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LETTERA DI GIOVANNI PAOLO
II AL CARDINALE VICARIO UGO POLETTI
Al venerato fratello
Cardinale Ugo Poletti
Vicario Generale per la diocesi di Roma.
La cura dell’amata diocesi di Roma pone al mio animo numerosi
problemi, tra i quali appare meritevole di considerazione, per le conseguenze
pastorali da esso derivanti, quello relativo alla disciplina dell’abito
ecclesiastico.
Più volte negli incontri con i sacerdoti ho espresso il mio
pensiero al riguardo, rilevando il valore ed il significato di tale segno
distintivo, non solo perché esso contribuisce al decoro del sacerdote nel suo
comportamento esterno o nell’esercizio del suo ministero, ma soprattutto
perché evidenzia in seno alla Comunità ecclesiastica la pubblica testimonianza
che ogni sacerdote è tenuto a dare della propria identità e speciale
appartenenza a Dio. E poiché questo segno esprime concretamente il nostro “non
essere del mondo” (cf. Gv 17,14), nella preghiera composta per il Giovedì
Santo di quest’anno, alludendo all’abito ecclesiastico, mi rivolgevo al
Signore con questa invocazione: “Fa’ che non rattristiamo il tuo Spirito...
con ciò che si manifesta come una volontà di nascondere il proprio sacerdozio
davanti agli uomini e di evitarne ogni segno esterno” (Giovanni Paolo II, Precatio
feria V in cena Domini anno MCMLXXXII recurrente, universis Ecclesiae
sacerdotibus destinata, 4, die 25 mar. 1982: Insegnamenti di Giovanni
Paolo II, V, 1 [1982] 1064).
Inviati da Cristo per l’annuncio del Vangelo, abbiamo un
messaggio da trasmettere, che si esprime sia con le parole, sia anche con i
segni esterni, soprattutto nel mondo odierno che si mostra così sensibile al
linguaggio delle immagini. L’abito ecclesiastico, come quello religioso, ha un
particolare significato: per il sacerdote diocesano esso ha principalmente il
carattere di segno, che lo distingue dall’ambiente secolare nel quale vive;
per il religioso e per la religiosa esso esprime anche il carattere di
consacrazione e mette in evidenza il fine escatologico della vita religiosa. L’abito,
pertanto, giova ai fini dell’evangelizzazione ed induce a riflettere sulle
realtà che noi rappresentiamo nel mondo e sul primato dei valori spirituali che
noi affermiamo nell’esistenza dell’uomo. Per mezzo di tale segno, è reso
agli altri più facile arrivare al Mistero, di cui siamo portatori, a Colui al
quale apparteniamo e che con tutto il nostro essere vogliamo annunciare.
Non ignoro le motivazioni di ordine storico, ambientale,
psicologico e sociale, che possono essere proposte in contrario. Potrei tuttavia
dire che motivazioni di eguale natura esistono in suo favore.
Devo però soprattutto rilevare che ragioni o pretesti contrari,
confrontati oggettivamente e serenamente col senso religioso e con le attese
della maggior parte del Popolo di Dio, e con il frutto positivo della coraggiosa
testimonianza anche dell’abito, appaiono molto più di carattere puramente
umano che ecclesiologico.
Nella moderna città secolare dove si è così paurosamente
affievolito il senso del sacro, la gente ha bisogno anche di questi richiami a
Dio, che non possono essere trascurati senza un certo impoverimento del nostro
servizio sacerdotale.
In forza di queste considerazioni, sento il dovere, come Vescovo
di Roma, di rivolgermi a lei, signor Cardinale, che più da vicino condivide le
mie cure e sollecitudini nel governo della mia diocesi, perché, d’intesa con
le Sacre Congregazioni per il Clero, per i Religiosi e gli Istituti Secolari e
per l’Educazione Cattolica, voglia studiare opportune iniziative destinate a
favorire l’uso dell’abito ecclesiastico e religioso, emanando a tale
riguardo le necessarie disposizioni e curandone l’applicazione.
Nell’invocare su di lei, signor Cardinale, e sull’intera
diocesi di Roma l’onnipotente aiuto del Signore, per l’intercessione della
Vergine santissima “Salus Populi Romani”, di cuore imparto l’apostolica
benedizione.
Dal Vaticano, 8 settembre 1982.
GIOVANNI PAOLO II
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