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DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II AL CLERO ROMANO
Aula Magna dell'Università
Lateranense, 21 febbraio 1980
Cari fratelli nel sacerdozio!
“A quanti sono in Roma amati da Dio e santi per vocazione,
grazia a voi e pace da Dio Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Rm 1,7).
Con queste parole di san Paolo vi porgo il mio affettuoso e
cordiale saluto nel Signore all’inizio di questo colloquio fraterno.
1. Ho molto desiderato questo odierno incontro con voi. In esso
ci riferiamo alla tradizione di analoghi incontri all’inizio della Quaresima,
sia con i predicatori degli esercizi spirituali, sia col clero romano; ma, nello
stesso tempo, noi cerchiamo altresì una dimensione e un contesto un po’
diversi da quelli precedenti. Perciò il suo luogo è qui al Laterano, dove si
trova la sede del Vescovo della diocesi di Roma e il vescovado romano. Qui è il
centro della diocesi, vale a dire della Chiesa particolare, che è a Roma.
Desidero, in maniera speciale, mettere in rilievo questa
realtà. La Chiesa ha la sua dimensione universale e, insieme, locale. “La
diocesi - ha affermato il Concilio Vaticano II - è una porzione del Popolo di
Dio, che è affidata alle cure pastorali del Vescovo, coadiuvato dal suo
presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e, per mezzo del Vangelo e
della santissima eucaristia unità nello Spirito Santo, costituisce una Chiesa
particolare, nella quale è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo,
una, santa, cattolica e apostolica” (Christus Dominus, 11).
Se la Chiesa di Roma, proprio perché la sede di san Pietro, ha
una importanza così fondamentale per l’universalità della Chiesa, tuttavia
essa è, prima di tutto, la Chiesa di un “luogo”: la Chiesa che è a Roma.
Tale l’ha voluta Cristo. Tale l’ha qui iniziata Pietro e tale l’hanno
avuta in eredità tutti i suoi successori.
2. Non è, invero, la prima volta che sottolineo il fatto di
sentirmi soprattutto il Vescovo di Roma e di reputare, pertanto, come mio primo
obbligo e dovere il servizio a questa Chiesa. Posso compiere tale dovere - che
è in sé molto vasto - grazie alla diuturna e indefessa collaborazione del
Cardinale vicario, dell’Arcivescovo vice-gerente, dei Vescovi ausiliari, i
quali tutti operano con me nel servizio episcopale e con me condividono
sistematicamente il lavoro pastorale. È noto che la massima parte di tale
impegno grava sulle loro spalle, e per questo voglio oggi esprimere ad essi il
mio vivo ringraziamento.
Ad una parte, tuttavia, cerco, per quanto possibile, di dare il
mio personale contributo; cioé, alle visite nelle parrocchie. Anche per queste,
però, una notevole parte del lavoro è compiuta dai Vescovi delle singole zone:
si può affermare che tutta la preparazione, lunga e metodica, della visita è
affidata al loro zelo ed al loro impegno. A me rimane, in un certo modo, l’atto
finale, la conclusione, che al tempo stesso, è sempre una “sintesi”. Nei
limiti degli altri miei impegni, ho cercato e cerco di compiere visite alle
parrocchie il più spesso possibile. Grazie ad esse ho già acquistato un certo
orientamento in questo campo, prima a me quasi del tutto ignoto. Sto imparando a
conoscere Roma come la diocesi del Papa, come la mia Chiesa; e in questi
incontri domenicali con le varie comunità del Popolo di Dio e della società
romana sto sperimentando molto profondamente i suoi bisogni, le sue ansie, le
sue attese. Nel primo anno, cioè sino alla fine del mese di dicembre scorso, ho
visitato diciotto parrocchie: ricordo le visite alla Gubatella e al Testaccio; a
san Basilio e a san Luca; a san Clemente ai Prati Fiscali e all’Addolorata a
Villa Gordiani; a Spinaceto, alla Rustica, al Trullo, alla Madonna del Divino
Amore, ai Dodici Apostoli. Quest’anno ho già visitato la parrocchia dell’Immacolata
al Tiburtino, quella della Madonna di Guadalupe, quella dell’Ascensione al
Quarticciolo, di san Timoteo a Casalpalocco, e infine quella di san Martino ai
Monti.
In tali visite mi sono incontrato con i parroci, con i sacerdoti
che li coadiuvano nel ministero, con i fedeli: i padri e le madri, i giovani, i
fanciulli, gli ammalati, i vari gruppi impegnati, i catechisti. Ciascuna di
queste visite mi dà sempre, in particolare, una nuova occasione per la
collaborazione diretta con voi, sacerdoti di questa Chiesa “che è a Roma”.
E su queste esperienze personali desidero basare il nostro incontro odierno, che
non vuole essere una udienza, ma un colloquio.
3. Intendo, anzitutto, assicurare che, sebbene questi frammenti
di tempo che, in occasione delle visite alle parrocchie romane posso dedicare
alla immediata collaborazione con voi, siano oggettivamente e relativamente
modesti, in proporzione alle mie altre occupazioni, tuttavia li considero del
tutto essenziali e fondamentali per la mia missione apostolica. La missione del
Vescovo è quella di presiedere alla sua Chiesa, di esserne il pastore, con l’aiuto
dei sacerdoti come collaboratori diretti del suo ministero. “I Vescovi reggono
le Chiese particolari a loro affidate, come vicari e legati di Cristo” (Lumen
Gentium, 27), ha proclamato il Concilio. Tale è la visione teologica del
ministero pastorale del Vescovo della Chiesa. I sacerdoti sono il compimento e
il completamento di quel sacerdozio che egli possiede nella pienezza pastorale -
soltanto Gesù Cristo lo possiede nella pienezza ontologica - nei confronti
della sua Chiesa. I sacerdoti sono i suoi figli in quanto, mediante il
sacramento dell’ordine, egli li genera, in un certo senso, alla vita del
sacerdozio; sono, in seguito, i suoi fratelli in questo sacerdozio. “Vobis sum
episcopus, vobiscum sum sacerdos”, vi ho ricordato, adattando le parole di
sant’Agostino (cf. Sant’Agostino, Sermo 340,1: PL 38,1483) nella
lettera che ho indirizzato a tutti i sacerdoti della Chiesa in occasione del
Giovedì Santo dello scorso anno. E ogni visita, che io compio in una parrocchia
della diocesi, mi rende nuovamente consapevole di questa verità apostolica
della vita della Chiesa, e mi lega a voi sempre più strettamente in questa
unità del ministero gerarchico, che costituiamo nella nostra Chiesa, che è a
Roma. E ogni visita mi fa meditare ancora più profondamente sulle parole dello
stesso sant’Agostino: “Neque enim episcopi propter nos sumus, sed, propter
eos quibus verbum et sacramentum dominicum ministramus”; ed ancora: “Non
propter nos, sed propter alios sumus” (Sant’Agostino, Contra Cresconium
Donatistam, II,11: PL 43,474).
4. Il clero di Roma - come è stato notato nelle varie relazioni
- è molto differenziato e legato a diversi campi di lavoro apostolico. Soltanto
una parte si dedica alla pastorale parrocchiale, e in percentuale minore. I
sacerdoti, secolari e religiosi, residenti al presente a Roma sono 5.280 circa.
Ma di questi sono in cura d’anime nelle parrocchie soltanto 1.153. A questi
ultimi occorrerebbe aggiungere i sacerdoti studenti che, oltre a frequentue gli
atenei pontifici, danno un certo contributo alla pastorale parrocchiale. D’altra
parte, la diocesi di Roma è strutturata in parrocchie che, secondo la
terminologia adottata dal prof. J. Majka nel suo volume dal titolo “Sociologia
della parrocchia”, vengono denominate “parrocchie giganti”: a Roma ce ne
sono 47 che hanno dai 15.000 ai 20.000 fedeli; 31, dai 20.000 ai 30.000 fedeli;
14, dai 30.000 ai 40.000 fedeli; 5, dai 40.000 fedeli in su.
Né possiamo dimenticare, in questa pur breve ma necessaria
panoramica circa la situazione diocesana, che esistono 70 parrocchie con locali
impropri adibiti al culto, e i cui fedeli partecipano alla celebrazione della
santa Messa e dei sacramenti in sale, magazzini, ecc... Quindici quartieri
romani di nuova formazione sono ancora senza locali di culto.
Da queste poche statistiche approssimative si deduce la gravità
dei problemi religiosi e pastorali della diocesi. Esiste di fatto una oggettiva
sproporzione fra la quantità dei fedeli e il numero dei sacerdoti, che si
dedicano al ministero. Diviene precaria e carente non soltanto la pastorale
fondamentale ma anche quella specializzata, nonostante la disponibilità
occasionale di altri sacerdoti, l’aiuto offerto dalle suore e dagli stessi
laici impegnati. Vorrei a questo punto rivolgermi ai cari fratelli sacerdoti
religiosi, residenti a Roma. Essi sono oggi 3.644 circa. La diocesi attende
molto da essi, dalle loro generosità, dal loro senso ecclesiale, dall’ardore
apostolico che li anima.
È stato ricordato poco fa che nei primi giorni del mese di gennaio scorso si è
svolto il primo incontro dei religiosi e delle religiose di Roma sulla loro
presenza e sulla loro missione nell’urbe. Tale convegno è stato fecondo di
indicazioni e di propositi. Auspico che i religiosi e le religiose di Roma, nel
pieno rispetto del carisma specifico dei propri istituti, sappiano inserirsi
nella pastorale di insieme di questa diocesi, verso la quale si appuntano gli
occhi del mondo.
5. Parlando oggi, a cuore a cuore, a voi sacerdoti di Roma
reputo doveroso esprimervi la mia più sincera gratitudine e la più profonda
ammirazione per la testimonianza sacerdotale di generosità, di impegno, di
povertà, che vi distingue. Voi dovete proclamare, vivere e far vivere il
messaggio evangelico in una città che ha dietro le spalle, anzi nel proprio
sangue, ben 2700 anni di storia, tra le più complesse e prestigiose; una
città, in cui è avvenuto in maniera paradigmatica e lo scontro e l’incontro
tra mondo classico e cristianesimo; una città, che oggi è una autentica
megalopoli, la quale nel 1881, cioè cento anni fa, contava circa 274.000
abitanti, ed oggi ne conta più di 10 volte tanto, cioè 2.900.000; una città
nella quale sempre più acute si manifestano ed esplodono le tensioni e le
contraddizioni della società contemporanea, i problemi dell’urbanizzazione,
dell’immigrazione, della mancanza di case sufficienti, dell’occupazione, del
lavoro, della violenza, del terrorismo armato.
Il clero di Roma, chiamato ad affrontare pastoralmente ed
evangelicamente l’enorme massa di problemi umani e sociali, in buona parte non
è omogeneo, in quanto proviene da quasi tutte le regioni d’Italia. Questo
fenomeno, che si manifesta nell’urbe in grado forse superiore a qualsiasi
diocesi urbana del mondo, ha certamente i suoi lati positivi: ogni sacerdote
porta in sé la diversità delle tradizioni, delle esperienze, delle scuole di
vita spirituale, della pastorale. Tutto questo non si può negare; anzi,
particolarmente a Roma, un simile fenomeno è giusto. Ma esso comporta, allo
stesso tempo, più grandi esigenze per quel che concerne la costruzione e la
salvaguardia dell’unità, così indispensabile nella pastorale di questa
città. Occorre intraprendere, con coraggio e con costanza, sforzi adeguati che
portino a tale unità di orientamento nella pastorale globale; è necessario, in
questo campo, che diventa sempre più delicato e problematico, studiare insieme,
riflettere insieme, esaminare insieme, lavorare insieme.
Uno di questi sforzi vuole essere proprio questo nostro odierno
incontro.
Questa unità deve essere anzitutto la risposta concreta,
personale di ciascuno di noi alla preghiera di Gesù al Padre: “Ut unum sint”
(cf. Gv 17,11.21.22). Deve essere una risposta, maturata nell’amore
vicendevole, nei confronti dei differenti problemi che riguardano il clero di
Roma: problemi di carattere spirituale, culturale, pastorale, umano, economico.
Deve essere una risposta, che faccia superare certe tentazioni individualistiche
e ci apra in piena disponibilità ai piani organici indicati o preparati dal
centro, e non ci metta in una continua posizione di critica o di polemica nei
confronti delle direttive, che provengono indubbiamente dopo una meditata e
lunga riflessione.
Fratelli carissimi! Conservate, attorno al Vescovo, l’unità del presbiterio,
tanto più necessaria in una diocesi come quella di Roma, portata, per le sue
stesse strutture sociologiche e culturali, ad un tipo di pluralismo, talvolta
ambiguo.
“Qui autem deseruerit unitatem, violat caritatem: et quisquis
violat caritatem, quodlibet magnum habeat, ipse nihil est” - ci avverte sant’Agostino,
il quale, citando l’inno di san Paolo alla carità (cf. 1Cor 13,13ss),
continua: “Universa inutiliter habet, qui unum illud, quo universis utatur,
non habet” (Sant’Agostino, Sermo 88,18,21: PL 38,550).
In mezzo alle profonde e continue mutazioni in tutti i campi, il
clero sente il bisogno di tenere il passo col ritmo vertiginoso di questo tempo:
sente il bisogno di aggiornarsi continuamente per essere pronto e vigile a saper
interpretare gli eventi alla luce della parola di Dio, cioè in prospettiva
cristiana.
È sempre più sentita l’urgenza, la necessità di una “formazione
permanente” spirituale e culturale del clero, come pure del laicato
apostolicamente impegnato. E dobbiamo riconoscere che Roma, con le ricchezze
culturali delle sue università e atenei pontifici, potrebbe impostare
iniziative veramente adeguate. Anche in questo campo sarà necessaria una
cordiale, vicendevole disponibilità e collaborazione.
6. Tra i doveri prioritari che incombono al Vescovo, al
presbiterio, a tutta la Chiesa di Roma, c’è quello delle vocazioni
sacerdotali e religiose.
Nella relazione specifica è stata sottolineata la mia
preoccupazione costante per questo problema, e di ciò sono grato. Nel primo
incontro col clero romano vi ho aperto, con molta sincerità e schiettezza, il
mio cuore e vi ho chiesto con pressante invito di rendervi partecipi di tale mia
sollecitudine. Sono tornato spesso su tale argomento, fino ad alcuni giorni or
sono, parlando ai membri del consiglio ed ai segretari regionali riuniti a Roma
per meditare insieme sui problemi concernenti la “promozione vocazionale” a
cura della Conferenza Italiana dei Superiori Maggiori. In tale occasione mi sono
idealmente rivolto a tutti i sacerdoti e religiosi, che “vivono serenamente,
giorno per giorno, per la loro vocazione, fedeli agli impegni assunti, umili e
nascosti costruttori del regno di Dio, che irradiano dalle loro parole, dal loro
comportamento, dalla loro vita la gioia luminosa della scelta fatta. Sono
proprio tali religiosi e sacerdoti che, mediante il loro esempio, sproneranno
tanti ad accogliere nel loro cuore il carisma della vocazione” (cf. “L’Osservatore
Romano”, die 17 febr. 1980, p. 2).
La diocesi ha due seminari: il Romano Maggiore, che ospita al
presente 85 alunni, dei quali 22 romani; e il Romano Minore, che ospita 13
alunni interni, che costituiscono la comunità stabile: inoltre, 70 ragazzi
delle scuole medie inferiori e superiori formano la comunità vocazionale: essi
si incontrano frequentemente in seminario. Intorno a questi gravitano altri 200
ragazzi delle scuole medie, con i quali i membri del seminario si incontrano
nelle parrocchie o nello stesso seminario, per aiutarli ad approfondire con
serietà lo studio della loro vocazione.
Da questi dati statistici emerge la necessità urgente di un “risveglio
delle vocazioni”, di uno sforzo cosciente, costante, meditato, organizzato
perché anche - e specialmente - in questo campo la diocesi di Roma sia feconda
e “fertile”; perché i seminari diocesani, ricchi di gloriose tradizioni di
formazione culturale e spirituale, diventino sempre più il riverbero della
vitalità della nostra Chiesa particolare. La vitalità e la maturità di una
diocesi sono in proporzione con il numero e la qualità delle sue vocazioni
sacerdotali e religiose. Negli ultimi 15 anni i sacerdoti diocesani provenienti
dai seminari romani sono stati 122.
Sarà la diocesi di Roma così generosa da dare ancora numerosi
e santi sacerdoti per la costruzione del regno di Dio?
7. Le varie visite alle parrocchie mi hanno ancora fornito la
possibilità di costatare come in queste comunità siano operanti gruppi di
laici, impegnati nell’apostolato.
I laici riscoprono la parrocchia. È questa una realtà
consolante, perché mostra come i fedeli sentano il bisogno di un punto di
riferimento stabile. Ben 70 associazioni a carattere nazionale sono presenti, in
numero vario, nelle diverse parrocchie; mentre risulta che esistono circa 100
gruppi locali impegnati nell’apostolato. A questi gruppi che, nell’ambito
della fede cristiana, intendono dare una loro particolare testimonianza o con la
preghiera comunitaria, o mediante l’ascolto religioso della parola di Dio, o
nell’impegno di carità verso i fratelli bisognosi, va il mio incoraggiamento.
Ma vorrei che in nessuna parrocchia mancasse il “gruppo dei catechisti”,
composto da adulti - madri e padri di famiglia - e da giovani, seriamente
preparati e generosamente disponibili a trasmettere ai fanciulli e ai ragazzi la
catechesi. “La comunità parrocchiale deve restare l’animatrice della
catechesi ed il suo luogo privilegiato... Lo si voglia o no, la parrocchia resta
un punto capitale di riferimento per il popolo cristiano, ed anche per i non
praticanti”: questo ho scritto nella mia recente esortazione apostolica circa
la catechesi nel nostro tempo (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae,
67). Nelle nostre parrocchie esistono gli elementi fondamentali di quelle
strutture, che fanno di essa un’unità missionaria di evangelizzazione e di
catechesi.
Sebbene le statistiche indichino come il grado di penetrazione
della “massa” di quel vasto insieme dei parrocchiani sia inferiore a quanto
si potrebbe desiderare, occorre tuttavia non perdersi d’animo e dedicare un
grande sforzo al problema della catechesi.
8. E penso in questo momento, in modo particolare, ai giovani,
destinatari privilegiati della mia sollecitudine apostolica da sacerdote, da
Vescovo e da pastore della Chiesa universale. Come avete sentito dalla
relazione, a Roma - su 2 milioni e novecentomila abitanti - 500.000 sono giovani
dai 15 ai 30 anni! E di questi, ben 200.000 sono in attesa di una occupazione! I
loro problemi umani sono gravi. Più gravi ancora quelli spirituali. Si tratta
della loro educazione e maturazione nella fede cristiana, della loro
preparazione al matrimonio, del loro inserimento nella società degli adulti,
che talvolta li ha fortemente delusi. Che cosa farà la Chiesa di Roma, che cosa
faranno i sacerdoti di Roma per venire incontro, in maniera adeguata e moderna,
agli ideali, alle attese religiose, culturali, sociali di questi giovani, in
buona parte delusi dalle ideologie e tentati di cambiare la società a qualunque
costo e con qualunque mezzo, anche con la violenza?
Mi rivolgo ai sacerdoti giovani di Roma perché consacrino le
loro migliori energie all’apostolato fra i giovani con generosità, con
entusiasmo, con costanza, senza lasciarsi scoraggiare dagli immancabili
insuccessi umani. Amate i giovani! Sappiate ascoltarli! Sappiate comprenderli!
Essi hanno tesori nascosti ed inesauribili di generosità e di entusiasmo.
Presentate ad essi Cristo, uomo-Dio, nostro fratello! Proclamate ad essi il
messaggio evangelico con tutto il vigore e con tutto il rigore delle sue
esigenze!
9. Cari fratelli nel sacerdozio!
Ho ascoltato con grande interesse e attenzione quanto i vostri
rappresentanti, a nome vostro, mi hanno esposto circa la situazione del clero
romano, le parrocchie, il programma diocesano organico, le vocazioni sacerdotali
a Roma, la presenza dei religiosi e religiose nell’urbe, la condizione
giovanile.
Da parte mia, ho cercato di farmi voce della vostra stessa voce,
dei vostri pensieri, dei vostri desideri, delle vostre speranze, ma in
particolare del vostro impegno di essere autentici sacerdoti di Cristo in questa
Chiesa, che è a Roma.
Continuiamo insieme il nostro cammino di fede, di impegno
pastorale, forti della potenza di Cristo, che si è manifestata nella sua
debolezza umana.
Oggi la Chiesa celebra la memoria di san Pier Damiani, l’austero
eremita di Fonte Avellana, chiamato da Dio ad inserirsi nelle drammatiche
vicende ecclesiali dell’anno mille, in un periodo storico difficile e
periglioso. Ascoltiamo e facciamo nostro il suo invito ad amare la Chiesa unita
dal legame della reciproca carità: “Ecclesia siquidem Christi tanta caritatis
invicem inter se compage connectitur, ut et in pluribus una, et in singulis sit
per mysterium tota... In omnibus sit una, et in singulis tota: nimirum in
pluribus per fidei unitatem simplex, et in singulis per caritatis glutinem,
diversaque dona carismatum multiplex; quia enim ex uno omnes” (S. Pietro
Damiani, Liber qui appellatur Dominus vobiscum, 5: PL 145,235).
Nella Chiesa di Dio che è in Roma la diversità dei carismi sia
sempre cementata dalla carità.
Ci protegga dal cielo la Vergine, “Salus populi romani” e
Madre della fiducia.
Con la mia benedizione apostolica.
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