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LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II AL CARDINALE WILLIAM W. BAUM ED AI PARTECIPANTI AL CORSO
ANNUALE SUL FORO INTERNO
ORGANIZZATO DALLA PENITENZIERIA APOSTOLICA
Al Signor Cardinale WILLIAM W.
BAUM Penitenziere Maggiore
1.
Volgendo a conclusione il Corso sul foro interno,
che codesta Penitenzieria Apostolica suole da alcuni anni promuovere per novelli
sacerdoti o prossimi candidati al sacerdozio, desiderosi di prepararsi a meglio
esercitare il mandato salvifico del Signore che perdona, mi è caro far giungere
a tutti i partecipanti, per il suo gentile tramite, Signor Cardinale, uno
speciale messaggio che testimoni loro il mio compiacimento, e ne orienti al
tempo stesso l’impegno a servizio dei fratelli.
In precedenti occasioni ebbi
modo di sviluppare la tematica del sacramento della Penitenza sotto diverse
angolazioni, illustrando le funzioni del Confessore sotto il profilo dottrinale,
ascetico e psicologico in ordine all’adempimento per quanto possibile perfetto
di questo suo altissimo compito.
2.
Vorrei ora passare alla esplicita considerazione,
certo non esaustiva, di alcuni aspetti concernenti colui che è il beneficiario
del sacro rito della Penitenza: egli, nella confessione sacramentale, può e deve
rinnovare, consolidare, dirigere alla santità la sua vita cristiana, la vita
cioè della carità soprannaturale, che si attinge e si esercita nella Chiesa
verso Dio, nostro Padre, e verso gli uomini, nostri fratelli.
Nel sacramento della
Penitenza, sacramento della confessione e della riconciliazione, si rinnova come
storia personale di ogni anima la vicenda evangelica del pubblicano, che se ne
andò dal Tempio giustificato: "Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non
osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: o Dio,
abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a
differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà
esaltato" (Lc 18, 13-14).
Riconoscere la propria
miseria al cospetto di Dio non è avvilirsi, ma vivere la verità della propria
condizione e così conseguire la vera grandezza della giustizia e della grazia
dopo la caduta nel peccato, effetto della malizia e della debolezza; è assurgere
alla più alta pace dello spirito, entrando in rapporto vitale con Dio
misericordioso e fedele. La verità così vissuta è la sola che nell’umana
condizione ci rende veramente liberi: lo attesta la Parola di Dio (Gv
8, 31-34), che, in riferimento alla nostra
condizione morale, esplicita la luce portata all’uomo dal Verbo Eterno nel
"kairós" della pienezza dei tempi.
3.
La verità, che viene dal Verbo e deve portarci a
Lui, spiega perché la confessione sacramentale debba derivare ed essere
accompagnata non da un mero impulso psicologico, quasi che il sacramento sia un
surrogato di terapie appunto psicologiche, ma dal dolore fondato su motivi
soprannaturali, perché il peccato viola la carità verso Dio Sommo Bene, ha
causato le sofferenze del Redentore e procura a noi la perdita dei beni eterni.
In questa prospettiva appare
chiaro come la confessione debba essere umile, integra, accompagnata dal
proposito solido e generoso dell’emenda per l’avvenire e finalmente dalla
fiducia di conseguire questa medesima emenda.
Quanto all’umiltà, è
evidente che senza di essa l’accusa dei peccati sarebbe un inutile elenco o,
peggio, una proterva rivendicazione del diritto di commetterli: il "Non
serviam", per cui caddero gli angeli ribelli e il primo uomo perdette sé e la
sua discendenza. L’umiltà invero si identifica con la detestazione del male:
"Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te,
contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto;
perciò sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio" (Sal
51(50), 5-6).
4.
La confessione deve poi essere integra, nel senso
che deve enunciare "omnia peccata mortalia", come espressamente, nella sessione
XIV, al capitolo V, afferma il Concilio di Trento, che spiega questa necessità
non nei limiti di una semplice prescrizione disciplinare della Chiesa, ma come
esigenza di diritto divino, perché nella stessa istituzione del sacramento così
il Signore ha stabilito: "Ex institutione sacramenti paenitentiae... universa
Ecclesia semper intellexit, institutam etiam esse a Domino integram peccatorum
confessionem, et omnibus post baptismum lapsis iure divino necessariam
exsistere, quia Dominus noster Iesus Christus, e terris ascensurus ad
caelos, sacerdotes sui ipsius vicarios reliquit, tamquam praesides et iudices,
ad quos omnia mortalia crimina deferantur, in quae Christi fideles
ceciderint . . ." (Denzinger-Schönmetzer, 1679).
I canoni 7 ed 8 della
medesima sessione enunziano in precisa forma giuridica tutto ciò:
Can. 7 - Si quis dixerit in
sacramento paenitentiae ad remissionem peccatorum necessarium non esse iure
divino confiteri omnia et singula peccata mortalia, quorum memoria cum debita et
diligenti praemeditatione habeatur, etiam occulta, et quae sunt contra duo
ultima decalogi praecepta, et circumstantias, quae peccati speciem mutant; sed
eam confessionem tantum esse utilem ad erudiendum et consolandum paenitentem, et
olim observatam fuisse tantum ad satisfactionem canonicam imponendam; aut
dixerit eos, qui omnia peccata confiteri student, nihil relinquere velle divinae
misericordiae ignoscendum; aut demum non licere confiteri peccata venialia: an.
s. (Denzinger-Schönmetzer, 1707).
Can. 8 - Si quis dixerit,
confessionem omnium peccatorum, qualem Ecclesia servat, esse impossibilem, et
traditionem humanam a piis abolendam; aut ad eam non teneri omnes et singulos utriusque sexus Christi fideles iuxta magni Concilii Lateranensis
constitutiones, semel in anno et ob id suadendum esse Christi fidelibus ut non
confiteantur tempore Quadragesimae: an. s. (Denzinger-Schönmetzer, 1708).
5.
In parte per la errata riduzione della valenza
morale alla sola così detta "opzione fondamentale", in parte per la riduzione
parimenti errata dei contenuti della legge morale al solo precetto della carità,
spesso inteso vagamente con esclusione degli altri peccati, in parte ancora - ed
è forse questa la più diffusa motivazione di tale comportamento - per una
interpretazione arbitraria e riduttiva della "libertà dei figli di Dio", voluta
come preteso rapporto di privata confidenza prescindendo dalla mediazione della
Chiesa, purtroppo oggi non pochi fedeli accostandosi al sacramento della
penitenza non fanno l’accusa completa dei peccati mortali nel senso ora
ricordato del Concilio Tridentino e, talvolta, reagiscono al sacerdote
confessore, che doverosamente interroga in ordine alla necessaria completezza,
quasi che egli si permettesse una indebita intrusione nel sacrario della
coscienza. Mi auguro e prego affinché questi fedeli poco illuminati restino
convinti, anche in forza di questo presente insegnamento, che la norma per cui
si esige la completezza specifica e numerica, per quanto la memoria onestamente
interrogata consente di conoscere, non è un peso imposto ad essi
arbitrariamente, ma un mezzo di liberazione e di serenità.
È inoltre evidente di per sé
che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne
più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi
sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque
non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe
non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare
innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare
deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi
fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.
Se volessimo appoggiare
sulla sola nostra forza, o principalmente sulla nostra forza, la decisione di
non più peccare, con una pretesa autosufficienza, quasi stoicismo cristiano o
rinverdito pelagianismo, faremmo torto a quella verità sull’uomo dalla quale
abbiamo esordito, come se dichiarassimo al Signore, più o meno consciamente, di
non aver bisogno di Lui. Conviene peraltro ricordare che altro è l’esistenza del
sincero proponimento, altro il giudizio dell’intelligenza circa il futuro: è
infatti possibile che, pur nella lealtà del proposito di non più peccare,
l’esperienza del passato e la coscienza dell’attuale debolezza destino il timore
di nuove cadute; ma ciò non pregiudica l’autenticità del proposito, quando a
quel timore sia unita la volontà, suffragata dalla preghiera, di fare ciò che è
possibile per evitare la colpa.
6.
E qui ritorna la considerazione della fiducia, che
deve accompagnare la detestazione del peccato, l’umile accusa di esso, la ferma
volontà di non peccare più. Fiducia è esercizio, possibile e doveroso, della
Speranza soprannaturale, per cui attendiamo dalla divina Bontà, per le Sue
promesse e per i meriti di Gesù Cristo Salvatore, la vita eterna e le grazie
necessarie per conseguirla. È atto anche di quella stima che dobbiamo a noi
stessi, in quanto creature di Dio, che ci ha resi già per natura nobili al di
sopra di tutto il creato materiale, ci ha elevato alla Grazia, ci ha
misericordiosamente redento; è stimolo a impegnarci con tutte le nostre forze,
laddove la sfiducia è scetticismo e gelo paralizzante.
È, in proposito, di decisivo
valore l’insegnamento che ci offre il Vangelo circa la tragedia conclusiva del
tradimento di Giuda e la riparazione salvatrice di Pietro. Giuda si pentì. Il
Vangelo è in proposito esplicito: "Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù
era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi
sacerdoti e agli anziani, dicendo "Ho peccato, perché ho tradito sangue
innocente"" (Mt 27, 3-4).
Egli però non legò questo pentimento alla parola che Gesù gli aveva detto,
proprio mentre Giuda consumava il tradimento: "Amico" (Mt
26, 48); non ebbe fiducia e si tolse la vita.
Pietro era caduto, quasi con altrettanta gravità, per ben tre volte, ma confidò
e, avendo fatto dopo la Pasqua la trina riparazione mediante l’amore, fu
confermato da Cristo nel suo ministero. San Giovanni mirabilmente ci dà la
ragione, la forza, la dolcezza delle nostre speranze: "Noi abbiamo riconosciuto
e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore. Chi sta nell’amore dimora
in Dio e Dio dimora in lui" (1 Gv
4, 16).
7.
Rivolgendomi ai partecipanti al Corso, ho presente
al mio spirito tutti i sacerdoti del mondo. Al ministero di tutti noi sacerdoti
sono dedicate le riflessioni ora svolte, affinché non solo generosamente ci
prestiamo per ascoltare le confessioni sacramentali dei fedeli, ma
costantemente, nella omelia liturgica, nella catechesi, nella direzione
spirituale, in ogni possibile forma del nostro servizio alla verità, li formiamo
a profittare di questo grande dono della misericordia di Dio, che è il
sacramento della Penitenza, con le migliori disposizioni. Questa stessa grazia
chiediamo al Signore per noi, che, fratelli tra fratelli, dobbiamo, per
santificarci, emendarci dal peccato, ricorrendo a quel medesimo Sacramento come
penitenti.
Nell’affidare alla materna
intercessione della Vergine Santissima il futuro ministero dei giovani che con
tanto impegno hanno preso parte al Corso, su tutti invoco i favori della
benevolenza divina, in pegno dei quali invio con affetto una speciale
Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 22 Marzo
1996.
IOANNES PAULUS PP. II
© Copyright 1996 - Libreria
Editrice Vaticana
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