|
MESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II PER
LA CELEBRAZIONE DELLA XXX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
OFFRI IL PERDONO, RICEVI LA PACE
1° gennaio 1997
1. Soltanto tre anni ci separano dall'aurora di un nuovo millennio, e
l'attesa si fa carica di riflessione, suggerendo una sorta di bilancio del
cammino compiuto dall'umanità davanti allo sguardo di Dio, Signore della
storia. Se si considera il trascorso millennio e, soprattutto, quest'ultimo
secolo, bisogna riconoscere che molte luci si sono accese sulla strada degli
uomini dal punto di vista socio-culturale, economico, scientifico, tecnologico.
Purtroppo, ad esse fanno contrasto ombre gravi, soprattutto sul terreno della
moralità e della solidarietà. Un vero scandalo è poi la
violenza che, in forme antiche e nuove, colpisce ancora molte vite umane e
lacera famiglie e comunità.
E tempo che ci si decida ad intraprendere insieme e con animo risoluto un
vero pellegrinaggio di pace, ciascuno a partire dalla concreta
situazione in cui si trova. Le difficoltà sono a volte assai grandi:
l'appartenenza etnica, la lingua, la cultura, la credenza religiosa
costituiscono spesso altrettanti ostacoli. Camminare insieme, quando si hanno
alle spalle esperienze traumatiche o addirittura divisioni secolari, non è
impresa da poco. Ecco allora la domanda: quale strada seguire, da che cosa farsi
orientare?
Certamente sono molti i fattori che possono influire favorevolmente sul
ristabilimento della pace, salvaguardando le esigenze della giustizia e della
dignità umana. Ma nessun processo di pace potrà essere mai
avviato, se non si matura negli uomini un atteggiamento di sincero perdono.
Senza di esso le ferite continuano a sanguinare, alimentando nelle generazioni
che si succedono un astio interminabile, che è fonte di vendetta e causa
di sempre nuove rovine. Il perdono offerto e ricevuto è la premessa
indispensabile per camminare verso una pace autentica e stabile.
Con profonda convinzione voglio quindi rivolgere un appello a tutti, affinché
si persegua la pace sui sentieri del perdono. Sono pienamente
consapevole di quanto il perdonare possa sembrare contrario alla logica umana,
che obbedisce spesso alle dinamiche della contestazione e della rivalsa. Il
perdono, invece, s'ispira alla logica dell'amore, quell'amore che Dio riserva a
ciascun uomo e donna, a ciascun popolo e nazione, come all'intera famiglia
umana. Ma se la Chiesa osa proclamare quella che, umanamente parlando, potrebbe
sembrare una follia, è proprio a motivo della sua incrollabile fiducia
nell'amore infinito di Dio. Come attesta la Scrittura, Dio è ricco di
misericordia e non cessa di perdonare quanti ritornano a Lui (cfr Ez 18,
23; Sal 32[31], 5; 103[102], 3.8-14; Ef 2, 4-5; 2 Cor 1,
3). Il perdono di Dio diventa nei nostri cuori sorgente inesauribile di perdono
anche nei rapporti fra noi, aiutandoci a viverli all'insegna di una vera
fraternità.
Il mondo ferito anela al risanamento
2. Come poc'anzi accennavo, il mondo moderno, nonostante i numerosi
traguardi raggiunti, continua ad essere segnato da non poche contraddizioni. Il
progresso nei campi dell'industria e dell'agricoltura ha comportato per milioni
di persone un migliore tenore di vita e lascia bene sperare per molti altri; la
tecnologia consente ormai di superare le distanze; l'informazione è
diventata istantanea ed ha ampliato le possibilità dell'umana conoscenza;
il rispetto per l'ambiente che ci circonda va crescendo e tende a divenire stile
di vita. Un popolo di volontari, con una generosità che spesso resta
sconosciuta, opera instancabilmente in ogni parte del mondo al servizio
dell'umanità, prodigandosi soprattutto per alleviare i bisogni dei poveri
e dei sofferenti.
Come non riconoscere con gioia questi elementi positivi del nostro tempo?
Purtroppo la scena del mondo contemporaneo presenta anche non pochi fenomeni
di segno contrario. Tali sono, ad esempio, il materialismo e il disprezzo
crescente per la vita umana, che sono venuti assumendo dimensioni inquietanti.
Molti sono coloro che impostano la loro vita seguendo come uniche leggi il
profitto, il prestigio, il potere.
La conseguenza è che numerose persone si ritrovano confinate nella
loro solitudine interiore, altre continuano ad essere volutamente discriminate a
motivo della razza, della nazionalità o del sesso, mentre la povertà
sospinge masse intere ai margini della società o, addirittura, verso
l'annientamento. Per troppi, poi, la guerra è divenuta la dura realtà
della vita quotidiana. Una società che ricerca soltanto i beni materiali
o effimeri tende ad emarginare chi non serve a tale scopo. Di fronte a queste
situazioni, che sono a volte autentiche tragedie umane, taluni preferiscono
chiudere semplicemente gli occhi, arroccandosi nella loro indifferenza. Si
rinnova in loro l'atteggiamento di Caino: « Sono forse il guardiano di mio
fratello? » (Gn 4, 9). Dovere della Chiesa è di ricordare a
ciascuno le severe parole di Dio: « Che hai fatto? La voce del sangue di
tuo fratello grida a me dal suolo! » (Gn 4, 10).
La sofferenza di tanti fratelli e sorelle non ci può lasciare
indifferenti! La loro pena fa appello alla nostra coscienza, interiore
santuario in cui ci troviamo faccia a faccia con noi stessi e con Dio. E come
non riconoscere che, in diversa misura, tutti siamo coinvolti in questa
revisione di vita a cui Dio ci chiama? Tutti abbiamo bisogno del perdono di Dio
e del prossimo. Tutti dobbiamo perciò essere disposti a perdonare e a
chiedere perdono.
Il peso della storia
3. La fatica del perdono non dipende solo dalle vicende del presente. La
storia porta con sé un pesante fardello di violenze e di conflitti, di
cui non è facile sbarazzarsi. Soprusi, oppressioni, guerre hanno fatto
soffrire innumerevoli esseri umani e, anche se le cause di quei fenomeni
dolorosi si perdono in tempi remoti, i loro effetti rimangono vivi e laceranti,
alimentando paure, sospetti, odi e fratture tra famiglie, gruppi etnici, intere
popolazioni. Sono dati di fatto che mettono a dura prova la buona volontà
di chi vorrebbe sottrarsi al loro condizionamento. Eppure resta vero che non
si può rimanere prigionieri del passato: occorre, per i singoli e per
i popoli, una sorta di « purificazione della memoria », affinché
i mali di ieri non tornino a prodursi ancora. Non si tratta di dimenticare
quanto è avvenuto, ma di rileggerlo con sentimenti nuovi, imparando
proprio dalle esperienze sofferte che solo l'amore costruisce, mentre l'odio
produce devastazione e rovina. Alla ripetitività mortificante della
vendetta occorre sostituire la novità liberante del perdono.
E indispensabile, a tal fine, imparare a leggere la storia degli altri
popoli evitando giudizi sommari e partigiani e facendo uno sforzo per
comprendere il punto di vista di quanti a quei popoli appartengono. E, questa,
una vera sfida anche di ordine pedagogico e culturale. Una sfida di civiltà!
Se si accetta di intraprendere questo cammino, si scoprirà che gli errori
non stanno mai da una parte sola; si vedrà come la presentazione della
storia sia stata talvolta distorta e, addirittura, manipolata con tragiche
conseguenze.
Una corretta rilettura della storia favorirà l'accettazione e
l'apprezzamento delle differenze - sociali, culturali e religiose -
esistenti tra persone, gruppi e popoli. E questo il primo passo verso la
riconciliazione, perché il rispetto delle diversità costituisce
una condizione necessaria ed una dimensione qualificante di autentiche relazioni
tra singoli e tra collettività. La repressione delle diversità può
dare origine ad una pace apparente, ma genera una situazione precaria che di
fatto prelude a nuove esplosioni di violenza.
Meccanismi concreti di riconciliazione
4. Le guerre, anche quando « risolvono » i problemi che ne sono
all'origine, non lo fanno che lasciando dietro di sé vittime e
distruzioni, che pesano sulle successive trattative di pace. Questa
consapevolezza deve spingere i popoli, le nazioni e gli Stati a superare
decisamente la « cultura della guerra », non solo nell'espressione più
detestabile di una potenza bellica perseguita come strumento di sopraffazione,
ma anche in quella meno odiosa, ma non meno rovinosa, del ricorso alle armi
inteso come mezzo sbrigativo per affrontare i problemi. Specie in un tempo come
il nostro, che conosce le più sofisticate tecnologie distruttive, è
urgente sviluppare una solida « cultura di pace », che prevenga e
scongiuri lo scatenarsi inarrestabile della violenza armata, anche prevedendo
interventi volti ad impedire la crescita dell'industria e del commercio delle
armi.
Ma prima ancora, occorre che il desiderio sincero della pace si traduca
nella ferma decisione di rimuovere ogni ostacolo che si frappone al suo
raggiungimento. In questo sforzo le varie Religioni possono offrire un
contributo importante, nella scia di quanto spesso hanno fatto, levando la
propria voce contro la guerra ed affrontando coraggiosamente i rischi
conseguenti. Tuttavia, non siamo forse tutti chiamati a fare ancora di più,
attingendo dal genuino patrimonio delle nostre tradizioni religiose?
Essenziale in questa materia resta, comunque, il compito dei governi
e della comunità internazionale, a cui spetta di contribuire alla
costruzione della pace mediante l'attivazione di strutture solide che siano in
grado di resistere alle turbolenze della politica, così da garantire
libertà e sicurezza per tutti e in ogni circostanza. Alcune di queste
strutture già esistono, ma hanno bisogno di essere rafforzate. L'Organizzazione
delle Nazioni Unite, ad esempio, seguendo l'ispirazione per cui fu fondata,
ha assunto recentemente una responsabilità sempre più grande nel
mantenimento o nel ripristino della pace. Proprio in questa prospettiva, a
cinquant'anni dalla sua nascita, sembra doveroso auspicare un conveniente
adeguamento dei mezzi a sua disposizione, così da consentirle di far
fronte con efficacia alle nuove sfide del nostro tempo.
Pure altri organismi a livello continentale o regionale rivestono
una grande importanza come strumenti di promozione della pace: è motivo
di conforto vederli impegnati a sviluppare meccanismi concreti di
riconciliazione, lavorando attivamente per aiutare popolazioni divise dalla
guerra a ritrovare le ragioni di una convivenza pacifica e solidale. Sono forme
di mediazione che offrono speranza a popoli in situazioni apparentemente senza
via di uscita. Non deve essere, poi, sottovalutata l'azione degli organismi
locali: inseriti come sono negli ambienti dove i germi del
conflitto vengono seminati, essi possono raggiungere gli individui in modo
diretto, mediando tra gli opposti schieramenti e promovendo la reciproca
fiducia.
La pace duratura, tuttavia, non è solo questione di strutture e di
meccanismi. Essa poggia anzitutto sull'adozione di uno stile di convivenza umana
improntato alla reciproca accoglienza e capace di perdono cordiale. Tutti
abbiamo bisogno di essere perdonati dai nostri fratelli, tutti dobbiamo quindi
essere pronti a perdonare. Chiedere e donare perdono è una via
profondamente degna dell'uomo; talvolta è l'unica via per uscire da
situazioni segnate da odi antichi e violenti.
Certo, il perdono non è per l'uomo qualcosa di spontaneo e di
naturale. Perdonare di vero cuore, a volte, può rivelarsi addirittura
eroico. Il dolore per la perdita di un figlio, di un fratello, dei propri
genitori o dell'intera famiglia a causa della guerra, del terrorismo o di azioni
criminali può spingere alla totale chiusura verso l'altro. Coloro ai
quali non è rimasto nulla, perché sono stati privati della terra e
della casa, i profughi e quanti hanno sopportato l'oltraggio della violenza, non
possono non sentire la tentazione dell'odio e della vendetta. Solo il calore di
rapporti umani improntati a rispetto, comprensione, accoglienza può
aiutarli a superare tali sentimenti. L'esperienza liberante del perdono, benché
irta di difficoltà, può essere vissuta anche da un cuore lacerato,
grazie al potere risanante dell'amore, che ha la sua prima scaturigine in
Dio-Amore.
Verità e giustizia, presupposti del perdono
5. Il perdono, nella sua forma più vera e più alta, è
un atto di amore gratuito. Ma proprio in quanto atto di amore, esso ha anche le
sue intrinseche esigenze: la prima di esse è il rispetto della verità.
Dio soltanto è assoluta verità. Egli, tuttavia, ha aperto il cuore
umano al desiderio della verità, che ha poi rivelato in pienezza nel
Figlio incarnato. Tutti sono quindi chiamati a vivere la verità.
Là dove si seminano menzogna e falsità, fioriscono sospetto e
divisione. Anche la corruzione e la manipolazione politica o ideologica sono
essenzialmente contrarie alla verità: esse aggrediscono le fondamenta
stesse della convivenza civile e minano la possibilità di relazioni
sociali pacifiche.
Il perdono, lungi dall'escludere la ricerca della verità, la
esige. Il male compiuto dev'essere riconosciuto e, per quanto possibile,
riparato. Proprio questa esigenza ha portato a stabilire in varie parti del
mondo, a riguardo delle prevaricazioni tra gruppi etnici o nazioni, opportune
procedure di accertamento della verità quale primo passo verso la
riconciliazione. Inutile sottolineare la grande cautela a cui, in questo pur
necessario processo, tutti devono attenersi per non accentuare le
contrapposizioni, rendendo la riconciliazione ancora più difficoltosa.
Non è raro, poi, il caso di Paesi i cui governanti, in vista del
fondamentale bene della pacificazione, hanno concordemente deciso di concedere
un'amnistia a quanti hanno pubblicamente riconosciuto i misfatti commessi
durante un periodo di turbolenze. L'iniziativa può essere giudicata con
favore quale sforzo teso a promuovere l'avvio di buone relazioni tra gruppi un
tempo contrapposti.
Altro presupposto essenziale del perdono e della riconciliazione è
la giustizia, che ha il suo criterio ultimo nella legge di Dio e nel suo
disegno di amore e di misericordia sull'umanità.1 Intesa così, la
giustizia non si limita a stabilire ciò che è retto tra le parti
in conflitto, ma mira soprattutto a ripristinare relazioni autentiche con Dio,
con se stessi, con gli altri. Non sussiste, pertanto, alcuna contraddizione tra
perdono e giustizia. Il perdono, infatti, non elimina né diminuisce
l'esigenza della riparazione, che è propria della giustizia, ma punta
a reintegrare sia le persone e i gruppi nella società, sia gli Stati
nella comunità delle Nazioni. Nessuna punizione può mortificare
l'inalienabile dignità di chi ha compiuto il male. La porta verso il
pentimento e la riabilitazione deve restare sempre aperta.
Gesù Cristo nostra riconciliazione
6. Quante situazioni oggi hanno bisogno di riconciliazione! Di fronte a
questa sfida, da cui in buona parte dipende la pace, rivolgo il mio appello a
tutti i credenti e, in modo particolare, ai membri della Chiesa cattolica,
affinché si dedichino attivamente e concretamente all'opera della
riconciliazione.
Il credente sa che la riconciliazione proviene da Dio, il quale è
sempre pronto a perdonare quanti si rivolgono a lui e a gettarsi dietro le
spalle tutti i loro peccati (cfr Is 38, 17). L'immensità
dell'amore di Dio va ben oltre l'umana comprensione, come ricorda la Sacra
Scrittura: « Si dimentica forse la donna del suo bambino, così da
non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si
dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai » (Is 49,
15).
L'amore divino è il fondamento della riconciliazione, a cui siamo
chiamati. « Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue
malattie; salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazie e di
misericordie... Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le
nostre colpe » (Sal 103[102], 3-4.10).
Nella sua amorevole disposizione al perdono, Dio è giunto al punto di
donare se stesso al mondo nella Persona del Figlio, il quale è venuto a
recare la redenzione ad ogni individuo ed all'intera umanità. Di fronte
alle offese degli uomini, culminate nella sua condanna alla morte di croce, Gesù
prega: « Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno »
(Lc 23, 34).
Il perdono di Dio è espressione della sua tenerezza di Padre. Nella
parabola evangelica del « figliol prodigo » (cfr Lc 15,
11-32), il padre corre incontro al figlio appena lo vede tornare a casa. Non gli
lascia neppure presentare le scuse: tutto è perdonato (cfr Lc 15,
20-22). L'intensa gioia del perdono, offerto ed accolto, guarisce ferite
insanabili, ristabilisce nuovamente i rapporti e li radica nell'inesauribile
amore di Dio.
In tutta la sua vita Gesù ha proclamato il perdono di Dio, ma insieme
ha additato l'esigenza del perdono reciproco come condizione per
ottenerlo. Nel « Padre nostro » ci fa pregare così: «
Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori
» (Mt 6, 12). Con quel « come », Egli pone tra le nostre
mani la misura con la quale saremo giudicati da Dio. La parabola del servitore
ingrato, punito a causa della sua durezza di cuore nei confronti di un suo
simile (cfr Mt 18, 23-35), ci insegna che quanti non sono disposti a
perdonare si escludono per ciò stesso dal perdono divino: « Così
anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di
cuore al vostro fratello » (Mt 18, 35).
Persino la nostra preghiera non può essere accetta al Signore se non è
preceduta, e in un certo senso « garantita » nella sua autenticità,
dall'iniziativa sincera della riconciliazione con il fratello che ha «
qualcosa contro di noi »: soltanto allora ci sarà possibile
presentare un'offerta gradita a Dio (cfr Mt 5, 23-24).
Al servizio della riconciliazione
7. Gesù non solo ha insegnato ai suoi discepoli il dovere del
perdono, ma ha voluto che la sua Chiesa fosse il segno e lo strumento del suo
disegno di riconciliazione, rendendola sacramento « dell'intima unione con
Dio e dell'unità di tutto il genere umano ».2 In forza di tale
compito, Paolo qualificava il ministero apostolico come « ministero della
riconciliazione » (cfr 2 Cor 5, 18-20). Ma in certo senso ogni
battezzato deve sentirsi « ministro della riconciliazione » in quanto,
riconciliato con Dio e con i fratelli, è chiamato a costruire la pace con
la forza della verità e della giustizia.
Come ho avuto modo di ricordare nella Lettera apostolica Tertio
millennio adveniente, i cristiani, mentre si apprestano a varcare la soglia
di un nuovo millennio, sono invitati a rinnovare il pentimento per « tutte
quelle circostanze in cui, nell'arco della storia, si sono allontanati dallo
spirito di Cristo e del suo Vangelo, offrendo al mondo, anziché la
testimonianza di una vita ispirata ai valori della fede, lo spettacolo di modi
di pensare e di agire che erano vere forme di antitestimonianza e di
scandalo ».3
Tra queste un singolare rilievo assumono le divisioni che feriscono
l'unità dei cristiani. Preparandoci a celebrare il Grande Giubileo
del 2000, dobbiamo cercare insieme il perdono di Cristo, invocando dallo Spirito
Santo la grazia della piena unità. « L'unità, in definitiva, è
dono dello Spirito Santo. A noi è chiesto di assecondare questo dono
senza indulgere a leggerezze e reticenze nella testimonianza della verità
».4 Fissando lo sguardo su Gesù Cristo, nostra riconciliazione,
in questo primo anno di preparazione al giubileo compiamo tutto ciò che
ci è possibile, mediante la preghiera, la testimonianza e l'azione, per
progredire nel cammino verso una maggiore unità. Ciò non mancherà
di esercitare un positivo influsso anche sui processi di pacificazione in atto
in varie parti del mondo.
Nel giugno del 1997, le Chiese d'Europa terranno a Graz la loro seconda
Assemblea Ecumenica Europea sul tema « Riconciliazione, dono di Dio e
fonte di nuova vita ». In preparazione a tale incontro, i Presidenti
della Conferenza delle Chiese d'Europa e del Consiglio delle Conferenze
Episcopali Europee hanno lanciato un comune messaggio chiedendo un rinnovato
impegno per la riconciliazione, « dono di Dio per noi e per l'intera
creazione ». Essi hanno indicato alcuni dei molteplici compiti che
attendono le Comunità ecclesiali: la ricerca di una più visibile
unità e l'impegno per la riconciliazione dei popoli. Possa la preghiera
di tutti i cristiani sostenere la preparazione di questo incontro nelle Chiese
locali e promuovere concreti gesti di riconciliazione in tutto il continente
europeo, aprendo altresì la via ad analoghi sforzi in altri continenti.
Nella citata Lettera apostolica ho vivamente auspicato che, in questo
itinerario verso il 2000, i cristiani abbiano come costante guida e riferimento
le pagine della Sacra Scrittura.5 Un tema quanto mai attuale che guidi questo
pellegrinaggio potrebbe essere quello del perdono e della riconciliazione, da
meditare e da vivere nelle situazioni concrete di ogni persona e di ogni comunità.
Un appello ad ogni persona di buona volontà
8. Vorrei concludere questo Messaggio, che invio ai credenti e ad ogni
persona di buona volontà in occasione della prossima Giornata Mondiale
della Pace, con un appello a ciascuno perché si faccia strumento di pace
e di riconciliazione.
In primo luogo, mi rivolgo a voi, miei fratelli Vescovi e sacerdoti:
siate specchio dell'amore misericordioso di Dio non solo nella comunità
ecclesiale, ma anche nell'ambito della società civile, specie dove
infuriano lotte nazionalistiche o etniche. Nonostante le eventuali sofferenze da
sopportare, non lasciate penetrare l'odio nei vostri cuori, ma annunciate con
gioia il Vangelo di Cristo, dispensando il perdono di Dio mediante il sacramento
della Riconciliazione.
A voi, genitori, primi educatori della fede dei vostri figli, chiedo
di aiutarli a considerare tutti come fratelli e sorelle, andando incontro al
prossimo senza pregiudizi, con sentimenti di fiducia e di accoglienza. Siate per
i vostri figli riflesso dell'amore e del perdono di Dio, facendo ogni sforzo per
costruire una famiglia unita e solidale.
E voi, educatori, chiamati ad insegnare ai giovani gli autentici
valori della vita attraverso l'approccio alla complessità della storia e
della cultura umana, aiutateli a vivere ad ogni livello le virtù della
tolleranza, della comprensione e del rispetto, presentando loro come modelli
quanti sono stati artefici di pace e di riconciliazione.
Voi, giovani, che nutrite nel cuore grandi aspirazioni, imparate a
vivere insieme gli uni con gli altri in pace, senza frapporre barriere che vi
impediscano di condividere le ricchezze di altre culture e di altre tradizioni.
Rispondete alla violenza con opere di pace, per costruire un mondo riconciliato
e ricco di umanità.
Voi, politici, chiamati a servire il bene comune, non escludete
nessuno dalle vostre preoccupazioni, prendendovi cura particolarmente dei
settori più deboli della società. Non ponete al primo posto il
vantaggio personale cedendo all'esca della corruzione e, soprattutto, affrontate
anche le situazioni più difficili con le armi della pace e della
riconciliazione.
A voi che operate nel campo dei mass-media chiedo di considerare le
grandi responsabilità che la vostra professione comporta e di non offrire
mai messaggi improntati all'odio, alla violenza, alla menzogna. Abbiate sempre
di mira la verità e il bene della persona, al cui servizio devono essere
posti i potenti mezzi di comunicazione.
A tutti voi, infine, che credete in Cristo rivolgo l'invito a
camminare fedelmente sulla via del perdono e della riconciliazione, unendovi a
Lui nella preghiera al Padre perché tutti siano una cosa sola (cfr Gv
17, 21). Vi esorto, altresì, ad accompagnare questa incessante
invocazione di pace con gesti di fraternità e di accoglienza reciproca.
Ad ogni persona di buona volontà, desiderosa di operare
instancabilmente all'edificazione della civiltà nuova dell'amore, ripeto:
offri il perdono, ricevi la pace!
Dal Vaticano, 8 Dicembre dell'anno 1996.
(1) Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dives in misericordia (30
novembre 1980), 14: AAS 72 (1980), 1223.
(2) Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 1.
(3) N. 33: AAS 87 (1995), 25.
(4) Ibid ., 34, l.c., 26.
(5) Cfr n. 40, l.c., 31.
|