 |
INCONTRO DI GIOVANNI
PAOLO II CON I MARITTIMI ITALIANI
Sabato, 12 novembre 1983
1. Cari fratelli e sorelle, vi saluto tutti, ad uno ad uno, con sincero
affetto.
Il mio pensiero si rivolge in primo luogo a voi, gente del mare, che, sotto
la bandiera dell’opera “Apostolato del mare” siete venuti così numerosi a questa
udienza insieme col Vescovo Monsignor Vincenzo Franco: cappellani, naviganti,
pescatori, studenti nautici, pensionati marittimi, familiari, operatori
pastorali, personale del Ministero della Marina mercantile e di Società di
navigazione, vi saluto tutti di cuore e vi do il benvenuto in questa sede vicina
alla tomba di san Pietro, che fu, anche lui, un uomo di mare, come tanti
apostoli.
So bene che a spingervi a questo pellegrinaggio non è stato solo il desiderio
di acquistare personalmente i benefici di ordine spirituale, che la Chiesa
intende distribuire a tutti, specie in questa occasione del 1950° anniversario
della Redenzione, ma anche il proposito di sviluppare un’azione di
sensibilizzazione del mondo marittimo per i significati dell’Anno Santo.
2. L’Anno Giubilare della Redenzione, con l’obiettivo eminentemente
spirituale della riconciliazione, vuole richiamare innanzitutto alla mente e al
cuore che Dio, per salvarci, si è fatto pellegrino sulla terra. Il pensiero di
essere anche noi, tutti, pellegrini per le vie del mondo terreno è un forte
stimolo a vivere la vita di quaggiù come esperienza di passaggio, che non deve
farci perdere mai di vista l’approdo eterno al quale siamo chiamati.
In tale prospettiva voi che, in modi vari, fate parte della benemerita
organizzazione dell’Apostolato del mare, siete in grado di comprendere meglio di
tanti altri la realtà della nostra comune condizione terrena.
La vita sul mare o in relazione al mare, a differenza di quella chiamata
significativamente di terraferma, è un’esistenza eminentemente mobile, di
passaggio da un porto all’altro, attraverso continenti sconosciuti, in mezzo a
popoli nuovi.
Più che altre categorie di persone, voi avete la sensazione di essere
pellegrini o di far parte di una famiglia di pellegrini in continuo cammino
verso il porto definitivo di Dio.
3. Per questa ragione voi, nonostante le difficoltà non piccole della vostra
condizione personale e familiare, avete modo di vivere più genuinamente i
contenuti giubilari della riconciliazione con Dio e con gli uomini.
Riconciliazione con Dio, che è il traguardo supremo della vita umana. A lui
fin d’ora possiamo avvicinarci attraverso la contemplazione delle bellezze della
natura, la solitudine dei lunghi viaggi o delle lunghe attese; a lui possiamo
parlare in ogni momento, perché egli è sempre presente, anche quando la famiglia
è lontana, e ci si sente sperduti, quasi come fuscelli, in mezzo all’immensità
delle acque.
Riconciliazione con gli altri uomini, a cominciare dai compagni di viaggio o
di attesa, per essere loro vicini, nell’amarezza della solitudine e della
lontananza; riconciliazione e solidarietà con gli uomini di tutti i continenti
ai quali è possibile, con la parola e con l’esempio, dare una testimonianza
personale e viva nella fede in Dio che salva.
Carissimi, il cristianesimo nei primi secoli si è diffuso soprattutto per le
vie del mare; anche oggi il cammino sulle navi può diventare un cammino di fede
vissuta e testimoniata; un itinerario di speranza nella certezza della meta
ultima che è l’incontro con Dio: un’occasione di amore verso tutti gli uomini
del mondo, che si ha la fortuna di incontrare.
Questo pellegrinaggio nazionale dell’Apostolato del mare sia, dunque, per voi
tutti un’occasione privilegiata che vi impegna a vivere con sempre maggiore
generosità gli scopi che l’Opera si prefisse quando nacque oltre mezzo secolo
fa.
La “Stella maris”, che costantemente guardate lungo la vostra rotta seminata
di marosi e di burrasche, e che ha dato il titolo al vostro periodico, vi
protegga sotto il suo manto di Madre.
4. Sono lieto di rivolgere anche una particolare parola ai pellegrini
provenienti dalle diocesi di Otranto, di Novara, di Conversano e Monopoli.
Grande gioia mi reca questa vostra visita, carissimi fratelli e sorelle, e
per essa vi sono riconoscente. Saluto tutti di cuore, a cominciare dai vostri
Vescovi, per passare poi ai sacerdoti delle Comunità parrocchiali, ai religiosi
e alle religiose e giungere infine ai fedeli presenti.
La visita dei cari otrantini richiama alla mia mente la giornata così intensa
e festosa di quella indimenticabile domenica 5 ottobre 1980, allorché ebbi la
possibilità di recarmi nella loro città per concludere l’anno celebrativo del
500° anniversario dell’eccidio del beato Antonio Primaldo e dei suoi ottocento
compagni. Le manifestazioni di fede offerte dai fedeli di Otranto e dell’intera
penisola salentina sono state per me una chiara testimonianza dei valori
cristiani e umani dai quali, per antica tradizione, quella popolazione è
contrassegnata.
La splendida testimonianza dei martiri idruntini ci richiama a considerazioni
valide non solo per i pellegrini di quella diocesi, ma anche per quelli di
Novara, Conversano e Monopoli, come anche per ogni cristiano, essendo unica la
fede che tutti ci unisce.
La forza segreta, che sostenne i Martiri nel confessare il proprio amore a
Dio e la propria adesione a Cristo fino al sangue, fu senza dubbio la loro fede
forte e incrollabile. Essi, come ebbi a dire in quella occasione, “dopo aver
difeso con tutti i mezzi la sopravvivenza, la dignità e la libertà della loro
diletta città e delle loro case, seppero anche difendere, in maniera sublime, il
tesoro della fede, ad essi comunicato nel battesimo” (Insegnamenti di
Giovanni Paolo II, III/2 [1980] 790). Dopo cinquecento anni, la loro scelta
per Cristo rimane un luminoso punto di riferimento sempre valido e attuale per
quanti desiderano mettersi alla sequela del Cristo e vivere in profondità le
esigenze del Vangelo.
5. Un’altra indicazione che ci viene dall’intrepida testimonianza dei Martiri
è quella sul valore dello spirito di sacrificio e di penitenza. Ricorderete le
parole del Signore alla vigilia della sua passione: “Chi ama la propria vita, la
perderà, chi invece la sacrifica in questo mondo, la salverà per la vita eterna”
(Gv 12, 25). La vita cristiana comporta abnegazione, dedizione e offerta
di sé: essa non può prescindere dalla croce. Il rinnovamento interiore, a cui
L’Anno della Redenzione vi invita, esige questo senso forte dell’impegno
cristiano; esige un cambiamento di vita, una “metànoia”, una revisione del modo
di pensare e di agire; esige il senso del dovere, nella vita privata e sociale,
la chiara percezione del bene e del male; esige l’impegno per la promozione
della giustizia, specialmente in favore dei fratelli meno favoriti; esige, in
una parola, uno spirito nuovo, fatto di sorveglianza morale, di riparazione, di
espiazione, cioè di penitenza. La vostra sosta orante e pensosa nella città che
è centro del Cristianesimo è un momento quanto mai propizio per una coraggiosa
revisione di vita.
Come voi ben sapete, carissimi, questo impegno ascetico non è fine a se
stesso, ma è condizione per potere un giorno entrare nella vita eterna e nella
gioia che il Signore riserba ai suoi servi fedeli. I Martiri di Otranto, dopo la
dura prova, sono stati ammessi alla beatitudine promessa ai perseguitati “per
causa della giustizia” e del nome del Signore (cf. Mt 5, 10-11). Anche a
voi il Maestro divino ripete oggi, come già al giovane ricco: “Se vuoi entrare
nella vita, osserva i comandamenti . . . e avrai un tesoro nel cielo” (Mt
19, 17. 21).
Il Giubileo della Redenzione vuole appunto richiamarci al senso escatologico
di questo pellegrinaggio sulla terra; vuole cioè avvertirci dei destini ultimi,
che ci attendono, e che la celebrazione giubilare prospetta in modo
ultraterreno, nella felice partecipazione alla vita stessa di Cristo.
Con questa speranza nel cuore e con questi auspici, vi assicuro della mia
preghiera, perché il Signore confermi i vostri propositi e fecondi le vostre
intenzioni, mentre di cuore vi imparto la mia Benedizione.
© Copyright 1983 - Libreria Editrice
Vaticana
|