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DISCORSO DI PAOLO VI AL
VII CONGRESSO NAZIONALE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI CANCEROLOGIA
Sabato,
7 novembre 1964
Siamo sinceramente lieti e onorati per la vostra presenza, illustri Signori, che,
partecipando ai lavori del VII Congresso Nazionale, organizzato dalla Società
Italiana di Cancerologia, avete voluto interrompere le vostre sedute di studio
severo per portarci la gradita testimonianza dei vostri sentimenti. Questo atto,
schietto e spontaneo, Ci procura viva consolazione, perché Ci dice con quale
disposizione di spirito voi attendete alla vostra missione, che è una lotta
continua, segreta, paziente, contro il cancro: contro l’orribile flagello, per
usare le parole del Nostro Predecessore Pio XII, «il cui solo nome incute
spavento, e che devasta senza posa una parte notevole dell’umanità; flagello
terribile, il cui trattamento chirurgico o radiologico, nella maggior parte dei
casi, non ne fa che ritardare l’esito fatale» (alla Settimana di studio sui
problemi biologici del cancro, 7 giugno 1949; Discorsi e Radiomessaggi, XI,
p. 103). Per continuare con rinnovata
alacrità di forze e di ricerche nel vostro sforzo di contrastare la spietata
calamità, voi avete desiderato inserire nei vostri studi e nelle vostre
discussioni anche questo incontro col Papa, umile ma autentico Pastore di tutte
le anime; e il Papa è lieto di accogliervi, per attestarvi la profonda
considerazione e rispetto, con cui segue la vostra benefica attività, che è
fondata su una profonda ed ampia preparazione scientifica e sulla continua
pazienza di esperimenti e di ricerche, ma è soprattutto animata da una trepida
speranza, che nessuna difficoltà può spegnere e nessun insuccesso scoraggiare.
Il Papa, che vi parla, è lieto di rendere onore a persone come voi, impegnate
in questa lotta, ancor così difficile e così vasta, e di esprimervi la sua
ammirazione per i vostri sforzi incessanti, di cui l’umanità vi è
riconoscente. Il Papa è lieto ancora di infondervi coraggio nella vostra
ricerca, spesso nascosta e ingrata, affinché la constatazione che il male è
tanto terribile, è diffuso, è ancora segreto e potente non abbia a deprimere
il vostro entusiasmo, o a sgomentarvi nelle ricorrenti difficoltà. Illustri
Signori! Nel considerare la vostra eletta schiera, riunita in questi giorni ad
approfondire argomenti e a scambiare comunicazioni ed esperienze di vitale
interesse, un interrogativo sale al Nostro pensiero: quali motivi sostengono la
vostra opera? quali ideali, sentiti, vissuti e diventati ormai sostanza viva del
vostro spirito vi animano nel proseguire un’opera tanto complessa e
coraggiosa? Leggendo nei vostri occhi pensosi, scrutando nel vostro cuore, Noi
vi troviamo un triplice motivo, un triplice ideale, che tanto vi distingue e vi
onora. La scienza, anzitutto, alla
quale vi siete consacrati con slancio generoso fin dagli anni pensosi e sereni
della vostra giovinezza, quando vi siete impegnati lietamente ai sacrifici, alle
rinunzie, alla severità di metodo e di lavoro che essa richiedeva, come a una
elevata missione da compiere. L’ardua specializzazione dei vostri studi, che
vi vede ora accomunati nella stessa ricerca, dimostra come l’amore alla
scienza non si sia arrestato a gradini più agevoli, forse più quieti, certo
meno avari di soddisfazioni, ma abbia voluto cimentarsi in prove sempre più
aspre e difficili. Onore dunque allo sforzo, che da tanti anni impiegate per
restare fedeli al vostro amore alla scienza: onore al vostro continuo studio,
alla pazienza dei risultati talora impercettibili, all’intelligente comunione
di intenti e di attività, che perseguite con lodevole affratellamento, e di cui
il presente Convegno è testimonianza eloquente ed efficacissima. Oltre
alla scienza, è la pietà umana verso i vostri simili, che vi sorregge
in questa ardua fatica con la conseguente grave responsabilità. Quanto è
richiesto tale sentimento! La pietà umana! Quali energie morali sa rianimare e
confortare! E come è sentito da voi, che vi chinate con indomita speranza,
anche se spesso con angoscia inesprimibile e segreta, sul malato che attende
tanto, forse tutto da voi! E come, del resto, potrebbe essere altrimenti, se è
proprio e soprattutto la pietà, che germina dal contatto quotidiano con tante
sofferenze, con tanti mali anche umilianti per la dignità della persona umana,
la quale, di fronte alla consapevolezza del proprio stato, può talora cedere
alle tentazioni dell’isolamento, dell’orrore invincibile di sé e degli
altri, della disperazione? Voi siete sensibili a queste ansie dolorose, e Ci
sembra di cogliere l’eco delle vostre sollecitudini nell’argomento, che
avete voluto scegliere, tra gli altri, per queste giornate di studio: «Problemi
psicologici del paziente affetto da tumore maligno». Il sapervi così aperti
alle delicatezze dell’umana pietà Ci procura vivo compiacimento, e ve lo
esprimiamo di tutto cuore. Ma la pietà,
anche più generosamente eroica, rimarrebbe forse un sentimento troppo debole,
se non acquistasse validità da ragioni soprannaturali ed eterne, se cioè non
venisse vivificata dalla carità cristiana: quella che trae dall’amore di Dio
e dall’esempio unico di Cristo e dalla forza del suo Vangelo lo stimolo
continuo e insonne, il monito ineliminabile, l’urgenza trascinatrice, che non
ha calcoli o secondi fini. Ecco dunque come la carità può offrire il
motivo supremo della vostra azione, il suggello definitivo e profondo, che
convalida gli altri, aggiungendo loro forza generosa e merito soprannaturale. È
la carità che, in definitiva, deve sostenervi nella vostra abnegazione di
studiosi e di medici, ed essere la molla segreta, l’impulso genuino di ogni
vostro atto, nel pensiero che, nelle membra doloranti dei vostri pazienti.
prolunga e rinnova la sua agonia e la sua Croce il Salvatore Divino, il Capo del
Mistico Corpo, ritenendo fatto a Sé tutto quanto è offerto ai più piccoli fra
i suoi fratelli (cfr. Matth. 25, 40). Sia
questo l’ideale più alto e sempre vero, a sorreggervi nel vostro cammino,
ancora lungo ed aspro; sia questo il ristoro spirituale, che vi incoraggi a
continuare con freschezza di spirito nelle singole tappe di esso, e che oggi
abbiamo Noi stessi voluto porgervi, in pegno della paterna premura, con cui vi
seguiamo nella vostra alta ed esemplare dedizione. Vi
assicuriamo altresì il sostegno della Nostra preghiera; e l’Apostolica
Benedizione, che ora affettuosamente vi impartiamo, attiri sempre su di voi, sui
vostri cari, sui vostri Istituti di cura, sui pazienti e su quanti vi stanno a
cuore, le copiose grazie del Signore, la sua compiacenza infinita, il suo premio
ultraterreno.
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