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DISCORSO DI PAOLO VI AI
DIRIGENTI E COLLABORATORI DEI COMITATI CIVICI
Sabato, 30 gennaio 1965
Diletti figli!
Affiora al nostro spirito una domanda suscitata
dalla vostra A presenza, una domanda che ha accompagnato la storia della vostra
non lunga, ma varia ed intensa esistenza, fin dal principio, e poi via via all’apparizione
dei vostri interventi nelle vicende della vita pubblica italiana, dopo la
guerra, ovvero alla manifestazione un po’ intermittente, un po’ velata e
misteriosa, dei vostri quadri e della vostra attività. Domanda semplicissima e
legittima: «voi chi siete?». La risposta è pronta e chiara: «siamo i
Comitati Civici»; pronta e chiara, ma alla curiosità, più stimolata che
soddisfatta, non esauriente, perché la curiosità incalza: «e i Comitati
civici che cosa sono?». Nasce uno strano dialogo: «Siete un Partito
politico?». Risposta: «No, non siamo un Partito politico». «Una corrente
sociale?». Risposta: «Nemmeno». Allora: «Siete un’associazione
cattolica?». La risposta è ancora negativa: «Non siamo un’associazione
cattolica, nel senso proprio della parola». «Che cosa siete allora: un
Comitato elettorale? un blocco sociale? una agenzia "doxa"? una compagnia
di pubblicità? un’espressione spontanea e momentanea di opinione pubblica?
Chi siete?».
Ricordiamo che questo bisogno d’una definizione s’è fatto
sentire più volte, alla base e al vertice degli ambienti che vi circondano; e
ricordiamo anche una certa riserva che si notava in passato a pronunciare una
definizione statutaria del Comitato Civico, come quello che doveva modellare il
suo volto piuttosto dall’esperienza in corso, che non da un concetto astratto
prestabilito, e che si identificava in un’attività, varia e mobile anch’essa,
piuttosto che non in strutture organiche ben determinate. Questo in passato,
dicevamo; ora sarebbe più facile dare una descrizione soddisfacente dell’organismo,
al quale appartenete; ma la definizione esige tuttora qualche ricerca, che voi
stessi forse, con questo e con altri convegni, state facendo.
E questa incertezza non vi fa torto. Ricordate
quanto c’è voluto per raggiungere la definizione dell’Azione Cattolica.
Ricordate quanto sia complesso e difficile scolpire in termini semplici ed
evidenti una qualsiasi realtà, o un’opera nuova e straordinaria, che s’innesti
nel contesto complicato e agitato della vita sociale contemporanea.
Ci
piacerebbe pensare, se non vi fosse pericolo di mescolare il sacro col profano,
al caso di San Giovanni Battista, interrogato a più riprese: «Tu chi sei?»,
e alle sue vigorose e ripetute risposte negative alle varie ipotesi presentate
per identificare la sua persona e la sua missione: «No, no; non sono, non sono
io». E Ci piacerebbe sostare, quasi per delineare davanti ai vostri spiriti un
esempio sacro e sublime, le due conclusioni che il Precursore offrì all’inchiesta
che lo assediava: «Io sono voce d’uno che grida nel deserto»; e poi,
riferendosi a Cristo: «È necessario ch’io scompaia, e che Lui invece si
affermi» (cfr. Io. 1, 19 ss.; 3, 30). Potrete, se mai, pensare voi stessi, per dare ispirazione superiore alla vostra attività a questi
riferimenti evangelici; ora a Noi basta ricorrere, per concludere il problema
pregiudiziale sollevato, a più modesti concetti, e solo accennando.
La difficoltà di dare di voi una definizione nasce
e si risolve da questo: che il Comitato Civico è uno strumento; e uno strumento
più che da se stesso si qualifica, scolasticamente, dall’agente che lo adopera e
dall’effetto a cui è destinato. È intermediario. Ha fuori di sé gli elementi che
lo definiscono, anche quando, dotato di vita propria, possiede una sua propria
capacità di azione ed ha la responsabilità dei suoi atti. E non pensate che il
riconoscere come essenziale la funzione strumentale del Comitato Civico
diminuisca il suo prestigio e la sua importanza: ogni servizio, ogni ministero
ha carattere strumentale; lo stesso ministero sacerdotale è mediatore fra Dio e
l’umanità, fra il Principio di verità e di grazia, da cui deriva dignità e
potestà, e le anime alle quali presta le sue cure. Volete una citazione del
Dottore Angelico? «Minister autem se
habet per modum instrumenti», chi è ministro si comporta a guisa di strumento
(S. Thom. III, 63, 2). Tutto sta a vedere a chi ed a che serve lo strumento.
E
a questo punto il quadro, in cui si colloca la vostra funzione, si fa vasto,
complicato, e sotto certi aspetti maestoso. È un quadro, che nella sua
estensione panoramica, presenta molte questioni difficili e delicate; lo
descriverà il Concilio Ecumenico nello studio del suo XIII schema, che tratta
delle relazioni della Chiesa col mondo. A voi riguarda il settore dei rapporti
contingenti della Chiesa con la vita pubblica, Perché: a chi serve il Comitato
Civico? È saputo: serve alla causa cattolica: la quale, come pure è saputo, è
posta e presidiata dalla Gerarchia della Chiesa. E la serve là dove l’azione
propria e diretta della Gerarchia viene meno; ma dove non può venir meno quella
indiretta della Chiesa, cioè quella dei principi cristiani informatori delle
ideologie politiche, sociali e morali, e quella dei cattolici-cittadini a pieno
diritto dello Stato.
L’«ordo rerum humanarum», che è la
città terrestre, non può essere assolutamente trascurato dalla Chiesa, quando
in esso si svolge quella vita umana, che essa deve guidare a salvamento, cioè
ai suoi fini superiori, sia presenti che ultraterreni, e quando - com’è nelle
condizioni attuali della nostra società - il gioco della libera attività dell’uomo
è quanto mai proclamato eh operante. Diremo con un autore contemporanea: «Qui
sta la ragione dell’importanza del tema Chiesa-mondo, cioè società, Stato,
economia del Cattolicesimo. Proprio perché l’azione per la salvezza del mondo
e nei suoi ordini si svolge attraverso la virtù nella vita, la Chiesa non
può abbandonare al loro corso le cose di questo mondo. Non può abbandonarle
quale indicatrice d’un .ordine, in cui l’uomo possa operare per la sua
salvezza, quale concreatrice degli ordini temporali, onde essi formino un mondo
circostante favorevole, in cui la vita virtuosa sia possibile non soltanto per i
santi eroici, ma per l’uomo in generale. Qui la zona di incontro fra la
Chiesa e lo Stato, e la loro profonda unità e il valore proprio e la dignità
di entrambi: essa sta nel senso ultimo della vita umana . . .» (H. Rommen, Lo
Stato nel pensiero cattolico, p. 35). Queste considerazioni si fanno più gravi
e più urgenti all’esame delle condizioni di fatto, sempre critiche, su cui l’Episcopato Italiano richiamava l’attenzione dei fedeli e dei cittadini
nella sua lettera collettiva dello scorso anno.
Perciò, se da un lato la Chiesa deve e vuole
rimanere estranea alla gestione dell’ordine temporale, alla politica come
comunemente si dice, dall’altro non può disinteressarsi dell’animazione
ideologica, morale e spirituale della vita pubblica, e non può non vedere con
favore che vi sia chi saggiamente e sistematicamente assiste il nostro popolo
tanto nella sua maturazione dottrinale, come nel suo retto comportamento nel
campo delle civiche attività. E questo è il vostro compito, tanto più
importante quanto maggiore è il bisogno che il popolo stesso ha di tale
fraterna assistenza, invitato com’è dal costume moderno a tutto conoscere e a tutto giudicare della vita pubblica, assediato
e insidiato parimente com’è da un pericoloso e turbinoso pluralismo di
contrastanti opinioni .e da incessanti ed avvincenti propagande, spesso punto
conformi al retto pensiero civile e cristiano, e obbligato alla fine a decidere,
mediante la sua partecipazione alle competizioni elettorali, delle sorti della
società.
Oggi la vita pubblica riconosce ai cittadini molti diritti; e fra
tutti importante è quello di scegliersi col voto i propri rappresentanti nelle
magistrature amministrative e politiche, l’esercizio dei quali diritti dev' essere
illuminato, libero ed ordinato; ed è opera di non piccolo merito educare e
guidare il cittadino a tale esercizio. In pratica sarà vostro programma
svolgere azione informativa e formativa fra le varie categorie sociali circa i
problemi della vita civica; non sarete soli a far questo, concorrendo allo scopo
molti altri fattori; ma laddove questi fattori (come la scuola, la stampa, i
partiti) si diffonderanno a illustrare gli aspetti tecnici, economici, politici,
giuridici di tali problemi, voi, senza trascurare questi aspetti stessi, avrete
cura di metterne in evidenza gli aspetti superiori, che sono quelli morali; e vi
farete onore e dovere di collegare tali insegnamenti con la dottrina sociale
della Chiesa, da cui tanta luce, tanta sicurezza, tanto vigore possono scaturire
per chi l’accoglie con attenzione e fiducia.
Non crediate che la vostra azione si isterilisca e diventi astratta ed
inutile per la prevalente considerazione di tali aspetti etici e dottrinali;
esce dal gioco degli interessi temporali, ma li sovrasta e li illumina; non
entra nella contesa dei dibattiti specifici della politica, ma entra nel segreto
delle coscienze e ne guida il giudizio applicando all’ordine civile le stesse
norme morali che presiedono all’ordine privato; trascura di pronunciarsi su
questioni tecniche e proprie dei pubblici affari, ma esige che la competenza, l’onestà,
la condotta personale corrispondano alla gravità, alla rettitudine, alla
esemplarità delle funzioni concernenti il bene della comunità. Vedrete allora
la vostra azione, sì, «farsi voce che grida», quasi eco della coscienza
del popolo e della legge di Dio. La vedrete reclamata a suggerire i criteri di
fondo negli orientamenti pratici e concreti sia del corpo sociale, sia dei
singoli uomini impegnati nell’attività dei pubblici uffici; la vedrete
invocata a confortare l’improba e talvolta sconcertante fatica di chi porta
il peso degli affari della civica comunità; la vedrete diventare provvida e
forte a persuadere i cittadini, i cattolici specialmente, a procedere uniti e
concordi,, superando le vedute e gli interessi particolari in vista del bene
comune, supremo valore della sana coscienza politica; e ciò, .più ancora che
per ossequio a moniti autorevoli esteriori, .per urgente precetto derivante dall’intrinseca
necessità di fedeltà ai principi e alla parola data, e risultante dà
indiscutibile dovere di salvezza nazionale.
Ma di questo servizio, che da temporale si fa spirituale, da tecnico
diventa morale e politico, non spetterà a voi determinare le formule, indicare
i momenti, stabilire gli scopi: è questo un compito di enti e di persone
responsabili della guida, della leadership come s’usa dire, del campo
cattolico da una parte, di quello propriamente politico dall’altra; a voi
spetta farvene araldi e diffusori. E sia codesta severa ed umile disciplina il
segno della vostra militante libertà; non a voi stessi, non ad altri servite,
ma alla causa, dicevamo, di cui siete arma e strumento. Trarrete dal senso di
cotesto servizio le virtù che lo rendono provvido e forte: non vi piaccia la
risonanza esteriore e il plauso altrui; lavorate in silenzio, con dedizione
tanto più generosa e meritoria, quanto più disinteressata, e contenta
soprattutto della coscienza del servizio prestato. Lavorate in concordia e in
collegamento con le organizzazioni e con le opere del nostro campo, con l’Azione
Cattolica specialmente e la stampa nostra. E lavorate con coraggio, perché di
questo vi. è grande bisogno. Lavorate con fiducia; sì, con fiducia verso gli
ordinamenti, che formano la norma e la storia della nostra società,e che
sono oggi quelli democratici; con fiducia anche verso gli uomini di buona
coscienza impegnati nel vertiginoso arringo politico; con fiducia verso il
nostro popolo, il quale, sebbene inquieto talvolta e spinto faziosamente a intemperanti espressioni, aspira tuttavia a buon diritto ad un migliore assetto
sociale, e bene guidato apprezza la saggezza della collaborazione sociale e gode
della dignità dell’ordine giuridico; fiducia finalmente e specialmente verso
la Provvidenza, che guida le umane vicende, che sa trarre il bene da ogni cosa,
anche avversa e funesta, che premia ogni desiderio, ogni atto, ogni sofferenza
di chi opera con cuore retto e forte.
Così, Figli carissimi, Iddio tutti vi
illumini, vi sostenga e vi benedica.
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