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VISITA ALLA PARROCCHIA DI SANTA PRISCA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Domenica,
21 febbraio 1988
1. “Ecco io stabilisco la mia alleanza con voi” (Gen 9, 9).
Oggi prima Domenica di Quaresima, la Chiesa ci ricorda nella liturgia
l’alleanza stipulata da Dio con il patriarca Noè dopo il diluvio. E, questa,
una delle alleanze che formano la storia della salvezza nell’Antico
Testamento: “Molte volte e in diversi modi Dio ha parlato ai padri per mezzo
dei profeti”, leggiamo nella lettera agli Ebrei (cf. Eb 1, 1); “Molte
volte hai offerto agli uomini la tua alleanza” proclama la IV Preghiera
Eucaristica.
“Ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo
di voi; con ogni essere vivente . . . uccelli, bestiame e bestie selvatiche,
con tutti gli animali che sono usciti dall’arca” (Gen 9, 9-10).
In queste parole del Libro della Genesi sentiamo una chiara eco del primo
capitolo dello stesso Libro, nel quale Dio sottomette al dominio dell’uomo
tutto il creato.
Nella storia biblica l’opera della creazione e l’alleanza camminano
insieme.
2. L’alleanza con il patriarca Noè è caratterizzata dal fatto che essa è
stata stabilita dopo il diluvio. Questo era stato causato dai peccati commessi
dagli uomini d’allora. L’alleanza era quindi un segno del perdono e della
grazia da parte di Dio.
“Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun
vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra” (Gen
9, 11).
Dal Libro della Genesi si può dedurre che il diluvio biblico, che devastò
la terra e tutto ciò che esisteva in essa, tranne gli esseri salvati nell’arca
di Noè, fu il castigo per un altro diluvio, quello del peccato (cf. Gen
6), nel quale si resero ben presto evidenti gli effetti della corruzione
provocata dal peccato originale nei cuori e nelle coscienze del genere umano.
A causa della prima trasgressione l’uomo si trovò sotto l’influenza del “padre
della menzogna” (cf. Gv 8, 44), che nella Sacra Scrittura è chiamato
anche “il principe di questo mondo” (Gv 12, 31; Gv 14, 30; 16,
11).
3. Se la Chiesa ci ricorda tutto questo nella prima Domenica di Quaresima,
lo fa per introdurci nel mistero e insieme nella realtà della Nuova ed Eterna
alleanza, che l’Eterno Padre ha concluso con il genere umano in Cristo: nella
sua croce e nel suo sangue. Nella sua morte e nella sua risurrezione.
Ecco, Cristo è già presente nel mondo. Il brano del Vangelo di Marco
informa che Egli è venuto in Galilea per proclamare il Vangelo di Dio, e che,
prima ancora, Egli ha subito nel deserto una tentazione per opera dello stesso
“padre della menzogna” e “principe di questo mondo”.
“Lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da
satana” (Mc 1, 12).
Il racconto è conciso. Gli altri Evangelisti sinottici danno più ampi
particolari. Il fatto della tentazione di Gesù nel deserto deve essere letto
nel contesto della logica dell’incarnazione. Dato che il Figlio di Dio si è
fatto uomo, dato che è venuto “nel mondo” ed ha voluto mostrare che egli
accoglie questo mondo e l’uomo così come è in realtà, ha anche voluto
sottomettere la sua vera umanità all’influenza tentatrice del “principe delle
tenebre”. Soltanto in un tale contesto è possibile comprendere poi pienamente
le parole: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8, 12), oppure l’espressione
di Simeone: “Luce per illuminare le genti” (Lc 2, 32).
4. La Chiesa ricorda tutto questo all’inizio del periodo che, come il
digiuno di Cristo nel deserto, dovrà durare quaranta giorni. Di qui deriva
tale riferimento nell’odierna liturgia.
Tuttavia il pensiero di questa celebrazione non si ferma soltanto su tale
avvenimento.
Esso va verso l’alleanza di Dio con l’uomo, che deve compiersi in modo
definitivo nella morte di Cristo.
Ecco le parole dell’apostolo Pietro: “Cristo è morto una volta per sempre
per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte
nella carne, ma reso vivo nello spirito” (1 Pt 3, 18).
Qui san Pietro fa riferimento a Noè e alla sua arca, per dire che la morte
di Cristo annunzia la salvezza a quelli che morirono allora (cf. 1 Pt
3, 19-20).
Ma poi l’apostolo spiega il significato del Battesimo, nel quale egli vede
un’analogia con l’esperienza biblica del diluvio e dell’arca, quando gli
uomini furono salvati per mezzo dell’acqua (cf. 1 Pt 3, 20). Nel
Battesimo la forza salvifica del sacramento deriva non dall’acqua in sé, che
ne è soltanto un simbolo espressivo, ma dalla potenza della risurrezione di
Cristo.
È la stessa verità che proclama san Paolo nella lettera ai Romani,
scrivendo del battesimo che abbiamo ricevuto nella morte di Cristo, per
partecipare poi alla sua vita, rivelata dalla risurrezione (cf. Rm 6, 1
ss).
5. La liturgia della Quaresima - come si vede - ci prepara sin dall’inizio
agli avvenimenti pasquali. Questo è il suo fondamentale significato e scopo.
In un tale spirito ciascuno di noi deve meditare le parole del salmista
dell’odierna liturgia, e pregare con lui:
“Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua verità e istruiscimi” (Sal 25 [24], 4-5).
Qui si tratta degli insegnamenti più importanti per la vita della Chiesa,
delle verità decisive e definitive, che nel tempo pasquale, e prima ancora
nella Quaresima, sono particolarmente condensate.
Alla luce di queste verità e di questi insegnamenti possiamo pienamente
riconoscere che: “Buono e retto è il Signore, la via giusta addita ai peccatori; giuda gli umili secondo giustizia, insegna ai poveri le sue vie” (Sal 25 [24], 8-9).
Proprio questo è il senso dell’alleanza, che Dio molte volte ha offerto
agli uomini, nella storia della salvezza, per preparare l’alleanza ultima e
definitiva nel sangue di Cristo, nella sua croce e nella sua risurrezione.
Se il salmista prega, “Ricordati, Signore, del tuo amore, della tua fedeltà
che è da sempre”, (Sal 25 [24], 6), il mistero della redenzione di
Cristo costituisce la realizzazione di queste parole.
Un tempo - dopo il diluvio - il segno dell’alleanza era un arcobaleno
sull’orizzonte.
Ora questo arcobaleno di pace lo è, in definitiva, la croce sul Golgota: la
croce sull’intero globo terrestre.
6. La croce di Cristo risplende anche sulla vostra parrocchia di santa
Prisca, carissimi fratelli e sorelle. Anche la vostra parrocchia è entrata con
tutta la Chiesa, nel periodo della Quaresima per conoscere e percorrere le vie
del Signore. Con tutta la Chiesa, che è in Roma e nel mondo intero, anch’essa
ha intrapreso il suo cammino, per impegnarsi sempre più a corrispondere alla
missione che nei nostri tempi il Signore le ha affidato.
In questa visuale universale, mi è caro porgere a tutti il mio saluto: al
Cardinale vicario; al Vescovo monsignor Filippo Giannini, ausiliare per il
Centro di Roma; a Monsignor Lorenzo Micheli Filippetti, prelato emerito della
missione agostiniana di Chuquibambilla, particolarmente poi, al parroco, padre
Antonio Lombardi ed ai suoi collaboratori.
Santa Prisca è una chiesa antica, e la tradizione ama attribuire a questo
luogo la presenza, nella Chiesa domestica di Aquila e Priscilla, dell’apostolo
Pietro, il quale avrebbe celebrato qui i divini misteri.
Pur prescindendo dall’attendibilità storica di questa tradizione, mi è
gradito riferirmi proprio al ministero di Pietro in questa città per meditare
con tutti voi, cari fedeli di santa Prisca, sull’impegno di testimonianza,
richiesto ai fedeli di oggi, richiesto a voi! Non ci troviamo in qualche modo,
in una situazione analoga a quella presentatasi a Pietro quando venne a Roma?
Voi conoscete il volto cosmopolita di questo territorio, segnato dalla
presenza di persone provenienti da tanti parti del mondo, ed appartenenti a
diverse confessioni religiose. È chiaro che tale fatto richiede anche da voi
un impegnativo compito di testimonianza e mette tutta la vita pastorale in
atteggiamento di annuncio missionario, di dialogo, di ricerca, di accoglienza.
La tensione apostolica di Pietro, e di coloro che per primi ne accolsero il
lieto annuncio, illumina la missione della vostra parrocchia.
Mi riferisco inoltre ad un’altra caratteristica della vostra comunità:
quella di un progressivo “ringiovanimento” della popolazione, indotto
dall’insediamento o dal ritorno di nuove famiglie, con un tenore di vita
generalmente buono ed elevato. I cristiani sanno ringraziare Dio per i doni
che egli elargisce nella sua provvidenza e si sforzano di conoscere, con
premurosa attenzione di fede, le vie che egli indica, ben sapendo di dover
testimoniare quanto buono e retto è il Signore. La fede battesimale, che
riconosce i segni della bontà divina, vi invita a chiedere altresì con umiltà
di essere guidati per le vie dello Spirito così da non cadere nella facile
tentazione della dimenticanza dei valori eterni e non cedere alla povertà del
consumismo materialistico.
7. Il mio pensiero va ancora alle numerose comunità religiose. Son ben
ventitrè. Le saluto tutte, in modo particolare l’abate ed i religiosi,
professori ed alunni dell’Ateneo di sant’Anselmo, nonché le suore e gli
ammalati della clinica del “Santo Volto”.
Una parola di compiacimento e di incoraggiamento al Consiglio pastorale e
per gli affari economici della parrocchia; ai numerosi giovani dell’Agesci, ai
catechisti, ai quali è affidato l’itinerario della preparazione dei ragazzi
alla Comunione ed alla Cresima. Un saluto speciale a coloro che frequentano i
corsi di catechismo per gli adulti.
Desidero, inoltre, rivolgere un pensiero a tutti coloro che si interessano
delle opere di carità. La vostra carità, ovviamente, trascende i confini
territoriali della parrocchia, ed apre il suo sguardo a tante situazioni di
indigenza e talvolta di miseria, che toccano altre vaste fasce dell’area
urbana, segnate da particolari casi di emergenza. Vorrei dire a tutti: abbiate
occhi aperti e vigilanti, abbiate cuore generoso, tanto per constatare le
situazioni che vi interpellano, considerandole con animo illuminato dalla
fede, quanto per rispondere ad esse con generosità verso chi ha bisogno, anche
se si tratta di persone che vivono lontano da voi. Per questo desidero
incoraggiare vivamente tutte le iniziative del gruppo “caritas” e dei gruppi
di volontariato, organizzati dalla parrocchia.
Da ultimo un pensiero ai gruppi di preghiera e di animazione liturgica, con
particolare riguardo alle persone anziane che, come “Lampade viventi” fanno
salire permanentemente al Signore, in questa chiesa parrocchiale, le loro
adorazioni e le loro suppliche.
8. “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca
di Dio” (Mt 4, 4).
La liturgia ci ricorda queste parole di Cristo rivolte al tentatore. Quanto
significative esse sono all’inizio della Quaresima!
“Non di solo pane” . . . tale è il senso del digiuno, di una temperanza nel
mangiare e nell’utilizzare i beni materiali.
Ma: “di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
Quindi dedicare più tempo e più spazio a questo cibo che nutre la mente e
il cuore, che nutre l’anima.
Nello spirito di queste parole di Cristo, ripetiamo spesso nell’attuale
periodo: “Gloria a te, o Cristo, Verbo di Dio” (“Cantus ad Evangelium”).
Sì. Gloria a te, Verbo, che ti sei fatto carne. Gloria a te, Cristo, nostro
Redentore. “Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68).
© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana
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