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DISCORSO DEL SANTO
PADRE GIOVANNI PAOLO II
AI MEMBRI DELLA SACRA PENITENZIERIA APOSTOLICA E DI TUTTI I COLLEGI
DEI PADRI PENITENZIERI MINORI, ORDINARI E STRAORDINARI, DELLE
BASILICHE PATRIARCALI DI ROMA
30 gennaio 1981
Il Santo Padre riceve in udienza nella tarda mattinata i membri della Sacra
Penitenzieria Apostolica e di tutti i Collegi dei Padri Penitenzieri Minori,
ordinari e straordinari, delle Basiliche Patriarcali di Roma: San Pietro, San
Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo. I Padri Penitenzieri
sono guidati dal Cardinale Giuseppe Paupini, Penitenziere Maggiore, il quale
rivolge al Santo Padre, all’inizio dell’udienza che ha luogo nella Sala del
Trono, un devoto indirizzo d’omaggio.
Signor Cardinale! Reverendissimi Padri Penitenzieri!
Sono
particolarmente lieto di ricevere unitamente la Sacra Penitenzieria e tutti i
Collegi dei Padri Penitenzieri Minori, ordinari e straordinari, delle
Basiliche Patriarcali dell’Urbe.
Mentre
ringrazio il Signor Cardinale Penitenziere Maggiore per le cortesi espressioni
con cui ha interpretato i vostri sentimenti, di gran cuore do a tutti voi il
benvenuto in questa che è la casa del Padre comune, ed auspico che questo
incontro di fede e di reciproca carità sia per tutti noi, che lo viviamo, una
efficace ora di grazia.
È tanto
maggiore la soddisfazione, che mi proviene da questa udienza, perché essa ha
luogo mentre nella Chiesa si va leggendo e approfondendo l’enciclica Dives
in Misericordia: sotto diversi aspetti, tra loro complementari, il vostro
ufficio è dedicato all’esercizio del ministero della misericordia divina;
la Penitenzieria, poi, ha una parte di estrema delicatezza e di non poca
importanza nell’aiutare il Papa nel suo ufficio delle chiavi e nella potestà
di sciogliere e di legare. Essa abbraccia nell’ambito della sua competenza
la Chiesa in tutta la sua cattolicità, senza limiti derivanti dal rito o dal
territorio. I Padri Penitenzieri, poi, per la loro origine dai più svariati
paesi del mondo, per la molteplicità delle lingue nelle quali si esprimono, e
perché di fatto ad essi si rivolgono con fiducia ecclesiastica i fedeli laici
di tutto il mondo, quando vengono “videre Petrum” (Gal 1,18),
rappresentano in atto il ministero della Riconciliazione, che, per impulso
dello Spirito Santo, come nella Pentecoste, si esercita sui “viri religiosi
ex omni natione, quae sub caelo est” (At 2,5).
Della
Sacra Penitenzieria si vale il Papa per venire incontro ai problemi e
difficoltà, che i fedeli avvertono e soffrono nell’intimo delle loro
coscienze. Tale compito è caratteristico della Sacra Penitenzieria: mentre,
infatti, altri Dicasteri della Santa Sede agiscono in temi spirituali, sì ma
in quanto questi sono oggetto del regime esterno, essa tocca quei temi
all’interno del rapporto unico, misterioso, e degno della più grande
riverenza, che le singole anime hanno con Dio, loro Creatore, Signore,
Redentore e Ultimo Fine. Di qui e perciò l’altissimo e inviolato segreto
concernente le pratiche del Tribunale della Sacra Penitenzieria, si tratti di
assoluzione da censure riservate alla Santa Sede, di scioglimento di dubbi di
coscienza, spesso tormentosi, di equitative e caritatevoli composizioni di
obblighi di religione o di giustizia.
E mi
piace ricordare come la Sacra Penitenzieria, a parte la grazia di stato con la
quale il Signore soccorre chiunque nella Chiesa svolga un compito
istituzionale, goda, in questa occulta opera di risanamento e di edificazione
delle coscienze, del credito di più che sei secoli di una raffinata
esperienza ed altresì di apporti dottrinali, che le sono provenuti e le
provengono da esperti teologi e canonisti.
In
stretta connessione con questo ufficio, è l’altro affidato alla Sacra
Penitenzieria, di “moderari” cioè la concessione e l’uso delle Sacre
Indulgenze in tutta la Chiesa. A questo proposito voglio ricordare che
l’amore, soprannaturalmente inteso, per le Indulgenze, connesse come sono
queste con la certezza del peccato e del Sacramento della riconciliazione, con
la fede nell’al di là, specialmente nel Purgatorio, con la reversibilità
dei meriti del Corpo Mistico, cioè con la comunione dei santi, e una
comprensiva tessera di autentica cattolicità. Mi è caro dire al Cardinale
Penitenziere Maggiore, ai Prelati e agli Officiali della Sacra Penitenzieria,
che ho fiducia nella loro opera e che sono ad essi grato per l’ausilio che
mi prestano nel mio apostolico ministero; ed amo ripetere a loro riguardo
l’incoraggiamento, che altre volte ho rivolto a tutta la Curia Romana:
dietro e al di sopra delle carte, continuino a vedere le anime, il mistero di
singole anime, per la cui salvezza il Signore vuole la mediazione di altre
anime e della Chiesa tutta nella sua compagine gerarchica.
I Padri
Penitenzieri delle Basiliche Patriarcali – come è noto, i Francescani
Conventuali in San Pietro. i Frati Minori in san Giovanni in Laterano. i
Domenicani in Santa Maria Maggiore. i Benedettini in san Paolo. quali
Penitenzieri Ordinari. ed inoltre. quali Penitenzieri straordinari membri di
altre benemerite famiglie religiose, in san Pietro, e quelli delle rispettive
famiglie degli ordinari nelle altre tre Basiliche – portano il “pondus
diei et aestum” (cf. Mt 20,12) di ascoltare per lunghe ore, ogni
giorno, e specialmente nei giorni festivi, le confessioni sacramentali.
La Santa
Sede, con la stessa costituzione dei Collegi dei Penitenzieri e con le
particolari norme mediante le quali, a costo di esentarli da pratiche
consuetudinarie o “ex lege” delle rispettive famiglie religiose, li
consacra a dedicare la totalità del loro ministero alle confessioni, intende
dimostrare nei fatti la singolarissima venerazione con la quale riguarda
l’uso del Sacramento della penitenza e, in specie, la forma, che deve essere
normale di esso, quella cioè della confessione auricolare. E ricordo ancora
la gioia e l’emozione che ho provate, nello scorso Venerdì Santo, nel
discendere nella Basilica di san Pietro per condividere con voi l’alto e
umile e preziosissimo ministero che esercitate nella Chiesa.
Desidero
dire ai Padri Penitenzieri ed altresì a tutti i sacerdoti del mondo:
dedicatevi, a costo di qualsiasi sacrificio, alla amministrazione del
Sacramento della riconciliazione, e abbiate la certezza che esso, più e
meglio di qualsiasi accorgimento umano, di qualsiasi tecnica psicologica, di
qualsiasi espediente didattico e sociologico, costruisce le coscienze
cristiane; nel Sacramento della penitenza infatti è all’opera Dio “Dives
in misericordia” (cf. Ef 2,4). E tenete presente che vige ancora, e
vigerà per sempre nella Chiesa l’insegnamento del Concilio Tridentino circa
la necessità della confessione integra dei peccati mortali (Concilio
Tridentino, Sess. XIV, cap. 5 e can. 7: Denz.-S. 1679-1683; 1707); vige
e vigerà sempre nella Chiesa la norma inculcata da san. Paolo e dallo stesso
Concilio di Trento, per cui alla degna recezione dell’Eucaristia si deve
premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato
mortale (Concilio Tridentino, Sess. XIII, cap. 7, e can. 11: Denz.-S.
1647-1661).
Nel rinnovare questo insegnamento e queste raccomandazioni, non si vuole
ignorare certo che la Chiesa di recente (cf. AAS 64 [1972] 510-514), per gravi
ragioni pastorali e sotto precise e indispensabili norme, per facilitare il bene
supremo della grazia a tante anime, ha esteso l’uso dell’assoluzione
collettiva. Ma voglio richiamare la scrupolosa osservanza delle condizioni
citate, ribadire che, in caso di peccato mortale. anche dopo l’assoluzione
collettiva, sussiste l’obbligo di una specifica accusa sacramentale del
peccato. e confermare che, in qualsiasi caso, i fedeli hanno diritto alla
propria confessione privata.
A questo proposito desidero mettere in luce che non a torto la società moderna
è gelosa dei diritti imprescrittibili della persona: come mai – allora –
proprio in quella più misteriosa e sacra sfera della personalità, nella quale
si vive il rapporto con Dio, si vorrebbe negare alla persona umana, alla singola
persona di ogni fedele, il diritto di un colloquio personale, unico, con Dio,
mediante il ministro consacrato? Perché si vorrebbe privare il singolo fedele,
che vale “qua talis” di fronte a Dio, della gioia intima e personalissima di
questo singolare frutto della Grazia?
Vorrei poi aggiungere che il Sacramento della penitenza, per quanto comporta di
salutare esercizio dell’umiltà e della sincerità, per la fede che professa
“in actu exercito” nella mediazione della Chiesa, per la speranza che
include, per l’attenta analisi della coscienza che esige, è non solo
strumento diretto a distruggere il peccato – momento negativo –, ma prezioso
esercizio della virtù, espiazione esso stesso, scuola insostituibile di
spiritualità, lavorio altamente positivo di rigenerazione nelle anime del
“vir perfectus”, “in mensuram aetatis plenitudinis Christi” (cf.Ef 4,13). In tal senso, la confessione bene istituita è già di per se stessa una
forma altissima di direzione spirituale.
Appunto
per tali ragioni l’ambito di utilizzazione del Sacramento della
riconciliazione non può ridursi alla sola ipotesi del peccato grave: a parte
le considerazioni di ordine dogmatico che si potrebbero fare a questo riguardo,
ricordiamo che la confessione periodicamente rinnovata, cosiddetta “di
devozione”, ha accompagnato sempre nella Chiesa l’ascesa alla santità.
Mi piace
concludere ricordando a me stesso, a voi, Padri Penitenzieri, e a tutti i
sacerdoti, che l’apostolato della confessione ha già in se stesso il suo
premio: la consapevolezza di aver restituito ad una anima la grazia divina non
può non riempire un sacerdote di una gioia ineffabile. E non può non
animarlo alla più umile speranza che il Signore, al termine della sua
giornata terrena, gli aprirà le vie della vita: “Qui ad iustitiam
erudierint multos, quasi stellae in perpetuas aeternitates” (Dn 12,13).
Mentre
invoco sulle vostre persone e sul vostro delicato e meritorio ministero
l’abbondanza delle grazie divine, vi imparto di cuore la propiziatrice
benedizione apostolica, segno della mia costante benevolenza.
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