 |
DICHIARAZIONE COMUNE DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II E DI S. G. ROBERT
RUNCIE, ARCIVESCOVO DI CANTERBURY
Dopo aver pregato insieme nella Basilica di san Pietro e nella chiesa di san
Gregorio, da dove sant’Agostino di Canterbury fu inviato da Papa san Gregorio
Magno in Inghilterra, noi, Papa Giovanni Paolo II, Vescovo di Roma e sua grazia
Robert Runcie, Arcivescovo di Canterbury ci incontriamo ancora per pregare
insieme e per dare nuovo impulso alla missione di riconciliazione del Popolo di
Dio, in un mondo diviso e torturato, e per riconsiderare insieme gli ostacoli
che ancora si frappongono ad una più stretta comunione tra la Chiesa cattolica e
la comunione anglicana.
Il nostro comune pellegrinaggio alla chiesa di san Gregorio, storicamente
legata alla missione di sant’Agostino di battezzare l’Inghilterra, ci ricorda
che il compito della Chiesa altro non è che quello di evangelizzare tutte le
genti, tutte le nazioni, tutte le culture. Rendiamo grazie insieme per la
disponibilità e l’apertura con le quali è accolto il Vangelo, come è
specialmente evidente nelle terre in via di sviluppo, dove le giovani comunità
cristiane abbracciano gioiosamente la fede in Gesù Cristo, dando con vigore a
costo di grandi sacrifici la loro testimonianza al Vangelo del Regno. La Parola
di Dio è accolta “non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola
di Dio” (1 Ts 2, 13). Ora che ci apprestiamo a vivere gli ultimi dieci
anni del secondo millennio trascorso dalla nascita di Cristo, preghiamo per una
nuova evangelizzazione attraverso tutto il mondo, e più che mai nel continente
di san Gregorio e di sant’Agostino dove il processo in atto di secolarizzazione
della società intacca il linguaggio della fede e sfigura la natura spirituale
del genere umano.
In tale prospettiva deve essere considerata l’urgente ricerca dell’unità dei
cristiani. Nostro Signore Gesù Cristo, infatti, ha pregato per l’unità dei suoi
discepoli “perché il mondo creda” (Gv 17, 21). Inoltre la divisione dei
cristiani ha di per sé contribuito alla tragedia della divisione umana così come
essa appare in tutto il mondo. Noi eleviamo le nostre preghiere per la pace e
per la giustizia, specie per quei luoghi dove ci si vale delle differenze
religiose per acuire i conflitti tra comunità di fede.
Nel contesto di umana discordia, il difficile cammino dell’unità cristiana
deve essere continuato con determinazione e vigore, qualsiasi siano gli ostacoli
che sembrano sbarrare la via. Noi vogliamo in questa circostanza rinnovare
solennemente il nostro impegno e quello di coloro che rappresentiamo, per il
ristabilimento dell’unità visibile e della piena comunione ecclesiale, nella
certezza che aspirare ad un traguardo più modesto sarebbe tradire la volontà di
unità di nostro Signore per il suo popolo.
Ciò non significa sminuire le difficoltà che il nostro dialogo affronta in
questo tempo. Quando nel 1982, istituimmo la seconda commissione internazionale
tra la Chiesa cattolica e la comunione anglicana a Canterbury, eravamo ben
consapevoli che il suo compito sarebbe stato tutt’altro che facile. Le
convergenze raggiunte dal rapporto finale della prima commissione cattolico-anglicana
sono state ora felicemente accettate dai Vescovi della comunione anglicana
riuniti nella conferenza di Lambeth. Tale rapporto è attualmente allo studio
della Chiesa cattolica nell’intento di dare una risposta. D’altra parte, la
questione e la pratica dell’ammissione di donne al sacerdozio ministeriale in
alcune province della comunione anglicana si frappongono alla nostra
riconciliazione, sebbene si riscontri un progresso verso un accordo nella fede
sul significato dell’Eucaristia e del ministero ordinato. Questa differenza
nella fede è il riflesso di importanti differenze ecclesiologiche e noi
sollecitiamo i membri della commissione mista internazionale cattolico-anglicana
e tutti coloro che sono impegnati con la preghiera e con l’azione al
raggiungimento dell’unità visibile, a non sminuire tali differenze. Allo stesso
tempo, li sollecitiamo a non perdere la speranze e a non abbandonare l’azione in
favore dell’unità. Quando fu istituito qui a Roma, nel 1966, il nostro dialogo,
dai nostri venerati predecessori Papa Paolo VI e l’Arcivescovo Michael Ramsey,
nessuno poteva chiaramente scorgere come le divisioni ereditate da un lungo
passato avrebbero potuto essere superate e come si sarebbe potuta raggiungere
l’unità nella fede. Nessun pellegrino conosce, prima di iniziare il cammino,
quante tappe esso comporterà. Sant’Agostino di Canterbury partì da Roma con il
suo manipolo di monaci verso una terra remota. Eppure, Papa Gregorio ebbe a
scrivere subito dopo del Battesimo degli Inglesi e dei “grandi miracoli . . . che
sembravano imitare la potenza degli Apostoli” (S. Gregorii Magni, Epistula ad
Eulogium Alexandrinum). Pur non vedendo noi stessi una soluzione a questo
ostacolo, confidiamo che grazie al nostro impegno nei confronti di questa
questione, il nostro dialogo ci condurrà ad una più profonda e più vasta
comprensione. Nutriamo questa fiducia perché Cristo ha promesso che lo Spirito
Santo, che è Spirito di verità, rimarrà con noi per sempre (cf. Gv 14,
16-17).
Incoraggiamo anche il nostro clero e i nostri fedeli a non negligere né a
sottovalutare il fatto che noi già condividiamo una certa comunione, anche se
imperfetta. Questa comunione che noi già condividiamo si fonda sulla fede in
Dio, nostro Padre, nel nostro Signore Gesù Cristo e nello Spirito Santo; sul
nostro comune Battesimo in Cristo; sulle Sacre Scritture, sul Credo degli
apostoli e di Nicea; sulla definizione di Calcedonia e sull’insegnamento dei
padri; sulla nostra comune eredità cristiana durante molti secoli. Tale
comunione deve essere curata con amore e custodita, a mano a mano che cerchiamo
di crescere verso la più piena comunione che è volontà di Cristo. Persino negli
anni della nostra separazione abbiamo potuto riconoscere in ciascuno dei doni
dello Spirito. Il cammino ecumenico non tende soltanto a rimuovere gli ostacoli;
esso è anche condivisione di doni.
In questo nostro incontro di oggi, portiamo nel cuore anche quelle Chiese e
comunità ecclesiali con le quali intratteniamo un dialogo. Come abbiamo
affermato in passato a Canterbury, il nostro intento tende al compimento della
volontà di Dio per l’unità visibile di tutto il suo Popolo.
Né la volontà di unità di Dio deve intendersi limitata esclusivamente ai
cristiani. L’unità cristiana è invocata perché la Chiesa possa essere un segno
più efficace del Regno di Dio che è regno d’amore e di giustizia per tutta
l’umanità. Infatti, la Chiesa è il segno e il sacramento di quella comunione in
Cristo che è la volontà di Dio per tutta la sua creazione.
Questa visione sollecita alla speranza e alla paziente determinazione, non
alla dispersione e al cinismo. Poiché tale speranza è un dono dello Spirito
Santo, noi non saremo delusi: “A colui che in tutto ha potere di fare molto di
più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in
noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei
secoli dei secoli! Amen” (Ef 3, 20-21).
Dal Vaticano, 2 ottobre 1989.
ROBERT CANTUAR.
IOANNES PAULUS PP. II
© Copyright 1989 - Libreria Editrice Vaticana
|