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DISCORSO DI
GIOVANNI PAOLO II
ALLA COMUNITÀ POLACCA PER GLI AUGURI NATALIZI
Martedì, 23 dicembre 1986
1. Ringrazio di cuore mons. Wesoly per gli auguri natalizi espressi a nome dei
polacchi che vivono a Roma o vi si trovano di passaggio, e in modo indiretto a
nome di tutte le comunità degli emigrati polacchi del mondo. Vorrei che le
parole, con le quali rispondo a questi auguri, giungessero a tutte le persone
qui presenti. Certamente i nostri auguri vanno a tutti i compatrioti in tutto il
mondo, tuttavia noi pensiamo sempre in primo luogo ai circa 38 milioni di
polacchi che vivono in Polonia.
Durante il mio servizio nelle diverse regioni della terra - l’ultima volta
in Australia e Nuova Zelanda - ho sempre l’opportunità di incontrare gli
emigrati. Sono incontri segnati da una profonda commozione, poiché tra le altre
cose c’è sempre in essi un riferimento alla patria, alla terra e al popolo,
alle sue esperienze storiche. Ci sentiamo uniti nel cuore con tutti i polacchi
che vivono all’estero. Ci rallegriamo dei loro successi. Gli siamo grati per
tutto ciò che fanno per la Polonia nel mondo e per la Polonia in Polonia. Siamo
lieti di sentire dai vescovi dei diversi paesi e continenti che gli emigrati
polacchi rimangono sinceramente legati alla Chiesa anche nei paesi della loro
nuova residenza.
Tuttavia, per quanto riguarda il bene della nazione, non possiamo dimenticare
che l’emigrazione comporta una perdita, in un certo senso un male inevitabile.
Se ne vanno delle persone che potrebbero, anzi dovrebbero, contribuire
all’accrescimento del bene comune. Persone che sono spesso molto ben preparate
e altamente qualificate. E quindi, sebbene ogni uomo in determinate circostanze
abbia il diritto di emigrare, non possiamo nello stesso tempo non domandarci:
perché se ne va? perché se ne vanno?
Non bisogna forse fare tutto il possibile, perché essi possano trovare un
adeguato posto di lavoro nella Patria? Posto di lavoro e anche le adeguate
condizioni di vita per sé e per la loro famiglia. Nella terra polacca nessuno
deve sentirsi inutile o, peggio ancora, scomodo. Bisogna inoltre combattere
quell’opinione pericolosa secondo la quale nella patria non vi siano
possibilità, non si vedano prospettive per il futuro proprio e dei propri
figli.
È necessario che negli auguri della vigilia di Natale vi siano presenti non
solo le famiglie, tutte le generazioni, gli ambienti, gli anziani e i giovani, i
genitori e i figli, ma in qualche modo anche la Patria, anche la Polonia. Così
come essa vi era presente per tanti anni e tanti secoli, anche nei periodi della
più dura lotta per la sopravvivenza nazionale. In questo spirito accolgo gli
auguri di mons. Wesoly e in questo stesso spirito vi rispondo.
Anch’io in questa vigilia di Natale, la sera dell’“oplatek”, mi sento
particolarmente unito con la grande famiglia del mio popolo. Sento profondamente
ogni bene che nasce nella vita dei polacchi, ma sento altrettanto profondamente,
anzi forse ancora di più, ogni male, ogni pericolo, ogni perdita, ogni
umiliazione.
2. Spartiamo l’“oplatek” tra di noi. È una tradizione commovente. Da secoli
ha il proprio significato polacco. Ma in questa tradizione familiare non si può
non notare un tratto particolare che la unisce con il ricordo cristiano di
quelle comunità degli Atti degli apostoli, che erano assidue “nella frazione
del pane”. È quindi una tradizione nazionale che nella sua sorgente e nella
sua ispirazione è profondamente cristiana. Anzi, si può dire: eucaristica. Il
pane della vigilia, “oplatek”, non è, come l’ostia eucaristica, il corpo
del Signore, ma e così come il sacramentale corpo del Signore, un invito alla
fratellanza, alla solidarietà, all’amore, alla riconciliazione.
Queste riflessioni diventano particolarmente attuali nella prospettiva del
Congresso eucaristico previsto per il giugno 1987 al quale si sta preparando la
Chiesa in Polonia. Ho cercato dall’inizio di partecipare ai preparativi per
questo avvenimento che dovrebbe mettere ancor più in risalto quello di cui vive
tutta la Chiesa, e soprattutto la Chiesa in Polonia: quello che è la sorgente
della forza d’animo di tante persone e comunità: corpo del Signore! Corpo e
Sangue di Cristo! Sacramento della nuova e dell’eterna alleanza!
Mi sia permesso, durante quest’odierno incontro, esprimere l’auspicio che il
Congresso eucaristico in Polonia dia i tanto aspettati e desiderati frutti. Che
rinnovi in noi tutti la consapevolezza di quell’Amore che è Dio. Dio rivelato
in Gesù nato, crocifisso e risorto, Dio rivelato nella Eucaristia, è Amore.
Solo questa consapevolezza è in grado di sviare l’anima dell’uomo da tutte
le vie sbagliate dell’esistenza umana. Di liberarlo dalla sensazione di
camminare su una strada senza uscita; dalla sensazione di prigionia. Di superare
la sua concezione spesso materialistica e deterministica dell’esistenza umana
sulla terra. Dio è colui che libera, libera l’uomo, proprio perché egli è
Amore.
Auspico quindi già oggi, nella vigilia di Natale, che i miei compatrioti
emigrati, tanti, tantissimi uomini in Polonia, persone che spesso vivono nel
tormento, partecipino nella consapevolezza di questa liberazione in Dio. Possa
l’Eucaristia rivelare di nuovo a ognuno il pieno significato della vita umana,
possa almeno liberarlo dalla sensazione che la vita è priva di
significato . . .
Auguro che tutti accolgano ancora una volta tutta la verità su Dio, su Cristo,
sullo Spirito Santo, quella verità che in un certo senso ha la sua sintesi
straordinaria nell’Eucaristia. “Che tu conosca il dono di Dio” (cf. Gv 4, 10), disse Cristo alla Samaritana. Quale augurio più grande potrei esprimere a
ognuno e a ognuna di voi, cari fratelli e sorelle nella Patria, di quello che
possiate scoprire di nuovo che l’Eucaristia è il dono di Dio, che rende
l’uomo capace di superare le tappe, anche quelle difficili, del suo
pellegrinare sulla terra.
Sì. L’Eucaristia è dono. Nello stesso tempo essa è una sfida rivolta a
quell’umanità che è in ciascuno di noi. Un invito quotidiano. Dobbiamo
liberarci da tante debolezze e da tanti difetti. Da tante manifestazioni del
nostro egoismo. Da tanti cattivi giudizi nei confronti del prossimo. Dalla
tendenza al solo profitto e al solo uso . . . Da tutto ciò che realmente limita la
nostra dimensione di persone umane.
Lo dico nel momento dell’“oplatek”. Nella vigilia di Natale. La vigilia è
anche un momento, unico nel suo genere, di sincerità e fiducia verso i cuori e
le coscienze dell’uomo.
Accogliete quindi tutto ciò che ho detto. Anzi, aggiungete qualcosa di vostro.
Cerchiamo di vedere chiaro, in quest’ora di sincerità, anche tutto ciò che
fa male. Non ha detto forse Cristo; “conoscerete la verità e la verità vi
farà liberi” (Gv 8, 32)?
3. Nel periodo dell’Avvento, quindi durante il Natale, la Chiesa ripete ogni
giorno la preghiera alla Madre di Dio, l’antifona che inizia con le parole:
“Alma Redemptoris Mater”. In questa preghiera la Chiesa eleva un penetrante
grido che ha la sua espressione più eloquente nel testo originale: “succurre
cadenti / surgere qui curat, populo”.
Sulla soglia dell’Anno eucaristico nella terra polacca, cammino con queste
parole insieme con tanti pellegrini in Polonia. Abbracciando tutto ciò che fa
parte della Polonia, tutti i figli e figlie della mia patria, sulla Jasna Gora
ripeto queste parole: O Madre, tu che ci conosci, non permettere che perdiamo la
fiducia. Aiutaci a perseverare! Aiutaci a rialzarci sempre di nuovo. Aiutaci a
vincere il male con il bene. Intercedi per noi, affinché ognuno di noi sia più
forte della propria debolezza. Sii con noi in ogni tempo.
Ringrazio ancora una volta mons. Wesoly e tutti i presenti per questo incontro.
© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana
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