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LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II A
MONSIGNOR UMBERTO TRAMMA, VESCOVO DI NOLA
Al Venerato Fratello UMBERTO TRAMMA Vescovo di Nola
1. È sempre vivo in me il ricordo della visita compiuta a Nola il 23 maggio
1992. Nella calorosa accoglienza ricevuta in codesta comunità cristiana m’è
parso di sentir pulsare ancora, in qualche modo, il grande cuore di san Paolino.
Ringrazio il Signore, che mi ha concesso di pregare nello stesso luogo in cui
egli visse, a Cimitile, e di venerarne poi i resti mortali custoditi nella
Chiesa cattedrale. In codesta Città quasi si avverte sensibilmente la sua
spirituale presenza. Aveva davvero ragione il vostro santo Patrono quando in uno
dei suoi carmi cantava: “Omnia praetereunt, sanctorum gloria durat/ in Christo
qui cuncta novat, dum permanet ipse” (Carme XVI, 3-4).
Sono perciò lieto, Venerato Fratello, di potermi unire alla gioia di codesta
Chiesa per la celebrazione del XVI centenario del definitivo stabilirsi di
Paolino a Nola. La ricorrenza merita di essere solennizzata, dal momento che
tale scelta “residenziale” coincise con la decisione del Santo di dedicarsi
pienamente a Cristo nella vita monastica.
2. Ciò che i contemporanei soprattutto ammirarono in Paolino fu la
radicalità della conversione, tanto più evidente, quanto più elevata era la
condizione economica e sociale alla quale egli rinunciò. Nato a Bordeaux da
aristocratica e ricchissima famiglia, finemente educato negli studi letterari,
egli aveva percorso rapidamente il “cursus honorum”, diventando senatore e
governatore della Campania. Proprio in questa veste stabilì un primo rapporto
con codesta Città, facendone la sua sede preferita. Qui lo attendeva la Grazia
per toccargli il cuore. Davanti allo spettacolo di fede delle folle di
pellegrini che, da una vasta area dell’Italia centro-meridionale, accorrevano
alla tomba di san Felice, il giovane governatore, già in qualche modo credente
ma non ancora battezzato, si sentì spinto a rivedere la sua vita. Quasi portato
per mano da san Felice, giunse alla pienezza dell’amore di Cristo: “inque tuo
gaudens adamavi lumine Christum” (Carme XXI, 373). Ma prima
dell’approdo definitivo, lo attendevano lunghi anni di appassionata ricerca e di
prove, che furono come il crogiuolo purificatore della sua fede.
3. Il battesimo, ricevuto nella sua città natale per le mani di Delfino, fu
l’inizio di un cammino sempre più impegnativo. D’accordo con la pia moglie
Terasia, decise di sbarazzarsi dei suoi immensi possedimenti per amore di
Cristo. E quella Roma che lo aveva ammirato nella toga del senatore, lo rivedrà,
durante il viaggio verso Nola del 395, nel rude saio del monaco. Il contrasto
non poteva essere più netto, suscitando opposti sentimenti di plauso o di
sconcerto. Persino nell’ambiente ecclesiale non gli mancarono cocenti
incomprensioni. Ma non si sbagliò l’istinto di fede del popolo di Dio nel
riconoscere in lui un miracolo della Grazia. E se la comunità ecclesiale di
Barcellona, pochi mesi prima della partenza per Nola, ne aveva chiesto
entusiasticamente l’ordinazione presbiterale, non minore affetto gli fu
tributato all’arrivo nella “sua” Campania, dove non solo i laici, ma tutti i
Vescovi della Regione e persino quelli dell’Africa, personalmente o per lettera,
vennero a fargli festa.
4. Da quel momento, Venerato Fratello, le vie di Paolino si confondono con
quelle di codesta comunità. Con la moglie Terasia, vivente con lui in casta
fraternità, ed altri amici che lo avevano seguito, egli prende dimora entro il
complesso del Santuario di san Felice. Qui, da governatore, aveva già fatto
costruire un ospizio per i poveri. Ora, sopra quell’ospizio, erige un secondo
piano destinato alla convivenza monastica, non mancando di dare a tale assetto
una suggestiva interpretazione: la preghiera dei poveri stava a rinsaldare le
fondamenta della sua casa (Carme XXI, 391-394). Con ciò Paolino
rovesciava un concetto tipico della società romana: più che sentirsi “patrono”
dei poveri, egli elesse i poveri come suoi “patroni” (“patronos animarum
nostrarum pauperes”: Epist. 13,11), nella consapevolezza che il suo aiuto
ai bisognosi non era un “dare”, ma piuttosto un “ricevere”, dal momento che
Cristo ama restituire “con l’interesse” quanto riceve nella loro persona. Come
non cogliere la bellezza di questo messaggio, in un tempo come il nostro in cui
il mondo è ancora così scandalosamente diviso tra chi ha troppo e chi ha troppo
poco, e spesso la “generosità” dei ricchi si limita alle briciole di una
umiliante elemosina?
5. Il ritmo di vita che Paolino impresse alla sua comunità era scandito dalla
lode di Dio e dalla meditazione della sua Parola. Dimentico dei suoi
antichi interessi letterari, egli viveva della Parola di Dio. Delle immagini
bibliche non si stanca di cercare i sensi reconditi. A giudicare dalle
frequentissime citazioni, si direbbe che egli amasse nuotare nell’oceano della
Scrittura, scrutandone i fondali, con l’occhio stupito di un fanciullo avido di
sempre nuove bellezze. Desideroso di luce, si fece discepolo di quanti avevano
il dono della sapienza. Basti ricordare, tra i suoi amici e corrispondenti,
Ambrogio di Milano, Girolamo, Agostino. Ma fu soprattutto quest’ultimo che egli
scelse come “maestro”, stabilendo con lui uno scambio epistolare, in cui il
grande dottore africano, lungi dall’assumere il tono del “docente”, si faceva
volentieri a sua volta “discente”. Ma perché porre domande all’amico nolano, che
nella sua umiltà se ne schermiva? Agostino in verità riconosceva che Paolino
“insegnava”, proprio mentre “interrogava” (“quaerendo docuisti”: Ag. Epist.
149,2): era, quella dell’asceta e pastore nolano, la “teologia vissuta” di
un uomo ricco dello Spirito di Dio, espressa nei percorsi simbolici di un animo
attratto dalla via della bellezza, più che da quella dell’astratta speculazione.
6. Mentre si dedica all’ascesi, Paolino non manca di attendere al
ministero. Per i numerosi pellegrini che affluiscono al Santuario costruisce
nuovi ambienti di culto e di accoglienza, che fanno del complesso basilicale di
Cimitile uno dei più importanti dell’antichità cristiana. Per la formazione dei
più umili, oltre che per l’innato senso del “bello”, Paolino sviluppa una
illuminata catechesi visiva, con dipinti ispirati alla storia della
salvezza. In lui si fondono mirabilmente il monaco e il pastore. Come dunque
stupirsi, se alla morte del vescovo Paolo, in anni angosciati dall’incubo delle
invasioni barbariche, toccò proprio a lui assumere la guida di codesta Chiesa?
Purtroppo le notizie sul suo episcopato non sono abbondanti. Ma sia ciò che è
storicamente accertato, sia quanto affiora dalla tradizione popolare, converge
nel disegnare l’immagine di un pastore dal cuore immenso, che, dimentico
di sé, si dona tutto per il suo popolo. Né meno significativo è lo stile che
egli incarna come maestro della verità cristiana, difendendola con fermezza
dall’errore, ma restando accogliente e paterno con gli erranti.
7. Uomo di comunione, animo veramente “cattolico”, Paolino coltivava
una naturale sollecitudine per la Chiesa universale. A questa Sede Apostolica,
poi, era particolarmente devoto, venendo ogni anno a Roma a visitare le tombe
degli Apostoli. Ma con tanti altri pastori egli intrattenne cordiali e costanti
rapporti. Si può dire che dall’Italia, dall’Africa, dalla Gallia, si guardasse a
lui come ad un punto di riferimento. Dall’Est venne a fargli visita per ben due
volte san Niceta, apostolo della Dacia. Che dire poi dei tanti altri – chierici,
monaci e laici – che poterono godere della sua corrispondenza, sempre calda di
affetto?
Questa rara capacità di rapporti non era solo il frutto di un cuore
sensibilissimo, ma affondava le radici nella viva esperienza dell’unità
ecclesiale, sgorgante dalla Trinità. In tale mistero egli trovava le
ragioni e lo spessore dell’amicizia spirituale, di cui fu particolarmente
esperto e di cui si direbbe illuminato “dottore”. Amava infatti spiegare, per
esperienza vissuta, che l’unità mistica del Corpo di Cristo apre possibilità
inaudite all’amore fraterno, ben oltre le frontiere dell’amicizia puramente
umana. Per questo poteva scrivere ad Agostino, che pur non incontrò mai di
persona: “Non c’è da meravigliarsi se noi, pur lontani, siamo presenti l’uno
all’altro e senza esserci conosciuti ci conosciamo, poiché siamo membra di un
solo corpo, abbiamo un unico capo, siamo inondati da un’unica grazia, viviamo di
un solo pane, camminiamo su un’unica strada, abitiamo nella medesima casa” (Epist.
6, 2).
8. Felice dunque la Chiesa nolana, che può vantare nella sua storia un così
grande pastore! Il suo Messaggio, a distanza di tanti secoli, conserva intatta
la sua freschezza. Possa codesta comunità trovarvi un’efficace ispirazione di
rinnovamento e di testimonianza.
Mi congratulo di cuore anche per quanto essa, sotto la sua guida, Venerato
Fratello, sta donando alla Chiesa con la pubblicazione di testi e la promozione
di studi su Paolino. Voglia Dio che la riscoperta di questa figura, così ricca
di spirituale sapienza, porti nella Chiesa frutti di approfondimento dottrinale
e di autentica vita cristiana.
Con questo auspicio ed in pegno dei più eletti favori celesti, imparto a Lei,
Venerato Fratello, e a tutta la comunità affidata alle sue cure, l’Apostolica
Benedizione.
Dal Vaticano, il 15 maggio dell’anno 1995, diciassettesimo di Pontificato.
IOANNES PAULUS PP. II
© Copyright 1995 - Libreria Editrice Vaticana
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