Aeterna Dei sapientia
San Leone I Magno nel XV centenario della morte
11 novembre 1961(1)
L'eterna sapienza di Dio che «si estende, con potenza, da un capo all'altro del
mondo, e con bontà governa l'universo intero» (Sap 8,1), sembra avere
impresso con singolare splendore la sua immagine nello spirito di san Leone I, sommo
pontefice. Questi, infatti, «grandissimo tra i grandi»,(2) come giustamente lo chiamò il Nostro
predecessore Pio XII, di ven. mem., appare dotato in misura straordinaria di intrepida
fortezza e di paterna bontà.
Per questo motivo Noi, chiamati dalla divina Provvidenza a sedere sulla cattedra di
Pietro, che san Leone Magno tanto illustrò con la saggezza di governo, con la
ricchezza di dottrina, con la sua magnanimità e con la sua inesauribile
carità, sentiamo il dovere, venerabili fratelli, nella ricorrenza del XV
centenario del suo beato transito, di rievocarne le virtù e i meriti immortali,
certi, come siamo, che ciò contribuirà notevolmente al comune vantaggio
delle anime e all'esaltazione della religione cattolica. La grandezza, infatti, di questo
pontefice non va legata principalmente al gesto di intrepido coraggio, con il quale egli,
inerme, rivestito solo della maestà di sommo sacerdote, affrontò nel 452 il
feroce Attila, re degli unni, sulle sponde del Mincio, e lo persuase a ritirarsi oltre il
Danubio. Questo fu indubbiamente un gesto nobilissimo, quanto mai degno della missione
pacificatrice del pontificato romano; ma in realtà non rappresenta che un episodio
e un indizio di una vita spesa tutta intera per il bene religioso e sociale non soltanto
di Roma e dell'Italia, ma della chiesa universale.
I. San Leon Magno, pontefice, pastore e dottore della chiesa universale
Alla vita e all'operosità di san Leone ben si possono applicare le parole della
sacra Scrittura: «La via dei giusti è come la luce dell'alba, che va
crescendo fino a giorno perfetto» (Pro 4,18), solo che si considerino i tre aspetti
distintivi e caratteristici della sua personalità: il fedele servitore della sede
apostolica, il vicario di Cristo in terra, il dottore della chiesa universale.
I.1. Servitore fedele della sede apostolica
«Leone, toscano di nascita, figlio di Quinziano», come ci informa il
Liber Pontificalis,(3) nacque verso la
fine del secolo IV. Ma essendo egli vissuto a Roma fin dalla prima giovinezza,
giustamente poté chiamare Roma sua patria,(4) dove ancor giovane fu ascritto al clero romano, giungendo fino al grado di
diacono. Nel periodo che va dal 430 al 439 esercitò un influsso considerevole
negli affari ecclesiastici, prestando i suoi servigi al pontefice Sisto III. Ebbe
rapporti di amicizia con san Prospero di Aquitania e con Cassiano, fondatore della
celebre Abbazia di S. Vittore in Marsiglia; da questi, che aveva esortato a scrivere
l'opera De incarnatione Domini(5) contro i
nestoriani, Leone ricevette l'elogio veramente singolare per un semplice diacono:
«Onore della chiesa e del sacro ministero».(6) Mentre egli si trovava in Gallia, inviatovi dal papa dietro suggerimento
della corte di Ravenna, al fine di comporre il conflitto tra il patrizio Ezio e il
prefetto Albino, venne a morte Sisto III. Fu allora che la chiesa di Roma pensò
non potersi affidare il potere di vicario di Cristo ad uomo migliore che al diacono
Leone, rivelatosi altrettanto sicuro teologo, che fine diplomatico. Ricevette pertanto la
consacrazione episcopale il 29 settembre del 440, e il suo pontificato fu uno dei
più lunghi dell'antichità cristiana e indubbiamente uno dei più
gloriosi. Egli morì nel novembre del 461, e fu sepolto nel portico della Basilica
di San Pietro. Il papa san Sergio I fece trasferire nell'anno 688 le spoglie del santo
pontefice «nella rocca di Pietro»; dopo la costruzione della nuova basilica,
esse furono collocate sotto l'altare che è a lui dedicato.
E ora, volendo semplicemente indicare il carattere saliente della sua vita, non
possiamo fare a meno di proclamare che ben raramente il trionfo della chiesa di Cristo
sui suoi spirituali nemici è stato tanto glorioso quanto durante il pontificato di
san Leone Magno. Questi in verità, nel corso del secolo V, brilla nel cielo della
cristianità come un astro splendente. Né tale affermazione può
essere in alcun modo smentita, specialmente se si considera il campo dottrinale della
fede cattolica; in esso, infatti, il suo nome va senz'altro congiunto con quello di
sant'Agostino di Ippona e di san Cirillo di Alessandria. Effettivamente, se
sant'Agostino, come tutti sanno, rivendicò, contro l'eresia pelagiana, l'assoluta
necessità della grazia per vivere onestamente e conseguire la salvezza eterna, se
san Cirillo Alessandrino, contro le errate affermazioni di Nestorio, difese la
divinità di Gesù Cristo e la divina maternità di Maria Vergine, san
Leone da parte sua, erede della dottrina dei due insigni luminari della chiesa di
occidente e di oriente, domina su tutti i suoi contemporanei nella chiara affermazione di
queste fondamentali verità della fede cattolica. E come sant'Agostino è
acclamato nella chiesa quale dottore della grazia, e san Cirillo quale dottore
dell'incarnazione, così san Leone è celebrato su tutti come il dottore
dell'unità della chiesa.
I.2 Pastore della chiesa universale
Basta, infatti, dare un rapido sguardo alla prodigiosa attività di pastore e di
scrittore svolta da san Leone nel lungo periodo del suo pontificato, per trarne la
convinzione che egli fu l'assertore e il difensore dell'unità della chiesa sia nel
campo dottrinale sia in quello disciplinare. Se poi si passa al campo liturgico, è
facile avvertire che il piissimo pontefice promosse l'unità del culto, componendo
o almeno ispirando alcune delle più elevate preghiere, che sono contenute nel
cosiddetto Sacramentario Leoniano.(7)
Egli ancora intervenne con prontezza e autorità nella controversia
sull'unità o duplicità di natura in Gesù Cristo, ottenendo il
trionfo della vera dottrina relativa all'incarnazione del Verbo di Dio: fatto, questo,
che immortalò il suo nome nel ricordo dei posteri. Va ricordata a tale riguardo la
famosa Lettera a Flaviano, vescovo di Costantinopoli, nella quale san Leone, con
mirabile chiarezza e proprietà, espone la dottrina sul mistero dell'incarnazione
del Figlio di Dio, in conformità con l'insegnamento dei profeti, dell'evangelo,
degli scritti apostolici e del «Simbolo della fede».(8) Dalla quale lettera sembra opportuno rilevare le seguenti espressioni
veramente scultoree: «Rimanendo dunque integre le proprietà dell'una e
dell'altra natura, confluenti nell'unica persona, fu assunta dalla maestà divina
la pochezza umana, dalla potenza la debolezza, dall'eternità la mortalità;
e allo scopo di soddisfare al debito della nostra condizione la natura inviolabile si
unì a una natura passibile, in maniera tale che come appunto conveniva alla nostra
salvezza, l'unico e insostituibile mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo
uomo, potesse, sì, morire secondo una natura, ma non secondo l'altra. Pertanto, il
Verbo, pur assumendo la natura integra e perfetta di vero uomo, nacque vero Dio, completo
nelle sue divine proprietà, completo altresì nelle nostre».(9)
Né si limitò a questo. Alla lettera a Flaviano, infatti, nella quale
aveva più diffusamente esposto «quanto la chiesa cattolica universalmente
credeva e insegnava intorno al mistero dell'incarnazione del Signore»,(10) san Leone fece seguire la condanna del concilio di
Efeso del 449. In esso, ricorrendo alla illegalità e alla violenza, si era cercato
di far trionfare la errata dottrina di Eutiche, il quale, «molto sconsiderato e
troppo ignorante»,(11) si ostinava a non
voler riconoscere che una sola natura, cioè la divina, in Gesù Cristo. A
buon diritto il papa denominò tale concilio «latrocinio»,(12) poiché, contravvenendo alle chiare
disposizioni della sede apostolica, si era osato con ogni mezzo di «intaccare la
fede cattolica»(13) e di
«rafforzare un'esecrabile eresia».(14)
Il nome di san Leone è legato soprattutto al celebre concilio di Calcedonia del
451, la cui convocazione, per quanto sollecitata dall'imperatore Marciano, fu accettata
dal pontefice soltanto alla condizione che esso fosse presieduto dai suoi inviati.(15) Questo concilio, venerabili fratelli,
costituisce una delle pagine più gloriose nella storia della chiesa cattolica. Ma
Noi non riteniamo necessario farne qui rievocazione particolareggiata; giacché a
questa grandiosa assise, nel corso della quale trionfarono con uguale splendore la vera
fede nelle due nature del Verbo incarnato e il primato di magistero del romano pontefice,
il nostro predecessore Pio XII ha dedicato una delle sue più celebrate encicliche,
nel XV centenario del memorabile avvenimento.(16)
Non meno evidente apparve la sollecitudine di san Leone per l'unità e la pace
della chiesa, allorché egli indugiò a dare la sua approvazione agli atti
del concilio. Questo indugio in realtà non va ascritto né a negligenza
né ad una qualche ragione di carattere dottrinale, ma - come poi dichiarò
egli stesso - con ciò egli intese opporsi al canone 28, nel quale i padri
conciliari, nonostante la protesta dei legati pontifici e nell'evidente desiderio di
procurarsi la benevolenza dell'imperatore di Bisanzio, avevano riconosciuto alla sede di
Costantinopoli il primato su tutte le chiese d'oriente. Questa disposizione appariva a
san Leone un aperto affronto ai privilegi di altre chiese più antiche e più
illustri, riconosciuti anche dai padri del concilio di Nicea; e inoltre costituiva un
pregiudizio per il prestigio della stessa sede apostolica. Questo pericolo, più
che nelle parole del canone 28, era stato acutamente intravisto da san Leone nello
spirito che lo aveva dettato, come risulta chiaramente da due lettere, una delle quali fu
a lui diretta dai vescovi del concilio,(17) e
l'altra da lui diretta all'imperatore. In quest'ultima, respingendo le argomentazioni dei
padri conciliari, così ammonisce: «Altro è l'ordinamento delle cose
del mondo, altro quello delle cose di Dio; non si avrà alcuna stabile struttura al
di fuori di quella pietra che il Signore ha collocato come fondamento (Mt 16,18).
Pregiudica i propri diritti chi brama quanto non gli spetta».(18) La dolorosa storia dello scisma, che separò
in seguito dalla sede apostolica tante illustri chiese dell'oriente cristiano, sta a
dimostrare chiaramente - come si desume dal passo citato - la fondatezza dei timori di
san Leone a riguardo di future divisioni in seno alla cristianità.
Sarebbe incompleta la nostra esposizione circa lo zelo pastorale di san Leone per
l'unità della chiesa cattolica, se non ricordassimo anche, sia pure rapidamente,
il suo intervento nella questione relativa alla data della festa di pasqua, come pure la
sua vigilante sollecitudine, affinché le relazioni tra la sede apostolica e i
prìncipi cristiani fossero improntate a reciproca stima, fiducia e
cordialità. Sempre mirando alla pace della chiesa, egli esortò
frequentemente gli stessi prìncipi a cooperare con l'episcopato «per la
piena unità cattolica»,(19)
così da meritare da Dio «oltre la corona regale, anche la palma del
sacerdozio».(20)
I.3 Luminare di dottrina
Oltre che pastore vigilantissimo del gregge di Cristo e coraggioso difensore della
fede ortodossa, san Leone è celebrato nei secoli quale dottore della chiesa,
cioè come espositore e campione eccellentissimo di quelle verità divine, di
cui ogni romano pontefice è custode e interprete. Questo è confermato dalle
parole del nostro immortale predecessore Benedetto XIV che, nella bolla Militantis
Ecclesiae, con cui proclama san Leone dottore della chiesa, ne tesse questo splendido
elogio: «Per la sua eminente virtù, per la sua sapienza, per il suo
instancabile zelo, egli meritò dagli antichi l'appellativo di Magno. La
superiorità della sua dottrina, sia nell'illustrare i più alti misteri
della nostra fede e nel difenderli contro l'insorgere degli errori, sia nel formulare
norme disciplinari e morali, unitamente a una singolare maestà e ricchezza di
eloquio sacerdotale, spicca a tal punto e si distingue, grazie alle lodi di tanti uomini
e all'esaltazione entusiastica dei concili, dei padri e degli scrittori ecclesiastici,
che un pontefice tanto sapiente non va assolutamente posposto per fama o per stima a
nessuno dei santi dottori, che fiorirono nella chiesa».(21)
La sua fama di dottore è affidata alle Omelie e alle Lettere, che la
posterità ci ha conservate in numero piuttosto rilevante. La raccolta delle Omelie
abbraccia vari argomenti, quasi tutti connessi col ciclo della sacra liturgia. In questi
scritti egli si rivelò non tanto esegeta, applicato all'esposizione di un
determinato libro ispirato, né un teologo, amante di profonde speculazioni intorno
alle verità divine, quanto piuttosto un espositore fedele, perspicuo e copioso dei
misteri cristiani, aderente all'interpretazione trasmessa dai concili, dai padri, e
soprattutto dai pontefici suoi antecessori. Il suo stile è semplice e grave,
elevato e persuasivo, degno senz'altro di essere giudicato un modello perfetto di
classica eloquenza. Tuttavia egli non sacrifica mai all'eleganza del dire l'esattezza
della verità da esprimere; non parla o scrive per farsi ammirare, ma per
illuminare le menti e infiammare i cuori alla perfetta conformità della vita
pratica con le verità professate.
Nelle Lettere, che in base al suo ufficio di supremo pastore egli indirizzò a
vescovi, prìncipi, sacerdoti, diaconi, monaci della chiesa universale, san Leone
manifesta doti eccezionali di uomo di governo, cioè uno spirito perspicace e
sommamente pratico, una volontà pronta all'azione, ferma nelle ben maturate
decisioni, un cuore aperto alla comprensione paterna, ricolmo di quella carità che
san Paolo addita a tutti i cristiani come «la strada migliore» (1Cor 12,31).
Come non riconoscere che tali sentimenti di giustizia e di misericordia, di fortezza
congiunta a clemenza, nascevano nel suo cuore appunto da quella medesima carità,
che il Signore richiese a Pietro prima di affidargli la custodia dei suoi agnelli e delle
pecore? (cf. Gv 21,15-17). Egli infatti si studiò sempre di fare di se stesso una
copia fedele del buon pastore, Cristo Gesù, come si deduce dal passo seguente:
«Abbiamo da un lato mansuetudine e clemenza, dall'altro rigore e giustizia. E
poiché "tutte le vie del Signore risultano di misericordia e verità
[fedeltà]" (Sal 24,10), dalla bontà che è propria della sede
apostolica siamo costretti a regolare in tal modo le nostre decisioni, che - ponderata
bene la natura dei delitti, la misura dei quali è varia - riteniamo che alcuni
siano da assolvere e altri siano da estirpare».(22) Tanto le Omelie, dunque, quanto le Lettere costituiscono un documento
eloquentissimo del pensiero e dei sentimenti, delle parole e dell'azione di san Leone,
sempre preoccupato di assicurare il bene della chiesa, nella verità, nella
concordia e nella pace.
II. Il XV centenario Leoniano e il Concilio Vaticano II
Venerabili fratelli, nell'imminenza del concilio ecumenico Vaticano II, nel quale i
vescovi, stretti intorno al romano pontefice e con lui in intima comunione, daranno al
mondo intero un più splendido spettacolo dell'unità cattolica, è
quanto mai istruttivo e confortante richiamare allo spirito, anche se rapidamente, l'alta
idea che san Leone ha avuto dell'unità della chiesa. Questo richiamo sarà a
un tempo un atto di omaggio alla memoria del sapientissimo pontefice e, nell'imminenza
del grande avvenimento, un pascolo spirituale per le anime dei fedeli.
II.1 L'unità della chiesa nel pensiero del santo
Anzitutto san Leone ci insegna che la chiesa è una, perché uno è
il suo sposo, Gesù Cristo: «Tale è infatti la chiesa vergine, unita a
un solo sposo, Cristo, da non ammettere nessun errore; sicché in tutto il mondo
noi godiamo di una sola casta, integra unione».(23) Il santo ritiene altresì che questa mirabile unità della
chiesa abbia avuto inizio con la nascita del Verbo incarnato, come risulta da queste
espressioni: «È infatti la nascita di Cristo che determina l'origine del
popolo cristiano: il natale del Capo è anche il natale del corpo. Anche se
ciascuno dei chiamati [alla fede] ha il suo turno, se tutti i figli della chiesa sono
distribuiti nella successione dei tempi, tuttavia il complesso dei fedeli, nati dal fonte
battesimale, come con Cristo sono crocifissi nella sua passione, sono risorti nella sua
risurrezione, sono posti alla destra del Padre nella sua ascensione, così con lui
sono congenerati in questa nascita».(24)
A questa misteriosa nascita del «corpo della chiesa» (Col 1,18) ha
partecipato intimamente Maria, grazie alla sua verginità, resa feconda per opera
dello Spirito Santo. San Leone, infatti, esalta Maria come: «Vergine, ancella e
madre del Signore»;(25) «genitrice
di Dio»(26) e vergine perpetua.(27)
Inoltre il sacramento del battesimo, osserva ancora san Leone, non solo rende ogni
cristiano membro di Cristo, ma lo rende altresì partecipe della sua
regalità e del suo spirituale sacerdozio: «Tutti coloro, infatti, che sono
stati rigenerati in Cristo, sono anche fatti re col segno della croce, e consacrati
sacerdoti con l'unzione dello Spirito Santo».(28) Il sacramento della confermazione, chiamato «santificazione dei
crismi»,(29) corrobora tale assimilazione
a Cristo capo, mentre nell'eucaristia essa trova il suo compimento: «Infatti la
partecipazione del corpo e del sangue di Cristo non fa altro che trasformarci in
ciò che assumiamo; e portiamo in tutto, nella carne come nello spirito, quello
stesso, nel quale siamo morti, sepolti e risuscitati».(30)
Ma, si noti bene, per san Leone non vi può essere perfetta unione dei fedeli
con Cristo capo e tra loro, quali membra di un medesimo organismo vivo e visibile, se ai
vincoli spirituali delle virtù, del culto e dei sacramenti non si aggiunge la
professione esterna della medesima fede: «Grande sostegno è la fede integra,
la fede vera, nella quale nulla può essere aggiunto o tolto da chicchessia;
poiché la fede se non è unica, non esiste affatto».(31) All'unità, però, della fede è
indispensabile l'unione tra i maestri delle verità divine, cioè la
concordia dei vescovi tra loro in comunione e sottomissione al romano pontefice:
«La compattezza di tutto il corpo è ciò che dà origine alla
santità e alla sua bellezza; e questa stessa compattezza, se richiede
l'unanimità, esige però soprattutto la concordia dei sacerdoti. Questi
hanno in comune la dignità sacerdotale, ma non lo stesso grado di potere;
giacché anche fra gli apostoli vi fu eguaglianza di onore, ma differenza di
potere, in quanto a tutti fu comune la grazia dell'elezione, ma a uno solo è stato
concesso il diritto di preminenza sugli altri».(32)
II.2 Il vescovo di Roma centro dell'unità visibile
Centro, dunque, e fulcro di tutta l'unità visibile della chiesa cattolica
è il vescovo di Roma, quale successore di Pietro e vicario di Gesù Cristo.
Le affermazioni di san Leone non sono altro che l'eco fedelissima dei testi evangelici e
della perenne tradizione cattolica, come si rileva dal passo seguente: «In tutto il
mondo il solo Pietro viene eletto per essere preposto all'evangelizzazione di tutte le
genti, a tutti gli apostoli e a tutti i padri della chiesa; di modo che, quantunque in
mezzo al popolo di Dio vi siano molti pastori e molti sacerdoti, tutti però sono
governati propriamente da Pietro, come principalmente sono governati da Cristo. In
maniera grande e ammirabile, o dilettissimi, Dio si è degnato di far partecipe
questo uomo del suo potere; e se volle che anche gli altri capi avessero qualche cosa di
comune con lui, tutto ciò che concesse agli altri sempre lo concesse per mezzo
suo».(33) Su questa verità, che
è fondamentale per l'unità cattolica, cioè del vincolo divino,
indissolubile fra il potere di Pietro e quello degli altri apostoli, san Leone crede
opportuno insistere: «Si estese certamente anche agli altri apostoli questo
potere» (cioè di sciogliere e di legare: Mt 14,19), «e fu trasmesso a
tutti i capi della chiesa; ma non invano si raccomanda a una sola persona ciò che
deve essere comunicato a tutti gli altri. Infatti, questo potere viene affidato a Pietro
singolarmente, appunto perché la figura di Pietro sta al di sopra di tutti coloro
che governano la chiesa».(34)
II.3 Prerogative del magistero di Pietro e dei successori
Ma il santo pontefice non dimentica l'altro essenziale vincolo dell'unità
visibile della chiesa, cioè il supremo e infallibile magistero, dal Signore
riservato personalmente a Pietro e ai suoi successori: «Il Signore si prende cura
in modo speciale di Pietro, e prega in particolare per la fede di Pietro, quasi che la
perseveranza degli altri sarebbe stata maggiormente garantita, se l'animo del capo non
fosse stato vinto. In Pietro perciò la fortezza di tutti viene protetta, e l'aiuto
della grazia divina segue quest'ordine: la fermezza che, per mezzo di Cristo, viene data
a Pietro, viene conferita agli apostoli attraverso Pietro».(35)
Quanto san Leone afferma con tanta chiarezza e insistenza dell'apostolo Pietro, lo
asserisce anche di se stesso, non per umana ambizione, ma per l'intima persuasione che ha
di essere, non meno del principe degli apostoli, il vicario di Gesù Cristo stesso,
come si ricava da questo brano dei suoi sermoni: «Non è per noi motivo di
orgoglio la solennità con cui, pieni di riconoscenza a Dio per il suo dono,
festeggiamo l'anniversario del nostro sacerdozio; poiché con tutta
sincerità confessiamo, che tutto il bene da noi compiuto nello svolgimento del
nostro ministero è opera di Cristo; e non di noi, che non possiamo nulla senza di
lui, ma di lui ci gloriamo, da cui deriva tutta l'efficacia del nostro operare».(36) Con ciò san Leone, lungi dal pensare
che san Pietro sia ormai estraneo al governo della chiesa, ama invece associare
alla fiducia nella perenne assistenza del suo divin Fondatore la fiducia nella protezione
di san Pietro, di cui si professa erede e successore, e «ne fa le veci».(37) Perciò ai meriti dell'apostolo,
più che ai propri, egli attribuisce i frutti del suo universale ministero. Il che,
fra l'altro, è chiaramente provato dalla seguente espressione: «Se pertanto
qualcosa di buono operiamo o vediamo, se qualcosa otteniamo dalla misericordia di Dio con
le quotidiane preghiere, ciò si deve alle opere e ai meriti di lui; nella sua sede
perdura ancora il suo potere, domina la sua autorità».(38) In realtà san Leone non insegna nulla di
nuovo. Al pari dei suoi predecessori sant'Innocenzo I (39) e san Bonifacio I,(40) e in
perfetta armonia con i ben noti testi evangelici, da lui stesso commentati (Mt 16,17-18;
Lc 22,31-32; Gv 21,15-17), egli è persuaso di aver ricevuto da Cristo stesso il
mandato del supremo ministero pastorale. Afferma infatti: «La sollecitudine che
dobbiamo avere verso tutte le chiese ha origine principalmente da un divino
mandato».(41)
II.4 Grandezza spirituale dell'Urbe
Non vi è pertanto da meravigliarsi se san Leone all'esaltazione del principe
degli apostoli ama associare quella della città di Roma. Ecco come si esprime nei
suoi riguardi nel sermone in onore dei santi Pietro e Paolo: «Sono questi, invero,
gli eroi per opera dei quali a te rifulse, o Roma, l'evangelo di Cristo...; sono essi che
ti innalzarono a questa gloria di città santa, di popolo eletto, di città
sacerdotale e regale; per modo che, divenuta, in virtù della sacra sede del beato
Pietro, veramente capo del mondo, estendi il tuo impero con la religione divina
più che non l'estendevi con la dominazione umana. Sebbene infatti, resa potente
dalle molte vittorie, affermassi per terra e per mare il diritto dell'impero; quello,
tuttavia, che ti assoggettarono le fatiche guerresche è meno di quello che ti
sottomise la pace cristiana».(42)
Ricordando poi ai suoi uditori la splendida testimonianza resa da san Paolo alla fede dei
primi cristiani di Roma, il grande pontefice con questa esortazione li stimola a
conservare esente da ogni macchia di errore la loro fede cattolica: «Voi, dunque,
cari a Dio e fatti degni dell'approvazione apostolica, ai quali il beato apostolo Paolo,
dottore delle genti, dice: "La vostra fede è celebrata in tutto il mondo" (Rm
1,8), custodite in voi ciò che sapete essere stato da lui pensato nei vostri
riguardi, da lui che vi ha così autorevolmente esaltati. Nessuno di voi si renda
immeritevole di questa lode; di modo che neppure dal contagio dell'empietà di
Eutiche possano venire contaminati coloro che, sotto lo guida dello Spirito Santo, in
tanti secoli non hanno conosciuto alcuna eresia».(43)
II.5 Vasta risonanza di mirabile opera
L'opera veramente insigne svolta da san Leone a salvaguardia dell'autorità
della chiesa di Roma non fu vana. Grazie, infatti, al prestigio della sua persona, la
«cittadella della roccia apostolica» venne lodata e venerata non soltanto dai
vescovi dell'occidente, presenti nei concili riuniti a Roma, ma da più di
cinquecento membri dell'episcopato orientale riunito a Calcedonia,(44) e dagli imperatori di Costantinopoli.(45) Anzi, prima ancora del celebre concilio,
Teodoreto, vescovo di Ciro, aveva tributato nel 449 al vescovo di Roma e al suo
privilegiato gregge questi alti elogi: «A voi tocca il primo posto in tutto, a
motivo delle prerogative che onorano la vostra sede. Le altre città, infatti, si
gloriano o per la loro grandezza o per il numero degli abitanti... Il Datore di ogni bene
alla vostra città ne ha elargito in sovrabbondanza. Giacché essa è
la più grande e la più illustre di tutte le città, governa il mondo,
è ricca di popolazione... Possiede inoltre i sepolcri di Pietro e Paolo, comuni
padri e maestri della verità, che illuminano le anime dei fedeli.
Questi due santissimi luminari ebbero bensì origine in oriente e diffusero i
loro raggi dovunque; ma per loro spontanea volontà subirono il tramonto della loro
vita in occidente, e di là ora illuminano il mondo. Costoro resero nobilissima la
vostra sede; qui è il culmine dei vostri beni. Ma il loro Dio anche ora rende
illustre la loro sede, mentre in essa fa scaturire dalla vostra santità i raggi
della vera fede».(46)
Le esimie lodi che i rappresentanti delle chiese di oriente tributarono a Leone, non
vennero meno con la di lui morte. Infatti la liturgia bizantina, nella festa del 18
febbraio a lui dedicata, lo esalta quale «duce dell'ortodossia, dottore ornato di
pietà e di maestà, astro dell'universo, ornamento degli ortodossi, lira
dello Spirito Santo».(47) Altrettanto
significativi sono gli elogi che al grande pontefice tributa il Menologio Gelasiano:
«Questo nostro padre Leone, ammirevole per le sue molte virtù, la continenza
e la purità, consacrato vescovo della grande Roma, fece molte altre cose degne
delle sue virtù, ma rifulse la sua opera soprattutto in ciò che riguarda la
retta fede».(48)
II.6 Voti per il ritorno dei fratelli separati
Amiamo ripetere, venerabili fratelli, che il coro di lodi inneggiante alla
santità del sommo pontefice san Leone Magno, nell'antichità fu concorde sia
in oriente sia in occidente. Oh! torni egli a riscuotere il plauso di tutti i
rappresentanti della scienza ecclesiastica delle chiese che non sono in comunione con
Roma. Superato così il doloroso contrasto di opinioni circa la dottrina e l'azione
pastorale dell'immortale pontefice, risplenderà in amplissima luce la dottrina che
essi pure professano di credere: «Non vi è che un solo Dio, e un solo
mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1Tm 2,5).
Ebbene Noi, succeduti a san Leone nella sede romana di Pietro, come professiamo con
lui la fede nell'origine divina del mandato di universale evangelizzazione e di salvezza
affidato da Gesù Cristo agli apostoli e ai loro successori, così al pari di
lui nutriamo il vivo desiderio di vedere tutte le genti entrare nella via della
verità, della carità e della pace. Ed è appunto allo scopo di
rendere la chiesa più idonea ad assolvere ai tempi nostri tale eccelsa missione,
che Ci siamo proposti di convocare il secondo concilio ecumenico Vaticano, nella fiducia
che l'imponente adunanza della gerarchia cattolica, non solo rafforzerà i vincoli
di unità nella fede, nel culto e nel regime, che sono prerogativa della vera
chiesa,(49) ma attirerà altresì
lo sguardo di innumerevoli credenti in Cristo e li inviterà a raccogliersi intorno
al «gran Pastore del gregge» (Eb 13,20), che ne ha affidato a Pietro e ai
suoi successori la perenne custodia (cf. Gv 21,15-17).
Il Nostro caldo appello all'unità vuole essere quindi l'eco di quello
più volte lanciato da san Leone nel secolo V richiamante quello già rivolto
ai fedeli di tutte le chiese da sant'Ireneo, che la Provvidenza divina aveva chiamato
dall'Asia a reggere la sede di Lione e ad illustrarla col suo martirio. Infatti, dopo
aver egli riconosciuto la ininterrotta successione dei vescovi di Roma, eredi del potere
stesso dei due prìncipi degli apostoli,(50) concludeva esortando: «È con questa chiesa, a causa della
sua preminente superiorità, che deve esser d'accordo ogni chiesa, cioè
tutti i fedeli che sono nell'universo; ed è per la comunione con essa che tutti
questi fedeli (oppure: tutti i capi delle chiese) hanno conservato la tradizione
apostolica».(51)
Ma il Nostro appello all'unità vuol essere soprattutto l'eco della preghiera
rivolta dal nostro Salvatore al suo divin Padre nell'ultima cena: «Affinché
tutti siano una sola cosa, come tu, o Padre, sei in me e io in te, anch'essi siano una
sola cosa» (Gv 17,21). Nessun dubbio circa l'esaudimento di questa preghiera,
così come fu esaudito il sacrificio cruento del Golgota. Non ha forse il Signore
affermato che il Padre suo sempre lo ascolta? (cf. Gv 11,42). Noi quindi crediamo che la
chiesa, per la quale egli ha pregato e si è immolato sulla croce, e alla quale ha
promesso la sua perenne presenza, è sempre stata e resta una, santa, cattolica e
apostolica, così come fu istituita.
Purtroppo, come per il passato, così dobbiamo con dolore costatare che anche al
presente l'unità della chiesa non corrisponde di fatto alla comunione di tutti i
credenti in una sola professione di fede e in una medesima pratica di culto e di
obbedienza. Tuttavia è per Noi motivo di conforto e di dolce speranza lo
spettacolo dei generosi e crescenti sforzi che da varie parti si fanno, allo scopo di
ricostituire quell'unità anche visibile di tutti i cristiani, che degnamente
risponda alle intenzioni, ai comandi e ai voti del Salvatore divino. Consapevoli che
l'unità, che è anelito di Spirito Santo in tante anime di buona
volontà, non potrà pienamente e solidamente attuarsi se non quando,
conforme alla profezia stessa di Gesù Cristo, «si farà un solo ovile
e un solo pastore» (Gv 10,16) Noi supplichiamo il nostro mediatore e avvocato
presso il Padre (cf. 1Tm 2,5; 1Gv 2,1), affinché impetri a tutti i cristiani la
grazia di riconoscere le note della sua vera chiesa, per divenirne figli devoti. Oh! si
degni il Signore di far sorgere presto l'aurora di quel giorno benedetto di universale
riconciliazione, quando un immenso coro di amore giubilante si leverà dall'unica
famiglia dei redenti, ed essi, inneggiando alla misericordia divina, canteranno col
Salmista l'«Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli
vivano insieme!» (Sal 132,1).
L'amplesso di pace fra i figli del medesimo Padre celeste, egualmente coeredi dello
stesso regno di gloria, segnerà la celebrazione del trionfo del corpo mistico di
Cristo.
Esortazione finale
Venerabili fratelli, il XV centenario della morte di san Leone Magno trova la chiesa
cattolica in dolorose condizioni simili in parte a quelle che essa conobbe nel secolo V.
Quanti travagli, infatti, in questi tempi affliggono la chiesa, e si ripercuotono nel
Nostro animo paterno, come chiaramente aveva predetto il divin Redentore! Vediamo che in
molte contrade la «fede dell'evangelo» (cf. Fil 1,27) è in pericolo, e
non mancano tentativi per lo più destinati, grazie a Dio, a fallire, di staccare
dal centro dell'unità cattolica, cioè dalla sede romana, vescovi, sacerdoti
e fedeli. Ebbene, allo scopo di scongiurare così gravi pericoli, Noi invochiamo
fiduciosi sulla chiesa militante il patrocinio del santo pontefice, che tanto
operò, scrisse e soffrì per la causa dell'unità cattolica. E a
quanti gemono pazientemente per la verità e per la giustizia rivolgiamo le
confortatrici parole che san Leone indirizzò al clero, alle autorità e al
popolo di Costantinopoli: «Perseverate dunque nello spirito della verità
cattolica, e per mezzo Nostro ricevete l'esortazione apostolica: "Poiché a voi per
Cristo fu fatta la grazia non solo di credere in lui, ma anche di patire per lui" (Fil
1,29)».(52) Per tutti coloro infine che
vivono nell'unità cattolica, Noi che, sebbene indegnamente, sosteniamo in terra le
veci del Salvatore divino, facciamo Nostra la sua preghiera per i suoi diletti discepoli
e per quanti avrebbero creduto in lui: «Padre santo... ti prego affinché
giungano a perfetta unità» (cf. Gv 17,11.20.23). Noi cioè domandiamo
per tutti i figli della chiesa la perfezione dell'unità, quella perfezione che
soltanto la carità, «che è vincolo di perfezione» (Col 3,14),
può dare. È infatti dall'accesa carità verso Dio e dall'esercizio
sempre più pronto, ilare e generoso di tutte le opere di misericordia verso il
prossimo, che la chiesa, «tempio di Dio vivo» (cf. 2Cor 6,16), si ammanta in
tutti e ciascuno dei suoi figli di soprannaturale bellezza. Pertanto con san Leone vi
esortiamo: «Giacché, dunque, tutti i fedeli insieme e ciascuno in
particolare costituiscono un solo e medesimo tempio di Dio, bisogna che questo sia
perfetto in ciascuno come deve essere perfetto nell'insieme; poiché, anche se la
bellezza non è uguale in tutti i membri, né i meriti pari in una
così grande varietà di parti, il vincolo della carità tuttavia
produce la comunione nella bellezza. Coloro che un santo amore unisce, anche se non
partecipano degli stessi doni della grazia, gioiscono tuttavia vicendevolmente dei loro
beni, e ciò che essi amano non può essere loro estraneo, poiché
è un accrescere le proprie ricchezze il trovare la gioia nel progresso degli
altri».(53)
Al termine di questa Nostra lettera enciclica, Ci sia consentito di rinnovare
l'ardentissimo voto, che erompeva dall'animo di san Leone, cioè, di vedere tutti i
redenti dal sangue preziosissimo di Gesù Cristo, riuniti nella medesima chiesa
militante, resistere compatti e intrepidi alle potenze del male, che da tante parti
continuano a minacciare la fede cristiana. Poiché «allora diventa
potentissimo il popolo di Dio, quando nell'unione della santa obbedienza i cuori di tutti
i fedeli si trovano d'accordo, e negli accampamenti delle schiere cristiane la
preparazione è simile in tutte le parti e le fortificazioni dappertutto sono le
stesse».s4 Il principe delle tenebre non prevarrà, quando nella chiesa di
Cristo regnerà 1'amore: «Poiché le opere del demonio vengono
distrutte con maggior potenza, quando i cuori degli uomini sono accesi di carità
verso Dio e verso il prossimo».ss
Confortatrice delle Nostre speranze, e auspicio delle divine grazie, sia l'apostolica
benedizione, che a voi tutti, venerabili fratelli, e al gregge affidato allo zelo
ardentissimo di ciascuno di gran cuore impartiamo.
Roma, presso San Pietro, l'11 novembre 1961, anno IV del Nostro pontificato.
GIOVANNI PP. XXIII
(1): IOANNES PP. XXIII, Litt. enc. Aeterna Dei
sapientia de Sancto Leone I Magno, Pontifice Maximo et Ecclesiae Doctore, ab eius obitu
anno millesimo quingentesimo exeunte, [Ad venerabiles fratres Patriarchas, Primates,
Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios pacem et communionem cum Apostolica
Sede habentes], 11 novembris 1961: AAS 53(1961), pp. 785-803. Versione italiana:
L'Osservatore romano, 9-10 dic. 1961.
San Leone Magno pontefice, pastore e dottore: servitore fedele della sede apostolica;
pastore della chiesa universale; luminare di dottrina. Il XV centenario leoniano e
il concilio Vaticano 11: l'unità della chiesa nel pensiero del santo; il vescovo
di Roma centro dell'unità visibile; prerogative del magistero di san Pietro e dei
suoi successori; grandezza spirituale dell'Urbe; vasta risonanza di mirabile opera; voti
per il ritorno dei fratelli separati. Esortazione finale.
(2): Cf. Sermo, 12 oct. 1952: AAS 44(1952), p.
831.
(3): Cf. Ed. DUCHESNE, I, 238.
(4): Cf. Ep. 31, 4: PL 54, 794.
(5): PL 59, 9-272.
(6): De Incarnat. Domini, contra Nestorium
liór. VII, prol.: PL 50, 9.
(7): PL 55, 21-156.
(8): Cf. PL 54, 757.
(9): PL 54, 759.
(10): Cf. Ep. 29, ad Theodosium august.: PL 54,
783.
(11): Cf. Ep. 28: PL 54, 756.
(12): Cf. Ep. 95, ad Pulcheriam august. , 2: PL
54, 943.
(13): Cf. Ep. 95, ad Pulcheriam august. , 2: PL
54, 943.
(14): Cf. Ep. 95, ad Pulcheriam august. , 2: PL
54, 943.
(15): Cf. Ep. 89, ad Marcianum imper., 2: PL
54, 931; Ep. 103, ad Episcopos Galliarum: PL 54, 988-991.
(16): Litt. enc. Sempiternus Rex, 8 sept. 1951:
AAS 43(1951), pp. 625-644; EE 6/824-872.
(17): Cf. C. KIRCH, Enchiridion fontium hist.
eccl. antiquae, Friburgi in Br.4 1923, n. 943.
(18): Ep. 104, ad Marcianum imper. , 3: PL 54,
995; cf. Ep. 106, ad Anatolium episc. Constantinopolitanum: PL 54, 995.
(19): Ep. 104, ad Marcianum imper. , 3: PL 54,
1022. Z° Ep. 104, ad Marcianum imper. , 3: PL 54, 1022.
(20): Ep. 104, ad Marcianum imper. , 3: PL 54,
1022. Z° Ep. 104, ad Marcianum imper. , 3: PL 54, 1022.
(21): BENEDICTUS XIV, Const. apost. Militantis
Ecclesiae, 12 oct. 1754: Benedicti Pp. XIV Bullarium, tom. III, pars II, p. 205 (Opera
omnia, vol. 18, Prati 1847).
(22): Ep. 12, ad Episcopos Africanos, 5: PL 54,
652.
(23): Ep, 80, ad Anatolium episc.
Constantinopolitanum, 1: PL 54, 913.
(24): Serm. 26, in Nativ. Domini, 2: PL 54,
213.
(25): Cf. Ep. 165, ad Leonem imper. , 2: PL 54,
1157.
(26): Cf. Ep. 165, ad Leonem imper. , 2: PL 54,
1157.
(27): Cf. Serm. 22, in Nativ. Domini, 2: PL 54,
195.
(28): Cf. Serm. 4, in Nativ. Domini, 1: PL 54
149; cf. Serm. 64, de Passione Domini, 6: PL 54, 357; Ep. 69, 4: PL 54, 870.
(29): Serm. 66, de Passione Domini, 2: PL 54,
365-366.
(30): Serm. 64, de Passione Domini, 7: PL 54,
357. (31): Serm. 24, in Nativ. Domini, 6: PL
54, 207.
(32): Ep. 14, ad Anastasium episc. Thessal. ,
11: PL 54, 676.
(33): Serm. 4, de natali ipsius, 2: PL 54,
149-150.
(34): Serm. 4, de natali ipsius, 2: PL 54, 151;
cf. Serm. 83, in natali s. Petri Apost. , 2: PL 54, 430.
(35): Serm. 4, 3: PL 54, 151-152; cf. Serm. 83,
2: PL 54, 451.
(36): Serm. 5, de natali ipsius, 4: PL 54,
154.
(37): Cf. Serm. 3, de natali ipsius, 4: PL 54,
147.
(38): Serm. 3, de natali ipsius, 3: PL 54, 146;
cf. Serm. 83, in natali s. Petri Apost. , 3: PL 54 432.
(39): Ep. 30, ad Concil. Milev.: PL 20,
590.
(40): Ep. 13, ad Rufum episc. Thessaliae, 11
mart. 422: C. SILVA-TAROUCA S.L, Epistolarum Romanorum Pontificum collect. Thessal. ,
Romae 1937, p. 27.
(41): Ep. 14, ad Anastasium episc. Thessal. ,
1: PL 54, 668.
(42): Serm. 82, in natali Apost. Petri et
Pauli, 1: PL 54, 422-423.
(43): Serm. 86, tract. contra haer. Eutychis,
3: PL 54, 468.
(44): MANSI, Concil. amplissima collect. , VI,
p. 913.
(45): Ep. 100, Marciani imper. ad Leonem episc.
Romae, 3: PL 54, 972; Ep. 77, Pulcheriae aug. ad Leonem episc. Romae, 1: PL 54, 907.
(46): Ep. 52, Theodoreti episc. ad Leonem
episc. Romae, 1: PL 54, 847.
(47): Μηναια
ταυ ολον
ενιαυτου, III, Roma 1896, p. 612.
(48): PG 117, 319.
(49): Cf. CONC. VAT. I, sess. III, cap. 3 de
fide: COD 807.
(50): Cf. Adversus Haereses, 1. III, c. 2, n.
2: PG 7, 848.
(51): Cf. Adversus Haereses, I. III, c. 2, n.
2: PG 7, 848.
(52): Ep. 50, ad Constantinopolitanos, 2: PL
54, 843.
(53): Serm. 48, de Quadrag. , 1: PL 54,
298-299.
(54): EP, gg 2: PL 54, 441-442.
(55): Ep. 95, ad Pulcheriam august. , 2: PL 54,
943.
|