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DISCORSO DI PAOLO VI
ALLE DELEGATE AL III CONGRESSO NAZIONALE DELLA COMPAGNIA DI CARITÀ DI SAN
VINCENZO DE’ PAOLI
Sabato, 22 ottobre 1966
Dilette Figlie.
La vostra presenza Ci procura viva consolazione. Ve ne siamo molto grati. E
vi ringraziamo del filiale, delicato pensiero con cui avete desiderato che i
lavori del III Congresso della vostra benemerita e sempre diletta Compagnia
della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli avessero in programma questo incontro col
Padre Comune, per averne una parola d’incoraggiamento e riceverne la
benedizione, nel nome stesso di Cristo.
Noi siamo in dovere di concedervela, questa parola e questa benedizione,
perché ve la meritate per diversi titoli: per il vostro fervore di carità, di
cui fate emblema per la vostra istituzione, e programma per la vostra vita; per
la sollecitudine, che vi spinge a non contentarvi della comune professione
cristiana per donare il vostro tempo e i vostri mezzi, anzi tutte voi stesse
alla cura del povero; ve la meritate inoltre per la secolare fedeltà alle
direttive della Chiesa, che distingue la vostra Compagnia, facendo in ciò
riconoscere una delle genuine caratteristiche della spiritualità di San Vincenzo
e della sua famiglia religiosa; e codesta fedeltà prende oggi la sua fisionomia
dal dichiarato intendimento, che vi ha mosse, e che animerà l’intero vostro
Convegno, di ispirarvi agli insegnamenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, per
approfondire «l’urgenza e l’universalità dell’azione caritativa».
È questo l’argomento in cui si articola il vostro Convegno; e Ci è caro
esprimervi subito il Nostro compiacimento per la significativa scelta.
Di fatto, tema più necessario e urgente non si poteva proporre, nella
appassionata esigenza che oggi muove tutte le organizzazioni cattoliche a
ripensare alle proprie origini, a ristudiare i propri programmi, a rinnovare
propositi di azione generosa, traendone motivo dall’aggiornamento
invocato dal Concilio, e ripetendone l’obbligatorietà dalle gravi consegne, da
esso affidate a tutti i figli della Chiesa.
Tema, dunque, necessario e urgente; ma altresì tanto bello e incoraggiante e
forse come nessun altro più adatto a far capire l’ansia che oggi muove la Chiesa
nel portare la risposta della verità e l’aiuto dell’amore agli uomini. È un
movimento che scende verso l’uomo, ma che trae la sua origine dall’impulso che
Dio stesso ha dato, quando si è chinato, in Cristo Uomo e Dio, verso l’umanità
per unirla a sé, e ridonarle la dignità perduta. La carità! Tutto nella Chiesa è
carità: «Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio Unigenito» (3, 16)
per la salute del mondo. E questa carità, apparsa nella grotta di Betlem e
sfolgorata sulla Croce, è divampata da allora alta e possente, e ha trasformato
il mondo.
La storia della Chiesa si compendia in questa parola; e l’anelito, che ha
mosso i Padri Conciliari nel loro gigantesco lavoro di studio e di applicazione,
non è stato altro che la carità: un amore alto, disinteressato, luminoso,
invitto sopra tutte le incomprensioni e le sfiducie, pieno di calore e di
simpatia per l’uomo: soprattutto per l’uomo che soffre, per il povero, il
disoccupato, l’anziano, l’esiliato, l’emigrato, l’infermo e il denutrito, per
tutta la gamma in cui oggi si spiega davanti agli occhi nostri l’immagine
dolente di un’umanità che è nel bisogno. Nell’ultima Sessione Pubblica, il 7
dicembre dello scorso anno, abbiamo voluto ciò sottolineare in quella splendente
assemblea, quasi a voler dare l’immagine simbolica e conclusiva dei lavori
conciliari, quando abbiamo detto: «Vogliamo piuttosto notare come la religione
del nostro Concilio sia stata principalmente la carità; e nessuno potrà
rimproverarlo d’irreligiosità o di infedeltà al Vangelo per tale precipuo
orientamento, quando ricordiamo che è Cristo stesso ad insegnarci essere la
dilezione ai fratelli il carattere distintivo dei suoi discepoli (cfr. Io.
13, 35), e quando lasciamo risuonare ai nostri animi le parole apostoliche: “La
religione pura e immacolata, agli occhi di Dio e del Padre, è questa: visitare
gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni e conservarsi puri da questo
mondo” (Iac. 1, 27); e ancora: “Chi non ama il proprio fratello, che egli
vede, come può amare Dio, che egli non vede?” (1 Io. 4, 20)» (Insegnamenti
di Paolo VI, 3, p. 728-9).
Potrebbe sembrare un paradosso, che il Concilio, come suprema assemblea dei
Vescovi uniti con Pietro, raccolti in preghiera e in studio, e perfino
fisicamente separati dal resto del mondo, abbia avuto questa fisionomia
inequivocabile della carità, che vuol dire contatto, dialogo, vicinanza coi
fratelli che soffrono. Ma paradosso non è; anzi, è la realtà, che tutti hanno
compresa, rimanendone colpiti e commossi; e a chi legga i numerosi documenti
conciliari sotto questo angolo visuale, non può sfuggire l’ansia di carità, che
ha mosso i Padri, e da essi è stata comunicata alla Chiesa, e all’umanità tutta
perché la carità di Cristo sia veramente e finalmente il motore segreto di tutte
le attività umane: sia per quanto riguarda le necessità urgenti delle singole
persone, sia per quanto riguarda la società, le organizzazioni internazionali, e
i popoli. Parole assai gravi - che hanno sviluppato le forti espressioni degli
antichi Padri della Chiesa - sono risonate nel Concilio per ricordare a tutti
gli uomini, ma in primo luogo ai cristiani, il dovere dell’amore: e dai
fondamenti teologici, che partono dal cuore stesso di Dio e dal mistero
dell’Incarnazione, il Concilio è passato alle applicazioni pratiche, senza
disdegnare neppure i particolari più minuti. In questi giorni, voi ne farete
oggetto della vostra attenta considerazione e non è pertanto necessario richiamare
quelle parole: ma abbiamo voluto ricordarvi questo immane sforzo di carità,
rappresentato dal Concilio, perché una più grande e santa convinzione animi i
vostri cuori, e vi incoraggi sulla via intrapresa.
Come Compagnia della Carità, e quindi nel nome stesso che indica lo spirito e
le finalità della vostra azione, voi siete su questa linea regale: voi
presentate al mondo la legge prima e più alta del Vangelo di Cristo, voi
continuate l’opera caritativa della prima comunità cristiana, voi corrispondete
fedelmente alle attese della Chiesa di oggi. Questo basti a dirvi qual è il
posto della Compagnia nella varia e cara schiera degli organismi dell’Apostolato
dei Laici, qual è l’affetto e la speranza, con cui il Papa guarda ad essa, e
qual è il fuoco interiore, l’entusiasmo, l’impegno, che deve spingerne le socie,
con l’aiuto di Dio, a rendere sempre più efficace la loro azione, a purificarla
di ogni possibile scoria di umana imperfezione, che possa impacciarla e
svigorirla nei suoi moventi soprannaturali, a comunicarla ad altre persone,
specialmente alla gioventù che è sensibile solo alla forza dell’esempio e della
generosità. Che l’attività vincenziana eviti ogni ombra di burocratismo, ogni
sospetto di paternalismo, ogni esitazione di pavidità, ogni costrizione di
schemi, dipenderà solo da questo, oggi come sempre: che vi sentiate alla scuola
genuina del Cristianesimo e del Magistero, come partecipi e consapevoli del suo
anelito di carità per tutti gli uomini, e strumenti volitivi e capaci della sua
irradiazione sempre più operosa e vasta nel mondo.
Noi siamo certi che queste parole trovano in voi eco profonda e pensosa; e Ci
commuove il pensiero di quanto fate e ancora farete, in piena adesione di
generosità e di amore. A tanto vi conforta la Nostra preghiera e la Nostra
Benedizione Apostolica, che vi impartiamo di gran cuore, comprendendo in un
unico palpito di paterna benevolenza tutte le iscritte della Compagnia della
Carità, operanti in Italia, e quanti trovano in esse delicatezza di parole e di
opere, sollecitudine premurosa, esempio di fede vissuta e trascinatrice.
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