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UDIENZA GENERALE DI PAOLO
VI
Mercoledì, 13 ottobre 1971
Questa volta il Nostro discorso, come sempre breve ed elementare, consisterà
semplicemente in una domanda, alla quale voi stessi, nel foro interiore della
vostra opinione (la quale sta di solito al piano superficiale, sopra quello più
intimo e riflesso della coscienza), potrete rispondere; e la domanda è questa:
che cosa pensate voi del sacerdote? o, come d’ordinario si dice, del prete?
ATTUALITÀ DEL MINISTERO
Intanto diciamo perché sorge in Noi la curiosità d’avere risposta ad una
simile interrogazione; perché in questi giorni il tema sul sacerdozio, che nel
pensiero del pubblico diventa il tema sul sacerdote, cioè sulla persona, o sulle
persone rivestite del sacerdozio, è d’attualità. Tutti sapete che questo tema è
allo studio del Sinodo dei Vescovi, riunito qui a Roma, con le sue adunanze in
Vaticano; e tutto il mondo ne parla, la Chiesa specialmente, con un vivissimo e
quasi trepidante interesse, come se si trattasse d’una novità e come se
riguardasse, ed è vero, non solo il ministero sacerdotale, ma tutta la comunità
ecclesiale, e tutta la missione della Chiesa nel mondo.
Non attendete che Noi vi parliamo di quanto si espone e si discute nelle
riunioni sinodali, e nemmeno dei commenti che le circondano; non parliamo del
Sinodo; parliamo di voi che ci ascoltate, e vi parliamo con la domanda già
espressa: voi, che cosa pensate del prete? Chi è? Che cosa fa? Che cosa dovrebbe
fare? E come piacerebbe a voi che fosse? Vi interessa la sua presenza nella
nostra società moderna? O non ne vedete più la necessità? Vi dà noia, vi
disturba la sua figura? La sua attività? Lo vorreste «emarginato», cioè escluso.
finito nel nostro mondo profano e secolarizzato? Come lo giudicate? Come lo
pensate? Quali sono gli aspetti del prete che vi dànno fastidio? O quali invece
vi sembrano meritare, qualche attenzione, qualche stima, qualche interesse? Come
lo vorreste?
Vedete che la domanda si ramifica in molte questioni; e può darsi che queste
questioni vi portino a pensare a problemi anche più grandi, come quelli che
riguardano il fatto che noi deriviamo da una tradizione cattolica tutta tessuta
di attività pastorale, che esiste la Chiesa, che è ammessa nei canoni del
diritto moderno, teoricamente almeno, la libertà religiosa, che si pone tuttora,
in termini insopprimibili, la più grande questione: ha ragion d’essere
l’affermazione Dio esiste? E quali rapporti ha questa suprema e trascendente
Esistenza con noi? Con la nostra coscienza, con i nostri destini? E alla fine:
di Cristo, che ne sappiamo, che ne pensiamo? È poi vero che Cristo vive ed opera
ancora e sempre nella Chiesa mediante una sua personificazione, il sacerdozio
ministeriale?
Le domande, su questo sentiero teologico ed esistenziale, non finirebbero
più. E tanto basta per giustificare la Nostra domanda: che cosa voi pensate del
prete?
NELLA LETTERATURA
Noi pensiamo di non sbagliare che, sorpresi dalla domanda, nella vostra
fantasia, si presentino due serie di figure del prete; dapprima quelle delle
reminiscenze letterarie. La letteratura ci ha presentato una galleria di
immagini, che in qualche modo si sono impresse nella memoria; immagini ridicole
e immagini gravi; caricature e santi; il prete è un personaggio che si presta ad
uno scrittore, che s’interessi più dei personaggi messi in scena, che della
scena stessa, cioè dei fatti narrati; è un personaggio carico di note interiori,
le quali impongono un confronto fra la realtà esteriore del prete e la realtà
interiore, che egli dovrebbe avere; è una figura a doppio fondo. «In me, scrive
Leo Trese, c’è un po’ del leone e un po’ dell’agnello; c’è carità ed egoismo;
penitenza e amore alle comodità; preghiera e profanità; umiltà e orgoglio» (Vaso
d’argilla, p. 139). Come scriveva S. Paolo di sé: «Noi abbiamo questo tesoro
(il Vangelo) in vasi di creta, affinché (si riconosca che) la nostra sublimità è
cosa di Dio e non viene da noi» (2 Cor. 4, 7). Ora la letteratura si è
divertita a dipingere questo paradossale dualismo, in tanti modi diversi che
crea imbarazzo nel lettore davanti alla scelta del tipo di prete preferito, per
condannarlo, o per deriderlo, o per ammirarlo, o per comprenderlo nel suo
segreto interiore (tanto per intenderci, ripensiamo alle figure di ecclesiastici
in autori notissimi: Manzoni, Fogazzaro, Marino Moretti, Barbey d’Aurevilly,
Chesterton, Bernanos, Cronin, Graham Greene, Marshall, ecc.). Ma poi viene la
seconda serie, anche questa molto varia, quella dei preti veramente esistiti: i
Santi, come S. Vincenzo de Paul, D. Bosco, il Curato d’Ars, e aggiungiamo
Massimiliano Kolbe (che domenica dichiareremo Beato); e accanto a questi grandi
(e sono mille) altre immagini care e modeste di buoni e santi Sacerdoti, che,
Noi supponiamo ciascuno di noi abbia incontrato sul proprio cammino: Parroci,
Religiosi, Maestri, Assistenti, Cappellani, . . . i quali al dono carismatico
propriamente ministeriale della Parola di Dio e della Grazia sacramentale hanno
aggiunto qualche cosa di proprio, una loro umana, umile arte di invitare, di
accogliere, di ascoltare, di ammonire, di compatire, di consolare, di capire, di
beneficare, . . . e poi un loro proprio stile di vita, povero e forte, che ci ha
fatto abbassare il capo pensoso per dire fra noi: sì, questo è un prete vero.
UNO STILE DI VITA
Ma ritorniamo alla Nostra domanda: quale concetto avete voi del Sacerdote?
Può darsi che ne abbiate riscontrato i difetti. Ma perché i difetti dei
Sacerdoti provocano tanta reazione? Tanta critica? Tanta facilità a
generalizzarli e a condannarli? Lo abbiamo già detto: perché nel Sacerdote
vorremmo sempre incontrare la perfezione. Non è il Sacerdote l’uomo di Dio? Il
suo rappresentante, il suo ministro?
Sì. Ma Noi vorremmo che questa ovvia considerazione avesse da parte nostra un
approfondimento: se il Sacerdote è l’uomo di Dio, è un «altro Cristo», segno è
che un flusso di grazia è passato nella storia della sua vita: egli è stato un
chiamato, un eletto, un preferito dalla misericordia del Signore. Egli lo ha
amato in modo particolare; Egli lo ha segnato con un carattere speciale, lo ha
così abilitato all’esercizio di potestà divine (Cfr. S. TH. III, 53, 2);
Egli lo ha innamorato di Sé, al punto di maturare in lui l’atto di amore più
pieno e più grande di cui il cuore umano sia capace: l’oblazione totale,
perpetua, felice di sé . . . Egli ha avuto il coraggio di fare della sua vita
un’offerta, proprio come Gesù, per gli altri, per tutti, per noi.
LA PAROLA DEL CONCILIO
Ascoltiamo, fra le tante, una parola del Concilio sui Sacerdoti, detti con
termine tradizionale, Presbiteri. Essi «in virtù della Sacra Ordinazione e della
missione che ricevono dai Vescovi, sono promossi al servizio di Cristo, Maestro,
Sacerdote e Re, partecipando al suo ministero, per il quale la Chiesa qui in
terra è incessantemente edificata in Popolo di Dio, Corpo di Cristo e Tempio
dello Spirito Santo». Ed ecco allora perché il Concilio, «affinché il ministero
dei Presbiteri, nelle presenti circostanze pastorali ed umane, spesso
radicalmente nuove, possa trovare sostegno più valido, e affinché si provveda
più adeguatamente alla loro vita» ci ha richiamato a meditare sulla natura che.
è sopranatura del Sacerdozio, e sulla sua umana e sovrumana missione.
Chi non sa queste cose, che offrono gli elementi della definizione del prete?
DIGNITÀ E FUNZIONE
Certamente lo sappiamo un po’ tutti; e riflettendo, quante altre cose
potremmo aggiungere, non tanto per idealizzare la figura del prete e l’essenza
della sua missione e per farne un mito alla nostra fantasia o alla nostra
devozione, ma piuttosto per comprendere meglio questo fratello, che Cristo ha
voluto per Sé. Ricordiamo come S. Paolo ha risposto alla domanda, che Noi ci
siamo proposti. Egli scrive: «Noi vogliamo essere considerati come servitori di
Cristo, e come dispensatori dei misteri di Dio» (1 Cor. 4, 1).
Non merita dunque il Sacerdote che noi ci si faccia un giusto concetto di
lui? Della sua trasfigurazione in ministro di Cristo, in diffusore del regno di
Dio? Non per farne un’esaltazione iperbolica e convenzionale, ma per meglio
riconoscere la sua dignità e la sua funzione? Per compatire alle sue deficienze?
Per amarlo di più? Per saperlo e averlo nostro?
Ripensate un po’ a queste cose, almeno durante il Sinodo. Con la Nostra
Benedizione Apostolica.
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