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APPELLO DI GIOVANNI APOLO
II AI PRESIDENTI DELLE CONFERENZE EPISCOPALI D’EUROPA
Venerati fratelli nell’episcopato.
1. “Grazia a voi e pace da Dio padre nostro e dal Signore Gesù Cristo” (1
Cor 1, 3). Ho ancora vivo nell’animo il gioioso ricordo dell’incontro
dell’11 ottobre scorso con i partecipanti al VI simposio del Consiglio delle
conferenze episcopali d’Europa (CCEE), ed è sotto l’impressione di quella forte
esperienza di comunione ecclesiale che mi rivolgo a voi con questa lettera,
quasi per proseguire il discorso allora avviato. Le analisi, le valutazioni e le
indicazioni operative, proposte in tale circostanza, hanno consentito a ciascuno
di prendere più profonda coscienza dell’urgenza con cui si impone oggi il
compito di evangelizzare o, meglio, di ri-evangelizzare il vecchio continente.
L’Europa ha una particolare importanza per la storia della chiesa e per il
progressivo espandersi, a cominciare dai tempi apostolici, del messaggio
evangelico nel mondo. Le difficoltà in cui oggi si dibatte il vecchio continente
devono indurre i cristiani a raccogliere le loro forze, riscoprendo le loro
origini e ravvivando quei valori autentici che ne cementarono la fiamma
fulgidissima di una civiltà a cui hanno attinto tante altre nazioni della terra.
2. La civiltà cristiana dell’Europa affonda le sue radici in due tradizioni
venerande, che sono venute sviluppandosi attraverso un processo plurisecolare
con caratteristiche distinte eppur complementari: la tradizione latina e quella
orientale, aventi ciascuna proprie peculiarità teologiche, liturgiche,
ascetiche, nelle quali tuttavia si riverbera l’inesauribile ricchezza dell’unica
verità rivelata. Unica è, infatti, l’anima ispiratrice, unica la scaturigine
primordiale, unica la meta ultima.
Se nel corso dei secoli è intervenuta purtroppo la dolorosa frattura tra
oriente e occidente, di cui soffre ancor oggi la chiesa, con urgenza tutta
particolare s’impone il dovere di ricostruire l’unità, affinché la bellezza
della sposa di Cristo possa risplendere in tutto il suo fulgore. In verità,
proprio perché complementari, le due tradizioni sono, da sole, in qualche modo
imperfette. È incontrandosi e armonizzandosi che possono reciprocamente
completarsi e offrire un’interpretazione meno inadeguata del “mistero nascosto
da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai santi” (Col 1, 26).
L’Europa, inoltre, è il continente nel quale si è consumata l’altra grave
lacerazione della “tunica inconsutile”, che va sotto il nome di “Riforma
protestante”. Non è chi non veda quale serio ostacolo costituisca per lo sforzo
di evangelizzazione del mondo contemporaneo tale situazione di divisione.
Occorre pertanto che ciascuno si adoperi con ogni impegno nella causa
dell’ecumenismo, affinché con l’apporto di tutti il cammino verso l’unità non
solo non si arresti, ma conosca anzi quell’accelerazione a cui sospirano, mossi
dallo Spirito, gli animi più ferventi. L’Europa è la “patria” originaria di
queste divisioni religiose; all’Europa spetta, dunque, in modo particolare il
compito di cercare le vie più adatte per giungere quanto prima a superarle. Tale
ricerca, peraltro, sarà tanto più efficace quanto più strettamente coordinata.
3. Un’ulteriore considerazione s’aggiunge a consigliare l’impegno dell’unità.
L’Europa, infatti, è anche il continente delle molte comunità nazionali aventi
una propria fisionomia, una propria cultura, una propria lingua. Questo dato
storico ha reso in certa misura più difficile la comunicazione tra i diversi
popoli e ha dato anche origine a tensioni sofferte quando non addirittura a
scontri violenti. Ma la diversità, se da una parte ostacola la comunicazione,
dall’altra la rende ancor più necessaria e feconda. Le molte esperienze, se
confrontate e raccordate fra loro, possono arricchirsi a vicenda.
Ciò vale sul piano umano e civile, ma vale ancor più sul piano ecclesiale:
qui infatti il patrimonio di valori comuni è ben più vasto e profondo. Il
confronto pertanto fra le diverse esperienze, vissute dalle varie chiese
particolari nel loro territorio, può rivelarsi di straordinario aiuto per la
nuova evangelizzazione di cui il continente ha oggi bisogno. Il Concilio
Vaticano II con la messe dei suoi insegnamenti, nei quali il perenne messaggio
della rivelazione è proposto in un’ottica più rispondente alla sensibilità dei
giorni nostri, costituisce il punto di riferimento più vicino e più autorevole
da cui partire per un armonico coordinamento delle iniziative in vista di
un’evangelizzazione più aggiornata ed efficace.
4. Occorre infatti affrontare le conseguenze degli sforzi che, specialmente
negli ultimi secoli, sono stati compiuti, da varie parti e a vari livelli, per
sradicare dallo spirito degli europei i convincimenti cristiani e perfino lo
stesso sentimento religioso. L’ateismo ha conosciuto nel continente una
diffusione impressionante, soprattutto nelle forme dell’ateismo scientifico e
dell’ateismo umanistico, richiamatisi ambedue all’autorità della ragione umana,
e, per quanto concerne il primo, della ragione illuminata dalle scoperte che la
scienza va man mano facendo.
Un fenomeno di proporzioni così vaste, che si propone con caratteristiche
simili nelle diverse nazioni del continente, non sarebbe affrontato in modo
adeguato, se le energie di ciascuna chiesa particolare non fossero coordinate
tra di loro in un piano d’azione comune. In questione è qui una nuova
evangelizzazione della cultura, nella quale occorre calare nuovamente quei
“semi” di cristianesimo che nel passato hanno prodotto una così meravigliosa
germinazione di fiori e di frutti.
5. Sono, dunque, molteplici le ragioni che consigliano una più grande unione
e collaborazione tra le varie chiese particolari del continente. È stato
precisamente per la crescente consapevolezza con cui i pastori hanno avvertito
le esigenze imposte dalla nuova situazione che è nato, negli anni immediatamente
successivi al concilio Vaticano II, il Consiglio delle conferenze episcopali
d’Europa con lo scopo di coltivare l’affetto collegiale e di attuare una più
stretta comunione e cooperazione tra i membri delle stesse (cf. Statuti,
art. 1). La manifesta utilità del nuovo organismo ha indotto la Santa Sede ad
approvarne prontamente la costituzione e a sostenerne, nel corso degli anni,
l’attività.
Questa ha avuto i suoi momenti forti nei simposi, nei quali sono stati via
via affrontati temi di grande importanza, quali: “Le strutture diocesane
post-conciliari” (1967), “Il servizio e la vita dei sacerdoti” (1969), “La
missione del vescovo al servizio della fede” (1975), “Gioventù e fede” (1979),
“La responsabilità collegiale dei vescovi e delle conferenze episcopali
nell’evangelizzazione del continente (1982), “Secolarizzazione ed
evangelizzazione oggi in Europa” (1985). Una particolare attenzione è stata pure
dedicata alla collaborazione ecumenica sia mediante la costituzione di un
comitato misto con la Conferenza delle chiese europee sia mediante
l’organizzazione di tre importanti incontri: a Chantilly (1978), a Lokum-kloster
(1981), a Riva del Garda Trento (1984).
6. La gravità e l’urgenza dei problemi che incombono sul futuro cristiano
dell’Europa, la loro dimensione sempre più internazionale, lo stesso mutato
contesto sociale nel quale vive la chiesa, mentre inducono ad apprezzare il
lavoro fin qui svolto dal “Consiglio”, spingono a incoraggiarne l’attività e ad
auspicarne l’incremento. Esistono, a questo fine, strutture organizzative
efficienti, mantenute opportunamente semplici e snelle; ma è soprattutto
necessario un atteggiamento interiore di maggiore apertura delle conferenze
episcopali fra di loro e la disponibilità a meglio coordinare indagini,
progetti, iniziative concrete, in vista di un’azione evangelizzatrice più
armonica e incisiva.
Le comuni riflessioni, svolte in particolare negli ultimi due simposi, hanno
messo in luce che la società europea è entrata in una nuova fase del suo cammino
storico. Alle profonde e complesse trasformazioni culturali, politiche,
etico-spirituali che hanno finito per dare una nuova configurazione al tessuto
della società europea, deve corrispondere una nuova qualità di evangelizzazione,
che sappia riproporre in termini convincenti all’uomo d’oggi il perenne
messaggio della salvezza. È necessario infondere un’anima all’Europa d’oggi e
forgiarne la coscienza.
A tale formidabile impresa saranno meno impari gli sforzi di ciascuno se, con
l’aiuto di un organismo come il Consiglio delle conferenze episcopali europee,
le energie dei pastori dei singoli paesi verranno coordinate in un impegno
comune. Le divisioni, di cui soffre l’Europa, potranno essere allora più
validamente fronteggiate; lo slancio missionario e di promozione umana verso i
paesi in via di sviluppo più costantemente sostenuto; gli ambiti nevralgici
della convivenza civile più profondamente permeati di linfa evangelica. Le
difficoltà sono certamente grandi, ma più grande di ogni resistenza è la forza
dello Spirito, in cui confidiamo.
7. Nel rivolgervi, venerati fratelli, questo appello, desidero confermare
l’apprezzamento per lo zelo pastorale con cui ciascuno di voi, unitamente ai
pastori delle rispettive conferenze episcopali, attende al gregge che gli è
stato affidato. Che il Signore vi conforti e vi sostenga nella quotidiana
fatica. “Sono persuaso che Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la
porterà a compimento” (Fil 1, 6).
In questa prospettiva esprimo altresì l’auspicio che il Consiglio delle
conferenze episcopali d’Europa possa rivelarsi sempre più come un luogo di
incontro fraterno, dove possano maturare, nel confronto e nella collaborazione,
indicazioni e proposte capaci di orientarvi nelle scelte pastorali che il mondo
di oggi attende.
Affido questi voti all’intercessione della beata vergine Maria e dei santi
patroni d’Europa Benedetto, Cirillo e Metodio, invocando su di voi, su gli altri
vescovi d’Europa e sulle rispettive chiese, l’abbondanza dei lumi e delle
consolazioni celesti.
Dal Vaticano, 2 gennaio 1986.
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