DISCORSO DEL SANTO PADRE IN RISPOSTA AGLI
AUGURI DEL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE
Eccellenze, Signore e Signori,
1. L'omaggio collettivo del Corpo Diplomatico, all'inizio di un nuovo anno,
riveste sempre un carattere di commovente solennità e di cordiale
familiarità. Ringrazio di tutto cuore il vostro Decano, l'Ambasciatore
Atembina-Te-Bombo, che mi ha trasmesso con cortesia i vostri affettuosi auguri e
ha ricordato in maniera delicata alcuni aspetti della mia missione apostolica.
In questo inizio d'anno 1998 lasciamo risplendere per tutti gli uomini di
oggi la luce che si è diffusa nel mondo il giorno della nascita del
Bambino-Dio. Per sua stessa natura, è universale e il suo
chiarore si riflette su tutti senza eccezioni. Essa rivela i nostri successi e i
nostri fallimenti nella gestione del creato e nelle nostre missioni al servizio
della società.
2. Le realizzazioni positive felicemente non sono mancate. L'Europa
centrale e orientale ha proseguito il suo cammino verso la democrazia,
liberandosi poco a poco del peso e dei condizionamenti del totalitarismo di
ieri. Speriamo che questo progresso risulti ovunque effettivo!
Vicino a noi, la Bosnia ed Erzegovina conosce, anche se con qualche
difficoltà, una relativa pace, sebbene le ultime elezioni locali abbiano
mostrato la precarietà del processo di pacificazione fra le diverse
comunità. A tale proposito, desidero invitare con insistenza la comunità
internazionale a proseguire i suoi sforzi a favore del ritorno dei rifugiati
nelle loro case e del rispetto dei diritti fondamentali delle tre comunità
etniche che compongono il Paese. Sono condizioni necessarie alla vitalità
di questo Paese: la mia indimenticabile visita pastorale a Sarajevo, la scorsa
primavera, mi ha permesso di percepirlo ancora meglio.
L'apertura dell'Unione Europea verso l'Est e gli sforzi compiuti
per una stabilità monetaria dovrebbero condurre a una progressiva
complementarietà dei popoli, nel rispetto dell'identità e della
storia di ognuno di essi. Si tratta in un certo senso di condividere il
patrimonio di valori che ogni nazione ha contribuito a far sbocciare: la dignità
della persona umana, i suoi diritti fondamentali imprescindibili, l'inviolabilità
della vita, la libertà e la giustizia, il senso di solidarietà e
il rifiuto dell'esclusione.
Sempre in questo continente, non si può non incoraggiare la ripresa
del dialogo fra le parti che si oppongono da anni in Irlanda del Nord.
Che tutti abbiano il coraggio della perseveranza per superare gli ostacoli
attuali, lì come in altre regioni d'Europa!
In America Latina il processo di democratizzazione è
proseguito, anche se in alcuni luoghi riflessi malvagi hanno ostacolato il suo
cammino, come hanno mostrato i tragici fatti accaduti nella provincia del
Chiapas, in Messico, alcuni giorni prima di Natale. Alla fine di questo mese, a
Dio piacendo, mi recherò in visita pastorale a Cuba. La prima visita di
un Successore di Pietro in questa isola mi darà l'opportunità di
confortare non solo i cattolici tanto coraggiosi di questo Paese, ma anche tutti
i loro concittadini che si adoperano per l'avvento di una patria sempre più
giusta e solidale, in cui ognuno trovi il proprio posto e veda riconosciute le
sue legittime aspirazioni.
Per quanto concerne l'Asia, dove vive più della metà
dell'umanità, si deve plaudire ai colloqui fra le due Coree che
si svolgono a Ginevra. Il loro successo allenterebbe notevolmente la tensione in
tutta la regione e incoraggerebbe certamente un dialogo costruttivo fra altri
Paesi della regione, ancora divisi o antagonisti, invitandoli ad adottare una
dinamica di solidarietà e di pace. Le oscillazioni finanziarie che di
recente hanno avuto un ruolo di primo piano in alcuni Paesi di questa parte del
mondo invitano a una seria riflessione sulla moralità degli scambi
economici e finanziari che hanno portato al considerevole sviluppo dell'Asia
negli ultimi anni. Una più grande sensibilità verso la giustizia
sociale e un maggiore rispetto delle culture locali potrebbero evitare in futuro
cattive sorprese, delle quali le popolazioni finiscono sempre con l'essere le
vittime.
Non occorre che insista per ricordare l'interesse con cui il Papa e i suoi
collaboratori seguono l'evolversi della situazione in Cina, auspicando
che favorisca l'instaurarsi di rapporti sereni con la Santa Sede. Ciò
permetterebbe ai cattolici cinesi di vivere la loro fede, pienamente inseriti
nella comunione di tutta la Chiesa in cammino verso il Grande Giubileo.
Il mio pensiero si volge anche alla Chiesa che è in Viêt
Nam e che aspira sempre a migliori condizioni di vita. Non posso inoltre
dimenticare gli abitanti del Timor Orientale, e in particolare i figli
della Chiesa che vivono in questa terra, che attendono di conoscere un'esistenza
più serena per poter guardare al futuro con maggiore fiducia.
Vorrei rivolgere qui un saluto cordiale alla Mongolia, che ha
espresso il desiderio d'instaurare legami più stretti con la Sede
apostolica.
3. Più in generale, fra gli aspetti positivi del nostro bilancio
citerei l'accresciuta sensibilità nel mondo per le questioni legate alla
tutela di un ambiente degno dell'uomo e anche il consenso internazionale
che ha permesso, appena un mese fa ad Ottawa, la firma di un trattato
sull'interdizione delle mine anti-uomo (che la Santa Sede d'altronde si appresta
a ratificare). Tutto ciò manifesta un rispetto sempre più concreto
verso la persona umana considerata nelle sue dimensioni individuale e sociale,
così come nel suo ruolo di amministratore del creato, e riflette anche la
convinzione che potremo essere felici solo se saremo gli uni con gli altri e mai
gli uni contro gli altri.
Le iniziative prese dai responsabili della comunità internazionale a
favore dell'infanzia, troppo spesso ferita nella sua innocenza, la lotta
contro il crimine organizzato o il commercio della droga, gli sforzi
compiuti per contrastare l'odiosa tratta degli esseri umani in ogni sua forma,
mostrano bene che, con la volontà politica, si possono combattere le
cause delle sregolatezze che troppo spesso sfigurano la persona umana.
Tutti questi progressi hanno tanto più bisogno di essere consolidati
in quanto il mondo che ci circonda è una realtà in mutamento, il
cui equilibrio può essere in ogni momento compromesso da un conflitto
imprevisto, da una crisi economica improvvisa o dalle conseguenze nefaste
dell'inquietante propagarsi della povertà.
4. La fragilità delle nostre società ci viene
dolorosamente mostrata da alcuni «punti caldi» che sono ancora di
grande attualità e che hanno rattristato di nuovo il clima gioioso delle
celebrazioni di questi ultimi giorni.
Penso innanzitutto all'Algeria che, praticamente ogni giorno, è
funestata da odiosi massacri. Un intero Paese è ostaggio di una violenza
disumana che nessuna causa politica, e ancor meno una motivazione religiosa,
potrebbe legitimare. Tengo a ripetere chiaramente a tutti, ancora una volta, che
nessuno può uccidere in nome di Dio: significherebbe abusare del nome
divino ed essere blasfemi.. Sarebbe opportuno che tutte le persone di buona
volontà, in questo Paese e altrove, si unissero per fare sì che la
voce di quanti credono al dialogo e alla fratellanza fosse infine udita. Sono
convinto che costituiscono la maggioranza del popolo algerino.
La situazione del Sudan non permette di parlare di riconciliazione e
di pace. I cristiani di questo Paese continuano inoltre ad essere oggetto di
gravi discriminazioni di cui la Santa Sede si è fatta portavoce in
diverse occasioni presso le autorità civili, senza purtroppo constatare
ancora un miglioramento degno di nota.
La pace sembra essersi allontanata dal Medio Oriente, in quanto il
processo di pace avviato a Madrid nel 1991 è come sospeso, quando non
viene compromesso da iniziative ambigue o persino violente. Penso in questo
momento a tutti coloro che - Israeliani e Palestinesi - avevano nutrito in
questi ultimi anni la speranza di vedere infine fiorire in queste Terra Santa la
giustizia, la sicurezza, la pace, una vita quotidiana normale. Che ne è
oggi di questa volontà di pace? I principi della Conferenza di Madrid e
gli orientamenti della Conferenza di Oslo del 1993 hanno aperto la via della
pace. Ancora oggi sono gli unici elementi validi per andare avanti. Non occorre
dunque avventurarsi su altri cammini. Desidero assicurarvi, e attraverso di voi,
assicurare tutta la comunità internazionale che la Santa Sede continuerà
a dialogare con tutte le parti coinvolte, al fine di incoraggiare negli uni e
negli altri la volontà di salvare la pace e di sanare le piaghe
dell'ingiustizia. La Santa Sede serba nei confronti di questa regione del mondo
una costante sollecitudine e conduce la sua azione secondo i principi che
l'hanno sempre guidata. Il Papa, in particolare, in questi anni che precedono la
celebrazione del Giubileo dell'Anno 2000, volge il suo sguardo verso
Gerusalemme, la Città Santa fra tutte, pregando ogni giorno affinché
divenga presto e per sempre, con Betlemme e Nazaret, un luogo di giustizia e di
pace in cui ebrei, cristiani e musulmani potranno infine camminare insieme sotto
lo sguardo di Dio.
Non lontano da lì, un intero popolo è vittima di un isolamento
che lo pone in condizioni di sopravvivenza aleatorie: mi riferisco ai nostri
fratelli dell'Iraq, sottoposti a un embargo spietato. Ascoltando gli
appelli di aiuto che giungono incessantemente alla Santa Sede, ho il dovere
d'interpellare la coscienza di coloro che, in Iraq e altrove, pongono
considerazioni di carattere politico, economico e strategico prima del bene
fondamentale delle popolazioni e chiedo loro di dare prova di compassione. I
deboli e gli innocenti non dovrebbero pagare per errori di cui non sono
responsabili. Prego affinché questo Paese possa ritrovare la sua dignità,
conosca uno sviluppo normale, e sia anche in grado di ristabilire rapporti
fruttuosi con gli altri Paesi, nel quadro del diritto internazionale e della
solidarietà mondiale.
Non possiamo passare sotto silenzio il dramma delle popolazioni curde
che in questi giorni ha richiamato l'attenzione di tutti: la necessaria
compassione verso dei rifugiati stremati non deve far dimenticare i milioni di
loro fratelli che sono alla ricerca di condizioni di vita sicure e degne.
Infine devo purtroppo richiamare la vostra attenzione sul dramma delle
popolazioni della parte centrale dell'Africa. In questi ultimi mesi
abbiamo assistito a una ricomposizione regionale degli equilibri etnici e
politici. Tutte le vostre concellerie sono al corrente degli eventi accaduti in
Rwanda, nel Burundi, nella Repubblica Democratica del Congo e più di
recente nel Congo-Brazzaville. Non ricorderò dunque qui i fatti, ma
rammenterò le prove inflitte alle popolazioni: i combattimenti, il
dislocamento di persone, il dramma dei rifugiati, le condizioni sanitarie
insufficienti, un'amministrazione della giustizia manchevole ... Dinanzi a
simili situazioni, nessuno può avere la coscienza tranquilla. Ancora
oggi, nel più grande silenzio, si continua a intimidire o a uccidere. Per
questo desidero rivolgermi qui ai responsabili politici di questi Paesi: se la
conquista violenta del potere diviene la norma, se l'etnocentrismo continua a
pervadere ogni cosa, se la rappresentanza democratica viene sistematicamente
messa da parte, se la corruzione e il commercio delle armi infieriscono ancora,
allora l'Africa non conoscerà mai la pace né lo sviluppo, e le
generazioni future esprimeranno un giudizio spietato su queste pagine della
storia africana.
Desidero parimenti fare appello alla solidarietà dei Paesi del
continente. Gli Africani non devono aspettarsi tutto dall'aiuto estero. In seno
ad essi molti uomini e molte donne hanno tutte le doti umane e intellettuali per
far fronte alle sfide della nostra epoca e per gestire adeguatamente le società.
Occorre però maggiore solidarietà «africana» per
sostenere i Paesi in difficoltà e anche perché non vengano imposte
loro misure o sanzioni discriminatorie. Gli uni e gli altri dovrebbero aiutarsi
reciprocamente per l'analisi e la valutazione delle opzioni politiche e
accettare anche di non partecipare alla fornitura delle armi. Occorre che i
Paesi del continente favoriscano la pacificazione e la riconciliazione, se
necessario per mezzo di forze di pace composte da soldati africani. Allora la
credibilità dell'Africa sarebbe più reale agli occhi del resto del
mondo e l'aiuto internazionale diverrebbe senza dubbio più intenso, nel
rispetto della sovranità delle nazioni. E' urgente che le controversie
territoriali, le iniziative economiche e i diritti dell'uomo mobilitino le
energie degli Africani per trovare soluzioni eque e pacifiche che mettano
l'Africa in condizione di affrontare il ventunesimo secolo con maggiori
possibilità e con più fiducia.
5. In fondo, tutti questi problemi rivelano quando la donna e l'uomo di
questa fine secolo siano vulnerabili. Certo, e' bene che le Organizzazioni
internazionali, ad esempio, si preoccupino maggiormente di indicare i criteri
per migliorare la qualità della vita umana e di prendere iniziative
concrete. La Sede apostolica si sente solidale con queste attività della
diplomazia multilaterale con la quale collabora di buon grado con le sue
Missioni di Osservazione. A tale proposito, desidero menzionare questa mattina
il fatto che la Santa Sede è associata in forma istituzionale ai lavori
dell'Organizzazione Mondiale per il Commercio, il cui fine è quello di
favorire il progresso umano e spirituale in un settore vitale per lo sviluppo
dei popoli.
Non si deve tuttavia dimenticare che i nostri contemporanei sono spesso
sottoposti a ideologie che impongono loro modelli di società o di
comportamento che pretendono di decidere tutto, la loro vita e la loro
morte, la loro intimità e il loro pensiero, la procreazione e il
patrimonio genetico. La natura è diventata un semplice materiale, aperto
a tutte le esperienze. Si ha a volte l'impressione che la vita venga apprezzata
solo in funzione dell'utilità o del benessere che può procurare,
che la sofferenza sia considerata priva di significato. Si trascura la persona
disabile e l'anziano perché ingombranti, si ritiene troppo spesso il
nascituro un intruso in un'esistenza pianificata in funzione di interessi
soggettivi poco generosi. L'aborto e l'eutanasia appaiono allora facilmente
come «soluzioni» accettabili.
La Chiesa cattolica - e la maggior parte delle famiglie spirituali - sanno
per esperienza che l'uomo è purtroppo capace di tradire la sua umanità.
Bisogna dunque illuminarlo e accompagnarlo affinché, nel suo vagare,
possa sempre ritrovare le sorgenti della vita e dell'ordine che il Creatore
ha inscritto nel più intimo del suo essere. Laddove l'uomo nasce,
soffre e muore, la Chiesa sarà sempre presente a significare che, nel
momento in cui egli fa l'esperienza della sua finitezza, Qualcuno lo chiama per
accoglierlo e dare un senso alla sua fragile esistenza.
Consapevole della mia responsabilità di Pastore al servizio della
Chiesa universale, ho avuto spesso l'opportunità di ricordare negli atti
del mio ministero l'assoluta dignità della persona umana dal momento del
suo concepimento fino al suo ultimo respiro, il carattere sacro della famiglia
come luogo privilegiato della protezione e della promozione della persona, la
grandezza e la bontà della paternità e della maternità
responsabili, così come i nobili fini della medicina e della ricerca
scientifica.
Sono elementi che s'impongono alla coscienza dei credenti. Quando l'uomo
corre il rischio di essere considerato un oggetto che si può trasformare
o asservire a proprio piacimento, quando non si percepisce più in lui
l'immagine di Dio, quando la sua capacità di amare e di sacrificarsi
viene deliberatamente occultata, quando l'egoismo e il profitto divengono le
principali motivazioni dell'attività economica, allora tutto è
possibile e la barbarie non è lontana.
Eccellenze, Signore e Signori, queste considerazioni sono familiari per voi
che siete i testimoni quotidiani dell'azione del Papa e dei suoi collaboratori.
Ho voluto tuttavia proporle ancora una volta alla vostra riflessione poiché
si ha spesso l'impressione che i responsabili delle società e delle
organizzazioni internazionali si lascino condizionare da un nuovo linguaggio,
che sembra accreditato da tecnologie recenti e che alcune legislazioni ammettono
o persino ratificano. In realtà, si tratta dell'espressione di ideologie
o di gruppi di pressione che tendono a imporre a tutti le loro concezioni e i
loro comportamenti. Il patto sociale viene allora profondamente indebolito e i
cittadini perdono i loro punti di riferimento.
Coloro che sono garanti della legge e della coesione sociale di un Paese, o
coloro che presiedono organizzazioni create per il bene della comunità
delle nazioni, non possono eludere la questione della fedeltà alla
legge non scritta della coscienza umana, di cui parlavano già gli
antichi, che è per tutti, credenti o non credenti, il fondamento e il
garante universale della dignità umana e della vita in società.
Non posso che rispondere a tale proposito ciò che ho scritto in passato: «Se
non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l'azione
politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente
strumentalizzate per fini di potere...» (Centesimus annus, n. 46).
Dinanzi alla coscienza, «non ci sono privilegi né eccezioni per
nessuno. Essere il padrone del mondo o l'ultimo "miserabile" sulla
faccia della terra non fa alcuna differenza: davanti alle esigenze morali siamo
tutti assolutamente uguali» (Veritatis splendor, n. 96).
6. Concludo così il mio discorso, Eccellenze, Signore e Signori,
invocando su ognuno di voi, sulle vostre famiglie, sulle autorità dei
vostri Paesi e sui vostri concittadini la protezione divina per tutto l'anno che
inizia. Voglia Dio Onnipotente aiutare ognuno di noi a tracciare cammini nuovi
in cui gli uomini si rincontrino e procedano insieme! E' la preghiera che ogni
giorno elevo a Dio per tutta l'umanità, affinché sia sempre più
degna di questo nome!
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