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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI
CONNAZIONALI BENEFATTORI DELLA «CASA DEL
PELLEGRINO POLACCO»
Giovedì, 27 giugno 1985
Cari Fratelli e Sorelle, Compatrioti, sia lodato Gesù
Cristo.
1. I nostri incontri dedicati alla Casa Polacca a Roma e alle
questioni ad essa collegate sono ormai divenuti una tradizione.
Nel settembre 1981 accolsi un gruppo di persone, costituito da
polacchi che vivono in Polonia e da emigrati. Queste persone si riunirono qui
per riflettere insieme sul carattere adeguato da dare al Centro Polacco della
Cultura Cristiana appena istituito e sull’indirizzo dei suoi lavori e compiti.
Poi, nel novembre dello stesso anno, potei incontrare - in
presenza della Commissione Generale dell’Episcopato Polacco e dei Rettori delle
Missioni Cattoliche Polacche all’estero - numerosi rappresentanti degli emigrati
polacchi di tutto il mondo, i quali mi consegnarono un grande, storico dono
finanziato dai compatrioti emigrati; una splendida casa costruita in via Cassia,
nella quale hanno la loro piccola parte - bisogna ricordarlo - anche gli amici
stranieri della Polonia e i nostri compatrioti che vivono in Patria.
Accolsi questo dono con grande gratitudine e, il giorno dopo, mi
recai nella Casa offertami per benedirla, cioè per dedicarla a Dio, affinché
servisse agli uomini e alla causa della presenza dei polacchi nella sede del
cristianesimo.
Sono lieto di questo incontro con voi, che avete partecipato in
modo particolare alla realizzazione di questa importante iniziativa. Siete
venuti qui - talvolta a costo di grandi sacrifici - per partecipare
all’inaugurazione della lapide sulla quale si vedono scolpiti i vostri nomi e
anche i nomi degli altri fondatori: persone, parrocchie, organizzazioni
benemerite e gruppi di emigrati polacchi di tutto il mondo, che voi oggi
rappresentate. Siete venuti dagli Stati Uniti - il gruppo più numeroso - dal
Canada, dall’Inghilterra, dal Brasile, dal Belgio, dalla Svizzera, dalla
Germania, dall’Australia, dal Venezuela, dal Messico, dalla Spagna, dalla
Francia e dall’Italia.
Ci sono i rappresentanti della cosiddetta vecchia emigrazione e
di quella del dopoguerra. Ci sono i veterani delle Forze Armate Polacche
all’estero, ci sono anche persone che durante l’ultima guerra hanno passato
l’inferno delle persecuzioni a causa del loro atteggiamento patriottico, della
loro fedeltà e affetto per il Paese dal quale provengono. Ci sono i sacerdoti
emigrati e gli attivisti laici. E un’immaginazione eloquente che riempie di
speranza.
Non c’è da meravigliarsi che a questa celebrazione partecipi
anche il Delegato dell’Episcopato Polacco, Arcivescovo Monsignor Bronislaw
Dabrowski, il quale è venuto appositamente per testimoniare dinanzi a voi la
Chiesa polacca e per esprimere la sua gratitudine per tutto quello che le
comunità polacche all’estero fanno per la Chiesa, per il popolo e per la Patria.
È qui presente anche il Delegato dell’Episcopato Polacco per la
pastorale dei polacchi emigrati, Monsignor Szczepan Wesoly.
Ringrazio Dio per l’opera della vostra carità che poco tempo fa
è stata creata a Roma. A voi e, tramite voi, a tutti i fondatori dico: “Dio vi
ricompensi”. Che Dio ricompensi tutti coloro di cui si leggono i nomi sulla
lapide inaugurata ieri, con il signor Edward Piszek a capo, e che ricompensi
tutti i donatori anonimi, poiché come ha detto nel 1981 il vostro rappresentante
che oggi non è più tra i vivi: “Per noi è stata ugualmente preziosa l’offerta di
un dollaro, di un marco o di una peseta che mille sterline o anche più”.
Tra i donatori si sono spesso trovate persone anziane e povere,
le quali, sentendosi legate al patrimonio spirituale polacco ed essendo pronte a
sacrifici, hanno voluto offrire una parte di quello che avevano conquistato con
il loro duro e lungo lavoro, hanno dato “wdowi grosz” affinché questo patrimonio
fosse custodito e moltiplicato, dimostrando la loro fiducia nella Fondazione
vaticana, nella Casa nonché nel Centro Polacco della Cultura Cristiana, e
dimostrando anche le profonde speranze legate a queste istituzioni.
La risposta migliore a queste speranze è e sarà sicuramente il
diligente servizio reso da queste istituzioni alla Chiesa in Patria e
all’emigrazione, alla cultura cristiana polacca e alla sua presenza nel mondo.
Grazie a tale servizio saranno per sempre ricordati i nomi delle persone che
hanno reso possibile la realizzazione di questa iniziativa.
2. Ciò nonostante metto la mia firma sotto le parole scolpite
nella lapide che dicono: “La Casa Polacca . . . segna per sempre nella storia le
persone che hanno dato un contributo particolare alla sua nascita”. È bene che
questo contributo sia trasmesso nella storia anche in questo modo. Che rimanga
per sempre, insieme con la Casa, testimonianza dei nostri tempi ed espressione
della solidarietà e dell’affetto per la fede degli uomini che vivono sulla
Vistola e sull’Oder e di quelli che, anche se dispersi in tutto il mondo, hanno
le stesse radici e che ritornano ad esse volendo in questo modo arricchire sia
se stessi che tutta la famiglia dalla quale provengono e con cui si sentono
uniti da vincoli di sangue, sia quelle comunità e società in mezzo alle quali
gli è capitato vivere, lavorare e cooperare per il bene comune delle nuove
patrie.
Lo sradicamento è una grave malattia sociale. Più l’uomo è
cosciente della propria genealogia, del terreno spirituale da cui proviene, più
è maturo per adempiere agli oneri di una concreta situazione. Ciò riguarda anche
i compatrioti che devono affrontare le difficoltà che si presentano loro dinanzi
in patria, nonché quelli che per vari motivi si sono sentiti costretti a cercare
per sé e per i propri figli un nuovo nido all’estero.
La caratteristica particolare dell’emigrazione polacca sta nel
fatto che gli emigrati hanno conquistato i loro diritti nella nuova patria
spesso con sacrifici e non di rado con il proprio sangue versato per la libertà
“vostra” alla quale veniva sempre legata la libertà “nostra”. La maggioranza dei
compatrioti ha costituito la propria autocoscienza non in base al concetto
dell’“emigrazione”, ma in base alla realtà: “Patria”. Ciò avveniva ai vari
livelli della coscienza. Talvolta la realtà “Patria” si limitava al luogo di
provenienza e ai legami familiari. Gli emigrati pensavano in questo caso a
costruirsi una casa nella quale sarebbero potuti tornare un giorno per vivere
con dignità. Nel caso dell’emigrazione politica si trattava di rivendicare o
ricostruire la Casa-Patria degna della vita umana di tutti i cittadini.
Anche quelli che non pensavano affatto di tornare erano
assillati dal pensiero e dalla preoccupazione per la casa che avevano
abbandonato. In questo spirito vivevano e in questo spirito lavoravano per il
bene e per lo sviluppo dei Paesi in cui avevano trovato ospitalità. E tale
spirito cercavano di trasmettere ai loro figli e figlie, la maggioranza dei
quali ha acquisito e conservato il patriottismo dei padri e delle madri, il che
si manifestava e si manifesta tuttora soprattutto nei momenti di grave crisi e
di pericolo che minacciano la patria delle loro origini. Inestimabili sono anche
i meriti dell’emigrazione nel creare e moltiplicare la nostra cultura nel mondo
e nel dare una testimonianza alla Polonia: di quello che era e di quello che
dovrebbe essere.
3. Dallo stesso spirito è nata anche la Casa Polacca di Roma,
che è conforme alla nostra tradizione storica e arricchisce in larga misura
quello che la Chiesa polacca possiede nella Città Eterna.
Diciamo casa, perché questa idea ci è molto vicina e cara,
sappiamo però che si tratta di cose molto più vaste di un semplice tetto. Si
tratta della presenza della Polonia, del suo retaggio spirituale nel mondo. Si
tratta della presenza e del contatto con tutti coloro che possiedono lo spirito
polacco, la storia e la cultura polacche. Questa cultura l’abbiamo ricevuta da
Roma, insieme con il Battesimo, più di mille anni orsono. Essa ha modellato la
nostra storia e lo spirito nazionale. Siamo legati ai valori del passato poiché
essi costituiscono la nostra tradizione storica e in essi i Polacchi, difendendo
la propria identità, hanno sempre ritrovato il sostegno e la fonte di unità e
d’identità nazionale. Il cristianesimo non era solo fonte e lievito di questa
cultura, poiché la Chiesa, partecipando fedelmente alla sorte della nazione, si
è unita strettamente con la sua esistenza e con la sua storia. E l’aspirazione
dell’uomo a Dio non lo distoglieva dai problemi della vita terrena, anzi, la
ispirava nella lotta per l’indipendenza, per la giustizia e la dignità della
nazione e di ogni singolo.
Perciò è lecito desiderare che questa cultura, arricchita
dall’esperienza e dal proprio patrimonio, sia presente nel mondo occidentale al
quale dobbiamo così tanto; che sia presente nel dialogo sulla cultura e nel
dialogo delle culture e che, insieme ad esse, possa avere ed elaborare, in base
al Vangelo di Cristo, i valori che arricchiscono e perfezionano l’uomo, che
servono alla sua dignità e la sua piena vocazione.
Molto prezioso è il ruolo di questa Casa polacca di Roma, di
questo tetto che trovano i pellegrini i quali, grazie a Dio, vengono numerosi
dalla Polonia e dalle altre nazioni. Molto preziosa è la cura pastorale che
aiuta loro a vivere Roma e la sua ricchezza cristiana nello spirito della fede.
Sotto questo aspetto la casa dovrebbe diventare per loro ancora più casa, casa
polacca, casa propria.
È anche necessario che maturi fino a diventare il ponte tra la
Patria e l’emigrazione. Che diventi luogo d’incontro tra la nostra cultura
cristiana e le culture delle altre nazioni; che serva al pellegrinaggio
spirituale di queste culture, al loro scambio e al loro vicendevole
arricchimento; che possa contribuire alla costruzione dell’unità dell’Europa e
del mondo fondata sui principi di Cristo: sull’amore, sulla giustizia, sulla
verità e sulla pace.
4. Cari fratelli e sorelle!
Vi ho presentato solo alcuni miei pensieri generali riguardanti
l’opera che grazie a voi è stata chiamata a vivere e a svolgere i suoi compiti.
La vostra presenza qui non è soltanto formale. Vorreste guardare
quest’opera da vicino e conoscerla meglio. Possa questa presenza servire a
precisare meglio il profilo e i compiti di queste istituzioni, delle quali
potete essere fieri. Dei loro successi e difficoltà ve ne hanno parlato
dettagliatamente - o ve ne parleranno - le persone competenti, responsabili dei
singoli settori.
Vi ringrazio ancora una volta della vostra presenza, di tutto
quello che avete fatto e che farete in questo campo nel futuro: principalmente,
a quanto pare, tramite l’Associazione degli Amici della Fondazione. La
preoccupazione per le basi materiali della cultura è una preoccupazione per la
cultura stessa. Quel che grazie a voi è nato, sta cercando le vie adatte e si
sta sviluppando, è l’espressione del senso di responsabilità per il contenuto
della nostra cultura e per la sua sorte. Testimonia l’unione delle aspirazioni
di grandi schiere di miei compatrioti.
Che questo pellegrinaggio alla tomba dei Santi Pietro e Paolo,
pellegrinaggio sulle tracce degli inizi del cristianesimo e di tutta la sua
storia, vi arricchisca interiormente e corrobori la vostra fede speranza e
amore.
Affido tutti i benefattori e tutte le comunità degli emigrati
polacchi nel mondo alla protezione materna della Regina della Polonia di Jasna
Gora.
Accogliete la mia gratitudine e la mia Benedizione Apostolica.
Portatele alle vostre famiglie, agli amici, alle parrocchie, alle organizzazioni
e comunità. Consegnatele a tutti coloro che in qualche modo provengono dalla
terra dove scorre la Vistola.
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Vaticana
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