Ringrazio cordialmente il Signor Ambasciatore che ha voluto
esprimere in modo conciso e cordiale i pensieri ed i sentimenti di tutti i
partecipanti al nostro incontro. Ringrazio Dio che quest’odierno incontro
abbia potuto avere luogo. È in un certo senso l’incontro conclusivo, in
quanto non è certamente il primo, sulla strada della mia permanenza in Nigeria.
Infatti, già nel primo pomeriggio della mia visita, durante la prima santa
Messa che ho celebrato qui, a Lagos, allo stadio nazionale, ho potuto incontrare
i miei connazionali, così come nelle tappe successive a Onitsha, a Enugu e
soprattutto nel Nord, a Kaduna, dove, allo stadio, in mezzo a centinaia di
migliaia di partecipanti ivi radunati per le ordinazioni sacerdotali, un gruppo
di polacchi era contraddistinto dagli stendardi, dalle scritte e anche dai canti
polacchi, del resto ben eseguiti anche dai non polacchi. A cantare “Sto lat”
era una corale accademica nigeriana. Ed io l’ho ringraziata in polacco,
perché non è facile ringraziare per “Sto lat” in un’altra lingua; però,
nello stesso tempo, ho ringraziato i miei connazionali. Infine, ieri, durante la
visita ad Ibadan, ho avuto l’opportunità di incontrare un altro gruppo di
connazionali che lavorano nelle Università del Paese; e con alcuni di essi ho
potuto intrattenermi abbastanza a lungo, così come era avvenuto anche a Kaduna.
Sono lieto di quest’incontro odierno, perché ancora una volta
posso incontrarvi in un diverso paese del mondo, e soprattutto in un altro paese
dell’Africa. Questo dipende dall’emigrazione, la quale può apparire come
una certa dispersione di forze, ma dev’essere anche guardata come una missione
e comunque come un servizio. Il mondo è così organizzato che nessuna nazione
mai vive in un completo isolamento e anzi sarebbe male se vivesse così. In
realtà, come ciascun uomo vive per gli altri, così anche le Nazioni vivono in
rapporto reciproco, l’una per l’altra, e l’emigrazione, se
convenientemente intesa, secondo le adeguate premesse della morale sociale,
politica, internazionale, è un’espressione di queste reciproche prestazioni
della società e delle Nazioni.
Credo che l’emigrazione polacca qui, in Nigeria, abbia appunto
questo carattere; lo indica la composizione dei connazionali che ci vivono, il
loro carattere sociale e professionale. E voglio aggiungere ancora una cosa: le
prime relazioni riguardanti voi, polacchi che vivete qui, le ho avute da Vescovi
nigeriani, quando questi giungevano “ad limina Apostolorum” per informare il
Papa sui problemi della loro Chiesa. Tutti, uno dopo l’altro, mi parlavano dei
polacchi che vivono in questo paese, e parlavano di loro come di una parte viva
della Chiesa che è in Nigeria. È una particolare testimonianza resa anche alla
nostra patria; non solo alla Chiesa in Polonia, ma anche semplicemente alla
Polonia. Perché – com’è noto – la storia della nostra patria nell’arco
di mille anni è in modo strettissimo legata alla Chiesa e al cristianesimo. Gli
ultimi difficili secoli sono un particolare periodo di prova di questa alleanza
tra la Nazione e la Chiesa. Aggiungerei: in modo particolare gli ultimi anni.
Voglio dirvi che essendo nella storia il primo della stirpe
polacca, figlio della terra polacca, ad essere diventato successore di Pietro,
Pontefice non solo polacco, ma Slavo, provo un particolare debito nei confronti
della mia patria, e pertanto di tutti i miei connazionali. Penso che la patria,
la sua storia, la storia della Chiesa, la storia della Nazione mi abbiano in un
modo eccezionale preparato ad essere solidale con le diverse nazioni del mondo.
Non per nulla i polacchi, durante la loro storia, hanno cercato alleanze, si
sono uniti con i loro vicini più stretti; non per nulla, poi, combattevano “per
la nostra e la vostra libertà”. Tutto ciò appartiene all’eredità
spirituale del Papa venuto dalla Polonia. E proprio grazie a questa eredità mi
è facile provare una solidarietà particolare verso quelle genti, quelle
nazioni che soffrono, che nella grande famiglia dei popoli sono in qualsiasi
modo discriminate, oppresse, private della libertà, private della sovranità
nazionale, private, nella vita di tutti i giorni, oppure a motivo di un intero
sistema, della sufficiente giustizia sociale; mi è facile essere immediatamente
con loro perché ho imparato fin da piccolo ad essere in sintonia con la nostra
Nazione che ebbe una storia non facile ed ha pure non facile il suo presente.
Incontrandomi con voi e parlandovi, colgo l’occasione per
dirvi queste cose. Perché anche voi avete parte, in tutto ciò; e dal momento
che anche voi siete fuori dalla patria, così come il Papa si trova fuori dalla
patria, potete capirlo in modo particolare. Aggiungo che stando al di fuori
della patria, stabilmente a Roma ed a volte fuori di Roma, sono tuttavia molto
vicino alla mia patria, vivo molto profondamente tutti gli avvenimenti che vi
succedono, soprattutto gli avvenimenti difficili, e ad alta voce esprimo ciò a
cui i polacchi hanno diritto da parte dei loro vicini e di tutte le nazioni,
soprattutto di quelle nazioni con le quali la storia del nostro continente li ha
legati, fin dalle origini.
L’ho espresso durante gli ultimi mesi e nelle ultime settimane,
riguardo allo stato di emergenza, allo stato di guerra in Polonia; l’ho
manifestato rivolgendomi sia alle autorità statali, sia a tutti i
rappresentanti degli Stati e delle Nazioni, specialmente di quelli dai quali
maggiormente dipende che i diritti degli uomini e delle nazioni siano rispettati.
Carissimi connazionali, fratelli e sorelle, questi diritti sono
per noi una eredità secolare. Non li abbiamo appresi solamente con la
Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dell’Uomo, dopo la seconda
guerra mondiale. Li abbiamo appresi nel corso dei secoli. Con tale messaggio
giungeva al Concilio di Costanza Pawel Wlodkowic. È un’eredità secolare. È
difficile essere polacco senza portare dentro di sé questa eredità.
Concludendo questa meditazione che, come vedete, è pure
indirizzata alla nostra comune Patria e al suo posto nel mondo, desidero
rivolgermi a voi che siete fuori della patria e che rappresentate qui, in
Nigeria, la Polonia e tutto ciò che è polacco.
Il mio augurio è che voi possiate attuare questa rappresentanza
nel modo migliore, nel modo più fruttuoso per questa società in via di
sviluppo, una società che ha già conseguito grandi successi, ma che si trova
tuttora all’inizio della sua storica via come Stato, quello della Federazione
Nigeriana. Vi auguro che possiate compiere bene questo servizio, perché in
questo modo altrettanto bene adempirete al servizio nei confronti della vostra
patria. È un insegnamento che traggo dalla mia propria vita e insieme dalla mia
missione. Credo che compiendo nel modo migliore possibile la mia missione nella
Sede di Pietro, anch’io servo la mia patria, così come ne sono capace. È un
nostro diritto ed è un nostro dovere. Che Iddio conceda a ciascuno di noi di
portare tale diritto nella propria coscienza e adempierlo nelle opere. A questo
aggiungo il più caloroso augurio e la più affettuosa benedizione, che va a
tutti i presenti, ma anche a tutti coloro che non prendono parte alla nostra
riunione. Certamente è maggiore il numero degli assenti di quanti non siano
quelli che hanno potuto giungere fin qui. Si parla di circa duemila polacchi che
vivono e lavorano in tutta la Nigeria. Vorrei anche rivolgere il mio augurio a
ciascuno e ciascuna di voi distintamente, e in particolar modo alle vostre
famiglie, e alle giovani generazioni, che vedo qui presenti. Desidero, per così
dire, incontrarmi con ciascuna famiglia, con ogni connazionale direttamente, ma
anche con ciascun connazionale diventato tale tramite un altro connazionale.
Perché vedo davanti a me anche queste combinazioni: quelle dei
matrimoni misti tra polacchi e nigeriani oppure tra polacchi e cittadini di
altri paesi.
Ed ora desidero che noi concludiamo il nostro incontro: con una
comune preghiera e che voi riceviate la benedizione che vi do in questa
circostanza. In unione con tutti i miei connazionali prego, per quanto possibile,
tutti i giorni, recitando l’Angelus Domini. Perciò anche adesso lo dirò
insieme con voi.