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MESSAGGIO DI GIOVANNI
PAOLO II A PADRE PETER-HANS KOLVENBACH, PREPOSITO GENERALE DELLA
COMPAGNIA DI GESÙ
Martedì, 31 luglio 1990
Al reverendissimo padre P. Peter-Hans Kolvenbach, preposito generale
della Compagnia di Gesù.
1. Ho appreso con viva soddisfazione che in occasione del 500° anniversario
della nascita di sant’Ignazio di Loyola, avvenuta nel 1491, e del 450°
anniversario dell’approvazione di codesta Compagnia di Gesù, a opera di Paolo II
con la bolla Regimini militantis Ecclesiae, del 27 settembre 1540, ella
ha indetto un “anno ignaziano”, che inizierà il 27 settembre 1990 e si
concluderà il 31 luglio 1991, a ricordo del giorno in cui, nel 1556, il santo
fondatore morì a Roma, nella sua cameretta accanto alla cappella della Madonna
della Strada.
Mi fa pure piacere sapere che eventi così importanti saranno celebrati, oltre
che con manifestazioni esterne, anche, e soprattutto, con un rinnovamento della
vita religiosa e dello slancio apostolico della stessa Compagnia di Gesù, e con
l’impegno a compiere sempre meglio quello che sant’Ignazio fece e raccomandò di
fare.
In considerazione degli stretti vincoli che legano la Compagnia di Gesù alla
Sede apostolica, mi unisco spiritualmente a tali celebrazioni, incoraggiando i
fervidi propositi e accompagnandoli con la mia preghiera.
2. L’anniversario della nascita di sant’Ignazio richiama alla mente il
cammino che egli, quale pellegrino, come amava definirsi, percorse, guidato dal
suo Signore, padrone della storia e degli umani destini, divenendo, da valoroso
cavaliere di un sovrano terreno, eroico cavaliere del Re eterno, Cristo Gesù. La
ferita che riportò a Pamplona, la lunga convalescenza a Loyola, le letture, le
riflessioni e meditazioni sotto l’influsso della grazia, i diversi stati d’animo
per i quali il suo spirito passava, operarono gradatamente in lui una radicale
conversione: dai sogni di una vita mondana a una piena consacrazione a Cristo,
che avvenne ai piedi della Madonna di Montserrat e maturò nel ritiro di Manresa.
Il pellegrino si recò nella Terra del suo Signore. Ma non era a Gerusalemme
che il Re divino voleva trattenere Ignazio. Gli anni di studio a Barcellona,
Alcalà, Salamanca e Parigi gli fecero comprendere la necessità di una solida
preparazione spirituale e intellettuale per un efficace apostolato, la cui
azione pensò di dilatare con la collaborazione di altri, animati dallo stesso
spirito soprannaturale e dalla medesima preparazione dottrinale. Per questo
raccolse intorno a sé a Parigi i primi compagni. Con essi, il 15 agosto 1534
nella cappella di Montmartre, pronunciò i voti di castità e povertà con
l’impegno di recarsi in Terra Santa per esercitarvi l’apostolato.
Ma, in quel 1537, le navi non salparono da Venezia per la Terra Santa a causa
di una guerra che non permetteva di solcare le vie del mare. Ignazio obbedì così
al Signore che lo voleva a Roma, con i suoi compagni, accanto al Papa. Questi li
accolse al suo servizio, così che la nascente Compagnia di Gesù si costituì sul
precipuo fondamento della fedeltà alla Chiesa. A Roma, Ignazio, che aveva tanto
desiderato rimanere in Terra Santa per “aiutare le anime” annunciando il mistero
dell’incarnazione, celebrò la sua prima Eucaristia nella santa notte di Natale
del 1538, davanti alla reliquia del presepe, nella basilica di Santa Maria
Maggiore.
3. La fedele obbedienza della Compagnia di Gesù al successore dell’apostolo
Pietro in tutta la sua attività fu chiaramente espressa nella citata bolla di
approvazione Regimini militantis Ecclesiae del 1540 e integralmente
ripresa in quella di Giulio III Exposcit debitum del 21 luglio 1550,
nella quale venne dichiarato che chiunque fa la professione nella Compagnia di
Gesù “oltre che dal comune vincolo dei tre voti sia legato da un voto speciale,
in forza del quale tutto ciò che l’attuale e gli altri Romani Pontefici suoi
successori comanderanno come spettante al profitto delle anime e alla
propagazione della fede, e in qualsivoglia regione vorranno inviarci, noi
immediatamente, senza tergiversazione e senza scusarci in nessun modo, saremo
obbligati a eseguirlo per quanto starà in noi”.
Fedele a questo voto, la Compagnia di Gesù ha esercitato il suo apostolato in
Europa, specialmente nel contenere la diffusione del protestantesimo e
nell’attuazione dei decreti del Concilio di Trento, e negli altri continenti,
dalle estreme regioni dell’Asia Orientale alle nuove terre appena scoperte nelle
Americhe, propagandovi la fede con la predicazione, con l’insegnamento, con
meravigliose realizzazioni sociali e con ogni altra forma di apostolato.
Questa fedeltà alla Sede apostolica nel compiere gli incarichi affidati ai
padri gesuiti non mancò di causare difficoltà e attacchi da parte dei nemici
della Chiesa, i quali giunsero ad ottenere la soppressione della Compagnia. Essa
però, conservata per mirabile disegno della Provvidenza nella Bielorussia,
risorgeva per decisione di Pio VII di f. m., il quale non voleva - come è detto
nella bolla Sollicitudo omnium Ecclesiarum del 7 agosto 1814 - privare
più a lungo la barca di Pietro, agitata da tante tempeste, del valido aiuto di
così esperti rematori.
La Compagnia riprese la sua attività apostolica con la predicazione e
l’insegnamento, la ricerca scientifica e l’azione sociale, le missioni e la cura
dei poveri, dei sofferenti e degli emarginati. Essa sta ora affrontando con
intelligenza e operosità anche l’odierno tragico problema dei rifugiati e
profughi; e si sforza con opportuno discernimento di integrare il servizio della
fede e la promozione della giustizia, in conformità al Vangelo. Ben a ragione il
mio predecessore Paolo VI poté affermare: “Ovunque nella Chiesa, anche nei campi
più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali,
vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne
messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti” (Alla XXXII
Congregazione generale, 3 dicembre 1974).
Sono molti i figli di sant’Ignazio che la Chiesa ha elevato agli onori degli
altari. Sono innumerevoli quelli che hanno lavorato con valoroso impegno nella
vigna del Signore. Il passato della Compagnia è certamente glorioso. Sia il suo
ricordo uno stimolo per tutti a un generoso rinnovamento dello slancio
apostolico, sempre fedeli all’impegno di amore e di servizio al successore di
Pietro.
4. L’ardore apostolico, che vibrava in sant’Ignazio e da lui trasfuso alla
Compagnia nel generoso servizio alla Chiesa per ben 450 anni, ha la sua
spiegazione nello spirito interiore che animò il santo fondatore e i suoi figli
spirituali, dando efficacia alla loro azione apostolica. Nella parte decima
delle Costituzioni, dove si tratta della maniera di conservare e sviluppare la
Compagnia per conseguire il suo fine, sant’Ignazio ha scritto che “i mezzi, che
congiungono lo strumento di Dio e lo dispongono a lasciarsi guidare dalla sua
mano divina, sono più efficaci di quelli che lo dispongono verso gli uomini . . .
perché sono le doti interne che devono rendere efficaci quelle esterne in vista
del fine che si persegue”.
Prima di fissarla nelle Costituzioni, sant’Ignazio visse in se stesso questa
verità fin dal tempo di Manresa, subito dopo la sua conversione. Lunghe ore di
orazione occupavano la sua giornata e anche parte della notte; in esse, sotto
l’influsso della grazia e con il favore di speciali doni mistici, si compì
quella sua trasformazione interiore che si riflette nel mirabile libretto degli
“Esercizi spirituali”, di cui egli fu il primo esercitante così da divenire un
uomo veramente spirituale.
Se negli anni seguenti, impegnato negli studi e poi nell’attività apostolica,
dovette limitare il tempo della preghiera quotidiana, sappiamo che sempre
riservò ad essa un congruo spazio della sua giornata. Da quanto ci resta del suo
“Diario spirituale” appare infatti che, essendo generale della Compagnia, soleva
ogni mattina premettere un periodo di orazione alla celebrazione
dell’Eucaristia, alla quale seguivano abitualmente due ore di orazione, durante
le quali non voleva essere disturbato.
La celebrazione dell’Eucaristia costituiva il centro della sua orazione, era
il tempo privilegiato per le sue più intime comunicazioni con Dio, spesso
accompagnate da doni mistici. All’Eucaristia egli portava le sue intenzioni e
preoccupazioni, che non mancavano nel governo della Compagnia; in essa riceveva
illuminazioni e ispirazioni che lo guidavano al fedele adempimento dei disegni
divini.
È naturale che, dopo questo tempo consacrato alla celebrazione eucaristica e
all’orazione, egli vivesse tutta la giornata in costante unione con Dio, ne
sperimentasse la presenza, lo vedesse in ogni cosa e in ogni evento lieto o
triste. Lo attestavano quanti con lui trattavano, constatando l’incredibile
facilità con cui nel disbrigo degli affari sapeva raccogliersi spiritualmente,
formulare giudizi e prendere decisioni in una luce soprannaturale. Realizzava
quello che il padre Girolamo Nadal sintetizzò in una significativa espressione
della spiritualità ignaziana: “essere contemplativi nell’azione”.
5. Sant’Ignazio non fu soltanto uomo di orazione, ma maestro di orazione allo
scopo di iniziare anche gli altri ad “essere contemplativi nell’azione”.
L’itinerario da percorrere è quello descritto nei suoi “Esercizi spirituali”,
che riflettono la sua personale esperienza e di cui si serviva per formare gli
altri, cominciando dai suoi primi compagni. Volle pertanto che il primo
esperimento, per chi chiedeva di entrare in Compagnia, consistesse negli
esercizi spirituali di un mese, al fine di porre un solido fondamento alla
spiritualità di ciascuno.
Durante tutto il corso della vita religiosa il gesuita è chiamato, quindi, a
consacrare ogni giorno un tempo adeguato all’orazione personale e alla
partecipazione all’Eucaristia, che costituisce, come già per sant’Ignazio, il
nutrimento quotidiano indispensabile per la crescita spirituale.
Sant’Ignazio non prescrisse lunghe orazioni; piuttosto insisteva, come negli
“Esercizi spirituali”, sulla mortificazione, che è doveroso cercare per quanto
possibile in ogni circostanza, perché il dominio delle proprie passioni facilita
l’unione con Dio nell’orazione. Di qui proviene l’importanza che attribuiva
all’esame di coscienza, da farsi due volte al giorno, per ottenere una sempre
maggiore purezza d’animo, la quale predispone all’unione con Dio.
I figli di sant’Ignazio sono chiamati a questo ideale non solo per il proprio
profitto spirituale, ma anche per diventare essi stessi maestri di orazione a
vantaggio degli altri. Gli Esercizi ignaziani, e in generale la spiritualità
ignaziana, hanno sempre goduto grande stima nella Chiesa, come attestano vari
documenti pontifici, dalla prima approvazione degli Esercizi col breve
Pastoralis officii di Paolo III (31 luglio 1548) all’enciclica Menti
nostrae di Pio XI (20 dicembre 1929), e come confermano innumerevoli
ecclesiastici e laici, che devono a queste pratiche spirituali l’inizio o il
rinnovato slancio della loro vita spirituale. Di qui l’impegno specifico dei
figli di sant’Ignazio di non trascurare tale prezioso mezzo di santificazione,
che la provvidenza ha dato alla Compagnia per il bene del popolo di Dio. Per
questo incoraggio le iniziative che si stanno realizzando in questo campo con
studi e corsi di approfondimento per rispondere adeguatamente agli interrogativi
e alle esigenze attuali.
6. La celebrazione degli anniversari ignaziani coincide anche con il 25°
anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, la cui attuazione
costituisce la mia sollecitudine pastorale. Mi sta pertanto particolarmente a
cuore ricordarvi il mandato speciale che avete ricevuto dal mio predecessore
Paolo VI di “resistere vigorosamente con forze congiunte all’ateismo”, che è un
“tremendo pericolo che incombe sulla umanità” (AAS 57 [1965] 514); mandato che
vi impegna particolarmente nelle nuove situazioni, provocate dal crollo delle
ideologie atee. Come già vi ho detto in altra circostanza, “la Chiesa attende
oggi dalla Compagnia che contribuisca efficacemente all’attuazione del Concilio
Vaticano II, come, al tempo di sant’Ignazio e anche dopo, si adoperò con ogni
mezzo per far conoscere e applicare il Concilio di Trento e per aiutare in
maniera notevole i romani Pontefici nell’esercizio del loro magistero supremo”
(Giovanni Paolo II, 27 febbraio 1982). Da parte mia, ho confermato questa attesa
in occasione dell’apertura della vostra XXXIII Congregazione Generale,
invitandovi “ad interessarvi sempre più alle iniziative che il Concilio Vaticano
II ha particolarmente incoraggiato, quali l’ecumenismo, l’approfondimento dei
rapporti con le religioni non cristiane e il dialogo della Chiesa con le
culture”.
7. Nella realizzazione di questi generosi propositi vi assista la materna
protezione di Maria santissima, che sostenne e illuminò il cammino del vostro
fondatore. L’esperienza personale di sant’Ignazio, gli insegnamenti degli
“Esercizi spirituali” e delle Costituzioni e il modo di procedere della
Compagnia non sono infatti altro che “una via per arrivare a Dio” (Formula
Instituti, 1), “la via del maggior servizio e lode di Cristo nostro Signore”
(Costituzioni, 618), il “cammino del pellegrino” che continua con la
grazia dello Spirito Santo la missione del Signore nella Chiesa dei nostri
giorni. Ci si deve forse stupire se sant’Ignazio ha tracciato questo cammino di
vita sotto lo sguardo della Beata Vergine?
Per l’intercessione della Madonna della Strada, la cui cappella romana
accoglie i fedeli in preghiera presso la tomba del pellegrino sant’Ignazio, la
Compagnia di Gesù, diffusa nel mondo intero, rimanga incessantemente fedele alla
sua missione apostolica di “avere dinanzi agli occhi prima di ogni altra cosa
Dio e poi la forma di questo suo Istituto”, che è quella di impegnarsi
generosamente “sotto il vessillo della croce per il Signore e il suo vicario in
terra” (Formula Instituti, 1).
In pegno di abbondanti grazie celesti di cuore imparto a lei e a tutti i
benemeriti appartenenti alla Compagnia di Gesù una speciale benedizione
apostolica.
Dal Vaticano, 31 Luglio 1990, memoria di sant’Ignazio di Loyola.
© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana
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