellani dell’ONARMO e il Gruppo Sacerdotale della
Pastorale del Lavoro, ai quali va in gran parte il merito di questa grandiosa
iniziativa.
Il desiderio che vi ha spinti
a realizzare il vostro pellegrinaggio nell’anniversario della nostra elezione al
Pontificato, rivela una chiara attestazione di venerazione che va, sì, alla
nostra umile persona, ma soprattutto al nostro servizio apostolico nella Chiesa,
alla sede di Pietro, centro della cattolicità.
Grazie, adunque, della vostra
visita e del conforto che ci avete procurato col vostro filiale omaggio: omaggio
tanto più apprezzato da noi, perché è testimonianza cristiana che giunge dalle
vostre terre, ricche di bellezze naturali ma anche di tradizioni religiose, e
perché proviene dal mondo del lavoro, verso il quale la Chiesa non cessa di
rivolgere le sue premurose sollecitudini.
Accogliendovi col cuore che a
tutti si apre e con tutti condivide le aspirazioni, i voti, le speranze di
questo Anno Giubilare, che voi con tanto fervore state celebrando, desideriamo
lasciarvi qualche pensiero come ricordo di questo odierno incontro.
E il primo pensiero non può
essere altro che un invito alla fede. È la fede, non altro, che vi ha tratti a
Roma, a sottoporvi a molti disagi, per varcare la Porta Santa e accedere alle
fonti della grazia, dischiuse dal Giubileo a tutti gli uomini di buona volontà:
e allora fate onore alla vostra fede cristiana, e custoditela come il tesoro più
bello e più prezioso della vostra vita. L’uomo moderno, assorbito dal lavoro,
molto spesso, pur troppo, finisce per dimenticarsi di guardare in alto; e si
interessa sempre più delle cose della terra e dei beni economici più che di ogni
altro. Perciò il Giubileo, che è uno sforzo di rinnovamento della vita
religiosa, vuol ricordare al mondo moderato che bisogna guardare anche il Cielo.
È necessario certamente procurarsi l’onesto sostentamento della vita, ma non
bisogna dimenticare che nella vita si deve attendere anche e soprattutto alla
ricerca superiore di Dio e dei beni spirituali. Nel motto di San Benedetto «Ora
et labora» è il segreto per risolvere le questioni sociali, morali, spirituali
del nostro tempo, il quale, pur troppo, si caratterizza per aver invece separate
queste due parole. Voi, cari lavoratori, sappiate unire alle vostre quotidiane
fatiche sempre la fede che vi fa cristiani e figli di Dio e dà speranze che
trascendono il livello del tempo e i confini della materia; essa entri come un
programma, e non come un peso, nel tessuto della vostra vita individuale e
familiare, e nelle varie forme di attività alle quali ciascuno di voi è
chiamato.
Vi diremo ancora: amate il
vostro lavoro. È ben vero che esso non sempre vi soddisfa: la sua monotonia, i
disagi quotidiani che comporta, le soddisfazioni avare e le responsabilità
numerose, tutto concorre a renderlo pesante. Si dovrà certamente cercare con
ogni mezzo di alleviare quanto è possibile queste vostre pene. Ma le fatiche
inevitabili, inerenti al lavoro stesso, diventano preziose e feconde s’e sono
accettate con pazienza e con fede, come esercizio di spirito obbediente al
dovere e al volere di Dio: se cioè saprete fare della vostra fatica un omaggio
filiale, schietto e affettuoso a Dio Padre che è nei Cieli; uno strumento di
redenzione, unendolo alle fatiche, alle sofferenze, alla croce di Gesù Cristo
Nostro Signore; un contributo di solidarietà offerto ai fratelli in spirito di
leale servizio. Il lavoro così riacquisterà il suo slancio fervido, il suo
significato profondo; non sarà più soltanto una pena, ma anche un premio; non
sarà solo sorgente di progresso, ma anche fonte di gioia, di conforto, e di
tanta soddisfazione per voi.
Infine siate promotori della
concordia e della fratellanza nel vostro ambiente di lavoro. L’Anno Santo ci
parla appunto di riconciliazione. Bisogna che gli uomini diventino fratelli;
bisogna che sappiano perdonarsi e volersi bene; bisogna che collaborino sempre
più fra di loro per la costruzione di un mondo più umano, più giusto, più
solidale. La distinzione che deriva loro dalle diverse funzioni svolte nella
società, non li renda avversari tra loro, ma collaboratori, non accresca in loro
l’egoismo e la lotta, ma li educhi al senso della responsabilità. Con ciò non si
nega la legittimità della difesa dei rispettivi interessi, per la tutela e la
promozione economica e sociale delle classi oggi meno favorite, e specialmente
per la schiera ancora immensa degli umili, dei poveri, dei disagiati, degli
oppressi, dei disoccupati, dei lavoratori impegnati in fatiche estenuanti e
malsane. Ma noli che abbiamo la ventura di non restringere l’orizzonte della
vita nel cerchio temporale ed economico, ma di aprirlo al cielo dello spirito e
alla fede trasfigurante nella parola di Cristo, sappiamo trarre l’ispirazione
per portare la pace e la giustizia al mondo - al mondo operaio, specialmente -
non dall’istinto della violenza e da ideologie imbevute di materialismo o di
odio, ma dall’urgenza sentita e vissuta della carità cristiana, che Gesù Cristo
ci ha insegnato con la parola e con l’esempio, e ci ha infuso con lo Spirito
vivificatore.
Ecco i pensieri che vi
lasciamo come ricordo del vostro pellegrinaggio giubilare. Vorremmo che, tornati
alle vostre case, recaste a tutti i vostri cari e a tutti i vostri compagni di
lavoro il nostro saluto; dite loro che li portiamo nel cuore e che raccomandiamo
a Dio nella quotidiana preghiera le loro aspirazioni, le loro sofferenze, le
loro fatiche, invocando ogni più bella gioia di una vita operosa e serena.
E tutti abbracciando con
affetto, impartiamo la nostra particolare Benedizione Apostolica nel nome del
Signore.
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