 |
DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AD UN GRUPPO DI EMIGRANTI AFRICANI ED ASIATICI
Castel Gandolfo, 13 agosto 1982
Nel corso del mio soggiorno qui a Castel Gandolfo, io ricevo diversi gruppi di
diverse nazionalità e provenienza, ma direi che il gruppo di oggi produce
un’impressione speciale, un’impressione molto profonda, perché voi rappresentate
una parte del Popolo di Dio, della Chiesa, della Chiesa in Italia, della Chiesa
romana: siete, infatti, tutti a Roma. Siete tutti studenti, lavoratori, profughi
e vi trovate a Roma. E io sono il Vescovo di Roma. Fin d’ora posso dirvi che
ringrazio la Provvidenza, ringrazio il Signore per questo incontro. So bene che
in ciascun uomo che ha bisogno si trova Cristo in una forma speciale e che
ciascuno di noi è obbligato ad incontrare quel Cristo e ad offrire a quel Cristo
che vive nel nostro fratello e nella nostra sorella quello di cui ha bisogno. Io
vivo questa sera una esperienza di Cristo incontrato in ciascuno di voi. Vi
incontro come vostro Vescovo, come Pastore della Chiesa di Roma, come
responsabile di quella Chiesa di Roma che da parte sua cerca di fare il
possibile per venire incontro ai vostri bisogni. Naturalmente non è un compito
facile e non si può arrivare facilmente a soluzioni soddisfacenti. Non ci si può
neanche arrivare subito: ci vuole un po’ di pazienza. Poi ci vuole anche
l’intervento delle altre istanze, quelle statali e quelle civili, in molte cose
che la Chiesa non ha il potere di risolvere, ma cerca di fare almeno qualcosa
per sollecitare la soluzione.
Penso che sia una cosa importantissima il fatto che voi costituite un gruppo,
che non siete isolati, che non siete abbandonati ciascuno a se stesso ma cercate
di andare insieme, di incontrarvi; cercate di risolvere i vostri problemi nella
comunità, nella vostra propria comunità e in quella con coloro che possono
aiutarvi. Ed è uno dei compiti della Chiesa quello di creare la comunità: questa
è la Chiesa. Penso che voi siete non solamente persone che costituiscono una
parte della Chiesa: voi siete una Chiesa specifica. Grazie ai sacerdoti che vi
guidano, grazie a Monsignor Tchidimbo egli stesso esule dalla sua patria e che
qui a Roma ha trovato spontaneamente l’impegno di occuparsi delle persone
provenienti da diverse nazioni del continente africano e non soltanto da quello.
Volevo dirvi che è per me molto prezioso questo incontro, questa esperienza
vissuta, dopo di che io potrei chiedermi ancora di più che cosa abbiamo fatto,
che cosa dobbiamo fare, che cosa possiamo fare per incontrare Cristo vivente in
questi nostri fratelli e in queste nostre sorelle che vengono a Roma dal
continente africano e da quello asiatico. Vorrei, come segno di buona volontà e
come ricordo dell’incontro con Cristo, offrire a ciascuno di voi un Rosario,
come dono di memoria, segno dell’unione spirituale, strumento di preghiera.
Spero che anche in futuro, tramite i vostri Pastori e i vostri sacerdoti,
sappiate cercare le strade migliori, per voi e per tutte le persone che si
trovano in una situazione simile, per risolvere i vostri problemi e specialmente
per trovare Dio: perché sono diverse le strade su cui l’uomo cammina - tante
volte sono strade molto dolorose, vere vie della Croce - ma l’importante è che
tutte quelle strade vi conducano verso il nostro Padre. Questo è il mio ultimo e
più importante augurio: che ciascuno di voi sulla sua strada di straniero, di
esule, di profugo, possa incontrare Dio e possa avvicinarsi a lui.
|