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DISCORSO DI PAOLO VI AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO
NAZIONALE PER L'ARTIGIANATO
Sabato, 12 ottobre 1963 L'Associazione Cristiana
degli Artigiani Italiani, che abbiamo ora il piacere di ricevere, trova il
Nostro animo predisposto a godere di questo incontro e ad assicurare quanti
dirigono e compongono questa Associazione della Nostra benevolenza.
Essa infatti è una Nostra antica e cara conoscenza. Abbiamo avuto occasione,
durante gli anni del Nostro servizio presso la Segreteria di Stato, di
osservarne le origini, di favorirne il collegamento con analoghe organizzazioni,
che con tanto merito - come la rinomata «Artistico-Operaia» - l’avevano preceduta, e di
incoraggiarne i primi e non facili passi. Poi a Milano, dove l’Artigianato ha
una storia, una diffusione ed un’efficienza di grande importanza, abbiamo
rivolte cure particolari a questa stessa Associazione, convinti come siamo del
merito, sia nel campo economico, sia in quello sociale e religioso, d’un
movimento che raccolga le unità singole e le file sparse dell’Artigianato, e
gli dia coscienza non solo dei suoi bisogni tanto sentiti e sofferti, ma
altresì delle sue possibilità, e soprattutto delle sue funzioni sociali,
morali e spirituali. Salutiamo pertanto cordialmente la visita,
che i partecipanti al Convegno Nazionale della Associazione Cristiana degli
Artigiani Italiani Ci fanno, e volentieri riprendiamo con loro, a conclusione
del Convegno stesso, le riflessioni che il fenomeno artigiano offre ed impone a
quanti ne vogliano, anche fugacemente, considerare le manifestazioni. Sono
riflessioni, che si aprono sopra vaste prospettive, e che potremo, nella
ristrettezza di tempo concessa a questo nostro dialogo, contenere in due
capitoli, ciascuno dei quali meriterebbe lunghe e molteplici dissertazioni. Il
primo capitolo lo potremmo intitolare: lauda dell’ artigianato. Difatti
gli è dovuta. Anzi da tutti gli è data. L’artigianato ha una storia, che
cammina con quella della civiltà. Rappresenta la prima manifestazione del
lavoro metodico, compiuto con strumenti, e reso idoneo a crearsi tali strumenti.
È il lavoro che impegna non solo il braccio, ma anche l’ingegno; non solo le
forze della natura, ma anche quelle dell’uomo; non solo in modo irregolare e
contingente, ma disciplinato e previdente; non solo compiuto da gente soggetta e
schiava, ma da lavoratori liberi e padroni della propria attività e dei propri
strumenti; non solo rivolto ai bisogni personali e familiari, ma anche a quelli
della comunità e perciò al primo mercato; e poi non solo compiuto
individualmente, ma in forma disciplinata e corporativa; e finalmente non solo
con l’animo chiuso nello stretto cerchio della esperienza produttiva ed
economica, ma con l’animo aperto altresì e collegato con le realtà sociali
circostanti, e con quelle religiose e morali, immanenti nella vita umana e
sovrastanti. Ben diceva il Nostro sapiente Predecessore Pio XII,
di venerata memoria, che : «nell’artigianato.. . l’opera personale ha
conservato, almeno finora, il suo pieno valore. L’artigiano trasforma la
materia prima e porta a compimento tutto il lavoro, a cui è intimamente legato e
nel quale trovano un largo campo la sua capacità tecnica; la sua abilità
artistica, il suo buon gusto, la finezza e la destrezza della sua mano in
prodotti, sotto questo aspetto, ben superiori agl’impersonali ed uniformi
fabbricati in serie. Perciò il ceto artigiano è quasi una milizia scelta a
difesa della dignità e del carattere personale del lavoratore» (Discorsi,
IX, pp. 297-298). Noi possiamo aggiungere che in questi ultimi
anni, nei quali la vita italiana ha avuto un così diffuso e moderno sviluppo, l’artigianato
ha fatto progressi magnifici: la sua formazione professionale si è
perfezionata, la sua struttura giuridica si è meglio delineata, la sua
produzione si è affinata e moltiplicata, i suoi mercati si sono organizzati ed
estesi, la coscienza della sua funzione economica e sociale si è approfondita.
Il Convegno che voi state svolgendo dimostra tutto questo, e ben altro ancora. Così
che possiamo dire che l’artigianato presenta il quadro, originario e limitato,
sì, del lavoro umano, ma quadro estremamente interessante. Per l’indipendenza
relativa, ma gelosamente custodita, che l’uomo vi trova, per la spontaneità
amorosa che promuove il lavoro artigiano, fino a gradi altrimenti
irraggiungibili d’intensità e di produttività, per la forma familiare, con
cui normalmente si esercita ed a cui è principalmente rivolto il suo profitto
economico, per l’impegno alla conservazione dei metodi acquisiti e per lo
stimolo alla perfezione della produzione ch’esso esercita su chi lo compie,
accendendo in lui l’amore, anzi la passione verso la sua opera e spesso
svegliando in lui il genio dell’originalità e dell’arte; per le virtù
naturali insomma che tale lavoro mette in esercizio e che facilmente trovano
conferma, complemento e conforto nella espressione religiosa, così che potremmo
dire che il quadro della vita artigiana, anche nella sua ordinaria
manifestazione di modestia e di fatica, è bello, è umano, è sacro. Appare
nel quadro, tanto vario ed animato, ma anche tanto degno e composto, il tipo del
nostro lavoratore cristiano, laborioso, galantuomo, ben qualificato per il suo
mestiere, uomo piuttosto pacifico, ma fedele, sano di membra e di cuore. Vi ha
la sua parte, nel vasto quadro della vita artigiana, anche il monaco, che non fu
soltanto collega ai compagni d’arte, ma spesso maestro e difensore. A volerli
cercare non sarebbe difficile trovare dei Santi fra le file artigiane della
storia nostra. Ci basta intravedere, sullo sfondo, S. Giuseppe e S. Paolo; e
poi, come fosse lampada luminosa dell’oscura bottega artigiana, e tutta la
animasse e la trasfigurasse, lo stesso Gesù. Questa la lauda.
Il secondo capitolo però sembra a Noi che debba avere altro titolo, che
potrebbe invece dirsi l’elegia dell’ artigianato. Perché questo
sistema economico-sociale si trova ora in difficoltà, per quanto Noi
conosciamo, abbastanza gravi ed insistenti; le quali nascono principalmente dal
mutato sistema produttivo. L’industria moderna ha dato al lavoro una
organizzazione profondamente diversa, dove la divisione delle funzioni e delle
fasi lavorative e l’organizzazione aziendale che ne deriva, la larga e
prodigiosa introduzione della macchina nella lavorazione con risultati
produttivi enormemente superiori, la persistente tendenza a tenere separati gli
interessi del capitale e del lavoro insieme impegnati, con le conseguenti
distinzioni ed opposizioni sociali, e così via, mettono in crisi, per forza di
cose, il sistema produttivo artigianale. Donde la vostra condizione presente
caratterizzata da grandi bisogni e da grandi pericoli. Ne
abbiamo Noi stessi udite le voci imploranti. Voi del resto li conoscete meglio
di Noi e li sperimentate con non poca apprensione; ma anche a vostro onore, con
non poca e non infondata fiducia che l’artigianato, anche nell’espansione e
nella concorrenza dell’incontenibile odierno fenomeno industriale, deve non
solo sopravvivere, ma rinnovarsi, perfezionarsi, organizzarsi e diffondersi. Vi
sono infatti zone e forme di lavoro in cui l’opera dell’artigiano non può
essere sostituita. Vi sono progressi organizzativi di produzione, che sboccano
nella piccola industria, ed i nuovi mercati, i quali possono dare nuova vita all’artigianato.
Vi sono generi di lavorazione, in cui l’abilità specializzata ed il genio
personale dell’artigiano non possono essere forniti dalla macchina. Vi sono
complessi sociali che, per ora almeno, non ammettono un migliore sistema di
lavoro che il vostro. Ma rimane il fatto che l’artigianato
subisce oggi sofferenze e concorrenze, che lo obbligano a difendersi e a
rigenerarsi. Noi non possiamo che augurare buon esito a quanto
voi fate in questo senso. Se l’artigianato ha tuttora una sua
ragione di vita - e in Italia esso ha tale ragione per le sue innumerevoli
botteghe ed aziende artigiane e per i suoi milioni di bravi, operosi ed onesti
lavoratori -, la sua vita dev’essere degna, feconda, prospera; e perciò
protetta, favorita, sviluppata, in modo che il nostro artigiano partecipi del
progresso, della cultura e del benessere dei nuovi tempi. Non spetta a Noi
entrare nel merito di codesti problemi; voi li state trattando magistralmente; a
Noi basta ora riconoscerne l’interesse vostro e l’importanza sociale, e
ripetere i Nostri voti per una loro felice soluzione. Possiamo
tuttavia precisare due almeno di questi voti, che partono dal Nostro animo
pastorale, e quasi convertirli in cordiali raccomandazioni. Il primo di questi
voti è che voi, artigiani carissimi, siate uniti, ancora più uniti di quanto
ora non siate. L’artigiano, lo dicevamo, è personale, è individualista;
tende a fare tutto da sé, ad essere autosufficiente; vorrebbe da sé risolvere
i suoi problemi, trovare i crediti di cui ha bisogno, vendere da sé i suoi
prodotti, nascondere le sue difficoltà ed i suoi guadagni, a pensare col suo
cervello, entro l’ambito della sua esperienza, che talora non va oltre l’ambito
della sua bottega. Cotesto individualismo oggi non va; diventa
una debolezza che potrebbe davvero compromettere senza rimedio l’iniziativa
artigiana. Occorre l’unione, e voi sapete benissimo anche questo, per quanto
riguarda il campo economico. Noi vorremmo dire di più: occorre l’unione anche
ideale, morale, spirituale. Una coalizione di interessi, puramente economica,
potrebbe, sì, compromettere la vostra libertà, e mettervi alla mercé di altri
più forti interessi. Occorre, oltre che la tutela dell’interesse economico e
della categoria produttiva, la tutela della vostra funzione etica e sociale;
occorre perciò un vincolo comunitario desunto dal vostro patrimonio storico,
civile, morale, dalla vostra coscienza di cittadini onesti e laboriosi e di
cristiani credenti e fedeli. Ed ecco allora il secondo voto, la
seconda raccomandazione: siate religiosi! È una vostra tradizione, è una
vostra gloria, quella d’aver saputo fondere le due principali attività dell’uomo:
la fatica delle mani, il lavoro, e lo sforzo spirituale, la preghiera, in uno
stesso ed armonioso e normale programma di vita. Non pensiate che questo
programma vi faccia retrocedere ad un casalingo medioevo, di cui, del resto, non
vi dovreste punto vergognare; ma sappiate piuttosto che esso vi offre una
formula di vita nobilissima, capace di far gustare anche a voi ed alle vostre
famiglie la pienezza del vero senso del vivere, e di conservare nelle vostre
officine e nelle vostre case i valori superiori ed incomparabili della onestà,
della bontà, della solidarietà, con quello, che vorremmo dire supremo, della
speranza cristiana. Siate religiosi: date alle vostre fatiche
ritmi intrecciati alle bellezze, misteriose e popolari insieme, delle nostre
Messe festive; date alle vostre giornate il respiro di qualche semplice, ma
sincera preghiera; date ai vostri laboratori la silenziosa e protettrice
presenza d’una croce benedetta. Noi pensiamo che questi
amichevoli e paterni consigli: - unione e fede - possano veramente giovare alla
professione che vi onorate di esercitare e di promuovere; e son consigli così
ovvii e così facili, che voi già li praticate perché sono precisamente quelli
che vi definiscono, come membri appunto dell’Associazione (ecco l’unione)
Cristiana (ecco la fede) degli Artigiani Italiani: bravi! Avete
così titolo, perché Noi vi lodiamo, vi incoraggiamo e vi benediciamo.
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