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RADIOMESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II AL
POPOLO DEL GIAPPONE
Martedì, 6 agosto 1985
Parlare di Hiroshima e di Nagasaki è essere vivamente
consapevoli dell’immenso dolore, orrore e morte che gli esseri umani sono capaci
di infliggere l’uno all’altro. Ma è anche essere consci del fatto che tale
tragico destino non è inevitabile. Può e deve essere evitato. Il nostro mondo ha
bisogno di riguadagnare fiducia nella sua capacità di scegliere il bene morale
invece del male.
La Chiesa cattolica è irrevocabilmente impegnata nella sfida
volta a promuovere la pace autentica tra i popoli e le nazioni, contro la guerra
e la morte. La Chiesa considera questa sfida come un dovere davanti a Dio,
Signore della vita, e come un imprescindibile servizio d’amore verso ogni uomo,
donna e bambino su questa terra.
Desidero cogliere quest’opportunità per ripetere qualcosa che
credo richieda molta riflessione. La vasta maggioranza della gente desidera la
pace. Tuttavia “il mondo odierno è come prigioniero in una rete di tensioni . . .
L’impotenza nella quale si trova l’umanità a risolvere le tensioni, ci rivela
che gli intoppi o, al contrario, le speranze derivano da qualcosa di più
profondo dei sistemi (sui quali sono costruite la vita moderna e le relazioni
internazionali). È mia profonda convinzione . . . e, come spero, un’intuizione di
molti uomini e donne di buona volontà, che la guerra prenda origine dal cuore
dell’uomo. È l’uomo che uccide e non la spada e neppure, oggi, i suoi missili”
(Giovanni Paolo II, Nuntius scripto datus ob diem ad pacem fovendam Calendis
Ianuaris a. 1984 celebrandam, 1.2, 8 dicembre 1983: Insegnamenti di
Giovanni Paolo II, VI/2 [1983] 1279.1280). È perciò il “cuore” umano che
deve cambiare: la pace nasce da un cuore nuovo.
In questo prospettiva Hiroshima, a partire dal 6 agosto 1945, e
Nagasaki, a partire da tre giorni più tardi, hanno una responsabilità unica di
fronte al mondo. I popoli di queste due città possono proclamare con la forza
della loro esperienza il valore della vita sulla morte, della pace sulla guerra.
Hiroshima è testimone vivente di ciò che può accadere ma che non
deve e non dovrebbe mai accadere. Quando ho visitato Hiroshima nel 1981 ho
voluto sottolineare che “si deve affermare e riaffermare, ancora e ancora, che
il ricorso della guerra non è inevitabile e insostituibile”. Certamente non è
sufficiente dirlo, come se la pace potesse essere raggiunta attraverso la
ripetizione di slogan. Ciò che è necessario è una seria e completa educazione
alla pace e una risposta impegnata alle disuguaglianze e alle ingiustizie
predominanti nel nostro mondo. Se ogni individuo, gruppo e nazione, onestamente
e sinceramente è disposto a seguire questo cammino, non vi sarà mai più un’altra
Hiroshima.
Bisogna considerare la triste esperienza di quarant’anni fa come
la pietra angolare di una nuova politica universalmente accettata di vie giuste
e pacifiche per risolvere i conflitti presenti e futuri. Il compito particolare
di Hiroshima in questo processo di educazione alla pace è insegnare che
dall’orrore del passato può nascere una nuova prospettiva e una nuova speranza.
Con l’aiuto di Dio, l’esperienza di Hiroshima di quarant’anni fa
non sarà vana. Prego ogni giorno il Creatore che ci insegni ad essere efficaci
strumenti di pace e di solidarietà fraterna.
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Vaticana
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