LETTERA AI SACERDOTI IN OCCASIONE DEL GIOVEDI'
SANTO 1985
Cari fratelli Sacerdoti!
1. Nella liturgia del Giovedì Santo ci uniamo in modo particolare a
Cristo che è l'eterna ed incessante fonte del nostro sacerdozio nella
Chiesa. Egli solo è il sacerdote del proprio sacrificio, come è
anche l'ineffabile vittima (hostia) del proprio sacerdozio nel sacrificio del
Golgota.
Durante l'Ultima Cena, egli ha lasciato alla Chiesa questo suo sacrificio -
il sacrificio della nuova ed eterna Alleanza - come Eucaristia: il Sacramento
del suo Corpo e del suo Sangue sotto le specie del pane e del vino «al modo
di Melchisedek».
Quando dice agli apostoli: «Fate questo in memoria di me!» (Lc
22,19; 1Cor 11,24s) egli costituisce i ministri di questo Sacramento nella
Chiesa, nella quale per tutti i tempi deve continuare, rinnovarsi e attuarsi il
sacrificio da lui offerto per la redenzione del mondo, ed a questi stessi
ministri ordina di operare - in forza del loro sacerdozio sacramentale - in sua
vece: «in persona Christi».
Tutto ciò, cari Fratelli, per via della successione apostolica viene
a noi partecipato nella Chiesa. Il Giovedì Santo è ogni anno il
giorno della nascita dell'Eucaristia, ed è, al tempo stesso, il natale
del nostro sacerdozio, il quale è innanzi tutto ministeriale ed è
nel contempo gerarchico. E' ministeriale, perché in virtù
dell'Ordine sacro esercitiamo nella Chiesa quel servizio che è dato di
compiere solo ai Sacerdoti, prima di tutto il servizio dell'Eucaristia. E' anche
gerarchico, perché questo servizio ci permette, servendo, di guidare
pastoralmente le singole comunità del Popolo di Dio, in comunione con i
Vescovi, i quali hanno ereditato dagli apostoli il potere e il carisma pastorale
nella Chiesa.
2. Nel giorno solenne del Giovedì Santo la comunità dei
Sacerdoti - cioè il presbiterio - di ciascuna Chiesa, iniziando da quella
che è in Roma, dà una particolare espressione alla sua unione nel
sacerdozio di Cristo. E anche in questo giorno mi rivolgo - ormai non per la
prima volta e in unione collegiale con i miei Fratelli nell'episcopato - a voi
che siete i miei e i nostri Fratelli nel sacerdozio ministeriale di Cristo, in
ogni luogo della terra, presso ogni nazione e popolo, lingua e cultura. Come ho
già scritto altra volta, adattando le note parole di sant'Agostino, vi
ripeto: «Vobis sum episcopus» e, al tempo stesso, «vobiscum sum
sacerdos». Nel giorno solenne del Giovedì Santo insieme con voi
tutti, cari Fratelli, rinnovo - come ogni Vescovo nella propria Chiesa - con la
più profonda umiltà e gratitudine la consapevolezza della realtà
del Dono, che mediante l'Ordinazione sacerdotale è divenuto nostra parte
- parte di ciascuno e di tutti - nel presbiterio della Chiesa universale (cfr.
Ps 16,5).
Il sentimento dell'umile gratitudine deve di anno in anno prepararci sempre
meglio alla moltiplicazione di quel talento che il Signore ci ha elargito il
giorno della sua dipartita, affinché possiamo presentarci davanti a lui
il giorno della sua seconda venuta, noi, ai quali ha detto: «Non vi chiamo
più servi, ... ma vi ho chiamati amici... Non voi avete scelto me, ma io
ho scelto voi e vi ho costituiti, perché andiate e portiate frutto e il
vostro frutto rimanga» (Gv 15,15s).
3. Facendo riferimento a queste parole del nostro Maestro, che contengono in
sé i più meravigliosi auguri per il giorno natalizio del nostro
sacerdozio, desidero toccare, in questa Lettera per il Giovedì Santo, uno
dei problemi che necessariamente s'incontrano lungo la via della nostra
vocazione sacerdotale, come pure della missione apostolica.
Di questo problema parla più ampiamente la «Lettera ai Giovani»,
che accludo al presente messaggio annuale per il Giovedì Santo. Il
corrente anno 1985, per iniziativa dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, è
infatti celebrato in tutto il mondo come Anno Internazionale della Gioventù.
Mi è sembrato che questa iniziativa non potesse rimanere ai margini della
Chiesa, così come non vi sono rimaste altre nobili iniziative di
carattere internazionale; come, per esempio, l'iniziativa dell'Anno delle
persone anziane, oppure di quello delle persone handicappate, e simili. In tutte
queste iniziative la Chiesa non può né deve rimanere ai margini,
per l'essenziale ragione che esse si trovano al centro della sua missione e del
suo servizio, che è di costruirsi e di crescere come comunità di
credenti, come ben rileva la Costituzione dogmatica «Lumen Gentium»
del Concilio Vaticano II. A suo modo, ciascuna di queste iniziative conferma
anche la realtà della presenza della Chiesa nel mondo contemporaneo, cosa
a cui l'ultimo Concilio ha dato un'espressione magistrale nella Costituzione
pastorale «Gaudium et Spes».
Desidero, pertanto, anche nella lettera per il Giovedì Santo di
quest'anno, esprimere alcuni pensieri sul tema della gioventù nel lavoro
pastorale dei Sacerdoti e, in generale, nell'apostolato proprio della nostra
vocazione.
4. Gesù Cristo è anche in questo campo il modello più
perfetto. Il suo colloquio col giovane, che troviamo nel testo di tutti e tre i
Vangeli sinottici (cfr. Mt 19,16-22; Mc 10,17-22; Lc 18,18-23), costituisce
un'inesauribile fonte di riflessione su questo tema. A tale fonte mi riferisco
soprattutto nella «Lettera ai Giovani» di quest'anno; ma ad essa
conviene anche ricorrere per servircene specialmente quando pensiamo al nostro
impegno sacerdotale e pastorale riguardo ai giovani. Gesù Cristo deve in
questo rimanere per noi la prima e fondamentale fonte d'ispirazione.
Il testo del Vangelo indica che il giovane ebbe facile accesso a Gesù.
Per lui il Maestro di Nazareth era qualcuno, a cui poteva rivolgersi con
fiducia: qualcuno, a cui poteva affidare i suoi interrogativi essenziali;
qualcuno, da cui poteva attendere una risposta vera. Tutto questo anche per noi
è un'indicazione di fondamentale importanza. Ognuno di noi deve
distinguersi per un'accessibilità simile a quella di Cristo: occorre che
i giovani non trovino difficoltà nell'avvicinare il Sacerdote, avvertendo
in lui la medesima apertura, benevolenza e disponibilità nei confronti
dei problemi che li assillano. Persino, quando per temperamento sono un po'
riservati, o chiusi in se stessi, occorre che il comportamento del Sacerdote
faciliti loro il superamento delle resistenze che derivano da tale fatto. Del
resto, per diverse vie si instaura e si forma il contatto che nel suo insieme può
esser definito come «dialogo di salvezza». Su questo tema i Sacerdoti,
impegnati nella pastorale dei giovani, potrebbero essi stessi dir molto;
desidero, dunque, riferirmi semplicemente alla loro esperienza. Una speciale
importanza ha naturalmente l'esperienza dei Santi, e sappiamo che non mancano
tra le generazioni dei Sacerdoti i «santi pastori della gioventù».
L'accessibilità del Sacerdote nei riguardi dei giovani significa non
solo facilità di contatto con loro, nel tempio e al di fuori di esso,
dovunque i giovani si sentano attratti conformemente alle sane caratteristiche
della loro età (penso qui, ad esempio, al turismo, allo sport, come pure
in generale alla sfera degli interessi culturali). L'accessibilità, della
quale ci dà esempio il Cristo, consiste in qualcosa di più. Il
Sacerdote, non solo per la sua preparazione ministeriale, ma anche per la
competenza acquisita nelle scienze dell'educazione, deve destare fiducia nei
giovani come confidente dei loro problemi di carattere fondamentale, delle
questioni riguardanti la loro vita spirituale, degli interrogativi di coscienza.
Il giovane, che si avvicina a Gesù di Nazareth, chiede direttamente: «Maestro
buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?» (Mc 10,17).
La stessa domanda può venir posta in modo diverso, non sempre così
esplicito; spesso essa viene posta in modo indiretto e apparentemente
distaccato. Tuttavia, la domanda riportata dal Vangelo determina, in un certo
senso, un ampio spazio, nell'ambito del quale si sviluppa il nostro dialogo
pastorale con la gioventù. Moltissimi problemi entrano in questo spazio,
vi entrano in gran numero possibili interrogativi e possibili risposte, poiché
la vita umana, specialmente durante la giovinezza, è multiforme nella sua
ricchezza di interrogativi, e il Vangelo, da parte sua, è ricco di
possibilità di risposta.
5. Bisogna che il Sacerdote in contatto con i giovani sappia ascoltare e
sappia rispondere. Bisogna che l'uno e l'altro di questi atti sia frutto della
sua maturità interiore; bisogna che ciò trovi riscontro in una
limpida coerenza tra vita e insegnamento; ancor più, bisogna che ciò
sia frutto di preghiera, di unione con Cristo Signore e di docilità
all'azione dello Spirito Santo. Qui naturalmente è importante un'adeguata
istruzione; ma, prima di tutto, importante è il senso di responsabilità
di fronte alla verità e di fronte all'interlocutore. Il colloquio,
riportato dai Sinottici, prova prima di tutto che il Maestro, a cui si rivolge
quel giovane interlocutore, ha ai suoi occhi una speciale credibilità ed
autorità: l'autorità morale. Il giovane attende da lui la verità,
e ne accetta la risposta come espressione di una verità che obbliga.
Questa verità può essere esigente. Non dobbiamo aver paura di
esigere molto dai giovani. Può darsi che qualcuno se ne andrà «rattristato»,
quando gli sembrerà di non poter far fronte all'una o all'altra esigenza;
ciononostante, una tale tristezza può essere anche «salvifica».
A volte i giovani debbono farsi strada attraverso tali tristezze salvifiche, per
giungere gradualmente alla verità e a quella gioia che essa dà.
I giovani, del resto, sanno che il vero bene non può essere «a
buon prezzo», che deve «costare». Essi posseggono un certo sano
istinto, quando si tratta dei valori. Se il terreno dell'anima non ha ancora
ceduto alla corruzione, essi reagiscono direttamente secondo questo sano
giudizio. Se invece la depravazione è già penetrata, bisogna
dissodare di nuovo questo terreno, e ciò non è possibile farlo se
non dando risposte vere e proponendo veri valori.
Nel modo di agire di Cristo vi è una cosa molto istruttiva. Quando il
giovane si rivolge a lui («Maestro buono»), Gesù in un certo
senso «si mette da parte», perché gli risponde: «Buono è
solo Dio» (cfr. Mt 19,17; Mc 10,18; Lc 18,19). In effetti, in tutti i
nostri contatti con i giovani questo sembra essere particolarmente importante.
Noi dobbiamo essere più che mai personalmente impegnati, dobbiamo agire
con tutta la naturalezza dell'interlocutore, dell'amico, della guida; e, al
tempo stesso, non possiamo neanche per un attimo offuscare Dio, mettendo avanti
noi stessi: non possiamo offuscare colui «che solo è buono»,
colui che è invisibile ed insieme è quanto mai presente: «Interior
intimo meo», come dice sant'Agostino. Agendo nel modo più naturale,
in «prima persona», non possiamo dimenticare che la «prima
persona» in ogni dialogo di salvezza può essere soltanto colui che
da solo salva e da solo santifica. Ogni nostro contatto con i giovani, la
pastorale in qualsiasi forma - anche quella esternamente più «profana»
- deve servire in tutta umiltà ad aprire e ad ampliare lo spazio per Dio,
per Gesù Cristo, poiché «il Padre mio opera sempre e anche io
opero» (Gv 5,17).
6. Nella redazione evangelica della conversazione di Cristo col giovane c'è
un'espressione che dobbiamo assimilare in modo particolare. L'evangelista dice
che Gesù «fissatolo lo amò» (Mc 10,21). Tocchiamo qui il
punto veramente nevralgico. Se si interrogassero coloro che, tra le generazioni
dei Sacerdoti, hanno fatto di più per le giovani esistenze, per i ragazzi
e per le ragazze - a coloro che hanno portato maggiormente un frutto duraturo
nel lavoro con i giovani -, ci convinceremmo che la prima e più profonda
fonte della loro efficacia è stata quel «fissare con amore» di
Cristo.
Bisogna identificare bene quest'amore nel nostro animo sacerdotale. Esso è
semplicemente l'amore «del prossimo»: l'amore dell'uomo in Cristo, che
riguarda ognuno e ognuna, che concerne tutti. Quest'amore non è - nei
riguardi della gioventù - qualcosa di esclusivo, come se dovesse non
riguardare gli altri e, dunque, per esempio gli adulti, gli anziani o gli
ammalati. Sì, l'amore per la gioventù possiede il suo carattere
evangelico solo quando scaturisce dall'amore per ciascuno e per tutti. Al tempo
stesso, esso, in quanto amore, possiede la sua caratteristica specifica e, si può
dire, carismatica. Quest'amore scaturisce da un particolare prendersi a cuore ciò
che è la giovinezza nella vita dell'uomo. I giovani indubbiamente
possiedono molto fascino, proprio della loro età, ma hanno anche a volte
non poche debolezze e difetti. Il giovane del Vangelo, con cui Cristo parla, si
presenta da un lato come un israelita fedele ai comandamenti di Dio, ma in
seguito appare come un uomo troppo condizionato dalle sue ricchezze e troppo
attaccato ai suoi beni.
L'amore per i giovani - quest'amore che è un attributo indispensabile
di ogni onesto educatore e di ogni buon pastore - è pienamente
consapevole sia dei pregi sia dei difetti, propri della giovinezza e dei
giovani. Al tempo stesso, quest'amore - così come l'amore di Cristo -
attraverso i pregi e i difetti raggiunge direttamente l'uomo: raggiunge un uomo,
che si trova in una fase della vita estremamente importante. Sono veramente
molte le cose che si formano e si decidono in questa fase (a volte in modo
irreversibile). Da come è la giovinezza dipende in grande misura il
futuro dell'uomo, cioè il futuro di una concreta ed irripetibile persona
umana. La giovinezza, dunque, nella vita di ogni uomo è una fase di
particolare responsabilità. L'amore per i giovani è, prima di
tutto, consapevolezza di questa responsabilità e disponibilità nel
condividerla.
Un tale amore è veramente disinteressato. Esso desta fiducia nei
giovani. Questi, anzi, ne hanno un enorme bisogno nella fase della vita che
attraversano. Ognuno di noi, sacerdoti, dovrebbe essere in maniera speciale
preparato ad un tale amore gratuito. Si può dire che tutta l'ascesi della
vita sacerdotale, il quotidiano lavoro su di sé, lo spirito di preghiera,
l'unione con Cristo, l'affidamento alla sua Madre trovano proprio su questo
punto la loro quotidiana verifica. Le giovani menti sono particolarmente
sensibili. Le giovani menti sono a volte molto critiche. Per questo, è
importante nel sacerdote la preparazione intellettuale. Al tempo stesso, però,
l'esperienza conferma che ancor più importanti sono la bontà, la
dedizione ed anche la fermezza: le qualità del carattere e del cuore.
Penso cari fratelli, che ciascuno di noi debba chiedere insistentemente al
Signore Gesù che il suo contatto con i giovani sia essenzialmente una
partecipazione di quello sguardo con cui egli «fissò» il suo
giovane interlocutore nel Vangelo, e una partecipazione di quell'amore con cui
egli lo «amò». Si deve anche pregare insistentemente, affinché
quest'amore sacerdotale, disinteressato, corrisponda in modo concreto alle
attese di tutta la gioventù, sia maschile che femminile, dei ragazzi e
delle ragazze. Si sa, infatti, quanto sia diversificata la ricchezza costituita
dalla mascolinità e dalla femminilità per lo sviluppo di una
concreta ed irripetibile persona umana. Riguardo a ciascuno e a ciascuna noi
dobbiamo imparare da Cristo quell'amore, con cui egli stesso «amò».
7. L'amore rende capaci di proporre il bene. Gesù «fissò
con amore» il suo giovane interlocutore nel Vangelo e gli disse: «Seguimi»
(Mt 19,21; Mc 10,21; Lc 18,22). Questo bene, che possiamo proporre ai giovani,
si esprime sempre in questa esortazione: Segui il Cristo! Noi non abbiamo un
altro bene da proporre; nessuno ha un bene maggiore da proporre. Segui il Cristo
vuol dire innanzitutto, cerca di ritrovare te stesso nel modo più
profondo ed autentico possibile. Cerca di ritrovare te stesso come uomo.
Infatti, il Cristo è proprio colui che - come insegna il Concilio - «svela
... pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione»
(Gaudium et Spes, 22).
E dunque: segui il Cristo! Il che significa: cerca di ritrovare quella
vocazione, che Cristo mostra all'uomo: quella vocazione, nella quale si
realizzano l'uomo e la dignità a lui propria. Solo alla luce di Cristo e
del suo Vangelo possiamo comprendere pienamente che cosa voglia dire che l'uomo
è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio stesso. Solamente
seguendo lui, possiamo riempire questa immagine eterna con un contenuto di vita
concreta. Questo contenuto è multiforme; molte sono le vocazioni e i
compiti della vita, nei confronti dei quali i giovani devono precisare la loro
propria strada. Tuttavia, su ciascuna di queste vie si tratta di realizzare una
vocazione fondamentale: essere uomo! Esserlo da cristiano! Essere uomo «nella
misura del dono di Cristo» (Ef 4,7).
Se nei nostri cuori sacerdotali si trova l'amore per i giovani, sapremo
aiutarli nella ricerca della risposta a ciò che è la vocazione di
vita di ciascuno e di ciascuna di loro. Sapremo aiutarli, lasciando loro
pienamente la libertà di ricerca e di scelta, mostrando al tempo stesso
il valore essenziale - nel senso umano e cristiano - di ognuna di queste scelte.
Sapremo anche essere con loro, con ciascuna e ciascuno, in mezzo alle prove
e alle sofferenze, dalle quali la giovinezza non è certo esente. Si, a
volte ne è gravata oltre misura. Sono esse sofferenze e prove di diverso
genere, sono delusioni e disinganni, sono vere crisi: la giovinezza è
particolarmente sensibile e non sempre preparata ai colpi, che la vita infligge.
Oggi la minaccia all'umana esistenza a livello di intere società, anzi
dell'intera umanità, causa giustamente inquietudine in molti giovani.
Bisogna aiutarli in queste inquietudini a scoprire la propria vocazione.
Bisogna, al tempo stesso, sostenerli e confermarli nel desiderio di trasformare
il mondo, di renderlo più umano e più fraterno. Non si tratta qui
solo di parole; si tratta di tutta la realtà della «via», che
il Cristo indica per un mondo fatto proprio così. Un tale mondo si chiama
nel Vangelo il Regno di Dio. Il Regno di Dio è, nello stesso tempo, il
vero «regno dell'uomo»: è il mondo nuovo, in cui si realizza
l'autentica «regalità dell'uomo».
L'amore è capace di proporre il bene. Quando Cristo dice al giovane: «Seguimi»,
in quel concreto caso evangelico è una chiamata a «lasciare tutto»
e a prendere la strada dei suoi apostoli. Il colloquio di Cristo col giovane è
il prototipo di tanti diversi colloqui, nei quali si schiude davanti ad un'anima
giovane la prospettiva della vocazione sacerdotale o religiosa. Dobbiamo, cari
fratelli sacerdoti e pastori, saper identificare bene queste vocazioni. «La
messe - veramente - è molta ma gli operai sono pochi!». Qua e là
sono pochissimi! Chiediamo noi stessi al «padrone della messe che mandi
operai nella sua messe» (Mt 9,37s). Preghiamo noi stessi, chiediamo agli
altri di pregare per questo. E, prima di tutto, cerchiamo con la nostra propria
vita di creare un concreto punto di riferimento per le vocazioni sacerdotali e
religiose: un modello concreto. I giovani hanno un bisogno indispensabile di un
tale modello concreto, per scoprire in se stessi la possibilità di
seguire una simile strada. In questo campo il nostro sacerdozio può
fruttificare in modo singolare. Adoperatevi per questo, a pregate perché
il Dono, che avete ricevuto, diventi fonte di una simile elargizione per gli
altri: proprio per i giovani!
8. Si potrebbe dire e scrivere ancora molto su questo tema. L'educazione e
la pastorale dei giovani sono oggetto di molti studi sistematici e di molte
pubblicazioni. Scrivendovi in occasione del Giovedì Santo, cari fratelli
sacerdoti, io desidero limitarmi solo ad alcuni pensieri. Desidero, in un certo
senso, «segnalare» uno dei temi che rientra nella molteplice ricchezza
della nostra vocazione e missione sacerdotale. Intorno al medesimo tema dice di
più la «Lettera ai Giovani», che insieme con questa metto a
vostra disposizione, affinché possiate servirvene specialmente nel
corrente anno della gioventù.
Nell'antica liturgia che i sacerdoti più anziani ancora ricordano, la
santa Messa iniziava con la preghiera ai piedi dell'altare, e le prime parole
del salmo suonavano così: «Introibo ad altare Dei - ad Deum, qui
laetificat iuventutem meam» («Verrò all'altare di Dio, al Dio
che allieta la mia giovinezza»).
Il Giovedì Santo noi tutti ritorniamo alla sorgente del nostro
sacerdozio - nel Cenacolo. Meditiamo come esso è nato nel cuore di Gesù
Cristo durante l'Ultima Cena. Meditiamo anche come esso è nato nel cuore
di ciascuno di noi.
In questo giorno, cari fratelli, desidero augurare a voi tutti ed augurare a
ciascuno - indipendentemente dall'età e dalla generazione a cui
appartenete - che «l'accedere all'altare di Dio» (come si esprime il
Salmo) sia per voi (a fonte della soprannaturale giovinezza di spirito, che
proviene da Dio stesso. Egli «ci allieta con la giovinezza» del suo
eterno mistero in Gesù Cristo. Come Sacerdoti di questo mistero
salvifico, noi partecipiamo alle fonti stesse della giovinezza di Dio: di questa
inesauribile «novità di vita», che col Cristo si effonde nei
cuori umani.
Che essa diventi, per noi tutti e, a mezzo nostro, per gli altri e,
specialmente, per i giovani una fonte di vita e di santità. Questi auguri
io depongo nel cuore di Colei, alla quale pensiamo cantando: «Ave verum
Corpus, natum de Maria Virgine. Vere passum, immolatum in Cruce pro homine. Esto
nobis praegustatum mortis in examine».
Con tutto l'affetto del mio cuore e con una rinnovata benedizione
apostolica, a conforto del vostro ministero.
Dal Vaticano, il 31 marzo, domenica delle Palme «de Passione Domini»,
dell'anno 1985, settimo di Pontificato.
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