CELEBRAZIONE EUCARISTICA «IN
CENA DOMINI»
NELLA BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Giovedì Santo, 16 aprile 1987
1. “Che cosa renderò al Signore / per quanto mi ha dato?” (Sal
116, 12).
Questa è la sera dell’istituzione dell’Eucaristia. Eucaristia vuol dire
rendimento di grazie. La gratitudine nasce dalla consapevolezza del dono. E il
dono manifesta l’amore.
“Che cosa renderò al Signore / per quanto mi ha dato?”.
2. “Prima della festa di Pasqua” (Gv 13, 1). In questa sera i
figli di Israele commemoravano con gratitudine tutto ciò che aveva fatto
loro Jahvè, il Dio dell’alleanza.
Soprattutto commemoravano e meditavano nel cuore quella notte, che
aveva portato loro la liberazione dall’Egitto. La lettura del Libro
dell’Esodo rievoca tutti gli avvenimenti di quella notte. Dio li liberò
dall’Egitto, da dove uscirono sotto il comando di Mosè.
Dio li liberò per mezzo dell’agnello pasquale. L’agnello sgozzato per
essere mangiato quella sera, divenne segno dell’elezione di Israele. Il suo
sangue, posto sugli stipiti e sull’architrave delle case, fece sì che non
subissero il “flagello dello sterminio”, che, quella notte, colpi l’intero
Egitto.
In questo modo furono salvati tutti i figli primogeniti di Israele, mentre “ogni
primogenito nel paese d’Egitto, uomo e bestia”, è colpito, quella notte, dalla
morte.
Di fronte a questo duro segno gli Egiziani cedettero. Israele uscì dalla
casa di schiavitù.
L’antica alleanza si collega strettamente a questo segno, che il
popolo ricevette quella notte. Questa è stata la notte dell’esodo, cioè la
Pasqua. Il sangue dell’agnello che, quella notte, ha salvato i figli di Israele,
ricordava loro, di generazione in generazione, che erano il popolo eletto.
Dio li amò con un amore speciale e li scelse tra tutti i popoli.
3. “Che cosa renderò al Signore / per quanto mi ha dato?”.
I figli d’Israele, di generazione in generazione, commemorano questa notte
con la preghiera e con la cena pasquale. E lodano nel nome del Signore. Esultano
nei sacrifici di lode, in adempimento delle promesse e dei voti fatti al Dio
dell’alleanza.
4. Nello stesso spirito si sono riuniti insieme con Gesù quei figli di Israele,
che egli aveva fatto suoi apostoli.
“Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre,
dopo aver amato i suoi . . . Li amò sino alla fine” (Gv 13, 1).
Ed ecco, durante la cena pasquale, che è stata l’ultima, prima della sua
dipartita verso il Padre, si svela un segno nuovo: il segno della nuova
alleanza.
“Alzerò il calice della salvezza / e invocherò il nome del Signore” (Sal
116, 13).
Gesù prende il calice; “dopo aver cenato, prese . . . il calice, dicendo:
“Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”” (1 Cor 11,
25).
Perché questo sangue?
Gesù precedentemente “prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e
disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi”” (1 Cor 11, 23-24).
Il sangue conferma il dono del corpo nella passione e nella morte di croce. Gesù
parla del futuro, parla del domani e l’insieme di questo suo “domani”
pasquale costituisce l’“oggi” sacramentale.
Ecco la nuova alleanza nel suo sangue.
Ecco, il compimento della figura dell’agnello pasquale.
Il segno della redenzione, della liberazione dalla schiavitù del peccato
e della morte. Il segno escatologico.
Invero Gesù dice: “Fate questo in memoria di me” (1 Cor 11, 24). E san
Paolo commenta: “Ogni volta . . . che mangiate di questo pane e bevete di questo
calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor
11, 26).
5. Proprio questo significano le parole: “li amò sino alla fine”.
“Sino alla fine” vuol dire: sino a dare se stesso per loro. Per noi. Per tutti.
“Sino alla fine”, vuol dire: sino alla fine dei tempi. Fino a quando egli
stesso verrà un’altra volta.
La sera pasquale i figli di Israele hanno ricordato la liberazione dalla
schiavitù d’Egitto mediante il sangue dell’agnello. E così rinasceva la
gratitudine verso Jahvè: “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha
dato?”.
Da quella sera dell’Ultima Cena noi tutti, figli e figlie della nuova alleanza
nel sangue di Cristo, ricordiamo la sua Pasqua, la sua dipartita mediante
la morte di croce. Ma non soltanto ricordiamo.
Il sacramento del corpo e del sangue rende presente il suo sacrificio. Ce ne
rende, sempre di nuovo, partecipi. In questo sacramento Cristo crocifisso
e risorto è costantemente con noi, costantemente ritorna a noi sotto le
specie del pane e del vino - fino a quando verrà di nuovo, affinché il segno
faccia posto alla realtà ultima e definitiva.
6. “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?”.
La domanda del salmo esprime, in un certo senso, il mistero di questo
sacramento. In questa domanda vi è l’Eucaristia.
Che cosa renderò per il dono della nuova alleanza nel sangue del Redentore?
Che cosa renderò per la comunione del suo corpo e sangue sotto le specie del
pane e del vino nel cenacolo?
Che cosa renderò per tutta questa realtà salvifica e liberatrice il cui nome è:
il mistero della redenzione?
Che cosa renderò per l’amore “sino alla fine?”.
“Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.
Che cosa renderò?
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