 |
DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI
PARTECIPANTI ALLA CONFERENZA VATICANA DI COSMOLOGIA
Sabato, 6 luglio 1985
Cari amici,
1. Rivolgo un saluto cordialissimo ai partecipanti alla
Conferenza Vaticana di Cosmologia. Quest’anno, in cui ricorre il 50°
anniversario della ricerca scientifica alla Specola vaticana, vorrei cogliere
quest’occasione per estendere le mie vivissime congratulazioni e i migliori
auguri a Padre Coyne e all’intero personale dell’Osservatorio. Sappiate che il
vostro diligente lavoro, specialmente nel campo dell’astrofisica, insieme con la
vostra consacrazione ecclesiale, rende una splendida testimonianza al profondo
interesse della Chiesa per il mondo della scienza e in particolare per tutti gli
uomini e le donne impegnati nella ricerca scientifica.
Saluto cordialmente gli astronomi osservazionali e i teorici di
fisica gravitazionale e di cosmologia, che hanno accettato l’invito a prendere
parte a questo importante incontro. È una gioia darvi oggi il benvenuto, insieme
con i membri delle vostre famiglie.
2. Attraverso le scienze naturali, e la cosmologia in
particolare, siamo diventati molto più consapevoli della nostra vera posizione
fisica nell’universo, nella realtà fisica, nello spazio e nel tempo. Siamo
fortemente colpiti dalla nostra piccolezza e apparente insignificanza, e ancor
più dalla nostra vulnerabilità in un ambiente così vasto e apparentemente
ostile. Tuttavia, questo nostro universo, questa galassia in cui è situato il
nostro sole e questo pianeta in cui viviamo, sono la nostra dimora. E tutto in
qualche modo serve a sostenerci, a nutrirci, ad affascinarci, a ispirarci, a
farci uscire da noi stessi e a farci guardare ben oltre i limiti della nostra
visione. Ciò che scopriamo attraverso il nostro studio della natura e
dell’universo, in tutta la sua immensità e ricca varietà, serve da una parte a
sottolineare la nostra fragile condizione e la nostra piccolezza e dall’altra a
manifestare chiaramente la nostra grandezza e superiorità in tutta la creazione:
la posizione profondamente elevata che noi godiamo nell’essere capaci di
cercare, di immaginare e di scoprire tanto. Siamo stati fatti a immagine e
somiglianza di Dio. Così, siamo in grado di riconoscere e di capire sempre di
più sull’universo e su tutto ciò che esso contiene. Possiamo raggiungere e
afferrare i suoi intimi processi e disegni, scandagliando le sue profondità con
riverenza desiderosa di conoscere e con immaginazione rispettosa.
3. Questa conferenza, mi è stato detto, ha tra i suoi temi
principali la determinazione delle intrinseche limitazioni della competenza
cosmologica e della sua verificabilità osservazionale: i limiti nel principio e
nella pratica della verifica scientifica dei suoi prodotti teorici. Con una
crescita graduale e costante dell’umile conoscenza di sé, noi siamo in grado di
evitare gli estremi di una valutazione esagerata delle nostre abilità e capacità
o una valutazione spregiativamente ristretta e superficiale. E questo è vero per
ogni disciplina o campo di studio. Una valutazione equilibrata sia dei nostri
limiti che dei nostri punti di forza ci dà la possibilità di pianificare
attentamente i nostri progetti, di intrattenere adeguate relazioni con le realtà
materiale, personale e divina, e di diventare sempre più sensibili ad ogni
informazione valida che ci è resa disponibile dalla scienza moderna.
4. Più noi conosciamo a riguardo della realtà fisica, della
storia e della struttura dell’universo, della costituzione fondamentale della
materia e dei processi e schemi che stanno alle radici del mondo materiale, più
noi possiamo apprezzare l’immensità del mistero di Dio, meglio siamo in
condizione di comprendere il mistero di noi stessi, della nostra origine e del
nostro destino. La creazione, infatti, per quanto siamo arrivati a conoscerla,
ci parla, in riflessi frammentari e tuttavia molto veri, del Dio che l’ha creata
e la mantiene in esistenza.
Naturalmente, quel quadro deve rimanere sempre incompleto, in
modo stimolante. Alcuni aspetti della nostra vita si innalzano e oltrepassano la
dimensione materiale e, pur avendo radici profonde nella materia, sorpassano la
comprensione che le scienze naturali sono in grado di fornire. Essi attirano la
nostra attenzione al regno dello Spirito. Le creazioni umane dell’arte e della
poesia, il nostro desiderio di giustizia, di pace e di totalità, ogni esperienza
umana veramente autentica, ci portano a riconoscere che c’è una spiritualità
nell’universo e particolarmente nella vita umana, una spiritualità che non può
essere semplicemente ridotta alle caratteristiche della realtà di cui si
occupano le scienze fisiche e naturali. Ci sono certamente contributi importanti
ed essenziali che le scienze devono rendere, direttamente e indirettamente, a
queste più interiori o spirituali caratteristiche della realtà.
Questi contributi devono essere fatti ma la loro ricerca e il
loro studio richiedono altri metodi complementari e altre discipline, come
quelli forniti dalle arti, dalle discipline classiche, dalla filosofia e dalla
teologia. A loro volta, questi metodi e queste discipline devono diventare
consapevoli delle loro competenze essenziali e dei loro limiti.
5. Molto di ciò che l’astronomia moderna e la cosmologia
investigano non trova diretta applicazione attraverso la tecnologia. Tuttavia
ciò dà un contributo vitalmente importante. Infatti ci aiuta, perlomeno, a porre
noi stessi e ogni altra cosa in una prospettiva più ampia, incoraggiandoci ad
andare oltre i nostri interessi ristretti ed egoistici. La visione di noi
stessi, di Dio e dell’universo è radicalmente diversa da quella della gente del
Medioevo. Noi ci vediamo situati in un contesto molto più ampio, in un mondo e
in un universo molto più vasti e molto più intricatamente, e anche
delicatamente, complessi. Infatti per la prima volta ci siamo visti
dall’esterno, dalla luna, e da altri punti favorevoli nel nostro sistema solare.
E attraverso questa sensazionale prospettiva, ci rendiamo conto di dover essere
più responsabili per noi stessi, per il nostro prossimo, per le nostre
istituzioni e per il nostro pianeta, qualunque sia la nostra nazione, religione
o posizione politica. Ci rendiamo conto sempre più profondamente della nostra
piccolezza e della nostra fragilità, ma, nello stesso tempo, della nostra
grandezza. Siamo più inclini a dire insieme al salmista dell’Antico Testamento:
“I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il
firmamento” (Sal 19, 1).
Copyright © Libreria Editrice
Vaticana
|