 |
DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II ALLA PONTIFICIA UNIVERSITÀ GREGORIANA
15 dicembre 1979
Venerati Fratelli e Figli carissimi!
1. Con senso di intima gioia sono qui, stasera, in mezzo a voi per questo
incontro, solenne e familiare insieme, che mi consente di prendere ufficialmente
contatto con il Corpo docente di questo illustre Centro di studi ecclesiastici,
con gli studenti che in esso attendono alla propria formazione intellettuale,
con gli officiali ed il personale ausiliario che ne assicurano con competenza il
buon funzionamento.
Ho accolto di buon grado l’invito rivoltomi a suo tempo dalle Autorità
accademiche, non solo perché ho ravvisato in esso una lodevole testimonianza di
devozione e di fedeltà verso il Successore di Pietro, ma anche perché esso mi
offre l’opportunità di manifestare con un gesto significativo, nella
ricorrenza del cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione della nuova sede
in Piazza della Pilotta, l’alta considerazione in cui tengo questa
Università, come anche gli Istituti ad essa consociati.
Saluto, pertanto, con fraterno affetto i Signori Cardinali Gabriel-Marie
Garrone, Gran Cancelliere, e Pablo Muñoz Vega, già Rettore di questo Ateneo;
il Padre Pedro Arrupe, Preposito Generale della Compagnia di Gesù e
vicecancelliere; il Magnifico Rettore, Padre Carlo M. Martini e i chiarissimi
Professori, alcuni dei quali ho il piacere di conoscere personalmente, mentre
altri ho potuto avvicinare ed apprezzare mediante i libri e gli articoli da loro
pubblicati.
Saluto, poi, con effusione di sentimento voi, giovani carissimi, che a questa
“Alma Mater” siete venuti da ogni parte del mondo, sospinti dal desiderio di
arricchire le vostre menti con i tesori della dottrina cattolica e di temprare i
vostri cuori con una sosta prolungata nei luoghi resi sacri dal sangue degli
Apostoli e dei martiri ed illustrati dalle vestigia insigni di gloriose
tradizioni umane e cristiane.
Un saluto particolarmente caloroso è mio desiderio rivolgere anche al Rettore,
al Corpo docente e agli alunni sia del Pontificio Istituto per gli Studi
Orientali, la cui funzione ecclesiale è stata messa anche maggiormente in
evidenza dai recenti sviluppi del dialogo ecumenico; sia del Pontificio Istituto
Biblico, che celebra quest’anno il suo settantesimo anniversario di
fondazione, nella gratificante consapevolezza di aver reso e di rendere tuttora
un servizio importante alla Chiesa, in linea con i compiti fissati, mediante la
Lettera Apostolica Vinea electa, dal Papa San Pio X in quell’ormai
lontano 7 maggio 1909.
Il “Biblico” è divenuto veramente, nel frattempo, un “centro di studi
superiori sui Libri sacri”, capace di promuovere, secondo i desideri espressi
dal Santo Pontefice, “efficaciore, quo liceat, modo doctrinam biblicam et
studia omnia eidem adiuncta, sensu Ecclesiae catholicae” (cf. S. Pio X, Vinea
electa, 7 maggio 1909: AAS 1 [1909] 447ss.). In questi decenni numerosissimi
alunni si sono in esso “perfezionati ed esercitati”, rendendosi atti a
sviluppare l’investigazione della Parola di Dio “tam privatim quam publice,
tum scribentes cum docentes..., gravitate ac sinceritate doctrinae commendati”
(cf. Ivi, p. 448). Se si tiene conto, inoltre, dell’ampia e qualificata
serie di pubblicazioni scientifiche “nomine et auctoritate Instituti
promulgata” (cf. Ivi) nel corso di questo settantennio, non ci si può
stupire dell’alta considerazione in cui il “Biblico” è tenuto presso gli
ambienti scientifici di ogni parte del mondo. Il Papa è lieto di dar atto,
nella presente ricorrenza, a voi, responsabili e docenti, del buon lavoro
compiuto.
2. La mia presenza in mezzo a voi, figli carissimi della Pontificia Università
Gregoriana, vuol essere espressione e testimonianza dell’interesse con cui
seguo la vostra attività, della fiducia che ripongo nel vostro impegno, della
speranza con cui attendo i frutti della vostra fatica, dalla quale grande
vantaggio deve poter trarre la Chiesa.
Da voi, infatti, la Comunità cristiana si aspetta un valido contributo in
quella riflessione ragionata sistematica sulla fede, che è la funzione
specifica della teologia. Questo è stato, del resto, il compito che ha
qualificato praticamente fin dagli inizi il “Collegio Romano”,
provvidenzialmente germinato, oltre quattro secoli fa, dallo zelo apostolico di
Sant’Ignazio di Loyola e poi man mano sviluppatosi, fino a raggiungere le
dimensioni imponenti dell’attuale complesso universitario, articolato nelle
sue varie Facoltà e specializzazioni.
Quale nobile schiera di maestri, spesso di statura decisamente superiore, ha
onorato questa vostra Istituzione negli ormai lunghi anni della sua storia! Loro
assillo costante fu quello di scrutare con intelligenza ed amore le profondità
della Parola rivelata e le ricchezze della Tradizione viva della Chiesa. E ciò
fecero – mi piace sottolinearlo come legittimo motivo di vanto per la vostra
Università – sorretti da un duplice impegno, di fondamentale importanza per
ogni ricerca teologica: quello, innanzitutto, di una costante apertura, leale e
docile, alle indicazioni del Magistero, in armonia con lo spirito proprio della
Compagnia di Gesù, animatrice di questo Centro di studi: e quello, poi, di un’attenzione
sempre viva verso le scienze, che andavano via via presentando possibili
collegamenti con la teologia.
È, quest’ultimo, un atteggiamento che merita di essere rilevato. In effetti,
la storia della vostra Università mostra che in essa la teologia non è stata
mai concepita come una disciplina isolata. Essa è sempre stata inserita in un
insieme di insegnamenti, accuratamente determinati dall’antica “Ratio
Studiorum”, la quale si proponeva di assicurare così l’integrazione della
ricerca e del sapere teologico nel complesso delle conoscenze caratteristiche
dell’epoca. Si tendeva in questo modo alla costituzione di quella “Sapienza
cristiana”, che la recente Costituzione Apostolica circa le Università e le
Facoltà ecclesiastiche descrive come realtà che stimola a “raccogliere le
vicende e le attività umane in un’unica sintesi vitale insieme con i valori
religiosi, sotto la cui direzione tutte le cose sono tra loro coordinate per la
gloria di Dio e per l’integrale sviluppo dell’uomo, sviluppo che comprende i
beni del corpo e quelli dello spirito” (Giovanni Paolo II, Sapientia
Christiana, Introduzione, I).
3. È un punto su cui mette conto di soffermarsi. La teologia, nella sua storia
millenaria, ha sempre ricercato “alleati”, che l’aiutassero a penetrare
tutte le ricchezze del piano divino, così come esso si disvela nella storia
dell’uomo e si riflette nella magnificenza del cosmo. Questi “alleati”
sono stati ravvisati via via nelle scienze e nelle discipline, che andavano
emergendo sotto la spinta del desiderio di una conoscenza più profonda del
mistero dell’uomo, della sua storia, del suo ambiente di vita.
Di questo si mostrarono consapevoli, fin dagli inizi, i responsabili del
Collegio Romano. Chi percorre le vicende di questo Centro di studi rimane
stupito nel vedere come vi siano state coltivate, accanto alla teologia, non
soltanto la filosofia e le lettere, ma anche le arti, l’archeologia e lo
studio dei monumenti antichi e delle più antiche culture, le scienze fisiche e
matematiche, l’astronomia e l’astrofisica. Evidentemente si sentiva il
bisogno di tenersi in stretto contatto con tutte quelle ricerche che, col
passare degli anni, andavano modificando la visione che l’uomo aveva di sé e
del mondo che lo circondava. E se dobbiamo riconoscere che gli studiosi del
tempo non furono esenti dai condizionamenti culturali dell’ambiente, possiamo
anche constatare che non mancarono geniali anticipatori e spiriti più liberi i
quali, come San Roberto Bellarmino nel caso di Galileo Galilei, auspicavano che
si evitassero inutili tensioni e irrigidimenti dannosi nei rapporti tra fede e
scienza.
Le scienze della natura coltivate in quei secoli sono andate specializzandosi
sempre più, e parecchie di esse sono uscite dall’ambito della ricerca propria
di una Università Ecclesiastica. Rimane valida, però, anche oggi l’istanza
fondamentale di tener conto di tutti quei progressi della scienza che toccano l’uomo
e il suo ambiente di vita. In questa luce è auspicabile – sia detto per
inciso – un rapporto dell’Università Ecclesiastica anche con le Università
civili e i Centri di ricerca promossi dalla società moderna. Infatti “il
distacco tra fede e cultura costituisce un impedimento all’evangelizzazione,
mentre al contrario la cultura informata da spirito cristiano è un valido
strumento per la diffusione del Vangelo” (Giovanni Paolo II, Sapientia
Christiana, Introduzione, I).
4. Dal punto di vista istituzionale e organizzativo la vostra Università ha
provveduto a questa ricerca costante di “alleati” della teologia con la
costituzione successiva di Cattedre nelle diverse discipline emergenti, le quali
si sono poi sviluppate in Istituti e Facoltà giuridicamente riconosciute. Di
queste la più antica, accanto alla Facoltà di teologia, e contemporanea ad
essa, è la Facoltà di filosofia.
Vorrei qui dire una parola specifica sugli studi filosofici in genere, ai quali
sono legato per lunga esperienza di insegnamento e di ricerca. È importante che
la Filosofia, in una Università Ecclesiastica, adempia il suo mandato
tradizionale, investigando metodicamente i problemi suoi propri e cercandone la
soluzione, sulla base del patrimonio filosofico perennemente valido, alla luce
naturale della ragione (cf. Ivi, Norme Speciali, art. 79 § 1).
Ma è anche importante rilevare che il riferimento al patrimonio del passato non
deve essere inteso come preclusione allo studio e alla valorizzazione critica
delle correnti moderne e contemporanee.
La parola che ho pronunciato all’inizio del mio ministero pastorale sulla
Cattedra di Pietro, gridando a tutti di non aver paura di spalancare le porte a
Cristo, dobbiamo poterla ripetere anche ai grandi movimenti di pensiero
contemporanei, valorizzando le loro attese e la loro tensione verso la verità
tutta intera.
Non v’è tempo ora di passare in rassegna le singole Facoltà, ricordando il
momento del loro costituirsi. Non posso fare a meno, però, di annotare come all’origine
di ciascuna di esse vi sia la presa di coscienza da parte dei responsabili dell’Università
della crescente differenziazione nel campo degli studi religiosi e della
necessità di una costante attenzione alle più recenti ricerche sull’uomo.
Ogni Facoltà e Istituto si presenta così come una nuova tappa nello sviluppo
delle scienze ecclesiastiche attorno alla teologia.
5. Sono lieto di recarvi, stasera, figli carissimi, la mia parola di
incoraggiamento a proseguire su questa strada. Lo farete, ovviamente, con la
doverosa prudenza e col necessario discernimento. La teologia deve, infatti,
scegliere i propri “alleati” secondo i criteri dettati dalla metodologia che
le è propria. Vi sono correnti di pensiero che o per la loro impostazione di
fondo o per gli sviluppi ad esse impressi dai loro fautori, non presentano i
requisiti necessari per entrare utilmente in collaborazione con la ricerca
teologica. Sarà indispensabile, in tal caso, dar prova di lucido senso critico
nel valutare i contributi offerti dall’uno o dall’altro sistema filosofico o
scientifico, e accogliere ciò che può giovare al progresso della conoscenza
teologica, rifiutando invece ciò che a tale progresso si oppone. Vale anche qui
il precetto di San Paolo: “Omnia probate, quod bonum est tenete” (1Ts 5,21).
Vi sono, infatti, ottiche, visuali, linguaggi filosofici decisamente carenti; vi
sono sistemi scientifici così poveri o chiusi da rendere impossibile una
traduzione e interpretazione soddisfacente della Parola di Dio. Assumere in modo
acritico questi sistemi come alleati, significherebbe per la teologia
mortificare se stessa ed esporsi a mutilazioni irreparabili. La storia degli
sviluppi devianti seguiti da certi filoni teologici negli ultimi decenni è
istruttiva.
È necessario, dunque, coltivare in se stessi la capacità di “discernere”.
Si richiede, per questo, una solida formazione teologica, grazie alla quale lo
studioso, divenuto padrone del metodo e degli strumenti propri della ricerca
teologica, possa scandagliare le ricchezze nascoste della Parola di Dio. Questa
diverrà, allora, nelle sue mani “più tagliente di ogni spada a doppio taglio”,
capace di “penetrare fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito,
delle giunture e delle midolla e di scrutare i sentimenti e i pensieri del cuore”
(cf. Eb 4,12).
Con tali presupposti, il confronto con le altre discipline si rivelerà
veramente fecondo, favorendo uno scambio creativo, senza i rischi di ibride
commistioni o di pericolosi travisamenti. Non succederà cioè, per usare il
linguaggio di San Paolo, di ritrovarsi nella situazione di “fanciulli
sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina,
secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre
nell’errore” (Ef 4,14).
6. Nel parlare dell’apertura che la teologia deve coltivare nei confronti
delle altre discipline, mi viene spontaneo di richiamare un’altra apertura,
anche più essenziale: l’apertura ai problemi degli uomini concreti, l’apertura
al servizio della comunità ecclesiale.
La teologia è scienza ecclesiale, perché cresce nella Chiesa ed agisce sulla
Chiesa; essa, perciò, non è mai un affare privato di uno specialista, isolato
in una sorte di torre d’avorio. Essa è a servizio della Chiesa e deve quindi
sentirsi dinamicamente inserita nella missione della Chiesa, particolarmente
nella sua missione profetica.
Non che la teologia debba sostituirsi alla predicazione; essa, tuttavia,
approfondendo ed estendendo l’intelligenza della Rivelazione, presta un aiuto
importante alla predicazione ecclesiale e diventa, in certo modo, la base dell’attività
liturgica e pastorale. Questa prospettiva pastorale deve stare dinanzi a voi,
carissimi, nel vostro lavoro universitario, non per mortificare la serietà
degli studi, ma per stimolare anzi la generosità dell’impegno, in vista della
rilevanza che la vostra fatica ha per l’attuazione del piano salvifico di Dio.
Pensiero teologico ed azione pastorale non si oppongono fra loro, ma si
promuovono a vicenda; indagine scientifica ed evangelizzazione camminano
insieme: l’una porta e sostiene l’altra.
Carissimi, dobbiamo servire gli uomini e le donne del nostro tempo. Dobbiamo
servirli nella loro sete di verità totale, in essi suscitata da Cristo
Redentore dell’uomo: sete di diritto e di giustizia, di moralità e di
spiritualità; sete di verità ultime e definitive; sete della Parola di Dio;
sete di unità fra i cristiani.
Ricordatelo bene, carissimi docenti e studenti, ed anche voi tutti collaboratori
dell’Università: le realtà che vengono qui approfondite, il servizio
pedagogico e formativo che viene reso, le dottrine che da qui si diffondono, non
sono qualcosa di marginale, quasi un lusso rispetto ai problemi reali del nostro
mondo. Esse toccano gli aspetti più profondi dell’esistenza, quelli che
Cristo stesso è venuto ad illuminare con la sua vita, morte e risurrezione.
Sono le realtà di cui ha bisogno ogni uomo e donna del nostro tempo per aprirsi
all’amore e alla speranza. Senza questo amore e questa speranza l’umanità
non potrà sopravvivere.
7. Ho accennato alla funzione pedagogica e formativa dell’Università. Questo
mi porta a rivolgere una parola particolare a voi, studenti e studentesse che
venite da ogni parte del mondo. Sento profondamente la vostra presenza come
forza viva della Chiesa e colgo in voi come ho scritto nell’Enciclica Redemptor
Hominis il desiderio di “avvicinarvi a Cristo e di “appropriarvi” e
assimilare tutta la realtà dell’incarnazione e della redenzione per ritrovare
voi stessi” (cf. Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 10). Confermo
anche qui la convinzione che, se voi assecondate tale desiderio e attuate questo
profondo processo, allora ciascuno di voi “produrrà frutti non soltanto di
adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso” e nascerà in
lui “quel profondo stupore riguardo al valore e alla dignità dell’uomo che
si chiama Vangelo, cioè la Buona Novella” (cf. Ivi).
A questo fine è necessario che ciascuno di voi diventi parte attiva del
processo conoscitivo, che si compie nella Università, affinché tale “profondo
stupore” maturi in voi in riflessione ragionata e in convinzione
scientificamente convalidata. Desidero, pertanto, stimolare in tutti voi una
partecipazione attiva, piena e cordiale, alla penetrazione del mistero rivelato
e delle realtà che vi sono connesse. Vi dovete sentire impegnati a collaborare
responsabilmente al processo conoscitivo. Non siete dei semplici assimilatori di
nozioni: siete dei ricercatori, chiamati a recare, insieme con i Professori e
sotto la loro guida, un vostro contributo al progresso della scienza teologica.
È importante, quindi, che non vi limitiate soltanto a studiare: dovete
soprattutto impadronirvi del metodo, secondo cui deve essere condotto lo studio,
così da essere in grado di proseguire, a suo tempo, il cammino anche da soli. I
gradi accademici vogliono essere il riconoscimento ufficiale della ormai
acquisita maturità scientifica. Sono, peraltro, immediatamente evidenti gli
utili riflessi che tale maturità avrà anche sul piano pastorale, rendendovi
capaci di entrare in dialogo, domani, con la mentalità, le istanze, le attese,
il linguaggio dell’uomo del nostro tempo.
Va da sé che tale partecipazione attiva al processo conoscitivo, che si svolge
nell’Università, debba attuarsi in modo progressivo, adeguandosi alla natura
dei diversi cicli secondo cui è ordinato il vostro curriculum di studi. Il
primo ciclo, infatti, è destinato a dare un’informazione generale, mediante l’esposizione
coordinata di tutte le discipline, insieme con l’introduzione all’uso del
metodo scientifico. Nei cicli successivi, invece, si intraprende lo studio di un
particolare settore delle discipline e, contemporaneamente, si offre agli
studenti un esercizio più compiuto del metodo della ricerca, per arrivare
progressivamente alla maturità scientifica (Giovanni Paolo II, Sapientia
Christiana, Norme Comuni, art. 40).
Mi preme richiamare, qui, la necessità che “nell’adempiere l’ufficio
didattico, specialmente nel ciclo istituzionale, siano anzitutto impartiti
quegli insegnamenti, che riguardano il patrimonio acquisito della Chiesa” (Ivi,
art. 70). Solo sulla base della responsabile assimilazione di tale patrimonio,
infatti, può essere stimolata fra gli studenti la creatività e lo spirito di
ricerca, in quella comunione di animi e di intenti, sorretta dalla tensione
verso l’unica verità, che deve costituire una delle precipue caratteristiche
della vita universitaria.
Si attuerà, così, con il leale apporto di tutti, il grande sforzo conoscitivo,
che deve coinvolgere l’Università tutta intera, con ogni sua componente,
impegnandola nella penetrazione della verità rivelata, con l’uso di tutti i
metodi di ricerca.
8. Chi non vede la fondamentale importanza che tale sforzo ha per la vita della
Chiesa e, in particolare, per la sua unità? A questo, del resto, pensava Sant’Ignazio
quando pose le basi del Collegio Romano. Egli concepì una “universitas omnium
gentium”, la quale, situata a Roma accanto al Vicario di Cristo e strettamente
legata a lui con vincolo di fedeltà, fosse a servizio di tutte le Chiese di
ogni parte del mondo, per favorire, attraverso una profonda riflessione sulla
fede, la retta predicazione del Vangelo con un vivo senso dell’unità
cattolica. In questo modo egli contribuì in misura notevole a mantenere l’unità
del mondo cristiano, minato all’interno da profonde divisioni.
Da quel tempo, entro le strutture di questo Centro di studi sono vissuti in
armoniosa collaborazione professori e studenti di nazioni e culture differenti,
qui imparando a conoscersi fra loro e a maturare, sulla base del comune
patrimonio di fede, vincoli di permanente unità. È questa unità cattolica che
è stata vigorosamente proclamata in tutto il mondo, con la dottrina e con la
vita, e più volte col martirio, dai diciannove Santi e dai ventiquattro Beati
formati in questa Università. Alla medesima unità cattolica hanno servito i
sedici Sommi Pontefici e gli innumerevoli Cardinali, Vescovi, Sacerdoti e, da
qualche tempo in numero sempre più grande, le religiose e i laici, che in
queste aule hanno approfondito la loro fede.
Alla luce di tanto nobili tradizioni, dico a tutti voi che mi ascoltate: vi
attende una grande missione a servizio di tutte le Chiese. Voi qui imparate a
stimarvi e a fraternizzare nel lavoro comune e nella ricerca dell’unica
Verità. Le conoscenze che qui acquistate e le esperienze che qui fate, voi le
utilizzerete a favore delle Chiese di tutto il mondo. È necessario, infatti,
che le singole Chiese locali sviluppino le loro forze espressive e sfruttino le
ricchezze delle loro proprie tradizioni religiose e culturali. Ma proprio per
questo è anche necessario che tali esperienze vengano tra loro confrontate,
vagliate, scambiate, in un’atmosfera di comune comprensione e di attenzione
reciproca, perché sia conservata la comunione nell’intendere e nel volere.
Ecco qui la funzione importantissima di un Centro come questo, di una “universitas
omnium gentium” nel cuore di Roma e vicino al Papa. Essa, giovandosi della sua
secolare tradizione di collaborazione sia a livello di studenti che di docenti,
tra culture, lingue e mentalità diverse, può e deve contribuire a mantenere e
ad accrescere quel senso di fraternità, di mutuo ascolto, di capacità di
capirsi, senza il quale non si può salvaguardare l’unità né tendere verso
di essa.
Il Papa conta su di voi per il proseguimento di questa tradizione di servizio
all’unità. Voi, studenti e studentesse, ritornando alle vostre Chiese,
dovrete assumere diverse responsabilità di ministero e di servizio. Sappiate
portare vivo in tutte le responsabilità e nei vostri contatti quel senso di
cattolicità e di apertura universale, che è come il respiro della Chiesa.
Siate promotori di unione e di fraternità, fautori di apertura e di dialogo tra
le diverse lingue e culture. Recate il vostro contributo alla fusione armoniosa
delle caratteristiche individuali di ogni cultura con tutti quegli elementi, che
sono fonte permanente di unità cattolica.
9. E a voi, docenti, che lavorate proprio per questo in una situazione che esige
particolare sacrificio e un continuo sforzo di attenzione e di apertura a quanto
viene da ogni parte del mondo cattolico e dell’intera famiglia umana, dico il
mio grazie riconoscente ed esprimo il mio incoraggiamento.
Si richiede da voi una ricerca coraggiosa ed aperta, libera da ogni pregiudizio
e particolarismo, con lo sguardo fisso sul mistero centrale che è il Cristo,
che opera e si manifesta nella sua Chiesa e che ha voluto porre nella Chiesa di
Roma il segno visibile dell’unità del suo Corpo, affidando a Pietro e ai suoi
Successori il compito di garantire l’integra proclamazione della verità
cattolica, a servizio della Chiesa e di tutta l’umanità.
Cresca in voi, con lo studio, la passione per Cristo, così che il vostro
insegnamento possa trasmettere ai giovani un’esperienza viva di lui: non va,
infatti, dimenticato che lo scopo fondamentale della vostra fatica resta quello
di “formare” dei cristiani e, in particolare, dei sacerdoti, capaci di
recare domani un valido contributo all’azione pastorale con la testimonianza
della parola e soprattutto della vita.
Carissimi professori, il Papa, che è stato anch’egli un uomo di studio e di
Università, comprende molto bene le difficoltà del vostro lavoro, il peso
gravoso che esso comporta, le asperità che si oppongono al vostro impegno e al
vostro ideale. Non vi lasciate scoraggiare dalle tensioni quotidiane. Sappiate
essere ogni giorno creativi, non accontentandovi troppo facilmente di quanto è
stato utile per il passato. Abbiate il coraggio di esplorare, pur con prudenza,
vie nuove. La Costituzione Apostolica Sapientia Christiana vi riconosce
“una giusta libertà di ricerca e di insegnamento, perché si possa avere un
autentico progresso nella conoscenza e nella comprensione della verità divina”
(Giovanni Paolo II, Sapientia Christiana, Norme Comuni, art. 39 § 1,1).
Vi saranno necessari, proprio per questo, equilibrio interiore, fermezza della
mente e dello spirito e, soprattutto, una profonda umiltà del cuore, che vi
renda discepoli attenti della verità, in docile ascolto della Parola di Dio,
autenticamente interpretata dal Magistero. I superbi, ammonisce San Tommaso, “dum
delectantur in propria excellentia, excellentiam veritatis fastidiunt” (S.
Tommaso, Summa theologiae, II-II, q. 162, a. 3, ad 1).
10. Carissimi docenti, studenti e collaboratori.
La Provvidenza ci ha dato di attuare questo incontro nel clima soffuso di
dolcezza delle ormai prossime festività natalizie. Tra pochi giorni noi
rivivremo il mistero ineffabile della nascita nel tempo del Verbo eterno di Dio.
All’uomo che lo cerca, Dio si è fatto incontro con i lineamenti, la voce, i
gesti di un essere umano. Il Dio invisibile è diventato in Cristo l’Emmanuele,
il Dio-con-noi.
Vengono alla mente le parole del Prefazio natalizio: “Nel mistero del Verbo
incarnato una nuova luce del tuo fulgore è apparsa agli occhi della nostra
mente; perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore
delle cose invisibili”. Non v’è qui, espresso in sintesi, il senso profondo
del vostro impegno universitario? Cristo è il vero “méthodos” di ogni
ricerca teologica, perché egli è “la via” (cf. Gv 14,6) per la quale Dio
è venuto a noi e per la quale noi possiamo giungere a Dio. È lui che sostiene
i vostri studi, lui il centro della vostra vita e della vostra preghiera.
Camminate con slancio su questa “via”, sorretti dalla fede e dall’amore!
Nell’invocare su di voi e sul vostro lavoro l’abbondanza dei lumi celesti,
affido la vostra Università e gli Istituti ad essa consociati alla vigile
protezione di Colei che è Madre della Sapienza, perché è Madre di Cristo.
Maria vi sia accanto nella vostra quotidiana fatica.
A voi tutti la mia Apostolica Benedizione con gli auguri più cordiali di un
gioioso e santo Natale.
|