Nel contesto di questo Anno Santo del 2000, non poteva
mancare la Giornata del Giubileo nelle carceri. Le porte degli Istituti
di detenzione non possono infatti escludere dai benefici di questo evento coloro
che si trovano a dover trascorrere parte della vita al loro interno.
Pensando a questi fratelli e sorelle, la mia prima parola è
l'augurio che il Risorto, il quale entrò a porte chiuse nel Cenacolo, possa
entrare in tutte le carceri del mondo e trovare accoglienza nei cuori,
apportando a tutti pace e serenità.
Com'è noto, nel presente Giubileo la Chiesa celebra in modo
speciale il mistero dell'incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo.
Sono, infatti, trascorsi due millenni da quando il Figlio di Dio si fece uomo e
venne ad abitare in mezzo a noi. Oggi, come allora, la salvezza portata da
Cristo ci viene nuovamente offerta, perché produca abbondanti frutti di bene
secondo il disegno di Dio, che vuole salvare tutti i suoi figli, specialmente
coloro che, essendosi allontanati da Lui, sono in cerca della strada del
ritorno. Il Buon Pastore esce continuamente sulle tracce delle pecorelle
smarrite e, quando le incontra, se le prende sulle spalle e le riporta
all'ovile. Cristo cerca l'incontro con ogni essere umano, in qualsiasi
situazione si trovi!
2. Obiettivo dell'incontro di Gesù con l'uomo è la sua
salvezza. Una salvezza, peraltro, che viene proposta, non imposta. Cristo
attende dall'uomo una fiduciosa accettazione, che ne apra la mente a decisioni
generose, atte a rimediare il male fatto e a promuovere il bene. Si tratta di un
cammino a volte lungo, ma certamente stimolante, perché non compiuto da soli,
ma con la compagnia ed il sostegno dello stesso Cristo. Gesù è un compagno di
viaggio paziente, che sa rispettare i tempi e i ritmi del cuore umano, anche se
non si stanca di incoraggiare ciascuno nel cammino verso la meta della salvezza.
La stessa esperienza giubilare è strettamente collegata alla
vicenda umana del trascorrere del tempo, a cui essa vuol dare un senso:
da un lato, il Giubileo intende aiutarci a vivere il ricordo del passato facendo
tesoro di tutte le esperienze vissute; dall'altro, ci apre al futuro nel quale
l'impegno dell'uomo e la grazia di Dio debbono tessere insieme ciò che resta da
vivere.
Chi si trova in carcere, pensa con rimpianto o con rimorso ai
giorni in cui era libero, e subisce con pesantezza un tempo presente che non
sembra passare mai. All'umana esigenza di raggiungere un equilibrio interiore
anche in questa situazione difficile può recare un aiuto determinante una
forte esperienza di fede. Qui sta uno dei motivi del valore del Giubileo
nelle carceri: l'esperienza giubilare vissuta tra le sbarre può condurre a
insperati orizzonti umani e spirituali.
3. Il Giubileo ci ricorda che il tempo è di Dio. Non
sfugge a questa signoria di Dio anche il tempo della detenzione. I pubblici
poteri che, in adempimento di una disposizione di legge, privano della libertà
personale un essere umano ponendo quasi tra parentesi un periodo più o meno
lungo della sua esistenza, devono sapere di non essere signori del tempo del
detenuto. Allo stesso modo, chi si trova nella detenzione non deve vivere
come se il tempo del carcere gli fosse irrimediabilmente sottratto: anche il
tempo trascorso in carcere è tempo di Dio e come tale va vissuto; è tempo
che va offerto a Dio come occasione di verità, di umiltà, di espiazione ed
anche di fede. Il Giubileo è un modo per ricordarci che non solo il tempo è di
Dio, ma che i momenti in cui sappiamo ricapitolare tutto in Cristo diventano per
noi « un anno di grazia del Signore ».
Durante il periodo del Giubileo, ciascuno è chiamato a
registrare il tempo del proprio cuore, unico e irripetibile, sul tempo del cuore
misericordioso di Dio, sempre pronto ad accompagnare ciascuno, al suo passo,
verso la salvezza. Anche se la condizione carceraria, a volte, rischia di
spersonalizzare l'individuo, privandolo di tante possibilità di esprimere
pubblicamente se stesso, egli deve ricordare che non è così davanti a Dio: il
Giubileo è il tempo della persona, in cui ciascuno è se stesso davanti a Dio,
a immagine e somiglianza di Lui. E ciascuno è chiamato ad accelerare il suo
passo verso la salvezza ed a progredire nella graduale scoperta della verità su
se stesso.
4. Il Giubileo non vuole lasciare le cose come stanno. L'anno
giubilare del Vecchio Testamento doveva « restituire l'uguaglianza tra tutti i
figli d'Israele, schiudendo nuove possibilità alle famiglie che avevano perso
le loro proprietà e perfino la libertà personale » (Lett. ap. Tertio
millennio adveniente, 13). La prospettiva che il Giubileo apre davanti a
ciascuno è, quindi, un'occasione da non perdere. Occorre profittare
dell'Anno Santo per provvedere a sanare eventuali ingiustizie, per lenire
qualche eccesso, per recuperare ciò che altrimenti andrebbe perduto. E se
questo vale per ogni esperienza umana, che è sotto il segno della
perfettibilità, a maggior ragione si applica all'esperienza detentiva dove le
situazioni che si creano rivestono sempre particolare delicatezza.
Ma il Giubileo non ci stimola solamente a predisporre misure
di riparazione delle situazioni di ingiustizia. Il suo significato è anche
positivo. Come la misericordia di Dio, sempre nuova nelle sue forme, apre nuove
possibilità di crescita nel bene, così celebrare il Giubileo significa adoperarsi
per creare occasioni nuove di riscatto per ogni situazione personale e
sociale, anche se apparentemente pregiudicata. Tutto ciò è ancora più
evidente per la realtà carceraria: astenersi da azioni promozionali nei
confronti del detenuto significherebbe ridurre la misura detentiva a mera
ritorsione sociale, rendendola soltanto odiosa.
5. Se l'occasione del Grande Giubileo è un'opportunità di
riflessione offerta ai detenuti circa la loro condizione, altrettanto può dirsi
per l'intera società civile, che si confronta quotidianamente con la
delinquenza, per le autorità preposte a conservare l'ordine pubblico e a
favorire il bene comune, per i giuristi chiamati a riflettere sul senso
della pena e ad aprire nuove frontiere per la collettività.
Il tema è stato affrontato più volte nel corso della storia
e non pochi progressi sono stati realizzati nella linea dell'adeguamento del
sistema penale sia alla dignità della persona umana sia all'effettiva garanzia
del mantenimento dell'ordine pubblico. Ma i disagi e le fatiche vissute nel
complesso mondo della giustizia e, ancor più, la sofferenza che proviene dalle
carceri testimoniano che ancora molto resta da fare. Siamo ancora lontani dal
momento in cui la nostra coscienza potrà essere certa di avere fatto tutto il
possibile per prevenire la delinquenza e per reprimerla efficacemente così che
non continui a nuocere e, nello stesso tempo, per offrire a chi delinque la via
di un riscatto e di un nuovo inserimento positivo nella società. Se tutti
coloro che, a diverso titolo, sono coinvolti nel problema volessero approfittare
dell'occasione offerta dal Giubileo per sviluppare questa riflessione, forse
l'umanità intera potrebbe fare un grande passo in avanti verso una vita sociale
più serena e pacifica.
La punizione detentiva è antica quanto la storia dell'uomo.
In molti Paesi le carceri sono assai affollate. Ve ne sono alcune fornite di
qualche comodità, ma in altre le condizioni di vita sono assai precarie, per
non dire indegne dell'essere umano. I dati che sono sotto gli occhi di tutti ci
dicono che questa forma punitiva in genere riesce solo in parte a far fronte al
fenomeno della delinquenza. Anzi, in vari casi, i problemi che crea sembrano
maggiori di quelli che tenta di risolvere. Ciò impone un ripensamento in
vista di una qualche revisione: anche da questo punto di vista il Giubileo è
un'occasione da non perdere.
Secondo il disegno di Dio, ciascuno deve assumersi il proprio
ruolo nel collaborare all'edificazione di una società migliore. Ciò
evidentemente comporta uno sforzo grande anche per quanto concerne la
prevenzione del reato. Quando nonostante tutto questo viene commesso, la
collaborazione al bene comune si traduce per ciascuno, entro i limiti della sua
competenza, nell'impegno di contribuire alla predisposizione di cammini di
redenzione e di crescita personale e comunitaria improntati alla
responsabilità. Tutto questo non deve essere considerato un'utopia. Coloro che
possono, devono sforzarsi di dare forma giuridica a queste finalità.
6. In questa linea è, pertanto, auspicabile un mutamento di
mentalità, grazie al quale sia possibile provvedere ad un conveniente
adeguamento delle istituzioni giuridiche. Ciò suppone, com'è ovvio, un forte
consenso sociale e speciali capacità tecniche. Un forte appello in questo senso
giunge dalle innumerevoli carceri disseminate nel mondo, dove sono segregati
milioni di nostri fratelli e sorelle. Essi reclamano soprattutto un adeguamento
delle strutture carcerarie ed a volte anche una revisione della legislazione
penale. Dovrebbero essere finalmente cancellate dalla legislazione degli Stati
le norme contrarie alla dignità e ai fondamentali diritti dell'uomo, come pure
le leggi che ostacolano l'esercizio della libertà religiosa per i detenuti.
Saranno pure da rivedere i regolamenti carcerari che non prestano sufficiente
attenzione ai malati gravi ed a quelli terminali; ugualmente si devono
potenziare le istituzioni preposte alla tutela legale dei più poveri.
Ma anche nei casi in cui la legislazione è soddisfacente,
molte sofferenze derivano ai detenuti da altri fattori concreti. Penso, in
particolare, alle condizioni precarie dei luoghi di detenzione in cui i
carcerati sono costretti a vivere, come pure alle vessazioni inflitte talvolta
ai detenuti per discriminazioni dovute a motivi etnici, sociali, economici,
sessuali, politici e religiosi. Talvolta il carcere diventa un luogo di violenza
assimilabile a quegli ambienti dai quali i detenuti non di rado provengono. Ciò
vanifica, com'è evidente, ogni intento educativo delle misure detentive.
Altre difficoltà sono incontrate dai reclusi per poter
mantenere regolari contatti con la famiglia e con i propri cari, e gravi carenze
spesso si riscontrano nelle strutture che dovrebbero agevolare chi esce dal
carcere, accompagnandolo nel suo nuovo inserimento sociale.
Appello ai Governanti
7. Il Grande Giubileo dell'Anno 2000 si inserisce nella
tradizione degli Anni Giubilari che lo hanno preceduto. Ogni volta, la
celebrazione dell'Anno Santo è stata, per la Chiesa e per il mondo,
un'occasione per fare qualche cosa a favore della giustizia, alla luce del
Vangelo. Questi appuntamenti sono così diventati uno stimolo per la comunità a
rivedere la giustizia umana sul metro della giustizia di Dio. Soltanto una
serena valutazione del funzionamento delle istituzioni penali, una sincera
ricognizione dei fini che la società ha di mira per fronteggiare la
criminalità, una ponderazione seria dei mezzi usati per questi scopi, hanno
condotto, e potranno ancora condurre, a individuare le correzioni che si rendono
necessarie. Non si tratta di applicare quasi automaticamente o in modo meramente
decorativo provvedimenti di clemenza che restino soltanto formali, così che
poi, a Giubileo concluso, tutto torni ad essere come prima. Si tratta, invece,
di varare iniziative che possano costituire una valida premessa per un autentico
rinnovamento sia della mentalità che delle istituzioni.
In questo senso quegli Stati e quei Governi che abbiano in
corso o intendano intraprendere revisioni del loro sistema carcerario, per
adeguarlo maggiormente alle esigenze della persona umana, meritano di essere
incoraggiati a continuare in un'opera tanto importante, prevedendo anche un
maggior ricorso alle pene non detentive.
Per rendere più umana la vita nel carcere, è quanto mai
importante prevedere concrete iniziative che consentano ai detenuti di svolgere,
per quanto possibile, attività lavorative capaci di sottrarli all'immiserimento
dell'ozio. Si potrà così introdurli in itinerari formativi che ne agevolino il
reinserimento nel mondo del lavoro, al termine della pena. Da non trascurare è,
inoltre, quell'accompagnamento psicologico che può servire a risolvere nodi
problematici della personalità. Il carcere non deve essere un luogo di
diseducazione, di ozio e forse di vizio, ma di redenzione.
A tale scopo, gioverà sicuramente la possibilità offerta ai
detenuti di approfondire il loro rapporto con Dio, come pure il loro
coinvolgimento in progetti di solidarietà e di carità. Ciò contribuirà ad
accelerarne il recupero sociale, riportando al tempo stesso l'ambiente
carcerario a condizioni di maggiore vivibilità.
Nel contesto di queste proposte aperte sul futuro,
continuando una tradizione instaurata dai miei Predecessori in occasione degli
Anni Giubilari, mi rivolgo con fiducia ai Responsabili degli Stati per invocare
un segno di clemenza a vantaggio di tutti i detenuti: una riduzione, pur
modesta, della pena costituirebbe per i detenuti un chiaro segno di sensibilità
verso la loro condizione, che non mancherebbe di suscitare echi favorevoli nei
loro animi, incoraggiandoli nell'impegno del pentimento per il male fatto e
sollecitandone il personale ravvedimento.
L'accoglimento di questa proposta da parte delle Autorità
responsabili, mentre inviterebbe i detenuti a guardare al futuro con nuova
speranza, costituirebbe anche un segno eloquente del progressivo affermarsi nel
mondo, che si apre al terzo Millennio cristiano, di una giustizia più vera,
perché aperta alla forza liberatrice dell'amore.
Invoco le benedizioni del Signore su quanti hanno la
responsabilità di amministrare la giustizia nella società, come anche su
coloro che sono incorsi nei rigori della legge. Voglia Iddio essere largo con
ciascuno dei suoi lumi e colmare tutti dei suoi celesti favori. Ai detenuti ed
alle detenute di ogni parte del mondo assicuro la mia spirituale vicinanza,
tutti stringendo a me in un ideale abbraccio quali fratelli e sorelle in
umanità.
Dal Vaticano, 24 Giugno 2000.