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DISCORSO DEL SANTO
PADRE GIOVANNI PAOLO II
AL PONTIFICIO SEMINARIO FRANCESE
11 gennaio 1981
Riprendono le visite del Santo Padre ai Pontifici Istituti ecclesiastici. Nel
pomeriggio il Papa si reca al Pontificio Seminario Francese dove è accolto dal
Cardinale Arcivescovo di Parigi François Marty. Durante la concelebrazione
eucaristica da lui presieduta, il Santo Padre pronuncia la seguente omelia.
Questa celebrazione del Battesimo del Signore Gesù ci introduce intimamente nel
mistero della persona e della missione di Cristo. Essa ci introduce ugualmente
in una migliore comprensione del nostro essere di cristiani, di battezzati, e più
ancora della nostra vocazione di sacerdoti o di futuri sacerdoti.
1. Al termine di questa settimana dell’Epifania, è proprio alla manifestazione
di Cristo, alla sua “epifania”, che noi assistiamo, al tempo del suo
Battesimo da parte di Giovanni Battista. Sulle rive del Giordano, Gesù si è
mescolato ai peccatori, a tutti coloro che attendevano la presenza del Messia
nella penitenza.
Il Verbo fatto carne, pur essendo di condizione divina, non si è inorgoglito
per il fatto di essere uguale a Dio, ma ha preso la condizione di schiavo,
facendosi simile agli uomini e rendendosi obbediente (cf.Fil 2,4-8), vivendo nella carne per riscattare coloro che erano sotto il potere della
carne.
E “i cieli si aprirono”, dice misteriosamente san Matteo. È così
manifesto, per tutti coloro ai quali questo avvenimento spirituale è allora
rivelato e per coloro ai quali il racconto evangelico è destinato, che non vi
è alcuna barriera tra Dio e Gesù, ma un contatto immediato, una unione totale,
un “faccia a faccia”, e noi crediamo che è così in virtù stessa
dell’Incarnazione, poiché è il Verbo di Dio, che si è fatto carne.
Il profeta Isaia aveva sospirato per la venuta di Dio, per la sua piena
rivelazione, in questi termini commoventi: “Ah! se tu lacerassi i cieli e
discendessi... per far conoscere il tuo nome” (Is 63,19-64,1). Ora noi conosciamo il vero nome di Dio, grazie al Figlio. Il Padre si rivela
come tale designando suo “Figlio ben amato”, nel quale egli ha “messo
tutto il suo amore”. Egli rivela il Figlio. Egli lo presenta ormai al mondo, a
cominciare dai suoi discepoli. “È la testimonianza di Dio, la testimonianza
che Dio ha reso a suo Figlio”, dirà san Giovanni (1Gv 5,9). Noi penetriamo con Gesù nel vero mistero di Dio, quello della Trinità santa.
Perché lo Spirito Santo è manifestato anch’esso. Esso è posto su Gesù,
come una colomba, questo uccello familiare, simbolo dell’amore e della pace,
che è qui l’immagine di Dono perfetto che viene dalle profondità di Dio.
Esso esprime il legame ineffabile che unisce Gesù a suo Padre, e significa
anche che Gesù comincia pubblicamente la sua missione di salvezza in mezzo agli
uomini con la potenza dell’Alto. Siamo allora invitati ad applicare a Gesù la
profezia di Isaia in cui Dio disse: “Ecco il mio Servo che io sostengo, il mio
eletto in cui mi sono compiaciuto. Ho posto il mio Spirito su di lui..., ti ho
preso per mano, ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo, e luce delle
nazioni” (Is 42,1-6).
Sì, adoriamo il Figlio benamato in questa “epifania” che i Padri e
soprattutto l’Oriente celebrano nel momento stesso della manifestazione ai
Magi a Betlemme: ci è manifestato, con il cielo aperto, in seno della Trinità;
e ci è manifestato come investito della sua missione per noi.
2. Il Figlio unico di Dio viene a fare di noi dei figli. Il mistero del suo
Battesimo ci introduce nel mistero del nostro Battesimo. “Della sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia” (Gv 1,16). Noi siamo stati battezzati, non solamente nell’acqua, per rispondere ad un
bisogno di purificazione, ma nello Spirito che viene dall’Alto e che da la
vita di Dio. Siamo stati battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo, per entrare in comunione con loro. I cieli si sono aperti, in
qualche modo, per ciascuno di noi, col ministero della Chiesa, affinché noi
entrassimo “nella casa di Dio”, affinché conoscessimo l’adozione divina.
Ne portiamo l’impronta per sempre, malgrado la nostra debolezza e la nostra
indegnità. Rendiamo grazie, oggi, per questo dono del nostro Battesimo:
facendoci partecipare alla vita di Dio, ci fa partecipare al culto spirituale di
Cristo, alla sua missione profetica, al suo servizio regale, che costituiscono
il sacerdozio comune a tutti i battezzati. “Riconosci, cristiano, la tua
dignità!”. Il primo giugno scorso, interpellavo così tutto il popolo
francese: “Francia, figlia prediletta della Chiesa, sei fedele alle promesse
del tuo Battesimo?”. Questa domanda, la pongo oggi a ciascuno di voi che
appartenete al popolo di Francia, anche se soggiornate attualmente nella diocesi
di Roma.
3. E rendiamo grazie infine per questa chiamata di Cristo a condividere il suo
sacerdozio ministeriale, che ci associa così strettamente alla sua stessa
missione di “Servo” inaugurata con il suo Battesimo.
Ho la grande gioia precisamente, oggi, di celebrare l’Eucarestia in un
Seminario, di indirizzarmi a dei preti, e soprattutto a coloro che si preparano
al sacerdozio, e ai loro amici di Roma. Non dimentico che rappresentate una
parte dei seminaristi di Francia – praticamente un decimo, mi han detto –
provenienti da un gran numero di diocesi di Francia.
Cari amici, comprendete bene la grazia che il Signore vi ha già accordato? Ha
fatto risuonare in voi la sua chiamata a lasciare tutto per seguirlo, attendendo
di conferirvi, con l’imposizione delle mani, il suo Spirito che farà di voi
suoi diaconi e suoi preti. Come dirvi la grande speranza che la Chiesa pone in
voi, in particolare per l’avvenire della Chiesa in Francia? Il caro Cardinale
Marty, felicemente presente tra voi, potrebbe darne testimonianza meglio di
chiunque altro. E il Papa condivide questa speranza dei Vescovi di Francia,
esprimendovi con essi la sua fiducia e il suo affetto.
Ai vostri compagni di Seminario, d’Issy-les-Moulineaux, ha già avuto
l’occasione di esprimere il mio pensiero, nel giugno scorso, dopo aver
affidato ai preti, a Notre-Dame, gli incoraggiamenti e gli orientamenti che
destinavo loro. Avete sicuramente riletto questi testi, e i vostri direttori vi
sapranno orientare verso l’essenziale. Mi contenterò dunque di qualche punto.
4. Fate qui l’apprendistato di servitori di Cristo, che necessita di una lunga
maturazione spirituale, intellettuale e pastorale. È un po’ l’esperienza
degli apostoli che il Signore si e associato dopo il suo Battesimo.
Bisogna innanzitutto entrare ogni giorno di più nello spirito di Cristo,
radicandovi in lui. Questo per dire a qual punto dovete familiarizzarvi con la
sua Parola, con la Scrittura, meditarla; frequentare il Signore nell’intimità
della preghiera – niente rimpiazzerà l’orazione personale senza la quale la
nostra vita sacerdotale si inaridisce –; imparare a pregare insieme e ad avere
degli scambi spirituali in tutta semplicità; celebrare il Signore in una
liturgia degna e viva, come lo permettono il Concilio e la riforma ben compresa
di Paolo VI; associarvi al Sacrificio di Cristo che sarà il culmine e il centro
della vostra vita sacerdotale quotidiana. Dovete anche approfittare
dell’esperienza degli autori spirituali, iniziarvi alle scuole di spiritualità,
per nutrire il vostro pensiero cristiano, orientare e fortificare il vostro
agire cristiano, e per acquistare l’arte di guidare voi stessi gli animi, come
ricordavo nella mia lettera ai sacerdoti del Giovedì Santo del 1979.
5. Siete qui anche per ricevere una solida formazione dottrinale, nelle differenti
branche del sapere teologico, biblico, canonico, filosofico. Non insisto, perché
penso che voi ne siete ben convinti e credo di sapere che ve ne preoccupate.
Avete d’altra parte l’occasione di disporre, in questa città di Roma, di
Università e di Facoltà di rilievo, che esigono un alto livello di studi e di
ricerche: vi permettono di introdurvi in modo equilibrato a tutto il pensiero
del Magistero della Chiesa, di scoprirne il senso profondo, di fissarvici con
fedeltà. Talvolta non vedete sempre il legame diretto tra questi studi e il
ministero che vi sarà demandato, penso per esempio alle basi della filosofia
che nondimeno ha la sua importanza. Ma siate pazienti. Arricchirete la vostra
riflessione di elementi solidi e di metodi assolutamente indispensabili per
evitare a voi stessi di essere trasportati da ogni vento di dottrina, per essere
in grado di predicare, di insegnare, di guidare sicuramente la riflessione dei
laici cristiani nel dedalo delle correnti di idee e di costumi attuali. Questi
studi romani devono anche darvi il gusto e la possibilità di proseguire il
vostro lavoro intellettuale lungo tutta la vostra vita. Sarete certamente
chiamati a differenti ministeri, che non potete prevedere e che non vi
appartiene di scegliere, ma che esigeranno da voi una formazione solida e
qualificata. Personalmente, come Arcivescovo di Cracovia e professore a Lublino,
ho sempre insistito su questi studi approfonditi. Richiedono certo qualche
sacrificio. Ma preparano sicuramente l’avvenire. Il problema è che voi siate
attenti ad unificare la vostra vita intellettuale e la vostra vita spirituale.
6. Infine, tutto ciò che fate, è per prepararvi alla vita apostolica dei preti.
Questo dice lo slancio che vi deve animare per portare il Vangelo ai vostri
contemporanei, per aiutarli ad accoglierlo in una adesione di fede che si rivela
a volte difficile, per introdurli alla preghiera come alla recezione fruttuosa
dei sacramenti, per educarli alle esigenze concrete della fede nei loro diversi
impegni. Questo impegno di evangelizzazione è stato e rimane ad onore di un
grande numero i preti francesi: spero che voi sarete fra questi. Non per fare la
vostra opera. Ma per condurre a Gesù Cristo. E lungo le vie che vuole la Chiesa.
Perché essere prete, sarà questo, partecipando al sacerdozio unico di Cristo,
partecipare al sacerdozio del vostro Vescovo, e sotto la sua responsabilità;
significherà integrarvi nel presbiterio della vostra diocesi, con ardore,
fiducia e umiltà, per esercitarvi una parte di ministero, quella che vi si
affiderà e per la quale voi dovete essere molto disponibili; significherà
lavorare in modo solidale con i vostri confratelli, senza abdicare ad alcuna
delle esigenze della Chiesa integrate nella vostra formazione. Per il momento,
l’impegno nei vostri studi e il fatto di non essere ancora preti non vi
permette di prendere il carico di un apostolato, benché un certo numero di voi
portano già l’aiuto che e loro possibile alle diocesi di Roma. Ma nonostante
ciò, tutti voi dovete essere preoccupati di legami veri e fiduciosi con il
vostro Vescovo, rimanere molto umilmente aperti ai bisogni spirituali ai quali
domani dovrete rispondere, agli impegni apostolici dei vostri confratelli
francesi, e soprattutto dei Vescovi che hanno la responsabilità della
evangelizzazione. L’apprendistato di una via ecclesiale deve farsi ancora
grazie alla qualità della vostra vita comunitaria, in questo Seminario di Santa
Chiara, della vostra vita fraterna, della vostra attitudine ad accettarvi
differenti e a vivere in gruppo, volti verso il medesimo obiettivo: la missione
della Chiesa.
Vi ricordate come Isaia tratteggiava poco fa la figura del Servo: “Non griderà...
non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma
smorta, proclamerà il diritto con fermezza; non verrà meno”. Possiate essere
domani questi pastori intrepidi, insieme fermi e misericordiosi. E anche
suscitare altri candidati al sacerdozio. Ah, cari giovani, la vostra preghiera,
il vostro esempio, il vostro dinamismo al servizio della Chiesa, la vostra gioia
di servire Cristo possano tanto per ottenere da Dio le vocazioni di cui la
Chiesa in generale, di cui la Chiesa in Francia ha un bisogno vitale!
Infine, è necessario aggiungere che qui, a Roma, voi avete la possibilità di
poter congiungere a questo senso pastorale, all’amore della vostra Chiesa
locale, l’apertura ad altre Chiese locali di cui avvicinate qui i membri, e la
preoccupazione della loro necessaria unità nella Chiesa universale, in
comunione con il Papa? Sono sicuro che voi custodirete con forza questo
attaccamento a Roma, al successore di Pietro, e che aiuterete sempre le vostre
comunità cristiane a viverlo, affinché la loro crescita si operi nella fedeltà
della fede e nell’armonia di tutto il Corpo di Cristo.
7. Cari amici, questa formazione sarà il frutto di sforzi perseveranti che io
desidero incoraggiare. Li eseguirete con l’aiuto dei vostri direttori e
professori di questa casa, dei vostri consiglieri spirituali. Desidero
ringraziarli vivamente del loro lavoro e rendere omaggio alla Congregazione dei
Padri per l’animazione di questo Seminario pontificio dalla sua fondazione.
Sulla via del sacerdozio, l’anima del vostro progresso sarà in ultima analisi
lo Spirito Santo, colui che stava sopra Gesù in occasione del suo Battesimo e
all’inizio della sua missione. Preghiamo questo Spirito Santo per voi. Voi lo
farete anche per me. E questo, sempre in unione con la Santissima Vergine, così
disponibile precisamente allo Spirito Santo, Maria Immacolata, alla quale è
consacrata la vostra casa, e a cui voi guardate col giusto titolo di “Tutela
domus”. Ella vi conduce sicuramente a Gesù, al Salvatore, affinché voi
diventiate, come preti, i servitori del suo amore. Amen.
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