Giovedì, 17 aprile 1986
Carissime Suore Maestre di santa Dorotea, cari pellegrini, cari malati!
1. Grande è la vostra gioia nel celebrare i 150 anni di fondazione della
Congregazione! Avete voluto solennizzare maggiormente la commemorazione con un
numeroso pellegrinaggio a Roma e con questa speciale udienza: così anch’io posso
partecipare alla vostra letizia, animata dalla vostra profonda fede. Esprimo il
mio vivo compiacimento per tale iniziativa e a tutti porgo il mio cordiale
saluto nel Signore! In modo particolare desidero salutare la superiora generale,
madre Gianna Rosa Sterbini, le sue collaboratrici, le autorità civili e
religiose, che hanno voluto presenziare all’incontro, e le giovani suore che
domani emetteranno la loro professione perpetua presso la Tomba di san Pietro.
Portate il mio saluto benedicente anche a tutte le vostre consorelle, sparse in
Italia e in tutti i continenti, assicurando loro che anche per la vostra
Congregazione e per le vocazioni rivolgo la mia costante preghiera al Signore.
2. È trascorso un secolo e mezzo da quel giorno, 11 dicembre 1836, quando il
cappellano della parrocchia di San Pietro in Vicenza, don Giovanni Antonio
Farina, giovane professore nel seminario della città, dava inizio con appena tre
giovani all’Istituto religioso che sarebbe poi stato chiamato “Congregazione
delle Suore Maestre di santa Dorotea, figlie dei Sacri Cuori”. Quel sacerdote
diventerà poi vescovo di Treviso e avrà il dono di ordinare sacerdote nel
settembre 1858 Giuseppe Sarto, che sarà poi Papa Pio X e santo; quel piccolo
seme gettato nel solco della Chiesa e della Storia crescerà in un grande albero,
ricco di frutti, dilatandosi nei cinque continenti e raggiungendo attualmente il
numero di oltre duemila religiose. Quanto bene spirituale e materiale si è
potuto compiere in questo periodo, in cui la Congregazione si è dedicata -
secondo la volontà del fondatore - specialmente alla cura dei malati negli
ospedali, degli anziani, degli emarginati, delle bambine che esigono particolari
cure, dei sofferenti!
Il venerato fondatore volle imprimere nelle sue religiose uno spirito
semplice, ma fermo e solido, esigendo una vita interiore intensa e pura, nel
totale servizio del prossimo, portando in ogni luogo l’amore di Gesù e di Maria.
Con questo sguardo rivolto al passato, alle opere che avete compiuto e allo
spirito iniziale che avete mantenuto, penso che possiate essere liete e serene:
in mezzo alle contrastate vicende di questo lungo periodo di tempo, avete
seguito sempre le direttive a voi date dal fondatore.
Ringraziamo insieme il Signore che vi ha sempre custodite e ispirate, e
prendete da questa data la risoluzione di perseverare con fervore nel cammino
del vostro impegno di donazione a Dio e al prossimo, testimoniando la vostra
fede ed esercitando la carità di Cristo, fiduciose di suscitare in molte altre
giovani l’anelito a seguirvi, per venire incontro alle tante necessità della
società moderna.
3. L’incontro con voi religiose e con tante persone giovani e adulte, porge
l’occasione per riflettere brevemente sulle qualità che il venerabile fondatore
desiderò nelle sue figlie spirituali e che valgono per tutti. Volendo che si
realizzasse pienamente il comando evangelico dell’amore, egli diceva: “In voi
brilli sempre l’allegrezza e la mansuetudine, così vi fate simili a quel divino
Esemplare, che con il volto sempre sereno predicava: «Imparate da me che sono
mite e umile di cuore»”.
La prima qualità è dunque quella di essere simili a Cristo nella bontà, nella
carità, nell’umiltà. Non dobbiamo certo giudicare e condannare i tempi; dobbiamo
anzi amare il nostro tempo, proprio perché ha bisogno di amore autentico. Il
cristiano sa che deve amare, perdonare, sopportare, essere mite e
misericordioso. Tale fu santa Maria Bertilla Boscardin, suora della vostra
Congregazione, che umile e semplice, proprio nella carità eroica verso i malati
dell’ospedale di Treviso, verso gli epidemici, verso i feriti della prima guerra
mondiale, raggiunse i vertici della perfezione cristiana. Giustamente Pio XII (Discorsi
e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, die 9 iun. 1952, XIV [1952] 202), di
venerata memoria, nel discorso tenuto dopo la beatificazione, affermava che il
segreto della sua santità era racchiuso tutto nel piccolo catechismo, da lei
tanto amato e sempre portato con sé, come guida e ispirazione. “Quel minuscolo
libro - così diceva il Papa - ha per sé maggior valore che un’ampia
enciclopedia; esso contiene le verità che si debbono credere, i doveri che si
hanno da adempiere, i mezzi per la propria santificazione. Che cosa vi è di più
importante sulla terra? Esso è il libro della sapienza, l’arte del ben vivere,
la pace dell’anima, la sicurezza nella prova. Ci insegna come piacere a Dio”.
Nel mondo in cui predomina, purtroppo, lo spirito di divisione, di discordia e
di prepotenza, il cristiano porti sempre lo spirito di carità, di amore, di
misericordia, che nasce dalla Verità conosciuta e amata. Sentite sempre il
fascino della Verità per poter gustare sempre la bellezza della carità!
La seconda qualità del cristiano deve essere quella della gioia. Certamente
non è l’allegria mondana e soddisfatta, che talvolta suona persino offesa per
tanti che soffrono; è invece una gioia misteriosa, che nasce dalla fede e
dall’impegno della carità; una gioia qualche volta difficile, a motivo delle
situazioni inquiete e forse anche drammatiche in cui si deve vivere, e tuttavia
sempre presente, perché il cristiano si abbandona alla provvidenza; una gioia
interiore, legata strettamente alla promessa del Divin Maestro e che si esprime
con la generosità, con la gentilezza, con il sorriso, con il sacrificio, con la
pazienza. Questa è l’allegrezza di cui parlava e che voleva il vostro fondatore
e questa è pure la caratteristica che io auspico per tutti voi, nella vostra
vita familiare, sociale, religiosa, anche se talvolta la sofferenza ci fa
gemere, il dolore pesa come una croce terribile, e le contrarietà ci
amareggiano. Come san Paolo ognuno deve dire: “Tutto posso in colui che mi dà
forza” (Fil 4, 13).
4. “Dio e anime, vita interiore e apostolato, amore di Dio e amore del
prossimo: sono i cardini incrollabili su cui poggia la storia di tutti i santi e
che proclamano al mondo il fascino irresistibile del loro esempio”. Così diceva
Papa Giovanni XXIII (Discorsi, Messaggi, Colloqui del Santo Padre Giovanni
XXIII, die 11 maii 1961, III [1961] 275) nell’omelia per la canonizzazione
di suor Maria Bertilla Boscardin.
Queste stesse parole affido a voi, Suore Maestre di santa Dorotea, e a voi
pellegrini. L’ideale della santità vi stimoli, vi accompagni sempre, vi dia
forza nei momenti della difficoltà. Si legge nella biografia della santa che,
sempre assidua e diligente nei suoi servizi presso i malati, sembrava che avesse
Qualcuno che la illuminava e la guidava, suggerendole ciò che era necessario
fare e come doveva comportarsi. Quel “Qualcuno” - ben lo sappiamo - era il
Cristo Signore, da lei tanto amato e irradiato!
È il mio augurio finale e il mio auspicio per l’avvenire della vostra
Congregazione: il Signore vi accompagni una per una! Il Signore traspaia dalla
vostra condotta e dalla vostra gioia! Con l’aiuto della Vergine santissima,
vostra madre e vostra celeste ispiratrice! Ve lo auguro con la mia benedizione
apostolica, che ora vi imparto di gran cuore, ed estendo con affetto alle
consorelle e a tutte le persone care.
© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana