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CELEBRAZIONE DELLA DIVINA LITURGIA IN
RITO SIRO-MARONITA
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Festa della Presentazione del
Signore - Basilica di San Pietro Martedì, 2 febbraio 1988
“Quando venne il tempo della purificazione secondo la legge di Mosè, portarono
il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore” (Lc 2, 22).
1. Cristo Gesù, l’Emmanuele, entra oggi nel tempio costruito dalla mano
dell’uomo. La ricerca di Dio, il desiderio di lodarne la grandezza e la
gloria, hanno edificato una casa, ove il mistero divino potesse abitare in
mezzo agli uomini. Il credente sa bene che nulla è in grado di contenere
l’autore della vita. Ogni generazione dunque ripete le parole di Salomone: “Ma
è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli
non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita” (1 Re
8, 27). Il tempio diviene allora il luogo della supplica e dell’ascolto, dove
il cuore dell’uomo, che ha bisogno di segni per aggrapparsi all’immateriale,
riversa le ansie e le attese della vita facendone una preghiera rivolta al
Misericordioso: “Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa,
verso il luogo di cui hai detto: lì sarà il mio nome! . . . Ascoltali dal luogo
della tua dimora, dal cielo; ascolta e perdona” (1 Re 8, 29-30).
Oggi nel tempio entra Dio stesso, colui che è infinitamente più grande del
tempio: allo sforzo umano di costruire una dimora per Dio risponde la divina
“condiscendenza”: oggi l’immensità di Dio entra nella povertà di una dimora
umana e il Dio bambino è offerto all’eterno Padre.
2. Carissimi fratelli e sorelle, figli e figlie della gloriosa tradizione
antiochena, che unisce insieme siri e maroniti, e mostra nei malankaresi la
fecondità di un cristianesimo capace di accogliere e valorizzare culture anche
remote, voi oggi celebrate con noi questo evento di salvezza. La liturgia
maronita esalta con parole altissime l’odierno sublime mistero; “Figlio
eterno, con la tua nascita secondo la carne tu hai allontanato dagli uomini la
maledizione, poi sei entrato nel tempio, portato tra le braccia della Vergine,
tua madre . . . Concedici di essere tempio dove tu dimori” (dalla “Preghiera
della sera”). “Tu sei la speranza che i giusti hanno atteso, desiderando di
vederla; tu sei entrato nel tempio come offerta per gli uomini; Simeone ti
vide, ti riconobbe, ti portò tra le braccia e ti benedisse. Concedici dunque
di vederti in ogni uomo e di riconoscerti in ogni avvenimento” (dalla
“Preghiera del mattino”).
Voi carissimi fratelli e sorelle, siete qui oggi a testimoniare i tesori
spirituali di una tradizione antica e vivissima. Una tradizione profondamente
radicatasi nel Libano, un Paese particolarmente caro al cuore della Chiesa e
del Papa. Una terra biblica, giardino di delizie, cantata come luogo della
benedizione e che oggi soffre per uno stato di guerra che pare non conoscere
fine. Una tremenda furia di distruzione avvolge questo piccolo Paese, che,
mille volte colpito, mille volte tenta di rinascere a nuova vita.
Sì, il Libano vuole vivere, vuole ritornare ad essere quel valore civile e
quella realtà di convivenza e collaborazione tra culture e tradizioni diverse,
che è la sua vocazione storica.
Per i libanesi dobbiamo invocare con insistenza la possibilità di
restituire la fisionomia originale al loro amato e tormentato Paese.
Dobbiamo sperare che anche i Paesi che hanno a cuore la sorte del Libano,
come tutti quelli che hanno possibilità di contribuire, vogliano collaborare
per permettere l’invocata soluzione nella pace e nella giustizia. Una
soluzione tanto più urgente in un periodo sempre più contrassegnato da ingenti
sofferenze che non risparmiano nessuna comunità e mettono in pericolo tutti i
cittadini.
Faccio appello ai libanesi, a tutti i libanesi di fede religiosa, di
cultura e di tradizioni diverse, affinché vogliano essere coscienti che la
pace e la riconciliazione sono frutto di un impegno di giustizia, di
comprensione e di carità nei confronti di tutti.
Oggi, in segno di partecipazione, ho voluto celebrare con voi questa
Eucaristia nel vostro rito. Ad essa prendono parte anche i religiosi e le
religiose della diocesi di Roma. Pregheremo con le vostre parole, perché ogni
popolo ha nella Chiesa il suo tempio e la sua dimora: la Chiesa di Roma e le
Chiese di tradizione siro-antiochena, unite nella comune professione di fede e
nella frazione del pane, annunciano al mondo la Pentecoste dello Spirito, ove
tutte le lingue cantano l’unico mistero dell’amore divino.
3. “E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2, 35). Maria,
l’arca dell’alleanza, offre suo Figlio nel tempio. La profezia del vecchio
Simeone accomuna anche lei alla missione del Figlio: la luce che illumina le
genti diviene la spada della verità, tagliente ed esigentissima. Nessuna
falsità, nessuna doppiezza, nessuna tergiversazione possono coesistere con la
fede in questo Bambino santo, “segno di contraddizione, perché siano svelati i
pensieri di molti cuori” (Lc 2, 34 s).
C’è già sullo sfondo la croce, l’emblema della contraddizione. Eppure la
tradizione sira ama rivestire quel segno di una luce di gloria, facendone lo
strumento per l’ingresso nel Regno; la croce diviene il ponte che sovrasta il
mare di fuoco, per il quale passano coloro che hanno lasciato questo mondo:
“La tua croce - canta la vostra liturgia maronita - sia il ponte attraverso il
quale i fedeli defunti, che indossano la veste del Battesimo, siano condotti
al porto della vita eterna” (“Mazmoro” prima delle Letture nella Liturgia dei
Defunti).
Maria, in questo anno a lei dedicato, nel quale tanto opportunamente questa
liturgia si inserisce, oggi è particolarmente presente al mistero che
celebriamo. È presente perché le sue braccia di Madre presentano a Dio il i
Verbo incarnato; ed è presente in questo momento liturgico che stiamo vivendo,
per quel legame intimo che la unisce all’Eucaristia. “Maria ci ha dato il pane
del riposo in luogo del pane del travaglio procurato da Eva” come canta sant’Efrem,
la “cetra dello Spirito Santo” (S. Ephrem “Inno sul pane non lievitato”, 6).
E quale splendida testimonianza di amore alla vergine Madre ci è trasmessa
dalla tradizione dei siri! Alla vostra sensibilità, così partecipe della lotta
fra tenebre e chiarore, così rapita nella contemplazione della luce celeste,
anche Maria si presenta come colei che è abitata dalla luce divina, capace di
trasfigurare e purificare la pesantezza della opacità umana. “Come in un
occhio - sono ancora parole di San Efrem - la luce ha posto dimora in Maria,
ha reso lucida la sua mente, sfolgorante il suo pensiero, pura la sua
comprensione facendo brillare la sua verginità” (S. Ephrem “Inno sulla
Chiesa”, 36). La vostra liturgia continuamente protesa ad afferrare la luce
divina che scende dall’alto, vede davvero nella Madre di Dio il roveto ardente
ove si cela e manifesta ad un tempo lo splendore divino.
4. Carissimi religiosi e religiose, convenuti a questo tradizionale
appuntamento di preghiera, come non trarre profitto dalla celebrazione di un
rito così suggestivo e profondamente spirituale, per cogliere dalla tradizione
della cristianità siriaca ancora uno spunto di meditazione sulla vita
religiosa? Non è forse il mondo siro particolarmente insigne per il valore e
la profondità della sua vita monastica? Fedele alla Scrittura quale fonte di
ogni spiritualità, il monaco siriaco si protende verso la radicalità del
“quaerere Deum” con tutta la fantasiosa pluriformità della sua natura
perennemente mobilitata in attesa del Signore Gesù. Nel suo “marana tha”, tale
sensibilità proclama una struggente nostalgia di Dio, un bisogno intimo di
prepararsi all’incontro con lui, di rendere agile il piede, cinti i fianchi e
insonne la veglia, perché egli, il Signore risorto, sta per venire. Tesa
continuamente tra l’oscurità di vicende storiche spesso penose, nelle catene
di una esistenza di cui percepisce drammaticamente il limite, l’anima siriaca
si slancia nel cielo della libertà, in quella ricerca di assoluto senza
compromessi che sempre contraddistinse “il popolo del patto”, fino al rigore
di Charbel e Rafqa.
Cari fratelli e sorelle, non vi è, alla base della vocazione religiosa
proprio questa tensione ad essere degni dei tempi ultimi?
Dal tesoro di questa antica tradizione, così segnata dall’amoroso
prepararsi per l’incontro con lo Sposo, nasca un impegno a riscoprire la
radicalità della vostra testimonianza di fede, la specificità del vostro
essere nella Chiesa e nel mondo, quale sacramento del Regno che viene.
5. Dalla storia spirituale del monachesimo orientale, vorrei trarne molto
sinteticamente tre spunti, tra i molti possibili, che mi sembrano
particolarmente rilevanti per la vita religiosa di oggi: l’essere religiosi
significa ricercare, giorno dopo giorno, con fedeltà e tenacia, l’equilibrio
interiore. Il monachesimo fu al riguardo una scuola esigente; quello siro in
particolare, scandagliò con matura precisione le profondità del cuore,
mostrando una conoscenza davvero ammirevole di quanto abita l’intimo
dell’uomo. Questa ricerca della pace interiore è addirittura definita la “vera
filosofia”, connotata di una tonalità marcatamente pratica: si tratta di
conoscere progressivamente, con pazienza, ciò che vive dentro di noi, di
accordare, armonizzandole, le varie componenti della nostra persona, che ci
fanno originali e irripetibili. La santità passa attraverso “la
riconciliazione dell’anima e del corpo”, come afferma Teodoreto (Teodoreto,
“Therap. XII”, 53). Ciò farà scaturire quella moderazione dell’animo che Teodoreto
identifica con la “dolcezza”.
Non è questo un aspetto profondamente umano dell’ascesi?
E la santità non sboccia da un cuore veramente riconciliato, che nella sua
limpidezza interiore rivela la piena realizzazione della persona?
6. Inoltre, un elemento di grande importanza è, in questa prospettiva, la
paternità spirituale il monachesimo non cessa di vedere nel padre spirituale
la vera guida nel cammino della santità.
A convertire il cuore non è tanto la regola fredda, ma l’esempio e il
consiglio, resi tanto più accettevoli, in quanto personalizzati, riferiti ai
tratti particolari di ogni individuo. È preoccupante osservare come questa
scuola di umanità sia potuta talora cadere in desuetudine nella Chiesa. È
invece molto importante che i religiosi e le religiose coltivino questo
riferimento costante per la propria crescita umana e spirituale, poiché è
difficile vivere gli impegni esigenti della consacrazione, senza una guida che
conosca il nostro cuore, ci sorregga con la sapienza che le viene dallo
Spirito, ci conforti con la magnanimità attinta alla fonte di ogni paternità,
Dio che ci ha chiamati. E, una volta formati alla scuola dello Spirito, non
possono proprio i religiosi e le religiose divenire una preziosa sorgente di
guida spirituale per i laici egualmente assetati di Dio e bisognosi di un
riferimento sicuro nel loro itinerario spirituale? Non è questa una
prospettiva di grande valore per il futuro della vita religiosa?
7. Infine il monaco è l’uomo della fiducia in Dio portata sino a quella
che, agli occhi degli uomini, può apparire temerarietà. Nasce così la
“parresia” l’audacia che deriva dall’intimità divina e sa levare la voce di
fronte a qualsiasi ingiustizia in nome di quella verità, così temuta dai
prepotenti e dagli oppressori.
Un cuore puro saprà dare a questa disarmata libertà interiore la forza di
testimoniare la radicalità di un Vangelo senza compromessi.
8. Così la beata schiera di monaci d’Oriente chiamati gli “insonni”, i
“vigilanti”, proprio come gli angeli, parla a noi oggi. Dalle Chiese siriache,
dalle comunità della luce e dell’attesa, si leva verso di noi la voce del
fuoco e dello Spirito, che parlò un giorno in Maria, che parla oggi nei
sacramenti della Chiesa. È ancora Efrem che se ne fa eco per noi: “Nel seno
che ti portò tu sei Fuoco e Spirito,
Fuoco e Spirito sono nel fiume in cui fosti battezzato, Fuoco e Spirito sono pure nel nostro Battesimo e nel pane e nel calice sono Fuoco e Spirito” (S. Ephrem “Inno sulla fede”,
10).
“Marana tha”, Signore speranza del mondo, vieni!
© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana
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